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Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Orfeo, 93 anni, due gambe e un bastone

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 29 aprile 2011 at 8:09


Stamattina l’ho conosciuto: Mario Dalla Venezia, Brigata Garibaldi, compagnia F. Biancotto, classe 1915, 93 anni, due gambe stanche ed un bastone… abbiamo parlato insieme per un lungo tratto del “Percorso della Memoria”, che si snoda per Venezia toccando luoghi legati alla Resistenza fino a raggiungere il Campo del Ghetto, il primo ghetto ebraico purtroppo, che nacque proprio qui in questa città.
“Orfeo” mi racconta che il 25 aprile lui era in carcere già da un mese e mezzo e quando fu liberato, dovette imbacuccarsi dentro ad una sciarpa perché le sevizie che aveva ricevuto gli aveva sfondato un timpano e sbriciolato uno zigomo rendendogli un occhio quasi inservibile. “Mi picchiavano da dietro, sulle orecchie, con un sacchetto di sabbia, fino a farmele sanguinare, avevo due bistecche, vede come sono grandi e schiacciate?” Me le mostra ridendo. Penso: strano lo racconta come se questo non fosse successo a lui.
Mi racconta anche chi l’ha tradito, ma non porta rancore, dice che a quel tempo la gente faceva qualsiasi cosa per mangiare. Mi racconta che i partigiani di Venezia avevano una situazione diversa, molti non potevano nascondersi in montagna, dovevano comunque e sempre mostrare la loro faccia oppure nascondersi dentro a case di parenti e amici, al massimo in campagna. Mi racconta che nelle nostre montagne vicine, nel Cansiglio, c’erano molti combattenti che si nascondevano, ma che mancavano delle cose più elementari, per esempio avevano un paio di scarpe in due, quindi venivano usate solo da chi faceva la sentinella.
Un giorno venne a sapere che suo padre, ignaro, doveva trasportare un carico di scarpe (di una grossa ditta della provincia), pertanto loro come se fossero in un gioco, incaricarono un “ladro” di mestiere a rubare le scarpe, senza però far scoprire la merce che mancava, anche per non mettere in difficoltà il padre. Riuscirono a fornire scarpe per tutta la compagnia, mandando le staffette donne con un paio di scarpe alla volta su in montagna.
Ridacchia divertito ai suoi ricordi, chissà quante storie mi potrebbe raccontare ed io non mi stancherei di ascoltarle. Ma il percorso è lungo e oggi fa caldo. Lui suda, si vede che è stanco, ma non vuole mollare. Io dico: “Signor Mario, non esageri, si tenga in vita il più a lungo possibile, anche questo vuol dire resistere. Ricordi sempre e non smetta mai di parlarne!” Mi fa cenno di sì, mi guarda e mi sorride, col suo viso pieno di rughe, mi dà la mano e mi dice: “ Arrivederci!” e tutti e due ci diciamo “Grazie!”, ma io ho più ragioni per ringraziare, davvero molte di più.
Eravamo partiti in trecento (giovani e forti?), un numero sparuto per una festa del 25 di Aprile, alcune bandiere di varie provenienze, tutte dietro alle “colonnelle” dell’ANPI, ma, incredibile, lungo la strada la gente affluiva, a decine, a centinaia, un fiume umano allegro e canterino si snoda per la città. Ora mi ricordo un’altra importante ragione per cui io amo tanto Venezia. “Ciao…” “Ciao…” Tanta gente si conosce, si mescola, chiacchiera, i bambini si rincorrono, l’aria è festosa, amichevole…
Si arriva in Campo al Ghetto dove c’è la Sinagoga, si depone una corona d’alloro, si alzano le bandiere, si applaude, qualcuno parla dal palco: una ragazza giovane. il Rabbino capo, anche il nostro Sindaco che fa un discorso così appassionato e accorato che restiamo lì, basiti. Ma come, dov’è finito il distacco del filosofo? Quello dell’intellettuale cinico? “Ehi! è tornato il nostro Sindaco… è tornato e noi ne andiamo fieri, perché ha parlato come uno di noi, ha parlato a noi e tutti lo abbiamo capito” (ha detto una sola parola difficile “metafisica”, ma la sapevo e quindi l’ho perdonato. ;-))
Adesso è finita la gente resta a parlare alcuni vanno… “Dai andiamo a prendere uno “spritz?”, “Come no!” “E’ bello trovarsi, almeno fino a che questa festa non viene annullata”, “Seeehhhh hai voglia!”
Prendo la strada di casa con il sole nel cuore, chiamo mio figlio a Firenze, risponde: “Sono anch’io in piazza con l’ANPI, mamma, e siamo in tanti… torno domenica, a presto, ti voglio bene.”

25 aprile 2008

questo Link riguarda il fondo: convitto scuola F. Biancotto che si prodigò per raccogliere e far studiare i figli dei partigiani:
http://iveser.it/index.php?option=com_content&task=view&id=215&Itemid=62

quest’altro Link riguarda la Beffa del Teatro Goldoni di Venezia, Brigata Garibaldi, F. Biancotto.
http://anpispinea.blogspot.com/2010/07/la-beffa-del-teatro-goldoni.html
Vedi anche questa testimonianza di uno dei protagonisti.

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