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Archive for the ‘Gruppo di scrittura’ Category

Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

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La vecchia Pisetta

In Gruppo di scrittura on 17 luglio 2011 at 12:41

La vecchia Pisetta? E’ la vecchia che abita al margine del bosco. Favolistico no? Ma così è. Lei è vecchia ed incartapecorita, e nessuno sa da dove viene. E’ una vedova, di quelle del mio paese, tutta vestita di nero e col fazzoletto in testa. Aveva già millemila anni quando io ero alta poco più d’un metro ed una pannocchia. Oggi millemila di più.
Vive in una casa vecchia e diroccata, in condizioni igieniche non esattamente raccomandabili, in compagnia di un numero imprecisato di cani e di gatti. Insomma la vecchia “gattara” del paese, ma anche “cagnara”, se così si può dire. Così che tutti quelli che vogliono disfarsi del cane o del gatto diventato un ingombro li gettano nel di lei giardino.
Lei non ci fa caso. Parla soltanto con i suoi animali non cagando il resto dell’universo manco di striscio.
Odia cordialmente i ragazzini (che, a onor del vero, gliene combinano di cotte e di crude, considerandola alla stregua di una “strega malvagia”) tuttavia tollerava me, una bimbetta tutta ossa e lentiggini.
Oh, si limitava a salutarmi eh, niente di che. Ma almeno non mi inseguiva brandendo la scopa e berciando insulti come faceva con gli altri.
Doveva essere stata una splendida donna da giovane, dietro le pieghe della vita che le solcano la faccia, se la osservi bene, trovi ancora le tracce di un’antica magnificenza.
Lavora l’argilla, creando piatti, vasi, anfore con le sue mani vecchie, callose ed ossute.
Ne sono sempre stata affascinata, in fondo. Anch’io amo gli animali e soprattutto il mio cane Bernardo e i miei gatti che ho raccolto qua e là, nelle miei scorribande avventurose. A casa spesso qualcuno me lo dice: “Non diventerai mica come la vecchia Pisetta, eh?” E tutto questo solo perchè ai bambini fastidiosi preferisco i miei animali? Non sono forse migliori i miei gatti che quei rompiscatole che buttano la spazzatura dentro al cortile della vecchia? E qualche volta ci buttano pure gli animali torturati o morti… ‘sti lazzaroni, crudeli ed incoscenti. Tanto questi sono discorsi oziosi. Magari assomiglio davvero alla vecchia Pisetta, ma la cosa alla fine non mi dispiace.
Ho sempre avuto l’impressione che fosse molto di più di quello che sembra. Magari un giorno lo mostrerà. Magari un giorno davvero si trasformerà in una fata bellissima. Che poi, quei ragazzini, strega o fata, sono sicura che, resteranno sempre dei delinquentelli e non troveranno mai nessuno che li cambierà.

(un grande grazie alla cara MadDog per averla ispirata e scritta… 🙂 )

La strada

In Gruppo di scrittura on 12 giugno 2011 at 21:20

La mattina è livida e fredda. Un giorno come tanti. Ormai da troppo tempo è un giorno come sempre. Il Bambino sembra un fagotto di stracci. Ha un’aria severa, da grande. Non mi stupisco più di non vederlo mai giocare. Torno indietro con la memoria. Non ricordo più nemmeno quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho visto un bambino giocare. Allora c’erano gli alberi e tutto il resto. Il resto… Una pioggia sporca ci penetra nelle ossa. Lui mi guarda aspettando un segno… Andiamo. Con lui non serve parlare. Credo sia nato sapendo già tutto. Credo sia diverso, anzi lo è. Si alza e continuiamo sulla strada.
Non è solo mia l’idea. Mi dirigo verso il mare e non mi chiedo perchè.
Sia chiaro, il Bambino non è mio figlio. Io non volevo figli in un mondo come questo. E’ stato un caso. Faceva la mia strada. Per un po’ mi ha seguito come un cane a distanza. Poi una sera si è messo a dormire con me dietro ad un muro mentre il vento ci gettava addosso tutta l’acqua del creato. Perchè dirgli di andarsene? Lui non chiede mai nulla. Si basta, e io ho bisogno di avere un essere umano da guardare. Ma lui è qualcosa di diverso. Il mondo è morto ormai da così tanto tempo che non ne sento quasi più la mancanza. Però qualche notte sogno. E la luce è dolce in quei sogni e i colori sono vivi. Quando mi sveglio guardo il Bambino. Lui questi sogni non li fa. Lui non sa.
La cosa più difficile è trovare cibo. Nei primi tempi, dopo la catastrofe, e stato più semplice. Bastava andare in città e trovare le riserve nelle cantine o nei negozi. Poi un po’ alla volta anche quelle sono finite. La gente ha combattuto la guerra per la sopravvivenza. In molti sono caduti. In troppi. Le strade sono diventate dei cimiteri a cielo aperto. L’aria insalubre. I muri grigi si scheggiavano sotto la pioggia e il gelo, un nero fuligginoso si scioglieva in ogni dove. La gente ha deciso di andarsene. Dove? Io non so. Verso il mare come se lì ci fosse la salvezza. Sono sopravvissuta solo perchè ero già abituata a vivere di niente. Il mio corpo assessuato non emana nessun richiamo. Vivo di niente e per niente. Poi arrivò il Bambino.
Non ho mai pensato al passato e nemmeno al futuro. Il Bambino mi fa riflettere. Maledico la stupidità del passato e l’inconsistenza del futuro. Ci siamo venduti l’acqua, il sole, la natura e la salute, per cosa poi? Per dei soldi che ci hanno reso più poveri? Io non avevo avuto né questo né quello, ero l’ultima degli ultimi.
Il profilo deformato del Bambino taglia in due la torbida aria fluida che ci circonda. Io respiro a fatica. L’acqua fangosa mi soffoca, mi schiaccia. Il Piccolo invece sembra non farci caso, lui si dirige sicuro verso il mare. Da dove viene il Bambino e dove intende andare? Lui è diverso da me, lo sento dentro. Con i miei stracci mi nascondo la pelle rinsecchita e squamata, pallida come quella di un cadavere. Il Bambino ha una pelle tesa, indifferente, con una consistenza che sembra lamina metallica. Gli stessi riflessi argentei che il buio non rivela. Io sono vecchia e cado a pezzi, ma non me ne frega niente. Non voglio sopravvivere al mondo. E continuiamo sulla strada fangosa e vuota. E il Bambino davanti scivola nell’aria pesante con un guizzo. Io rallento e lui si dimena negli stracci come un animale in gabbia. Il mare è vicino, lo sento dall’odore di marcio nell’aria. Non era questo il suo odore, io questo lo so bene, lo ricordo ancora da quell’ultima volta. Il profilo del Bambino si deforma. Lo guardo ed innorridisco. E’ questo il nuovo che avanza? Digrigna i denti in una smorfia che imita il sorriso. Un ghigno di file di denti senza senso. Ora so. Questo è il futuro.

