Mario

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Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

Ferri da calza e ciuffi di prezzemolo…

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Donne, Economia, Informazione, Pietas, politica on 8 gennaio 2012 at 0:13

E siamo tornati nel medioevo futuro.
In mezzo alla distrazione generale e alle giustificazioni più becere, stiamo tornando indietro di decenni, sia nei diritti civili che in quelli sociali, per non parlare poi dei diritti del lavoro.
Tutto si giustifica, soprattutto se le ragioni toccano le tasche di chi ha interessi finanziari da difendere, oppure se si applicano regole e strettoie create da chi, queste regole le detta per mere ragioni di scarsa apertura mentale ed umana.
Le ragioni di queste riflessioni, oltre alle notizie che quotidianamente ci tempestano, relative alla contrazione sempre più acuta dei diritti dei lavoratori, a favore di un maggior arricchimento di chi i soldi li aveva prima ed oggi, che la crisi impazza, ancora di più ne ha, ce ne sono altre che sempre di più si ripetono e che ci lasciano con l’amaro in bocca e il veleno nel cuore.
Oggi leggevo: Tornano gli aborti clandestini e mi chiedevo cosa mi fossi persa di questa nuova Italia che si rattrapisce su se stessa e perde, ogni giorno, sempre di più, in dignità e qualità umane.
Non siamo più un paese dove si investe sull’educazione e sulla prevenzione, ma siamo diventati un paese di divieti e burocrazie assurde, di ostacoli alla civiltà e al progresso. Meglio riportare le donne (perdute?) melle mani delle mammane o negli incubi di una medicina “fai da te” piuttosto che investire su una assistenza e una prevenzione, atta a far crescere una Nazione di donne, autodeterminate, libere, mature e pronte ai difficili passi e alle complesse sfide del futuro.
L’articolo prende il volo dosandoci una generica raccolta delle evidenti difficoltà che una donna “ingravidata” incontra nella sua volontà di decidere del suo corpo e della sua condizione. Qui non si parla più di diritti minimi garantiti, qui si lascia tutto in mano ai consigli di ciarlatani o di persone che per il loro interesse abbandonano le donne di fronte a decisioni assolutamente dolorose e a volte davvero non volute.
Non parlo evidentemente della terribile vergogna che prova una donna ad abortire, ma di quella che non prova il medico dissenziente che non assiste, nelle strutture ospedaliere pubbliche, donne in difficoltà, con grande bisogno di aiuto e in condizioni psicologiche molto fragili.
Ma d’altra parte tutto ormai si giustifica e si autoassolve.
Un mio amico neuropsichiatra, con la sua schietta toscanità, ogni volta che viene interpellato per spiegare scientificamente, cosa la psichiatria potrebbe fare per l’aumento dei suicidi nella categoria degli over quarantenni, nel momento che si trovano licenziati e fuori dal mondo lavorativo, risponde andando su di pressione: “E a me lo chiedete??? Io non ci posso fare una mazza di niente. Volete che non si ammazzino? E allora dategli un lavoro!” E ci aggiunge pure un “Coglioni!!!” con una bella C aspirata che gli viene proprio da Dio.
Ecco, così la penso pure io: volete che le donna vivano la maternità in modo sano, cosciente e ragionato? Dategli una preparazione e una conoscenza del loro corpo e sui metodi per avere figli voluti e senza pericoli. Dategli un’assistenza ospedaliera sicura ed umana e una protezione certa e nessuna donna morirà più di ferri da calza e ciuffi di prezzemolo, anche se oggi si chiamano con nomi più fantasiosi ed esotici.

