Mario

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Un paese di santi, di navigatori e di ……

In Anomalie, Ironia on 23 luglio 2009 at 10:58
il santo che non c'è

il santo che non c'è

Inutile ogni commento. Questo è il santo che vi meritate.
Io no! Non lo merito perchè non l’ho votato e tanto meno l’ho sostenuto e lo sosterrò.

Invito al consumo civile

In Senza Categoria on 23 luglio 2009 at 8:26

Linko qui di seguito l’invito del blogger e amico Riciard per la giornata del consumo civile.
Non serve molto, basta aderire, pubblicizzando l’iniziativa nei vostri blog, darne segnalazione a Riciard e sopratutto pensare che si deve vivere con una coscienza sociale e civile che ci consenta di essere uomini, in mezzo agli altri uomini, una partecipazione equa e solidale. Insomma tanto o poco almeno per non sputarci in un occhio alla mattina, quando ci si alza e ci si dà un’occhiatina allo specchio.
Impegniamoci tutti il 20 settembre ad acquistare almeno un prodotto equo-solidale. Diamo un contributo ad una forma mentale che ci consentirà di vivere in un mondo globale più giusto.
Questo è il mio semplice contributo di blogger.
Ciao a tutti.

Per l’ansia che divora gli anni.

In Gruppo di scrittura, musica, personale on 20 luglio 2009 at 16:46

Ed era un giorno come tutti gli altri. Anzi forse era uno dei giorni dell’anno che, a guardarlo bene, aveva quell’aria di rammarico e malinconia che ogni anno a quella data involontariamente provava. Un anniversario che ricordava con dolore, senza neanche volerlo. Che senso aveva ripercorrere le ore più brutte della propria vita? Lei non lo sapeva. Non si dava più risposte. Non avevano senso. Usava lasciarsi vivere, per non doverne pagare il pegno ogni volta, ad ogni pensiero e ad ogni ricordo.