(raccontino pessimista ispirato dal libro La strada di Cormac McCarthy e dalla questione toccata dai referendum).

MetriCubi

In Blog, Cultura, Gruppo di scrittura, Ironia, La leggerezza della gioventù, Libri, musica on 3 dicembre 2010 at 10:59

Spinoza - Libro serissimo a Metricubi

Come detto in altro luogo, io vivo in una città bellissima, ma ormai composta solo di vecchi. Non posso che ammettere di appartenere a questa categoria, e di aver faticato per resistere qui. Contemporaneamente questa città di vecchi ospita molti giovani: studenti in e fuori sede. E’ bello per noi vecchi, che ci ricordiamo bene cos’è la gioventù, trovarli per le strade e confonderci assieme in qualche occasione felice. Così sabato sera ci siamo mescolati con loro a  MetriCubi. Questo circolo di cui io posseggo la tessera numero 3, è un luogo minimo, più alto che capiente, ma con molta voglia di esistere e di contare. Un circolo ARCI che promuove la cultura giovanile. Gran bella cosa! Perché sapete non è che tutti i giovani guardano solo il Grande Fratello. Qui ci si tira su il morale. Questo è un altro mondo giovanile da quello che viene sfruttato dalla società dei consumi e dalle televisioni commerciali. Insomma sono giovani com’ero giovane io una caterva di anni fa.
Insomma dicevo: sabato io e il mio compagno ci siamo andati, complice l’occasione di accompagnare la nostra amica Galatea ottima blogger che vi doveva leggere un suo raccontino. A parte il fatto che noi due eravamo ovviamente talmente tanto over che non ci saremmo stupiti di essere tenuti fuori per raggiunto limite d’età. Ma si sa che i giovani sono tolleranti, anzi alla porta c’era un amico di mio figlio che non ha neppure voluto vedere le tessere. Bene, è stata una serata brillantissima.  L’associazione Luoghi Comuni presenta il FESTIVAL DELLA PAROLA CREATIVA IN RETE. Come primo intervento c’erano tre “splendidi trentenni” scrittori sul Blog Spinoza – Un blog serissimo (con Alessandro Bonino, Alessandro Clemente “Serena Gandhi” e Emanuele Vannini “Van Deer Gaz”) che presentavano il loro nuovo libro Spinoza – Un libro serissimo. Lettura molto divertente, ma anche che aiuta anche a pensare ad un nuovo modo di prendere le cattive notizie che ci martellano quotidianamente.

L’associazione Luoghi Comuni profilo su Facebook ha promosso anche la partecipazione dei ragazzi della rivista tascabile L’INUTILE Opuscolo letterarioTEFLON dove trovano ospitalità i raccontini di autori giovani ed inediti, nonchè altre attività come la raccolta di libri per le biblioteche delle carceri ed altro.

Ancora la proposta “Resistenza a motore” scritti per bocca, musica e rivoluzione, letti dagli autori nonchè dai ragazzi che gestiscono il blog “Schegge di liberazione“. Qui sale tra gli altri lettori la nostra piccola amica Galatea e racconta della sua nonnina minuta che teneva testa i gerarchi fascisti. Ancora Mitia legge del partigiano morto che ricorda la sua donna, il suo amore. Altri del nonno che nascondeva i figli partigiani dentro il letamaio. Che storie strane, così lontane dal nostro tempo e ancora così vive nei nostri cuori. Confesso che spesso mi sono commossa evitando di guardare lui che avrebbe mostrato la mia stessa commozione.
Contemporaneamente sul palco due ragazzi con contrabbasso e ukulele accompagnavano la lettura intervallando con canzoni di Fabrizio De Andrè, proprio niente male per le nostre orecchie.

Galatea legge il suo racconto

Alla fine la presentazione da parte dell’autrice del libro di racconti “La 128 rossa” di Elena Marinelli.

Una bella serata tra  giovani pieni di idee e di nuove proposte. Chissà come mai mi sono sentita giovane pure io.