ReLOVEution

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani on 17 ottobre 2011 at 10:02

Avrei voluto essere a Roma ieri perché credo sarei stata me stessa, mi sarei sentita viva. Ho avuto questa sensazione dentro di me tutto il giorno, sentivo che il mio posto era lì, con voi e con altre 300mila persone circa. Invece sono stata alla laurea di un’amica. Quegli avvenimenti a cui non si può mancare, un po’ di circostanza forse. Non è la prima volta che mi sento così, un po’ fuori posto, un po’ fuori rotta, o semplicemente “fuori”… Perché il “dentro” è studiare per laurearsi bene, in tempo, e trovare lavoro per mantenersi e prendersi una casa con marito e fare dei figli con i quali sentirsi tutti una famiglia.

Così va la vita, dicono.

Dicono appunto, io non lo credo e i fatti me lo dimostrano.

Ha senso studiare per laurearsi se poi un futuro dietro ad una laurea non c’è? Ha senso farsi il “culo” (a volte per niente perché imparare le cose mnemonicamente non credo abbia senso e spesso all’università così è richiesto) per un’incertezza? Nemmeno il più scarso economista (visto che il mondo sembra girare esclusivamente intorno ad interessi economici) farebbe un investimento alla cieca senza la certezza di un minimo profitto.

Ieri la mia amica è stata bravissima nel portare a termine il lavoro che le era stato richiesto, ha fatto un’esposizione di tesi eccellente e ha ricevuto anche i miei complimenti perché le voglio bene.

Ma dentro di me pensavo a come e su cosa si stesse discutendo: parole al vento su tesi obbligatorie che portano a conclusioni di certo spesso non banali ma sicuramente teoriche (almeno nel campo della ricerca in biotecnologie sanitarie, l’argomento della laurea) quando le questioni, o meglio le argomentazioni io credo debbano essere ben altre.

E’ appunto di futuro che si sta parlando.

Quando mi volto, alle mie spalle vedo solo “cemento” che non fa traspirare, che mi ostruisce ogni passaggio, che mi toglie l’aria. Vedo violenze senza senso o forse con l’unico senso di far passare un messaggio di provocazione e timore come negli scontri di ieri, con l’unico scopo di creare panico e l’incertezze che rendono l’uomo più debole su tutti i fronti. Vedo persone a me care che vanno in cassa integrazione quando per anni hanno svolto diligentemente il proprio lavoro, quel lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente. Vedo gente senza amore che costruisce sé stessa sulla disperazione degli altri, vedo debiti pubblici alle stelle che non si sa come sanare mentre politici inadatti rimangono incollati alle (im)proprie poltrone dorate, lasciando il Paese allo sbando, senza curarsi delle conseguenze.

Avrei voluto essere a Roma per sentirmi parte di un tutt’uno, per far parte di un “oceano” credo migliore, ma non posso esserne certa.

So per certo però che tutte quelle persone in corteo, tutte quelle energie riunite hanno creato un flusso ricco di pensieri di cambiamento globale e di ReLOVEution (mi piace molto questo termine), un’onda di speranza.

L’oceano che per esempio non ho mai ritrovato in discoteca dove dovrei andare stasera, in cui vedo solo tanti corpi vuoti a ballare una musica sconnessa, che ha poco a che vedere con me.

Io voglio essere connessa, voglio entrare in frequenza, voglio far parte di questa spirale in crescita, sono avida di crescita, di novità, di libertà, di sapere, di entusiasmo, di musica, ma di musica “giusta” però!

Oggi ho parlato per ore con i miei facendo una sorta di comizio, in auto, mentre stavamo andando a pranzo in un agriturismo in quel di Vicenza per il compleanno di mia zia.

Non dovevano interrompermi e non l’hanno fatto perché credo abbiano capito che in quello che dicevo c’erano la mia anima, la mia mente e il mio cuore. Ho spiegato loro che c’è già chi mi “ruba” o meglio mi annebbia il futuro, non mi serve anche chi mi soffoca la libertà. C’era un film che diceva “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”, ebbene credo sia tutto collegato.

