Mario

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I tempi stanno cambiando??? Tu lo sai che io so che non è vero.

In Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale, poesia, politica on 31 marzo 2013 at 14:06

notwar

The Times They Are A Changin’ (1964) – Bob Dylan

Venite intorno gente
Dovunque voi vagate
Ed ammettete che le acque
Attorno a voi stanno crescendo
Ed accettate che presto
Sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
Rappresenta qualcosa
Fareste meglio ad incominciare a nuotare
O affonderete come pietre
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
Per favore date importanza alla chiamata
E non rimanete sulla porta
Non bloccate l’atrio
Perché quello che si ferirà
Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
C’è una battaglia fuori
E sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
E farà tremare i vostri muri
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
Da ogni parte del Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono al dì la dei vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
Scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Ho 12 anni e sono nessuno

In amore, Giovani, personale on 26 marzo 2013 at 9:35

pensieri

A 12 anni si pensa che il mondo ti gira intorno. Qualche sospetto ce l’hai che qualcosa non quadra. Troppo spreco per tutte quelle comparse che girano nella tua vita; chi potrebbe pagarle poi? E ancora che spessore ha la realtà? E’ come uno sfondo di Cinecittà, oppure va un poco più in là, almeno quel tanto che basta a non farti finire dietro le quinte e scoprire l’imbroglio?
Ma che cavolo andavo pensando. Nessuno si sarebbe sprecato a fare per me la benchè minima recita, neanche a farsi passare per babbo natale che tanto a 12 anni nessuno più crede a babbo natale.
Se era per quello non si crede nemmeno più che i bambini nascono sotto i cavoli oppure che li porta la cicogna. Basta poco per capire: mamma con la pancia, nasce un bambino, mamma senza pancia e che ci vuole? Non serve tanta fantasia… ma come entrava nella pancia? E come faceva ad uscire? Beh, quello era un altro problema, potevo affrontare solo un problema alla volta.
E poi l’amore… quale amore? Quello che provo per la mia mamma o quello per i miei fratellini più piccoli? Che poi a pensarci bene è quasi la stessa cosa. Mai che mi venga in mente, quando parlo d’amore, mio padre oppure mio fratello maggiore, nell’amore non c’entrano affatto.
Penso che l’amore salverà il mondo, che è da lì che partono tutti i pensieri più belli, le cose migliori. D’altra parte l’amore contempla anche i sacrifici , si può ben fare quasiasi cosa perchè il mondo sia in armonia. L’amore fermerà la guerra e le discordie, darà la felicità ad ogni essere umano, farà nascere i bambini accolti con tenerezza, farà muovere assieme gli essere umani. Tutti o quasi, centamente mio fratello grande non ispira grande amore, e poi nemmeno io me la sento di sacrificarmi per lui, lui non lo meritava: è bugiardo, codardo e approfittatore.
Qualche volta penso di essere gelosa oppure di essere colpevole d’invidia, non è che non mi accorgo che c’è chi è più fortunato di me, ovvio, solo che vorrei essere io fortunata quanto loro, ma non trasformarmi in loro, non so se mi spiego.
Ma l’amore, sono certa avrebbe vinto il buio della notte.
A 12 anni il buio fa ancora tanta paura. Non sai mai quello che contiene, non ne conosci lo spessore, non sai mai con certezza se tornerà la luce. Se io fossi nata cieca? Vivrei nel buio, ma non saprei cos’è la luce. E se fossi diventata cieca poi? Sarebbe forse peggio? Io, visto che preferisco sempre conoscere anche le cose spiacevoli, preferisco sapere cos’è la luce anche se poi la perdo. Almeno potrei passare il tempo a ricordare quant’era bella.
E’ come con l’amore è lo stesso, è meglio sapere cos’è pur rischiando di doverne far senza, piuttosto di rinunciare ad amare e basta.
E’ come con l’infanzia, che so che ormai è passata, ma non c’è proprio niente che me la faccia rimpiangere. Il motivo che credo di a ver capito è che non si può fermare il tempo; quando ero piccola mi trattavano da piccola e non lo sopportavo, adesso che sono grande mi trattano come una cosa fastidiosa e inutile, ma almeno io so quello che sono o almeno credo di saperlo. Sono una valigia di domande senza risposta. Una raccolta di cartoline senza indirizzo e senza firma, un senso tutto questo lo avrà pure?
Un’altra questione complicata è il mio corpo. Sono lunga: lunghe le braccia, le gambe, il busto e il collo. Non so mai come mettermi, dove mettermi, sorridere o stare seria. Ho la testa arrampicata sul corpo e il naso grosso, la pelle diafana…e non sono sicura di essere destinata all’amore, ma non è solo una questione di forme, almeno così spero.
Vorrei essere bella, ricca, fortunata e amata da tutti … bella fatica e chi non lo vorrebbe. Vorrei avere tutto quello che non ho e sarei felice. Felice? Ecco alla felicità ci devo ancora pensare, non ne ho un’idea troppo chiara e forse forse è un sentimento destinato solo ai grandi.
Poi tutto sommato mi basterebbe andare meglio a scuola e forse sarei felice pure io. D’altra parte basta poco per una che ha solo 12 anni.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Lettera ad un papa appena nato