Faceva ogni volta il solito bilancio. “Una vita spesa a dare, dare, dare, ma con che risultato non saprei…” chiosava una vecchia canzone. Lei non ci credeva, le sembrava sempre di aver dato poco e male, ma mai e poi mai metteva in bilancio quello che aveva ricevuto.
Pensava spesso che era stata una bambina attenta ed indifesa, ma senza volerlo, la vita,  l’aveva resa caparbia e riottosa. No, nessuno lo capiva, nessuno se ne accorgeva, lei apriva le braccia a tutti. Lei si donava, senza domandarsi perchè, ma c’era un luogo nella sua anima dove il gelo aveva devastato tutto e non capiva se era successo prima o dopo, difficile era ricordare, impossibile ricomporre un percorso. Ma prima o dopo di che? Spesso guardava alla sua vita come al riassunto di un romanzo troppo lungo da rileggere. Sapeva che le prime pagine erano il preludio del seguito. Percepiva che lontano nel tempo c’era stato un peccato originale, da cui tutto aveva avuto origine. Ecco, se voleva precisare il prima o il dopo di qualche cosa, era certa che era il prima e il dopo di allora.
Ma perchè cercare indietro negli anni? Un senso di angoscia oggi divora gli anni, uno per uno, anche quelli più belli, che ad onor del vero, avrebbero potuto chiamarsi soltanto meno brutti. Non che la vita non le avesse concesso molte cose. Aveva amato, viaggiato, sognato e imparato a restare sola. Il segreto era tutto lì: aver vissuto e accettato anche la solitudine.  Ma perchè quell’ansia?
Rossana ricordava il titolo di quella poesia “Per l’ansia che percorre i minuti”. Da dove usciva quella frase? Ricordava vagamente. Michele scriveva poesie. Non poesie d’amore. Ci teneva a precisarlo. Lei ne sognava una per sè. Non l’aveva avuta. Ma va bene così. Non aveva senso che lui cambiasse per lei. Insomma una poesia non l’aveva mai avuta. Però quella l’avevano letta insieme, ne avevano parlato. Ma non ricordava più cosa contenesse. Perchè ricordava Michele? Proprio oggi che era un giorno che non apparteneva a quelli di lei e lui insieme? Quell’ansia divorava gli anni. Michele se ne era andato portando con sè una lettera. Quella lettera che apparteneva al loro amore. Lei era partita con molto meno nelle tasche e non aveva niente per cui tornare. Chissà dov’era il suo ragazzo dagli occhi verdi? Chissà quanti amori nei suoi porti. Chissà quanti porti nel suo cuore.
Già, l’ansia divora gli anni. Oggi si celebrano le cose perdute, gli amori e gli affetti che non ci sono più. Ecco perchè ricompare il sorriso perduto di Michele e la luce improvvisa del suo sguardo color di foglia. Oggi si celebrano le perdite e le ansie e la certezza che gli anni sono passati e che nulla tonerà. Nulla sarà mai come prima. Non più la gioia, non più l’ardore. Tutto ciò che è andato è perduto; persino i sogni.
Apre la finestra sulla strada. La luce della sera ubriaca di inchiostro il cielo. Una figura incerta si ferma guardandosi intorno. Occhi perduti lontano. Corpo smarrito. Un sacco sulla spalla per i viaggi senza meta. Un libro su una mano. Un viandante? Un pellegrino smagrito dal lungo andare che sembra uscito dall’aldilà? Si appoggia sul pozzo e depone con cautela il libro sulla vera, prende con pigrizia, come di uomo che non ha più nulla da aspettare, il pacchetto di sigarette. Accende adagio la sigaretta. La tiene tra le dita in modo strano, esagerato, molto familiare. Esala il fumo con un sospiro profondo ed esausto. Cerca qualcosa a cui non crede più. Rossana capisce. Sa che è tornato. Proprio lui, stasera. Adesso, senza darle il tempo di ripassarsi la vita. Tornato, ricordo dal ricordo. Non ci sono più domande e non ci sono risposte. E’ tornato e basta. Rossana sente nell’aria il profumo di aranciata e di menta come allora, al tempo che non era nè prima nè dopo. Il tempo del peccato originale. Il tempo che era il loro tempo. Rossana scende dalle scale senza esitazioni e si avvicina. Come allora quello sguardo si perde in un luogo lontano. Lei vorrebbe carpirne ancora il segreto. Ma il suo sguardo si posa sul libro e sorride. Pennac. Ancora un libro in comune. Lo osserva. Ora si accorge che il tempo ha velato il suo corpo di colori di brina. I segni sono profondi, scavati nella roccia. Lui la vede e sembra comprendere.  Un accenno di sorriso. Parole strane rubate al tempo.“E’ tanto che aspetti”? Non era molto che aspettava: non più di quarantadue anni; in fondo un attimo.  Parole senza senso ancora. Poi Michele coglie dai ricordi: “Cazzo vogliono questi fasci? Venezia non li vuole. E «Sulla strada» era una gran pizza”. Una risata ed erano ancora insieme. Era come allora, senza più pudori nè colpe a dividerli. “Mi sembrava ma non ne ero sicura. Scusami se t’ho fatto aspettare”.

La lettera perduta.

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Gruppo di scrittura, personale, uomini on 15 luglio 2009 at 16:50