Due o tre cose che so di lei…

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 13 novembre 2010 at 7:00

Foto in BN di mia madre

Tutto su mia madre.
La storia inizia ben prima della nascita di mia madre. Come tutte le storie ha radici profonde e nascoste, forse difficili da cercare, ma per parlare di lei non posso che raccontare gli antefatti.
La nonna di mia madre era bellissima ed austera. Era abituata agli agi di palazzo quale dama di compagnia di una nobildonna molto ricca. Viveva tra il palazzo in città e la villa in campagna. Vittoria, chiamiamola così, viveva attorniata da servitori e lacchè, senza sapere cosa fosse la fatica e i problemi di una vita modesta. Sinceramente credo fosse una figlia del popolo, probabilmente consegnata da qualche fattore al Conte perché ne facesse una serva. La sua bellezza e la sua intelligenza fecero il resto. Si sposò con lo stalliere del Conte anzi per la verità era il cocchiere, apparentemente una mansione modesta, ma che richiedeva la fiducia completa del suo Signore.
Il nonno aveva l’aspetto di un re e non sembrava proprio un semplice servitore. Ne conservo una foto, un omino fotocopia del nostro re di allora con i baffoni a manubrio. Non conosco particolari del loro amore, so solo che vissero separati dal loro lavoro e forse anche dalle convenzioni del tempo. La bella Vittoria ebbe molti figli di cui non si curò. Furono affidati alla balia nella villa di campagna del Conte. Questi figli, allevati da estranei, i genitori non li vedevano mai, ma ne subivano la volontà a distanza. C’è una caratteristica nella mia famiglia ed è che in ogni generazione è nata qua e là una femmina di grande bellezza. Una sola, isolata, in mezzo a maschi e femmine diciamo più comuni. Bella così era mia nonna, piccolina e selvaggia come una zingara. Lei era fiera e orgogliosa, ma era stata cresciuta senza l’amore dei genitori e quando s’inguaiò col garzone di stalla e fabbro, mio nonno, visse questo sentimento più come una catastrofe che come un sentimento romantico.
Vittoria fece allontanare Dorotea e mio nonno dalla villa. Forse si vergognava di quello che le pareva una soluzione così modesta e deludente. Si sposarono ed ebbero quattro figli. La prima, figlia della catastrofe, fu mia mamma. Quindi i due si trasferirono nelle campagne più vicino alla città perchè Giuseppe, mio nonno, da ferratore di cavalli passò all’industria pesante, passando ancor prima per la guerra che gli costò il tributo di un occhio. Trovò lavoro in fonderia, in una grossa azienda che produceva armamento pesante. Pure mia madre, giovanissima, ci lavorava tagliando il vetro per l’industria bellica. Venne il tempo della seconda guerra mondiale e mio nonno non fu richiamato perchè invalido, così faticava in fonderia assieme a mia madre che, seppur dall’aspetto fine ed elegante, aveva una forza fisica non comune. Insomma come la madre precedentemente aveva ereditato una bellezza discreta e sofisticata e questo in un paesino di campagna saltava davvero all’occhio.
Mia nonna forse a causa della sua infanzia o solo perchè vedeva mia madre come la causa della sua sfortuna, non aveva per lei un amore materno normale. Per giunta, essendo l’unica delle due femmine appetibile, vedeva in lei la bella figlia da sistemare con un buon partito, cosa che le risultava impossibile con la seconda figlia bruttina, ma comunque lampantemente preferita alla prima.
A volte la bellezza di una donna crea problemi anche dove non sembra. In effetti mia madre veniva angariata dalla nonna per piegarla alla sua volontà. I corteggiatori erano molti, ma le era permesso frequentare solo quelli benvisti dalla madre e dotati di un cospicuo capitale.
Povera ragazza. Lei invece era così romantica. Non voleva un marito coi soldi da sposare senza amore. Lei sognava l’amore e una famiglia e pure dei bambini. Lei amava i bambini. Guardava i figli degli altri e sognava i suoi. Pensava ad una vita piena d’amore, che però nella sua vita non aveva mai avuto. Il nonno non era male, era socialista e pieno di amici, suonava il violino alle feste paesane, ma aveva imparato a rifuggire quella donna che amava e che non sapeva dargli affetto.
Mia madre era la persona perfetta per farne una vittima, persino la sua insegnante delle elementari invece di tenerla in classe ad imparare come suo diritto, le consegnava i due figli da accudire fino a quando non finiva l’orario di scuola.
Forse per questo non aveva molta fiducia in se stessa, e si considerava inferiore ed ignorante nei confronti degli altri. Questo non l’aiutò nella sua vita successiva.
Un giorno mentre prendeva l’acqua alla fontana incontrò mio padre. Lui era appena tornato dalla guerra. Era rimasto lontano per dieci anni, tra militare, campagna di Grecia e Albania e prigioniero di guerra in Germania. Erano vicini di casa quindi alla sua partenza l’aveva lasciata bambina e la ritrovava donna. Lui era più vecchio di mia madre e malgrado fosse considerato un bell’uomo e facesse soggezione, non poteva dirsi un buon partito. In pochi giorni si presentò alla nonna e la chiese in sposa. La nonna non poteva opporsi, era un uomo adulto e senza sfronzoli, con lui si sentiva intimidita. Per tutta la vita lo trattò come se non fosse suo genero. Così mia madre si sposò e si trasferì in città.