In Donne, Informazione, Ironia, Parola di donne, politica, Religione, uomini, Vaticano on 15 marzo 2013 at 16:34

papa francesco

Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.

Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?

Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
(Lidia Ravera)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/15/papa-francesco-ma-a-noi-donne-che-ci-manca/530997/

Una donna geneticamente modificata

In amore, Anomalie, Donne on 9 marzo 2013 at 12:29

calva

Sono nata all’inizio degli anni ’50, quindi molte generazioni fa. Questo lo dico solo per collocare nel tempo il mio essere donna, perchè oggi voglio parlare delle donne, quelle geneticamente modificate.
Logicamente nascere subito dopo la guerra dava delle prerogative difficili da spiegare: in pratica siamo nate portandoci dietro profonde paure, ma con una gran voglia di uscire dal baratro. Insomma donne con impronte indelebili nel loro DNA.
Certo non tutte eravamo e siamo uguali, ci sono donne che hanno combattuto per la resistenza e donne che si sono lasciate sopraffare dalla guerra, e noi, loro eredi, abbiamo avuto la stessa possibilità o accettare il mondo imposto oppure cambiarlo.
Non è che il dopoguerra fosse roseo, ma almeno davanti a noi si aprivano spazi che prima non esistevano. Certo dipendeva in che famiglia vivevi, certo la lotta dipendeva da quanto accettavi l’educazione imposta, certo era durissimo uscirne e raggiungere quella maggiore età che era 21 anni, senza danneggiarsi irreversibilmente.
Ma ecco che da quella generazione, finalmente, i semi della ribellione avevano dato i loro frutti, ecco le donne nuove, quelle geneticamente modificate dalle due guerre mondiali, uscire dal bozzolo e fare capolino nella scena.
Quelle donne incerte sulle gambe, portando addosso il peso di tutte le paure delle altre generazioni, apparivano in una società fortemente tradizionale e chiusa e portavano quella nuova ventata di ottimismo e di desiderio di cambiamento.
Raccontare per sommi capi è facile, perchè allevia pesi e responsabilità, ma io mi trovai a doverci far conto giorno per giorno e minuto per minuto.
La mia famiglia dipendeva dal lavoro di mio padre: un artigiano, vivevamo in città, ma la mentalità era ancora quella della campagna venetà: la famiglia come focolare, il padre padrone, la donna serva. Non c’erano soldi, ma non ricordo di aver mai patito la fame, credo che mia madre facesse miracoli, oppure ero inappetente di mio. Comunque andai a scuola dalle suore, perchè in ogni famiglia che si rispetti ci vuole l’istruzione religiosa e questo per me fu un bene perchè divenni atea da subito. Mio padre non lasciava spazio alla personalità dei figli e nemmeno alla loro capacità di discernere, c’erano solo ordini e proibizioni, più che amore paterno, sembrava di essere sotto l’esercito. Mia madre non aveva nemmeno il coraggio di alzare gli occhi dal piatto. Avrei dovuto diventare come lei e non potevo, avrei dovuto accettare le regole, ma non era possibile, avevo qualcosa dentro di me, che assomigliava a rabbia, che mi ha fatto piombare alla fine degli anni 60 con una carica da bomba ad orologeria.
Non c’erano molte donne come me, almeno non ne conoscevo molte. Le mie amiche e conoscenti vagolavano tra il conformista e la ribellione parziale e silenziosa. Pure loro mi guardavano strano, ma non certo come mio padre e come gli uomini che conobbi poi.