Lei che l’ha scritta la sa. Ancora una volta quello che l’ha persa, quella lettera, sono io. Perché dire qualcosa? Ormai le lettere perse sono numerose da farne un fascicolo. Io che non riesco a perdere nemmeno un rimorso. Quelle, dispettose, che nessuno rimpiangerebbe, testardamente non si sono perse. Nel mio ricordo niente s’è perso. Quelle, le lettere d’amore, scappano spesso tra le sue dita. Sfortuna? Imprevidenza? Perché dovrei darle un nome? Questo non me la restituirebbe. E perdere una lettera, in giorni in cui non abbiamo nemmeno attimi, è cosa grave. Inseguirla nella memoria. Rintracciarla. Le lettere perse, come i baci, hanno la sostanza di un alito di vento. Passato non lascia tracce. Forse meno perché un bacio è pur sempre una premessa e/o una promessa. Sì! io non perdo niente cioè non le lettere cioè non quelle di oggi. Eppure sono così bravo a perdere le cose. Sono riuscito a perdere persino me. Le lettere per Lei: no! non mi è riuscito. Le faccio almeno in tre copie: una per Lei, una per me e una per noi e per questa nostra storia. Certe non sono nemmeno lettere d’amore. Certe sono solo lettere di scusa. Sono camuffate. Ne faccio tre copie ugualmente. Si sa che il tre è il numero perfetto. Potrei consolarmi che il suo sistema fa risparmiare tempo. Le scrive direttamente, senza passaggi, senza bisogno di salvarle. Fa risparmiare tempo soprattutto a me che non né perdo per leggerle. Cerco di essere abbastanza bravo da riuscire ad immaginarle. Mi dia un indizio. Preferisce che me le scriva?
Ma perché parlare ancora di me. Lei, signora, è alquanto distratta. Ha lasciato le mutandine (?!?!) in un bricco del latte (doveva essere solo una cioccolata; se ne ricorda?). Ha lasciato gli occhiali in bagno e il libro in un lontano sessantotto. Ha dimenticato amori agli angoli delle strade. Potrebbe sembrare letteratura. Lo è. Non è vero. Lasciare il primo sospiro tra le resine non è da tutti. Scordare l’ultimo amore dentro un telefonino, in un sms, è impresa che riesce a pochi. Nel bel mezzo s’è persa persino i silenzi. No! decisamente non è da tutti. Decisamente lei, signora, è alquanto distratta. S’è persa l’amore nell’amore; come fosse un appuntamento col dentista, o con la parrucchiera. Darle del lei è un segno di rispetto. Le riesce l’impossibile. Rischio di sentirmi un dilettante. Le invio un sorriso perché un sorriso rallegra la vita. Un sorriso cerca di consolare, dopo una perdita tanto grave. Sono certo, sono sicuro, che era una bellissima lettera. E’ di questo che mi rammarico. E’ questo che rimpiango. Perché era certamente la più bella. Sto adattandomi alle cose modeste. Il troppo non mi è adatto. Non mi appartiene. Mi vizierebbe. Le cose più belle è meglio che restino dove sono. Scordate. Nell’angolo del non c’è. Nel cassetto degli attrezzi. O in quello delle cartoline. Sicuramente non patentata. Anzi sì! questa capacità di perdere è diventata quasi una professione. Certo che con pazienza le cose si ritrovano. Le cose, mica le parole, mica le idee, mica i sentimenti. Beh! forse anche questi ultimi. Smettiamo di giocare a rimpiattino. Non riesco ad afferrarla mai. Anche quando credo di esserci riuscito, quando le mie mani le sfiorano il profilo nel vano tentativo di riconoscerla, anche allora l’immagine perde nitidezza, si scioglie tra le mie dita, mi sfugge. Anche allora, proprio quanto credo di farmi sicuro, il suo nome mi sfugge. So che quel nome è amore ma delle sembianze non ne sono certo.
Una di quelle donne sembrerebbe essere troppo per un uomo solo. Me ne trovo tra le mani almeno una mezza dozzina. Per cortesia mi scriva una lettera di presentazione. Una banale lettera tipo curricolo. Come dire: nome, cognome, indirizzo, note particolari; se ce ne sono. Le faccio un esempio: sono la ragazza della foto. Scusi la mia banale ignoranza e goffaggine. Io sono un uomo ordinato. Io sono un uomo ordinario. Mica sono un eroe. Mi sono infilato in una tana. Il mondo aveva preso a farmi paura. Gridavo da dentro. Facevo in modo che pochi potessero sentirmi. Soprattutto facevo in modo di non sentire io loro: povero illuso. O io loro: povero scemo. Me ne stavo nascosto nella mia bambagia. Il massimo del mio coraggio l’avevo mostrato in alcune poesie. Versi che subito ho cercato di negare; di perdere. Ma quella era una perdita voluta, necessaria. Mandavo cartoline dal bar. Facevo viaggi senza uscire dalle mie stesse scarpe. Asciugavo i miei mari con un fazzoletto. La mia compagnia più viva è stata