Mio padre faceva il ciabattino, lavoro umile anche a quel tempo. Però era bravo e molto capace nel preparare scarpe ortopediche. Era un grande lavoratore, ma poco avezzo a trattare con una donna così giovane e spaventata. Non c’erano gentilezze nè divertimenti per lei, nemmeno nei primi anni della loro vita insieme. Anzi, viveva sotto il giogo della suocera, mia nonna paterna che era piuttosto egoista e manipolatrice. Non fu un bel vivere, e mia madre soffrì moltissimo della convivenza con quella donna che non la poteva soffrire. Quando i miei decisero di lasciare la casa della nonna, mia madre si ammalò. Era stanca e depressa. Non riusciva a dormire e a parlare con la gente. Ogni tanto si sentiva male e io dovevo correre dalla vicina perchè mi diceva che si sentiva svenire e che le sembrava di morire. Mio padre liquidava i suoi malesseri come cose da donne.
Credo che cominciarono lì le mie rivolte contro mio padre. Mia madre non riusciva a tenergli testa. Era debole e lo assecondava sempre anche quando la trattava come se fosse una stupida.
Successivamente mia madre ebbe altri tre figli. Credo che per lei noi fossimo importanti perchè solo con noi riusciva ad essere serena. Ma a quel tempo i figli erano un grande peso. Era una fatica che non poteva condividere con nessuno. Mio padre non le concedeva nessuna agevolazione perchè pensava che quello doveva essere il destino di una donna: lavorare senza sosta per la famiglia. Mia madre era forte fisicamente, ma terribilmente sola. Io crescevo dentro ad una famiglia numerosa comprendendo fin da subito gli equilibri. Dal momento che avevo potuto schierarmi con qualcuno l’avevo fatto. Combattevo una battaglia impari per far riconoscere i miei diritti e quelli di mia madre, ma lei non si schierava mai al mio fianco. Io mi scontravo per renderla più emancipata e per far riconoscere le sue fatiche e i suoi diritti e lei si faceva mettere sotto senza dire nemmeno una parola. Io l’aiutavo a crescere i suoi figli insegnando loro la collaboraione e la parità tra maschi e femmine, mentre mi costringeva a trattarli come faceva lei: in modo disuguale. La cosa che sopportavo meno era il suo ricatto affettivo. Sapevo che non era felice, cercavo di aiutarla per farle migliorare la vita, ma lei mi rifiutava e anzi sviluppava verso di me una sorta di rancore.
Ovviamente non sapeva contrastarmi perchè il mio carattere era troppo forte per lei, ma non sapeva nemmeno abbandonarsi all’affetto se era affetto quello che provava per me. Crescendo si attaccò morbosamente a mia sorella a cui avrei potuto quasi essere madre. Questo lo dico solo perchè era questo il sentimento che provavo verso i miei fratelli piccoli. Li avevo cresciuti in sostituzione di mia madre, che lavorava, e loro mi ricambiavano con un amore quasi filiale. Questo non me lo perdonò mai. Ogni volta che la invitavo a lasciare più indipendenza a mia sorella per il suo bene, mi accusava di essere ingiustamente gelosa del loro rapporto speciale. Credo che fu sollevata quando alla maggiore età me ne andai di casa per vivere da sola. Si riprendeva totalmente lo spazio che forse io occupavo in modo ingombrante. Passarono parecchi anni ed io feci la mia vita indipendente dalla mia famiglia, ma sempre pronta ad intervenire nel caso di necessità. Aiutai i miei fratelli negli studi e raccolsi le loro confidenze più intime. Era inevitabile visto che non ero davvero la loro madre. Se intervenni a loro favore lo feci sempre facendo finta di non intervenire. Un gioco delle parti che non mi piaceva, ma che mi adattavo a fare per tutti loro.
Poi ebbi un figlio mio e mia madre si offrì di tenerlo quando andavo a lavorare. Io lo portai all’asilo nido a quattro mesi. Non ero per niente entusiasta della sua proposta. Poi come succede il piccolo si ammalò frequentemente ed in quei periodi se ne occupava lei. Di questo le ero grata, mi permetteva di non dover continuamente assentarmi dal lavoro, ma in vari modi mi fece sentire una madre snaturata, una donna per cui era più importante il lavoro che il figlio (e per inciso solo del mio lavoro vivevo), cercò di allontanarmi da lui manipolandolo. “Vero amore che vuoi restare dalla nonna? Che ti fa dei buoni manicaretti? Lascia andare la mamma che è stanca e che domani deve andare a lavorare. Tu dormi bene a letto con la nonna vero? Tu mangi con la nonna vero? Tu sei più buono con la nonna vero? Fai ciao ciao alla mamma!!!”
Per quanto tentassi di farle capire che si comportava in modo sciocco, senza offenderla frontalmente, lei continuava il suo gioco al massacro. Per fortuna passarono gli anni e mio figlio, molto presto mi chiese di lasciarlo a casa da solo piuttosto che farlo andare da mia madre. Mi diceva: “Ti prometto che starò buono e tranquillo purchè tu non lo dica alla nonna che sono a casa da solo.” Forse nemmeno a lui piaceva quella critica velata sul nostro modo di vivere ma soprattutto sul mio.
Per mia fortuna e per carattere il contributo di mia madre alla mia formazione è stato non troppo invasivo. A lei mi lega comunque affetto e stima e il tempo ha anche stemperato le nostre difficoltà. Oggi che è rimasta vedova e non ha più costrizioni si è resa conto che io l’avevo aiutata a prendere coscienza di molte ingiustizie che subiva dagli altri e che l’ho pure supportata scontrandomi duramente con mio padre. La cosa incredibile è che oggi riesce a confidarsi con me come se fossi una sorella maggiore. “Lo sai, mi vergogno dirlo, ma la morte di tuo padre mi ha sollevato di un peso.”
Questa frase è terribile, lei lo sa e sa pure che sono l’unica che la può capire. Ma quella del padre è un’altra storia che racconterò in un altro post.
Oggi le voglio bene e le perdono di non essermi stata madre o almeno la madre che volevo, ma come si sa bene, egoisticamente tutti valutano più quello che hanno dato di quello che hanno ricevuto ed io non faccio differenza purtroppo. Lei ha dato tutto quello che poteva dare e forse io non ci sono riuscita appieno.