Speranza, libertà, futuro, non sono solo 3 belle parole da circostanza che ci stanno sempre bene, non sono una sorta di libertè, fraternitè ed egalitè stampate su una moneta a cui più nessuno fa conto, o un semplice traguardo di “resistenza” non contestualizzata nei vari periodi storici, e che vanno bene anche ora. No, sono ben altro. Sono dei pilastri, le fondamenta sulle quali pretendo si appoggi la mia di vita, che mi permettono di non affondare. Non si affonda solo fisicamente, credo che la morte psichica o quella delle idee sia ben peggiore… essere quella che non voglio, non riuscire ad essere me stessa, tutte queste circostanze potrebbero essere la pesante incudine che mi porta sul fondo. Una scelta obbligata potrebbe essere quella di liberarmene prima che sia troppo tardi.

Non dimentico che i cambiamenti spesso richiedono sacrifici e a me non sono mai piaciuti gli out-out per cui ho provato a far capire loro che preferirei evitare tutto ciò. Spero abbiano capito.

Lasciatemi il mio coraggio di sognare, fatemi credere ci sia la possibilità di un mondo migliore!

Se non volete sia il vostro mondo quello sul quale operare dei cambiamenti non è un problema mio, non è detto però che non possa esserlo il mio, come anche il tuo Franca, quello di Mario e di tutti quelli che sono arrivati a Roma per manifestare pacificamente.

Ho rivisto la solita ansia di mia madre nella tua preoccupazione di ieri, mi sono decisamente riconosciuta in tuo figlio.

Ma mi rendo anche conto che l’amore di madre sia sempre presente e sia un legame fortissimo che a volte se mal intrapreso possa creare dei problemi.

Grazie per la tua testimonianza, di certo comunque non è finita qui…

Un abbraccio,

Francesca

Quattro chiacchere sul lavoro

In Disoccupazione, Economia, Giovani on 6 settembre 2011 at 22:45

E’ sempre più difficile parlare del lavoro. Sarà perché di lavoro non ce n’è più, oppure sarà anche perché chi ce l’ha si sente quasi, immotivatamente, fortunato. E’ vero che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma è anche vero che molti vorrebbero modificare la Costituzione, tanto per poter fare ancora di più quel cavolo che vogliono.
Oggi ero in manifestazione con la CGIL, ma forse sarebbe corretto dire con tutti i lavoratori: fissi o intermittenti. Insomma con la gente che un lavoro ce l’ha, ma che non sa se lo potrà tenere, fino alla sempre più lontana data della pensione, assieme a chi ha un lavoro saltuario e assolutamente sottopagato. Andando alla manifestazione… riflettevo su quello che mi è stato raccontato da una mia amica, andata per alcuni giorni nel meridione, per motivi di lavoro. Mi ha raccontato alcune cose che già sapevo, come per esempio che al sud, a differenza che da noi al nord, la gente vive meglio, veste meglio, fa una vita più mondana e spende senza troppe remore. Questo è bene, lo facciano almeno loro che possono farlo, ma sul perché loro lo possano fare e noi no, per me, è un mistero. Beh! si sa, non è tutto così il sud, c’è anche chi stenta e che vive sulla soglia della povertà, ma per quelli che ce la fanno incidono, probabilmente, anche la diversa mentalità e anche a quella economia un po’ anomala che troviamo in questa parte d’Italia. Molto più semplie esprimere menefreghismo delle regole supportato dall’indifferenza dei controlli sulle stesse.
La sola cosa che mi ha fatto trasecolare invece è una diffusa abitudine delle aziende ad assumere personale che tutto sommato, pur essendo già di per sè sottopagato, al momento della paga viene ulteriormente “tassato” di una buona parte dello stipendio in contanti. Insomma nella busta paga viene segnata una cifra, sulla quale vengono fatte le trattenute per quell’importo, ma alla fine lo stipendio consegnato è molto più basso di quello convenuto. Insomma, vuoi un lavoro? Ok, te lo do, ma non rompere le scatole, pena l’allontanamento, se non vieni pagato come dovresti… d’altra parte se a te non va bene, chissenefrega, ne troviamo una cofana di gente disponibile a questo trattamento.
Io sono ingenua e queste cose non riesco nemmeno ad immaginarle. Non so nemmeno come questi lavoratori riescano ad adattarsi, ma capisco che i tempi sono davvero brutti. La cosa che però non sopporto è il doppio sfruttamento del lavoro del dipendente, capisco un arricchimento fisiologico dell’impresa, ma non comprendo l’arricchimento del tutto criminale che permette all’imprenditore di non tener conto del diritti del lavoratore.
Ecco a parlare di lavoro mi sono incazzata, ma visto che oggi sono in sciopero avrò il tempo di farmi sbollire la rabbia, tanto domani approveranno la nuova Finanziaria a colpi di fiducia, e allora sì che tutto andrà a posto e a me verrà un travaso di bile. 😦