la noia. Ho detto parole d’amore che ho copiato dai baci perugina. A cui nemmeno io credevo. E lei si firma: R. la tua donna. Mi scusi ma non ho mai posseduto nemmeno uno spazzolino da denti. Tanto meno una donna. L’ultima a cui l’ho sentito dire aveva già un biglietto in tasca. Niente di tragico, per l’amor di dio. Piuttosto una cosa comica; una carnevalata. Certo che la vita è un gran giullare; magari non è bello quando ti sghignazza in faccia. C’è il rischio di sentirsi ridicolo. Spesso m’è capitato di sentirmi inadeguato. M’è rimasta solo la fatica di mostrarmi offeso. Piccola fatica. Che poi a che serve possedere una donna? Non ha mercato. Non ti concedono un mutuo. E’ anche un oggetto di un certo ingombro. E non parliamo dei soli costi di manutenzione. La definisce “accorata” (aggettivo che denota animo turbato, sentimento intenso. Participio passato del verbo accorare. In inglese dovrebbe fare, dicono, concerned; non mi convince), Lei, quella lettera che non c’è. Non credo di meritare tanto. Forse s’è cercata un destinatario più idoneo; quella lettera turbata. Quel veicolo impazzito di parole impazzite.
Lei mi dice: se colpa c’è la colpa è per uno stupido salto pagina. Ma perché una lettera si mette a saltare; e poi una pagina? Come si salta una pagina? Quale stile si dovrebbe usare? Certo aumenta il rischio; la lettera salterina. A me è capitato di saltare una parola, anche qualche pasto (cosa complicata e dolorosa), mai una pagina. Basterebbe non scriverla; quella pagina. A che serve saltarla? C’è un record? Si giunge ad un compenso? Me l’avessero raccontata in un altro istante nemmeno ci avrei creduto. Ma di chi volete prendervi gioco? Invece eccolo qua, nero su schermo bianco. Caspita. Divorata da un buco nero? Ha perso la rotta durante una tempesta? E’ annegata in un mare di rutti da coca-cola? No! solo ha tentato un salto pagina (carpiato?). E tutto s’è spatacciato nel niente più assoluto. Come se uno, tornando a casa, non trovasse più la casa. Come se uno uscendo al mattino si accorgesse che è finito anche l’ultimo giorno, o che è scomparso il mondo. Nemmeno riesco ad immaginarmela una vita senza mondo. Come una caramella col buco senza niente intorno. O un buco senza formaggio. Un culo senza chiappe. Una canzone per un sordo (mi sorge un dubbio: non è che abbiano inventato una sorta di braille sonoro?). Una che di professione fa la vergine e non si chiama Maria. Una che di nome fa Maria ma non è mai stata vergine (forse è stata Antonio). Uno che per mestiere vive. Un’onda senza mare. Un orologio senza quadrante né lancette. Una puzza senza naso. Un pasto (nudo) senza cibo. Un mare senza orizzonte. Un padrone senza servitori. Un’ Italia senza la I. Un ubriaco astemio (che centro io?). Un dio senza fede. Quel tram senza desiderio. Il cappello del morto. Un uomo senza la donna. Per fare l’impossibile non basta nemmeno essere architetto. Forse ci vuole un titolo da ragioniere. Magari spacciandosi per commercialista. Ogni riferimento è puramente casuale. Un lavoro complicato. Ci vuole quel dio impazzito all’opera. Altro che martello e gradino. Altro che falce e pennello (o pennarello).
Siamo tutti moralisti senza morale. Comunisti con il portafoglio degli altri. Storici delle amnesie. Ci piace ridere, ma solo degli altri. Pisciare dentro il mare. Possibilmente vincere la lotteria. Al massimo tradire, ma mai essere traditi. Leggere un giallo senza sapere prima il colpevole. Amare solo in cambio di amore. Trovare un compagno o una compagna che ci aspetta; paziente. La puntualità negli altri. Cosa altro le posso dire? Ma sì! finiamola con questo estetismo formale. Con usare il LEI per non farsi troppo coinvolgere. Finiamola. Chi non ha mai giurato un paradosso? Onestamente lo ammetto: credo di ricordare. Credo di aver giurato amore e che Lei non c’era. Ed è per questo che Le regalo questa lettera non-sense; ma non riesco proprio a perderla. E’ per questo che rispondo alle mie stesse domande rimaste inevase, e sono molte. Che completo i suoi racconti. Ed è così che La tradisco, scusatemi, ogni giorno con una ragazzina che non ha ancora 17 anni (la stessa della foto). Ed è per questo che tradisco quella ragazzina, ogni mattino e ogni sera, con una donna di 58. Ed è per questo che aspetto ancora quella ragazzina ancora ora che non c’è più. Anche se lei non mi aveva lasciato nessun appuntamento. O almeno né io né lei avevamo detto quando. E guardo impaziente un orologio che non mi dice né l’ora né il giorno, nemmeno l’anno. Lo sa che il datario s’è strisciato in un cantiere ed ora è illeggibile. Ed è per questo che cerco di immaginare la Sua lettera persa. E comincia a mancarmi come mancasse un tassello; la ragione. La ragione del nostro agire. E rileggo sempre le stesse lettere. Le stesse pagine dello stesso diario. Quelle ritrovare. Mi sembra quasi sempre di non conoscerle. Non so se può provare qualcosa di simile.