Quando si smette di sentirsi figli?

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 16 ottobre 2010 at 19:19

Ci avevo parlato a lungo. Era il suo compleanno e come sempre le avevo mandato una pianta fiorita. Quella data non la ricordavo per il suo compleanno, era solo che cadeva lo stesso giorno del compleanno di mia figlia. Lei non era mia figlia, non ne aveva nemmeno l’aria e neppure l’età. Ormai era una donna adulta che stava velocemente sfiorendo nelle nebbie delle malinconie e della solitudine. Io ci pensavo a lei solo una volta all’anno e solo perché volevo bene al padre. Ed era di lui che si parlava.
Il padre era un uomo eccezionale, intelligente, colto e attento con gli amici. Generoso, di una generosità rara e sensibile. Pronto a darsi nel momento del bisogno e a ritirarsi quando la vita lo richiedeva. Erroneamente pensavo che per lei fosse un esempio, qualcuno a cui essere grata e da ammirare. Lei mi diceva che suo padre non si era mai occupato di lei e che l’aveva lasciata sola quando era una ragazzina e di questo non lo avrebbe mai scusato. Tanto era forte questo rifiuto che quando, alcuni anni dopo, fu avvisata che suo padre era in punto di morte lei non si presentò e gli mandò a dire che ormai l’aveva perdonato.
Ma torniamo al giorno del suo compleanno. Io la storia di questa donna la conoscevo. Conoscevo le ragioni per cui il padre aveva dovuto lasciare sua madre e la figlia e pure il fatto che non appena lui se ne andò, la madre ricoverò la ragazza in una casa di cura per malattie mentali. Il padre appena saputo la cosa, andò a riprenderla e se la portò a casa propria dove fu allevata con il suo amore e quello della sua nuova compagna.
Lei continuava a raccontarmi la “sua” versione della storia e mi diceva che sua madre si era trasferita da poco nella città e che lei sognava che suo padre e sua madre si fossero di nuovo incontrati e che fra loro si fosse instaurato un rapporto affettuoso e complice, quello che avrebbe dovuto esserci tra due persone che avevano avuto una figlia assieme.
Inutilmente tentai di farle presente che a prescindere dai figli, a volte, i genitori non riescono a stare insieme. Che a volte viene a mancare l’amore, quello fra di loro s’intende, mai quello verso i figli, E poi pensando che comunque lei non era più una bambina, ma una donna di 43 anni, cercai di spiegarle che mi sembrava un comportamento molto infantile e immaturo. La mia convinzione è che arriva un momento nella vita in cui un figlio diventa responsabile di se stesso. Insomma un momento in cui i genitori hanno bisogno di te e tu invece non hai più la necessità della loro attenzione. Perché arriva un momento che ci si sente meno figli e si diventa madri e padri dei genitori stessi. Forse un discorso poco chiaro, soprattutto per chi come lei, pur essendo una donna matura aveva le rivalse di una dodicenne.
Ma allora e dopo di allora, mi posi spesso la stessa domanda: “Esiste un momento preciso che si smette di sentirsi figli e si diventa uomini o donne adulte?” Ci penso guardando anche mia figlia che è rimasta orfana di padre da bambina. Lei, ormai grande, mi guarda e si informa di me come se fossi io la sua figlioletta scapestrata. Si preoccupa della mia salute e se ho qualche necessità. Mi fa ridere questa sua protezione prematura. In fin dei conti non sono ancora decrepita e vivo una vita lavorativa e piena di interessi, viaggio e sono in grado di gestire dignitosamente i miei affetti. Eppure lo so che la mia piccola è già diventata donna e percorre la sua strada senza paura. Spero solo che la vita non la metta in difficoltà e che, un giorno, non debba accorgersi con angoscia che ha ancora troppo bisogno di me.

Altre considerazioni su: sessualità e finzione

In Donne, Gruppo di scrittura, uomini on 2 luglio 2010 at 9:11

Ecco il contributo di Mario alla discussione sulla “finzione e  sessualità”.