Su questo tema tendo a generalizzare perchè scendendo nei particolari, mi perderei. Ma incontrai uomini che erano attratti da me per il motivo sbagliato e poi alla fine in qualche modo tendevano a mettermi le briglie e il morso come fossi un cavallo di razza. Il senso era chiaro: facevo gola, ma ero ribelle, quindi l’unico sistema era quello di tentare di addomesticarmi e tenermi nello stabbio. Qualcuno di loro amava anche esibirmi, ogni tanto potevo frequentare gente, di cui non me ne fregava niente, non i miei amici, non con i miei tempi. Tutti momenti che mi creavano successivamente i rimproveri di volermi far notare e il tentativo di chiudermi in casa proprio per non permettere che mi notassero.
Non erano tutti così s’intende, raramente c’era chi non fosse geloso e chi gioiva più della mia compagnia che della considerazione indotta dalla mia presenza (che cavolo significa la presenza di una ragazza carina?) Uomini così rari che mi parevano finti, non era facile credere che da qualche parte mi aspettasse la libertà. Nemmeno io ero gelosa e non ero affatto possessiva, avevo un’idea tutta mia dell’amore. Un’idea che non era affatto condivisa.
Era l’autonomia e l’indipendenza che volevo, ma che non riuscivo mai ad ottenere, nè il lavoro, nè la famiglia come neppure i rapporti con l’altro sesso mi aiutavano a crescere, così non cresceva nemmeno l’autostima e la considerazione che mal raccimolavo nel mondo che mi circondava. Questo non poteva andare, non potevo accontentarmi delle briciole della vita, volevo tutto e subito.
E la lotta fu dura e inevitabile, non sapevo adattarmi perchè ero una donna con dentro il germe della libertà. Da piccola volevo fare il prete e poi vista l’impossibilità sono diventata atea. Volevo fare la Cosmonauta (russa), ma non avrei fatto mai l’Astronauta (americana), sottigliezze che non venivano mai capite. Volevo andare al cinema non farmici portare. Volevo uscire la notte per farmi un giro e pensare ai cavoli miei nel buio delle strade, senza che nessuno mi fermasse alla porta di casa e nessuno che lo facesse in strada. Volevo scegliere e non essere scelta. Volevo amare ancora di più che essere amata.
Ero una donna diversa e senza appello e per gli altri ero una donna complicata, un po’ meno donna e un po’ troppo aggressiva. Facevo paura e faccio ancora paura anche se le mie armi sono solo le idee e la parola, con una buona partecipazione di razionalità.
I mei uomini passati mi hanno voluto per le ragioni più disparate, ma mai per quello che avrei voluto io. Non mi sono fatta addomesticare e non ho neanche tentato di addomesticare, in fin dei conti la libertà è una questione di principio.
Il mio uomo presente che è tornato dal mio passato lontano mi ha conquistato ancora una volta per la stessa identica ragione: non l’ho mai spaventato e ha sempre apprezzato come vedevo il mondo. Forse all’età che abbiamo il nostro rapporto è un po’ troppo pieno di significati e di attività. Sembra che per noi sia arrivato, ora, il tempo per esserci davvero (pure gli uomini, o certi uomini, a volte vengono tenuti in panchina).
Questo è il motivo per cui mi sento, e a ragion veduta, una donna geneticamente modificata. Una cyborg che ha vissuto a cavallo tra l’ultimo e il nuovo secolo, figlia di umani, ma disposta a vivere in un altro modo e in un altro mondo, che poi così non è stato: non ho avuto nessun appuntamento con la storia e il cambiamento non è avvenuto e a mio giudizio si sta allontanando sempre di più. La crisi economica e sociale ci riporta indietro, ci fa cadere nel baratro e le donne  sono le prima a pagarne il prezzo.
Oggi ancor più di ieri si sopravvive solo se non si hanno più sogni e ideali da realizzare, ma io i sogni e gli ideali ce li ho ancora e continuo a credere, che anche se sono ormai matura e con poco futuro, ho il diritto ancora di poterli realizzare, se non per me, per tutte le donne nuove che portano dentro a sè quel germe immarcescente che si chiama Libertà.

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