Mario

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L’incontro

In Gruppo di scrittura on 30 settembre 2009 at 13:57

Non sapevo dove stava Spinola. Annastella dice che sta ai confini dell’Impero. Sebbene disti 28 km. dalla mia città, mai c’ero stata. Annastella ci vive invece e sembra contenta di starci. Ama quel microcosmo e tiene un Diario aggiornato sulle evoluzioni di questo posto. Ci dovevo andare. La mia nipotina “farfalla” appariva in uno spettacolo che si teneva nel teatro della Parrocchia. Grande occasione. Non potevo mancare. Annastella è l’amica più “ridotta” che ho. Mica di amicizia però. Lei è un soldino di cacio che sprizza energia da tutti i pori, persino dalla boccuccia, emettendo una vocina impertinente che supera di gran lunga qualunque rumore di temporale. Andare insieme, io e lei, facciamo la strana coppia. Io alta e matronale, procedo come un’onda inarrestabile, lei minuta e tintinnante come una pioggia primaverile, che non sa bene dove si posa.
Andare alla pasticceria da Clara è un imperativo. “Eh no!” mi fa “Dieta o non dieta, una cioccolata con la panna da Clara te la devi proprio prendere.” Spinola non è Spinola senza la visita da Clara. Io ovviamente, vista la mole, dovrei restare a stecchetto. Devo dire sempre con aria smunta “I dolci non mi piacciono.” ma si capisce subito che è una balla.
Andiamo da Clara. E subito Annastella si illumina. Veleggia verso un tavolo scampanellando queste parole: “Vieni, c’è Michele, un mio amico, è un brontolone, ma è una cara persona.” Quando Annastella parla, non ci sono mezzi termini. So che questo amico sarà sicuramente brontolone, ma anche una cara persona. “Michele, eccoti finalmente, ti presento la mia cara amica Rossana.” Poi mi guarda con l’aria di chi ti chiede di farti piccolina, se possibile, e dice: “Rossana questo è Michele un mio caro amico.” Lui mi guarda un po’ interdetto e so già cosa pensa. “Amica?!? Ma se avrà almeno venti anni di più!” azzeccando alla prima occhiata la mia età. Poi vedo il suo sguardo valutare le mie dimensioni. Occhio critico, non cattivo, ma inesorabile. “Se fosse l’astuccio di Annastella la conterrebbe tre volte.” Forse anche su questo non sbaglia. Quindi un po’ piccata riconsegno a Michele un “Piacere!” sintetico ed essenziale. Lui risponde con una voce profonda e vibrante, come se all’interno nascondesse un risata improvvisa e inopportuna. Ci invita a sedere al suo tavolo, spostando con premura la sedia di Annastella. Mi impossesso della mia con la determinazione di chi vuole far sempre da sola per questione di principio. Lui guarda e sorride come se avesse capito. Chiede con fare compunto cosa vogliamo e va verso il banco di Clara ad ordinare. Annastella con una vocetta al minimo storico mi sussurra “E’ separato.” come se con questo fosse spiegato l’arcano. Guardo dal tavolo Michele con aria imbarazzata. “Ma che cavolo vuoi dire ?!?” Ma non ho tempo a sufficienza per spiegare alla mia amica che non voglio “incontrare” nessuno, che non sono interessata più agli uomini, in quel senso lì, che alla mia età ci ho messo una pietra sopra, che mi basta quello che ho già vissuto. Lei mi guarda invitante e, non intendendo altre proteste da parte mia, si ritiene soddisfatta.
Michele è un uomo asciutto, anzi direi proprio magro e allampanato, con un viso segnato dal tempo in rughe profonde. Quel tempo, che anche per lui, deve essere stato piuttosto inclemente. Cammina scaracollando tra i tavoli, con un’andatura da cammello in mezzo al deserto. Gli occhi stanno nascosti dietro agli occhiali con una montatura di colore rosso, strana per un uomo della sua età. Eh sì! giovane non è, ma forse ha un’aria più da vecchio solo perché la schiena è incurvata, come da uomo avvezzo a stare tutto il giorno sui libri. Di quali libri si tratti non saprei. Magari sono solo riviste. Magari sono libri contabili. Eppure un’aria da studioso ce l’ha e non so bene perché.
Annastella fa trillare il suo chiacchiericcio per ogni dove, ingaggiando le nostre orecchie con discorsi pieni di buonsenso e humour. Intanto ci guardiamo. Io non mollo. Mica è la prima volta che vengo studiata. Mica mi spaventa il giudizio estetico di un uomo. Poi per carattere prendo quell’aria di sfida che uno appena appena ci si trova di fronte lascia perdere subito e cala l’occhio. Michele non lo fa. Mi chiede in un momento di pausa: “Sei di Venezia?” “Sì, perché si vede?” usando quel tono ironico di sfida che non perdona. “Sì, anche io ci sono nato e ci ho vissuto fino a vent’un anni. Se non l’hai capito ci distinguiamo dagli altri perché nel sangue ci scorre anche l’acqua del mare.” Azz… dice tutto questo con calma e con la stessa aria di sfida che ho imparato subito. Qui l’affare si fa serio, penso io e mi metto a studiarlo a mia volta. “Dove sei nato e hai abitato?” “A Sant’Agostin.” “Come? Ma io conosco un sacco di gente che sta lì. E a te non ti ho mai visto.” “Beh! io frequentavo San Boldo allora, ma nemmeno io ti ho mai vista.” Non è che mettere in dubbio le nostre frequentazioni e la nostra esistenza ci faceva procedere di un passo. Guardinga chiedo “Conosci Matteo, quello che lavora all’Ospedale? E Alvise? E Marinella? Beh! ora loro due sono sposati e abitano da un’altra parte però.” Lui serio mi fa “Matteo era un mio amico e Alvise, se è di lui che parliamo, frequentava altra gente di fuori.” Mi viene il dubbio che forse mi conosce, ma non si ricorda più di me, tanto sono cambiata. Io di amici a Sant’Agostin ne avevo molti eppure di lui nessun ricordo. “Ma che strano.” mi dice “Eppure una come te me la dovrei proprio ricordare.” Chissà perché a quelle parole, mi sale una rabbia sorda dentro. Cosa vuol dire quando dice che “mi dovrebbe proprio ricordare”? Significa forse che un armadio come me è difficile scordarlo? Gli sbatto in faccia “Beh, capisco bene, quando ero ragazza ero un’altra cosa, più presentabile di sicuro…” e poi mi pento, ma perché dovrei scusarmi? Aggiungo un po’ troppo di fretta: “Probabile che tu non ti accorgessi delle ragazzine abbastanza più giovani di te.” Sottolineando di bella posta “più giovani” tanto per colpire a fondo. Michele mi guarda e sorride. Si sposta sulla sedia sporgendosi in avanti, le braccia sui braccioli e le dita intrecciate. Classica posizione da “qui la cosa si fa combattiva e io sono pronto alla lotta”. Annastella mica è scema, si alza e dice “Va là, vi lascio da soli a parlare della vostra città che ne avete tante da dire. Torno più tardi.” E si volatilizza nelle ombre della sera. Io penso “Ammazzate… che ritirata strategica!” Lui continua a sorridere. Ho capito, mi sa che è vero, quando i tempi si fanno duri, i duri cominciano a giocare.