Alcune prime frettolose considerazioni, anche se riterrei più opportuno che gli interventi di Bruno diventassero direttamente un post senza prima essere commento. Naturalmente queste sono redatte prima di qualsiasi altro contributo cioè subito dopo la lettura del post di Bruno. E’ questo un limite del “dialogo” in rete: la sovrapposizione delle “tesi”. Aggiungo solo che solitamente non mi fermo troppo a restringere il mio pensiero ad un condizionamento troppo personale. Guardo e ascolto e non mi limito ai miei limiti ed ai miei vizi. Se dovessi giudicare la mia situazione direi che “sono felice”. Per quanto concerne la mia compagna sta a lei testimoniare. Farei un sopruso se parlassi per lei.
Finalmente, grazie a Bruno, si è cercato di limitare l’ambito di discussione a “la finzione” ovvero al detto e no all’interno dei rapporti di coppia (e parlo di coppia e non di uomo/donna non a caso). Certamente la “letteratura” è un ambito nel quale si può fotografare la realtà. Se non possiamo avere una fotografia del reale lo possiamo almeno simulare, possiamo avere un idea realistica. Quella vera, la realtà, credo non esista. Così comincio a cercare chiarezza su alcune domande poste, giustamente, da Ross.
Ma la letteratura ha le sue regole. E’ per quello che alla fine se il letterato viene smascherato perché cerca di fare il lavoro del saggista/ricercatore è costretto a nascondersi dietro il paravento: “è solo letteratura”. Ogni ambito/ambiente ha le sue regole, di questo (cara Ross) non puoi non tenerne conto. Ricordo che il medium è il massaggio (ma anche, in qualche modo, il messaggio). In un saggio o in un convegno si annuncia e affronta un problema, diventa una cosa in qualche modo “estraneata”; sociale. Ma soprattutto per certi di una certa generazione anche il privato è politico. In letteratura lo si lega ad una singola vicenda, ad un fatto personale, ma estraniato dal contesto di una vicenda di un altro, nel mondo “fatato” della fantasia. Quale sia l’ispirazione che ne detta il contenuto. In una discussione da bar tutti (e per tutti intendo uomini e donne ma soprattutto i maschietti) prendono le distanze per liberarsi da coinvolgimenti e contaminazione. Per questo i i protagonisti del tuo post nella realtà avrebbero spiegato di essere tutti dei “Siffredi”.
In verità questo conta poco in quanto l’interesse è affrontare il problema e i suoi snodi. Ci potremmo limitare ad immaginare cosa maschi possano dire come affermazioni di principio anche se poi non sono, nella realtà, conseguenti alle stesse. Chi mai è perfettamente conseguente alle affermazioni che fa? Ci esentiamo spesso dai nostri stessi propositi (le regole valgono per gli altri); ammettiamolo. Inoltre si suppone che parte degli uomini la cui donna si trova a fingere non ne siano consapevoli e coscienti. Direi anzi che si dovrebbe lavorare primariamente al fine di raggiungere per approssimazione un linguaggio comune. Nelle pieghe di un lemma si nascondono sempre tante sfumature che conducono ad interpretazioni diverse. Dovrebbe cioè cercare una comunicazione il più possibile neutrale e “veritiera”. Liberata, per quanto possibile, dalle interpretazioni “ideologiche”.
Credo che vicino alla radice del problema ci sia la negazione (storica) di una sessualità per la donna. La vergogna del piacere. E purtroppo la causa non è solo morale, visto che questo è riscontrabile in società diverse e in tempi diversi. Ricordiamo che ci sono “costumi” per cui viene limitato o negato, come atto sociale e/o religioso, il piacere alla donna. Sembra, pare, è quasi certa, la presenza di una considerevole percentuale di donne che non vengono a conoscenza del piacere cioè dell’orgasmo. Allora a monte del discorso dovrebbe esserci una “letteratura” che si occupa de IL PIACERE. Dall’altro verso è pur vero che si è cercato di configurare la donna come l’oggetto del desiderio. Questo pare significare che quel desiderio, cioè il piacere è maschio; eppure…
A questo punto mi sembrano due facce dello stesso problema che la donna neghi di conoscere/frequentare il piacere e che l’uomo neghi di avere problemi a condurla al piacere. Per quanto sopra quasi sempre l’uomo ne è esentato perché “il proprio piacere è il piacere della coppia”. Pare una battuta solo cinematografica che chieda alla partner “ma ti è piaciuto”? A parte il fatto che la risposta dovrebbe trovarsi evidente, vi è sotteso una insicurezza più che latente. Ma anche questo è altro. Resta il fatto che più spesso di quanto si pensi (e per varie problematiche) sono presenti nelle coppie difficoltà nel condursi per mano al piacere.
Spesso ho sentito donne parlare del proprio piacere (non ne parlano con facilità), anche se legittimo, come se stessero cospirando, se quel dialogo appartenesse ad una sfera eversiva, se confidassero un grande segreto che ha valenza di scardinare “l’ordinamento”. Ma anche nel loro caso la maggior parte delle volte si cercava, in un qualche modo, di esentare il partner. Certo alcune considerazioni ci porterebbero ad evadere. Ci costringerebbero ad intervenire sul tema dell’uomo e del suo doppio. Della maschera. Di quello che è e di quello che appare. C’è ed è evidente quella “zona di silenzio”. Un gioco di ruoli. Una rappresentazione di parte.
Si potrà obiettare che nelle vicende di coppia non c’è solo il piacere. Certo non amo il brodo, se poi è freddo… Visto che ogni uomo sostiene di governarlo. Di averne diritto. Fortuna vuole che sembra che lentamente ci stiamo avviando al riconoscimento dei diritti delle donne. Persino al diritto di decidere sul proprio piacere anche all’interno di una coppia; almeno a livello normativo. Solo che le norme non volgono quanto le consuetudini. Solo che spesso all’interno vi è una cavia, quando non una vittima. E che la donna ha imparato magistralmente l’interpretazione del ruolo di vittima. Chi non ha conosciuto il piacere difficilmente dirà che almeno si aspettava qualcosa di più, almeno di diverso. Chi ne viene frustrata raramente lo ammetterà al partner; spesso nemmeno con gli altri.
E’ un classico delle giustificazioni quel “E’ la prima volta; non mi era mai successo”. E la successiva risposta “non ti preoccupare”. Forse sarebbe più opportuno un invito a preoccuparsi. Certo vorrei sentire Ross perché per un fatto “ormonale”, ovvero di genere, mi sono sempre trovato dall’altra parte del problema. Vorrei sentire lei e/o la voce di altre amiche che so che ci leggono. Ammetto, anche se non amo parlare di me, ma questo non è un atteggiamento dettato dal pudore, di aver rifiutato anche una comoda finzione. Ma dovrei parlare di una donna il cui ruolo era inteso solo come finalizzato a figliare. Qui entriamo nel privato e forse nella singolarità. Lei non può ribattere. Eppure anche questo non lo credo un caso limite né abbastanza isolato. E’ la donna stessa che si nega al piacere. In questo caso temo che la finzione sia con sé stessa e nel raccontarsi che ne può fare senza, fino a convincersene. Qui non siamo più in letteratura, siamo senza ombra di dubbio nella psicoanalisi.
Ricordo che io vorrei occuparmi solo di scrivere prosa (magari prevalentemente, perché certe passioni si son fatte più tiepide). E’ giusto che siano altri, più giovani, a cambiare il mondo, io ci ho provato (nel piccolo mio) e non ci sono riuscito. Il problema, ed è problema di questi giorni, deriva anche da quello che ci raccontiamo, se siamo persino disposti a negare una palese evidenza. Il silenzio è quel vuoto nel quale noi siamo migliori. Io sono instancabile (come fosse solo una questione di tempi). La natura è stata benigna con me; chi lo nega ha evidenti problemi di vista. Si può ricorrere al silenzio nel quale nascondersi ma allo stesso modo ci si può nascondere in un mare di parole.

Lilly, ma siamo matti?