Donne Disuguaglianza Determinazione

In Disoccupazione, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Istruzione, politica on 1 giugno 2009 at 16:08

Attorno alla stessa tavola  si parla di donne e società. Chi ci ospita è Riciard e il primo che prende la parola è Betto e poi interviene Mamo.

Rifletto pensando anche alle parole di commento di Audrey nel post di invito a cena di Riciard. Il sunto del suo discorso è che essendo il periodo tanto duro, tutti si ha voglia di mollare. Purtroppo ci sono dei bisogni primari a farla da padroni  (il lavoro, la sopravvivenza…) pertanto come nella Piramide di Maslow  alla base ci sono i bisogni fondamentali, senza la soddisfazione dei quali non si riesce a porsi la necessità di soddisfare bisogni “superiori” e sono questi ad avere priorità. Tutto vero, anzi verissimo. Non ci asteniamo dalla discussione per pigrizia, ma per diverse priorità.

Di seguito a questi pensieri mi trovo in difficoltà. Le analisi non sono il mio forte. Le cose le percepisco prima con l’istinto e poi con la ragione. Ed essere Donna oggi, in questa Società, in questo Momento Storico è un problema marginale, quasi un problema da sottovalutare se non fosse che è proprio dalla Donna che ha inizio, nella Famiglia, la possibile  (probabile?) “trasmissione ” dei valori sociali  e dei concetti basilari di solidarietà e autodeterminazione.

Che ce ne facciamo, oggi, dell’analisi di come dovrebbe essere la Società in cui vorremmo vivere, se il problema di oggi è  quello stupido ma necessario  del sopravvivere?

Cos’è la Donna oggi?  Quale educazione e quali condizionamenti ha subito? Quali sono le sue risposte? Quale educazione trasmette ai suoi figli?

Certo sposto il peso della discussione forse troppo indietro. Ma vorrei parlare di Donne, della Disuguaglianza che le rende ombre vaghe in un mondo tipicamente Maschilista e della Determinazione che dovrebbero avere per raggiungere un’autonomia di pensiero “femminista” atto a preservare i figli dalla trasmissione di “idee dominanti”.

Che la Donna nella nostra Società non possa godere dei diritti che gli dovrebbero esser garantiti, fa il paio con la considerazione che pone la Donna primaria nel ruolo di chi dovrebbe accudire i propri figli e non l’incoraggia ad entrare nel mondo del lavoro. Si sa che  in mancanza di posti di lavoro, questo dovrebbe essere di pertinenza dei Padri di Famiglia. Ma anche se così non fosse, comunque anche di fronte ad una possibilità di lavoro la Donna non dovrebbe pretendere di farne parte attiva e soddisfacente, tanto ha altro da fare e di ben più importante.

Brava madre non è sinonimo di Donna in carriera.  La sensazione è che la sua funzione sia quella di crescere figli. Se la Donna lavora lo fa per integrare il reddito della famiglia. La Disuguglianza fra Uomo e Donna si perpetra anche nei piccoli discorsi “postprandiali” davanti ad una bottiglia di grappa, che come Donna, vuoi per questioni di linea o vuoi per questioni di “morigeratezza” non bevo.