Perdonatemi se non mi so perdonare. E rimpiango quella lettera persa. Quella lettera di cui «non possiamo nemmeno parlare perché troppo complicata, proprio come noi». Complicata e persa. Quale sia il limite maggiore non mi azzardo a valutarlo; non mi addentro in un giudizio. Comunque complicata perché non so da dove partire, e nemmeno come concluderla, questa mia di risposta. Non so se sia più perché era complicata o perché si è persa. Mi è comunque difficile. Mi è difficile come diventa difficile ogni cosa quando non c’è. E qualche volta anche quando c’è. Forse non sono molto bravo a capire. Certo non sono molto bravo a vivere. Nemmeno ad ascoltare, pare. Ad ascoltare senza domandare. Ed è nelle parole che tutto si fa più difficile. In quelle che vorrei sentire e, di più, in quelle che vorrei non sentire, che non fossero dette, che non fossero mai state scritte. Quel: chi ha detto cosa? Quel: chi ha fatto cosa? Quel: perché? Ecco, la cosa più difficile sono i perché? Non sempre c’è un perché; anzi quasi mai. La vita è cosi. Mica ha solo il vizio della logica. Se ne frega della logica. Semina dubbi e incertezze. Gioca il suo gioco e in gioco ci sono le vite dei suoi abitanti. Ed è arduo questo tradurre i giorni passati in parole. Quelle che vorremmo e quelle che non vorremmo, soprattutto queste ultime. Quelle parole che Lei non vuol dire perché non le vuol sentire. Che sono inutili. Assurdo, illogico; lo so. Forse perché la amo come se l’avessi sempre amata. Forse perché è vero che l’ ho sempre amata. E ho detto ad altre quelle parole che solo a Lei avrei potuto dedicare. E non parlo di poesia; parlo di una intera vita e di una vita vera. Eppure giochiamo entrambi al gioco delle parti. Se a raccontare sono io a soffrire è Lei. Se a raccontare è Lei a soffrire sono io. Quello che cambia e che Lei ha imparato un po’ di più a farlo in silenzio, quel Suo soffrire indispettito (virtù molto femminile, certo silenzio). Lei è allenata di più e meglio? Certo delle cose cambiamo. Basta guardarci a capire che non siamo uno la copia dell’altra.
E certo non è bella cosa, né facile, questo vizio di fare archeologia del nostro passato. Di investigare nei nostri giorni trascorsi e lontani. Vorrei sapere che ne è stato di Lei. Allo stesso tempo vorrei non saperlo. Vorrei imparare ad accettare l’ignorare. Il poco che ci siamo detti, l’immenso che non abbiamo saputo dirci. Una vita intera che siamo incapaci di capire, ancora prima di narrare e far capire. E Lei che è sempre stata caparbia, anche allora, con me, soprattutto. E Lei che lo è ancora. E io che non sono certo da meno. Dilettante dell’amore e dei sentimenti. Domestico dei luoghi del cuore. Che cerco di spolverare tutti gli oggetti della casa: i baci, le parole, i gesti. Lei che cambia ed io che non me ne posso accorgere. Che non posso esserne testimone. Lei che torna. E io ancora a chiedere. Dove non c’ero. Che La prego di farmi entrare. E ho timore ad ogni passo. Perché ogni passo è una trappola; una trappola per la logica. Sì! la vita se ne frega della logica. Non rispetta né rigore né coerenza e nemmeno grammatica. I verbi se li coniuga come vuole. Ti insegna ad amare. Ti mostra l’amore. Te lo nasconde. Come un gioco di prestigio. Lo fa apparire dove vuole. Inventa tutte le possibili sfumature. Va e viene. Ti suggerisce all’orecchio di chiamarlo affetto, simpatia, amicizia; e in altri mille modi. Come non fosse già abbastanza difficile. Non mi ci raccapezzo più. Non mi ci sono mai raccapezzato. Per non far confusione ho evitato di vivere. Ho spiato senza capire. E allora siamo gli interpreti di quello che non abbiamo fatto. Siamo gli esecutori della fortuna. Mi nasconderei ancora sotto le lenzuola se la fortuna non avesse preso le sembianze di un’altra donna. Continuerei a scegliere la vigliacca paura alla libertà. Il ricordo al presente. Vorrei avere la forza di non essere più. Di cambiare. Eppure la mia vita scivola lungo quelle scale. E limito le mie parole perché oggi, 14 luglio, sciopero lo sciopero dei blog.
Con tutto il mio amore
M.