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 11 febbraio 2010 at 14:34

Non ricordo chi ce l’avesse consigliata. Mica ce l’eravamo cercata noi. Era stato che qualcuno ci aveva detto che conoscevano una signora che poteva aiutarci a tenere casa. D’altra parte tutte e due si lavorava. Era difficile dividersi i compiti anche se,  per fortuna, essendo femminucce tutte e due, i compiti si potevano spalmare ugualmente senza divisione di genere.
Roby però non aveva doti per la casa, lei dedicava il suo tempo libero a lavori di bricolage e a costruirsi mobili, la vedevi con colla, sega  e trapano in mano e le sue tute jeans dalle mille tasche impolverate di trucioli di legno. Io, d’altra parte, avevo una certa propensione per rifornire il frigorifero e una certa fantasia nel cucinare e in questo modo almeno  si provvedeva al minimo vitale.
Tutto il resto era carente. Scopare, lavare i pavimenti e i vetri di casa, pulire il bagno e rassettare le nostre camere era davvero degli optional ai quali non ci dedicavamo mai.
A questo punto, prima di soccombere sotto la polvere di legno e i piatti da lavare, decidemmo di chiamare Lilly.
Se avevamo pensato di risolvere i nostri problemi contingenti, era stata  una pia illusione. Lilly era una cosina sgangherata, di età indefinibile, capelli biondi cotonati, un visetto avvizzito che forse mille anni prima e  milioni di sigarette fa avrebbe potuto essere piacente, gli occhi erano semichiusi dal peso impossibile del trucco e la sua bocca rosseggiava in tutte le direzioni. Aveva una voce roca come se tutte le sigarette fumate vi si fossero aggrappate senza pietà. Appena entrata non fu un bel vedere, ma la cosa che ci preoccupò era quello che avrebbe saputo fare per noi. Infatti quel tipo di lavoro non l’aveva mai fatto, ma su questo ci si poteva passar sopra, solo che ci spiegò subito quali altre “qualità” aveva. Ci disse che era ragazza madre di un ragazzino minore, affidato alla mamma di lei, che non la voleva neanche sentir nominare, ci disse che soffriva di crisi depressive, che era stata alcolizzata e che soffriva di etilismo, che viveva nella sede dell’ex manicomio della città che ora era diventato sede provvisoria del Centro d’ igiene mentale, in via di smobilitazione, da dove lei non aveva voluto uscire in quanto impossibilitata a convivere con la madre e il figlioletto. Sia chiaro che io e Roby non avevamo nessun tipo di pregiudizio al riguardo, o almeno di questo ci facevamo vanto, con questi presupposti non avremmo mai rifiutato la sua collaborazione, anche se a dirla tutta, non sapevamo ancora a cosa mai saremmo andati incontro.
Lilly “puliva” la casa, se mi passate il termine, tenendo sulla mano libera la sua immancabile sigaretta, distribuendo la cenere, qui è là, senza porre in questo delle preferenze. Lei non sapeva fare due cose contemporaneamente, quindi se parlava e lo faceva in continuazione, non lavorava. Come spesso succede nella mia vita, aveva eletto me come sua confidente e pertanto mi andava raccontando le sue storie e i suoi problemi come se fossi la sua terapeuta personale. Così, per il mio benessere mentale,  presi l’abitudine che quando veniva lei, se potevo, io restavo in ufficio a lavorare. Almeno avevo la speranza che la casa ne trovasse beneficio o forse tentando solo di levarmi delle responsabilità. Roby riusciva ad evitare le sue confidenze tenendo un atteggiamento scostante, cosa che non le era difficile, perchè era davvero timida e scostante. In effetti non so se le pulizie venivano fatte, ma certamente venivano consumate dosi astronomiche di detergenti. Ma la cosa più complicata erano le sue improvvise telefonate, a tutte le ore del giorno e della notte, per farmi partecipe delle sue crisi depressive. Roby ridendo mi canzonava chiamandomi “telefono amico”, ma non aveva nemmeno lei il coraggio di dirle che forse forse avremmo dovuto lasciarla a “casa” perchè non avevamo più bisogno di lei.  Eravamo proprio in un pasticcio, non potevamo mandarla via, salvo apparire delle megere senza cuore. Così continuava il pseudo posto di lavoro di Lilly, così il nostro appartamento prendeva sempre di più l’aspetto di un vascello fantasma sbattuto dai venti. Guardandola in modo ironico, a distanza di decenni, la storia di Lilly era talmente bizzarra che se non fosse che temevo per la sua privacy, mi sarebbe riuscito comporre una pièce per il teatro dell’assurdo. Un giorno successe l’irreparabile: Lilly raccontandomi che da giovane era stata anche una ballerina classica, con in mano uno spray per lucidare i mobili e nell’altra la sua solita sigaretta, era salita sopra il tavolo della cucina e spruzzando, in dosi massicce, la cera sul lampadario, aveva accennato ad alcuni passi di danza. Si sa che solo quel “pazzo di Pablo” può ballare incolume sopra il tavolo mentre la “pazza Lilly” non riusci a passare la prova e  fortunatamente riuscii ad afferrarla al volo mentre stava per cadere. Lo so, quella volta non sono stata politicamente corretta, non ditemelo anche voi per farmi sentire ancora oggi in colpa,  quel giorno la presi da parte e le dissi che ci dispiaceva ma  io e Roby dovevamo partire per un viaggio in Africa e che non sapevamo né quando né se saremmo ritornate, sapete come sono le organizzazioni umanitarie… si parte, ma non si sa quando si torna. Le dissi che mi dispiaceva proprio, ma non avevamo soldi a sufficienza per tenerla a lavorare per noi. Lei ci restò un po’ male, ma alla fine ci disse che comprendeva il problema, che eravamo delle brave persone e che ci ammirava molto, per quello che facevamo, e che pensandoci bene anche lei era una brava persona, che amava il prossimo, pertanto, non ci sarebbe stato un posticino per farla venire con noi? Credo di aver provato in quel momento l’attimo di peggior imbarazzo della mia vita, sia per la frottola raccontata ad una persona di quel tipo sia e sopratutto per quello che le dissi successivamente sbottando: “Eh no Lilly, non si può, ma siamo matti”?

La casa buia

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, musica on 25 gennaio 2010 at 15:42

Era la sua casa, quella che tanto le era costata in sacrifici. Lì aveva vissuto con suo marito, almeno per il tempo che aveva potuto… lì era nato il suo bambino, lì era diventato uomo. Dentro a quella casa tutti i suoi ricordi. Quello che aveva raccolto nei viaggi, quello che abbelliva la memoria , quello che a lei piaceva. Era una casa che ne aveva viste di cose: belle e brutte. Ma era la sua casa, la loro casa. Scintillanti feste di Natale con l’odore del pino che si scaldava al centro della stanza e quelle divertenti fatte di musica e risate di Capodanno. Cene sul terrazzo d’estate, luci accese fino a notte fonda, tante parole e tanti pensieri. Era stata anche il ritrovo di torme di ragazzini. Tutti sapevano che a casa di Carlo era possibile andare a rifugiarsi, che il frigorifero era sempre pieno e un letto sempre pronto. Lei non avrebbe messo il naso nelle loro cose, lei era una mamma diversa, non si intrometteva mai, stava in disparte a guardare.
Quella casa era stata luce ed allegria. Aveva sentito pianti e risa di bambini. Aveva ospitato. Aveva accolto. Aveva racchiuso anche un barlume di felicità. Ora Carlo aveva un’altra vita in un’altra città. Ora lei era sola ed era spaventata di quella grande casa buia. Non che Guido la tormentasse con il suo ricordo. Quella casa, da quando lui non c’era più, aveva scacciato la sua presenza. Lui non era stato più e basta. Strano che non sentisse la sua mancanza. Strano che quella casa l’avesse protetta anche dai ricordi più dolorosi. Poi la vita era corsa troppo velocemente. Lei aveva dovuto accantonare la solitudine per riuscire a sopravvivere. Ora era sola, finalmente sola, definitivamente sola. Guardava pensosa la finestra del terrazzo, la tenda leggera smossa dalla brezza primaverile e dietro di essa la notte. Strana riflessione le procurava vedere quella profonda notte stellata che alla fine era meno buia della sua stessa casa. Allora aveva profondamente capito cosa fosse l’abbandono.
Nel buio della notte aveva deciso. Se ne sarebbe andata via, avrebbe lasciato quella casa buia per sempre, sarebbe finalmente partita per un viaggio verso oriente dove sperava di incontrare la gioia e la luce di un eterno nuovo mattino.