Ho difficoltà, davanti ad un gruppo di convitati, a dire che anche da questi discorsi esce un’immagine di Donna Diseguale. La Donna Madre. La Donna che Lavora. Nessuna di queste figure è Uguale all’Uomo. L’Uomo Padre. L’Uomo che Lavora. Nessuna Donna è Uguale all’Uomo di fronte alla Società.

E noi stiamo qui a perpetrare l’abuso.

Leggete pure quello che dico come una provocazione, ma rivalutate le vostre parole. Analizzatele.

Ogni Donna Madre deve per forza essere Madre come la Società vuole. Non c’è mai una visione alternativa. Una Famiglia è composta da due entità, ma i ruoli sono separati. La Donna deve pensare come la Società ritiene opportuno che debba pensare.  Ci sono eccezioni, Donne più indipendenti, ma sono un po’ meno Donne delle altre, sono un po’ meno Madri. Pertanto auspico un ritorno alla revisione di quel sodalizio che è la Famiglia, tutto ciò per arrivare con le idee più chiare nel valutare l’atteggimento della Società verso la Donna in generale, che rispecchia pari pari la inevitabile consegna di Ruolo  al suo Genere.

In effetti mi chiedo che razza di figli vengano educati dalle Donne  così consegnate. Il ruolo che perpetuano e a cui aderiscono in modo così acritico, le conducono a crescere figli a dir poco  mancanti di “dialettica”, poco autonomi, niente critici, senza capacità rielaborative, già adeguati a questa Società, pronti a sposare il consumo sfrenato e la dipendenza dalla televisione  sia come informazione sia come  adorazione dell’immagine e di sè stessi.

Le Altre Donne, quello non uniformate, si sono mosse come gli Uomini. Hanno perso la loro identità. Sono diventate poco femminili. Sono diventate della grandi sfruttate sia nel lavoro che nella famiglia. Hanno rinunciato a far valere i propri diritti perchè erano e si sentivano come gli Uomini, ma alla fine non lo erano per davvero. La stessa Lotta che fa il Maschio non è sicuramente quella che deve affrontare la Femmina. Sicuramente il Maschio non apprezza quella Femmina, la trova Incoerente, Incazzosa e sopratutto Inaffrontabile.  A meno che non sia una “gnocca senza fine”  allora sì che avrebbe diritto di dire ciò che vuole, salvo non essere ascoltata.

Capisco che la mia analisi sia molto di parte. Capisco che non è tra le valutazioni più organizzate, ma io sono Donna e i bei discorsi, come quelli brutti, d’altra parte, li ho vissuti sulla pelle e mi fanno acidamente sorridere.

Certo i diritti delle Donne, nella Società e nel Lavoro, vanno ampliati e garantiti. Ma perchè non iniziamo a garantire questi diritti nei nostri cervelli di piccoli figli di Donne, che hanno subito un’educazione non propriamente autoDeterminante?  Che hanno ripetuo gli stessi “miti” di sempre? Che hanno emarginato le Donne che non si sono Uniformate. Esistono Donne che sono le peggiori nemiche delle Altre donne, lo sapete?

Se mi chiedete in quale categoria io mi riconosca, la risposta mi viene facile. Ho percorso le stade della vita andando controcorrente e subendo le conseguenze di queste scelte. Ma questo dice poco, sopratutto per chi sceglie il clichè classico della Famiglia di sempre, per chi pensa ad una Società più inclusiva , ma non si accorge che al primo livello, ossia nella Famiglia avvengono le prime discriminazioni, propriò lì avvengono le consegne dei ruoli e avvengono le accettazioni.

Sembrerò inconcludente, ma lasciatemelo dire, io so di cosa parlo.