[Audio http://se.mario2.googlepages.com/Lettere.mp3%5D

E la luna bussò…

In Amici, amore, Donne, Giovani, Gruppo di scrittura, Libri, uomini, Venezia on 8 luglio 2009 at 16:30

lunatica
Non erano più quei tempi.
A dire il vero quei tempi erano belli solo nei ricordi, poi a guardarci bene era stato un vero massacro di sentimenti e di affetti. Lei ci pensava ogni volta che c’era la luna a imbiancare le sue notti. Pensava a quell’angolo vicino al ponte dove una sera d’inverno di molto tempo prima, lui disse “No…”. Un poco prima di Natale. In un tempo dove i Natali si stavano trasformando da una festa degli occhi di bambini stupiti ad un’occasione di false speranze. Proprio quella sera lì. Davanti ad una luna vigliacca, lui disse “No!”. Ma non era proprio il No definitivo di chi parte senza lasciare nessun rimpianto. Era una parola che negava il respiro, ma che preludeva al sogno.
Lei lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Non era quello che volevano dire. Non era la luna puttana che era al centro dei loro discorsi. Lo sapeva che a partire ci voleva lo stesso coraggio che a rimanere. E loro quel coraggio non l’avevano ancora. Sarebbe arrivato, certo, e come no, si sarebbe presentato quel coraggio, per azzerare il conto.
Non era proprio un No definitivo e questo li aveva rincuorati. La sera dopo si scambiarono quel bacio che si erano negati. Non un semplice bacio, quello era il padre dei baci. La dolcezza assoluta. La parola che non avrebbero detto mai. Almeno non allora. Il dolore di sapersi persi. Il presagio della fine. E la fine era venuta, al suono della loro canzone. La loro grande occasione perduta. Sotto la luna. Sempre sotto una luna bugiarda.
Lei partì senza voltarsi indietro, neanche il tempo di riprendersi quel poco che credeva di avere. Lui la vide partire, da lontano. Sembrava che tutto sarebbe stato come prima, ma niente sarebbe stato più come prima.
Avevano con loro solo la memoria di un sogno. Ognuno l’aveva sognato da solo, ridisegnando sulla propria pelle la vera storia. Quella storia. Fasulla, ma comunque, sempre, l’unica vera loro storia.
Il tempo non lascia scampo. Tante lune a cui lei aveva rivolto le sue preghiere. Luna trasformata in divinità. In giudice severo. In dolore e smemoratezza.
Era tornata dai suoi viaggi. Dalle peregrinazioni di un’anima in pena. Ogni luogo era il suo luogo. In ogni luogo lei non c’era davvero. Almeno non tutta. Almeno non integra.
Di lui aveva saputo poco e male. Ma non voleva davvero sapere. Ogni suo passo lo portava lontano. Troppo lontano, Il dolore era sordo e cieco. Si poteva confondere con una piccola gelosia dozzinale. Non era cosa per loro. Non li avrebbe resi migliori. Ma lui diventava uomo sui corpi di altre donne. Lei non ricordava più dove avesse perso la gioia di vivere. Nessuno disse perché quella luna avesse loro strappato il cuore.
Tanto chi sapeva che erano stati loro ad inventare quella luna. Chi voleva sapere che quel “No” sarebbe stato come un “Sì… per sempre”.
Lei sentì bussare alla porta. Rumore inopportuno. Piccolo fastidio della vita. Perché disturbare i suoi pensieri? Non aveva voglia di sapere. Non voleva esserci. Non poteva ricominciare la noia di tutti i giorni. Non ora. Non quella sera. Non con quella luna infida.
Il tocco si fece più deciso. Un pensiero come un’onda improvvisa nella notte. Una carezza di vento.
Un sospiro d’amore. “sono io, sono qui, sono tornato…”. Il suo volto scavato nel marmo. Le sue mani nervose attorno ad un libro. Un vecchio libro sciupato, consumato dal lungo viaggio. “Sono qui… Te lo dovevo rendere, da tanto tempo, forse da troppo…” un sorriso, attinto dalla dolcezza di un sogno, appena velato dal tempo e dalla fatica di andare.
Lei senza vedere gli tolse il libro dalle mani e lo posò. Mosse le dita in una carezza delicata e incerta su quel viso segnato. Tracciò un disegno di memoria attorno a quegli occhi verdi che sapevano sorridere.
Allora un raggio di luna bussò e non attese più il permesso di entrare.

Ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con Berlusconi?

In Anomalie, Informazione, Miti ed eroi, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 3 luglio 2009 at 10:20

Lo vedo spesso, per ragioni di lavoro. E’ simpatico. Un ometto piccolo e tondetto che fa l’imprenditore. Veramente era un semplice muratore, assieme al fratello, poi col tempo è sceso in campo, ha preso in mano la ditta e gira con una ventiquattrore tutta apparenza che non modifica la sua aria bonaria e sempliciotta.
Lo sapevo, tutto avrei potuto fare tranne che intavolare con lui un qualsiasi ragionamento che comporti una qualche critica verso il Governo e il Capointesta. Alle osservazioni risponde nei modi più fantasiosi, difendendo il suo Mito molto al di là di qualsiasi fanatica ragionevolezza.
Considerato il personaggio, si può ricavare con molta precisione la lettura del pensiero dominante di questa Italietta amorale e furba che non intende stare alle regole e che, se potesse, per un piccolo tornaconto, fregherebbe anche la più affettuosa delle madri.
Visto che oggi già stavo incazzata, per l’approvazione della legge ingiusta e avvilente per un paese civile sulla Sicurezza, mi sono fatta scappare una domandina retorica che non aveva bisogno di risposta:
Allora il Presidente, è ancora l’uomo dei tuoi sogni, oppure le sueporcateti hanno un po’ raffreddato?” (Il senso era “ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con B.”?)
La risposta che mi aspettavo era un tantino più sostenuta di quello che invece mi ha dato: “E’ un fenomeno! Pensa a quell’età, avere tutte quelle donnine… (parole dette con sguardo alluppato). Ma tanto io non ci credo. Potreste trovare altre scuse per farlo dimettere. Queste bugie hanno le gambe corte.” Così mi vennero in mente le gambe della Noemi o di altre ninfette coinvolte, in realtà tanto corte non mi parevano .
Va bene il maschio italiano su queste cose ci va a nozze. Ma le donne? Possibile che proprio tutte facciano la coda per farsi toccare dall’Untore? Possibile che quella villa sarda e quel palazzo romano più che in un luogo di vacanza e di incontri politici ad alto livello si siano trasformati in gineceo e in lupanare?
Piccata ho ribattuto che non ci facevamo una gran bella figura con i paesi esteri (ma quanto sono ingenua!). “Ma se stanno morendo tutti d’invidia, vorrebbero avere anche loro un premier così arrapato.” (Eh già tutti loro sognano un premier satiro e zompatore.)
Rincaro: “Ma scusa, a parte i suoi discutibili gusti sessuali, ma la moralità politica, dove la mettiamo. E’ stato o non è stato condannato Mills per corruzione?” Risponde: “Sciocchezze, si trattava solo del pagamento della parcella di una normale prestazione di lavoro.” E aggiunge sorridendo: “Ci vuole ben altro per farlo dimettere. Inventatene delle migliori!
Penso proprio che davvero dovremmo inventarne delle migliori per farlo dimettere, ma si sa, che malgrado la nostra sfrenata fantasia, lui ne fa di ancora “più migliori” delle nostre.
Pensare di dimetterlo? Sarebbe meglio dimetterlo senza pensare.
Ma si sa, noi siamo comunisti e mangiamo i bambini, inutile tentare con gli imprenditori che evidentemente sono indigesti, soprattutto quelli botoli, beceri e ignoranti.

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