Troppa felicità

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria, uomini on 23 gennaio 2010 at 13:05

Non capiva le ragioni del suo malumore. Certo, a pensarci bene, faceva sempre parte del carattere burbero che lo aveva accompagnato tutta la vita. Aveva voglia di scherzare con gli altri, ma mica sempre riusciva a farglielo capire. Qualche volta addirittura era lui il primo a non riuscire a credersi.
Certo che la sua vita era cambiata negli ultimi tempi. E cambiata in meglio, anzi sembrava un sogno. Vuoi mettere quando si era trovato sulla strada senza un soldo in tasca e senza più un tetto sulla testa? Non che con Claudia la vita fosse stata un ballo di carnevale, ma per un po’ era andata bene, mica aveva niente da rimproverarle. Non che Claudia comunque fosse il suo ideale di donna, era carina e si dava da fare, ma alla fine si era stufata di tentare di piacergli e di fare le cose che voleva lui. D’altra parte a lui era rimasta nel cuore Veronica. Forse glielo aveva anche fatto capire, a sua moglie, ma per fortuna lei non era gelosa e poi Veronica chissà dov’era finita. E lui quel cuore glielo aveva dedicato, ma come si dice sempre: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e la vita comunque andava avanti e lui la vita la voleva vivere.
Poi era successo. L’aveva trovata sul treno per Roma. Certe cose non si possono prevedere. Ci aveva sperato certamente e poi, senza averlo premeditato, avevano prenotato, su quel treno, il posto uno di fronte all’altra.
Casi della vita. Ritrovarsi dopo più di venti anni che non si vedevano. Che emozione. Lei era cambiata, ma lo era pure lui per questo. Non era più il fiore delicato che lui aveva avuto tra le mani. Ora era una donna matura e sensuale, ma anche se cambiata restava sempre il suo sogno, e lo era, comunque, malgrado Claudia. Aveva provato un po’ di senso di colpa, quel tanto che bastava a farlo sentire un verme, ci si sente così quando si è sicuri di comportarsi male, quando si sa di far soffrire qualcuno, ma alla fine sapeva che non avrebbe ascoltato niente e nessuno. Lei era lì e lui poteva dissetare la sua sete alla fonte o almeno avrebbe potuto tentare di farlo. E la fonte era stata generosa, aveva quietato volentieri la sua sete. Malgrado il tempo passato erano ancora gli amanti che erano stati e lui non voleva tornare indietro. Veronica era ridiventata il centro del suo mondo e lui non avrebbe potuto farne a meno, neanche l’avesse voluto.
Per questo Claudia, ad un certo punto, gli aveva buttato in strada due borse di biancheria infilate alla rinfusa e aveva cambiato la serratura di casa.
Era stato difficile quei primi tempi, ma lui aveva ritrovato la donna amata, il suo sogno da sempre e il nuovo inizio del loro amore era stato travolgente ed intenso. I loro giorni e le loro notti erano teneramente e appassionatamente indimenticabili. Lui aveva ripreso a lavorare di gran lena per creare un nuovo paradiso per loro due. Le cose andavano bene, anzi benissimo. Ora era davvero felice. Una sola cosa rovinava il loro accordo, ed era lui, cominciò a chiedersi dove li aveva passati quei vent’anni la sua Veronica. Non è che lei non fosse generosa di particolari, ma a lui non bastavano mai. Voleva sapere e più sapeva più non gli bastava e più non gli bastava più si adombrava. Non che Veronica fosse stata a rigirarsi i pollici. Lei aveva sempre vissuto intensamente, aveva viaggiato, aveva conosciuto gente, cambiato partners, lei era libera e non si creava problemi. Mica come Claudia che si poneva problemi per tutto e per tutti. Non ti dico poi sui giudizi della gente o sui doveri che riteneva di avere nei confronti dei familiari. Una noia mortale. Ma anche quelli erano valori. I suoi. Chi era lui per giudicare? Era stata una brava moglie e una compagna paziente. Niente di eclatante dentro al letto, ma era un’abitudine rassicurante a cui difficilmente aveva rinunciato. In fin dei conti, quando si comincia ad invecchiare, fa piacere trovare un porto sicuro e delle acque chete ad accoglierti.
Ma lui era felice, come aveva sempre sognato di essere. E tutto nella sua nuova vita era estremo ed elettrizzante. Ma ora erano iniziati i suoi malumori. Si sentiva stanco e stressato. Dava la colpa al lavoro che lo prendeva troppo. Veronica era spesso assente e questo lo infastidiva, ma quando tornava era una gioia degli occhi e del cuore. Eppure a lui il malumore non passava. Pensava spesso ai suoi libri che aveva lasciato nella sua vita precedente. Aveva nostalgia della sua musica e dei suoi amici del biliardo che si trovavano al solito bar. Pensava spesso alle domeniche davanti alla TV a vedere la domenica sportiva. Adesso con Veronica erano uscite per il cinema e per cenette al lume di candela. Avrebbe dovuto essere felice, molto felice. Tutto era come aveva sognato. Era il suo sogno che si era realizzato. Eppure il malumore lo rendeva nervoso e rispondeva in modo urtato alle gentilezze di Veronica. Lei ci stava male e chiedeva perchè. D’altra parte cosa gli avrebbe potuto raccontare? Nemmeno a lui era chiara la cosa. Era lei la luce dei suoi occhi, ma di notte, quando la teneva tra le sue braccia, riusciva solo a chiamarla “Claudia, unico amore mio“.

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