Ignoranza ed ottimismo

In Disoccupazione, Economia, Informazione on 11 marzo 2009 at 9:29

tasso di disoccupazione fra gennaio e febbraio

Mi chiedo se l’ottimismo in questi tempi sia inversamente proporzionale alla conoscenza. La risposta e nessun individuo che non ignori la realtà del nostro paese, ma anche del mondo che ci circonda può essere ottimista.
Certo che questa affermazione la dovremmo far conoscere al nostro presidente del consiglio, lui la ignora e pertanto è ottimista, ma non è solo l’ignoranza che lo rende ottimista, bensì l’effettiva realizzazione di quasi tutti i suoi progetti (che ad onor del vero sono tanti e non sono solo suoi).

Genericamente le statistiche (come nell’articolo citato sotto la fotografia), per me, sono osticamente difficili da inquadrare, in genere preferisco ricavarne un’idea generale, dimenticando i numeri, ma ricordando troppo bene la sostanza. Il nostro paese si trova di fronte ad una crisi colossale, la disoccupazione sale in modo vertiginoso, gli ammortizzatori sociali (dove ci sono) riusciranno ad arginare la catastrofe per un piccolissimo spazio di tempo, i giovani laureati e non, si trovano di fronte ad una barriera insormontabile, i salari si abbassano i prezzi diventano irraggiungibili, i consumi calano e l’informazione nasconde.

Mi chiedo come è possibile essere ottimisti.
La settimana scorsa Nichi Vendola (governatore della regione Puglia e rappresentante del Movimento per la Sinistra, scissione dal PRC) durante una trasmissione televisiva che trattava sull’argomento “assegno di disuccupazione” invitava il governo a recuperare i fondi necessari per questa operazione (ammesso che sia praticabile e ammesso che abbia un qualche senso risolutivo nei confronti della crisi) non dalle Regioni che “virtuosamente” (termine amato da questa coalizione) ha risparmiato per progetti relativi allo sviluppo di alcune zone del territorio in difficoltà, ma indicava un “prelievo” mirato a quella fetta di popolazione che se ne stava in “montagna a sciare”.
Ovviamente a questa uscita è stato aggressivamente accusato di affossare il turismo nelle nostre montagne, risorsa indispensabile per il nostro paese.
A parte il fatto che mi pareva una provocazione azzeccatissima, pensandoci bene, alla fine non mi pareva neanche tanto una provocazione, sinceramente guardandomi intorno, non vedo più che la “settimana bianca” sia diventata un diritto acquisito dai lavoratori. I problemi dei lavoratori sono altri e di più grave importanza perchè sono: il posto di lavoro stesso e la sopravvivenza delle loro famiglie.

Di seguito, dico, che nella stessa settimana parlando con un signore, piuttosto benestante e simpatico, ho sentito ripetere il solito tantra: “Parlano di crisi, ma quando vado in montagna ci vedo il mondo, per sciare la crisi non c’è più!” Stesso genere del: “Non hanno i soldi, ma tutti tengono la televisione a colori e l’auto.”
Forse per chi ha i soldi, sentirsi in compagnia è un dovere. Forse sarebbe utile sapere chi è che scia e di quale ottimismo siano forniti i suoi conti in banca.
Ma si sa…. sono solo discorsi qualunque, di gente spaventata e poco ottimista, magari leggessimo solo i giornali di regime e ancora bevessimo dalla fonte dell’informazione di Stato (che per chi legge non è solo la Rai), allora sì, che oltre allo sciopero virtuale, potremmo prenotare una vacanza in montagna in un ottimo albergo virtuale con una stupenda neve a numero di pixel infinito.

Caro Vendola, che dire: siamo noi che non facciamo girare l’economia, manca a noi il sano ottimismo del consumatore, perchè leggere le statistiche che ci fanno confusione, meglio un buon centro commerciale, un carrello formato tir, gli acquisti più impensabili di cose inutili, ma necessarie 😦 …. e alla cassa un bel portafoglio virtuale….. allora sì che l’ottimismo vince.

Monfalcone diventerà come una piccola Svizzera

In Economia, Ironia on 13 novembre 2008 at 14:59
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