Donne nell’era del Lupo

In Donne, uomini on 29 settembre 2009 at 8:55

donne
Donne come prede. Uomini “conquistatori”. Chi ha più potere conquista di più. Donne che amano essere conquistate. Donne che amano avere privilegi. Che preferiscono esibirsi all’ombra di un uomo potente.
Ieri sera a La7, nella trasmissione di Gad Lerner “L’Infedele” ho scoperto, se ne avevo bisogno, che non esiste un unico modo di concepire la Donna, che oggi nell’epoca del Lupo, essere donna può di-ventare uno stato che comporta vergogna e degrado per altre donne. Insomma non esiste più un unico modo di sentirsi Donna. Essere umano con una sua dignità e integrità precisa. Ma il Lupo predatore ha scompigliato il gregge. Parte di quel gregge si trasforma in vittima orgogliosa di esserlo, resa superiore per qualità di lana e carne, non per il suo genere, non per il suo orgoglio di essere pensante.
Madri che si vendono per far apparire le figlie, genitori che vendono le figlie per farle apparire vicino ad un potente, donne che si vendono per ottenere soldi e successo, uomini che comprano le donne per arroganza di potere, uomini che guardano compiaciuti i potenti stracciare donne belle e acquistabili. “Il corpo delle donne” in vendita al miglior offerente, considerato come oggetto ludico, come intrattenimento, come spettacolo, come nutrimento.
Apparire, meglio di essere. Denaro meglio dell’etica. Sfruttamento del proprio corpo invece di affermazione della propria persona. Non mi va più di essere donna in quest’era del Lupo. Non mi piacciono gli uomini trasformati in Lupi. Non sopporto il potere che sfoggiano. Non sopporto le donne che li praticano. Quelle che avviliscono le altre donne che quotidianamente faticano a trovare la loro posizione nella società. Quelle che studiano, lavorano e si sbattono quotidianamente per la parità di diritti e sopratutto per il diritto di essere rispettate come essere umano.
Donne e Uomini, non come una stupida trasmissione televisiva.

Caro amore

In amore, musica, poesia on 28 settembre 2009 at 17:53

Caro amore
nei tramonti d’aprile
caro amore
quando il sole si uccide
oltre le onde
puoi sentire piangere e gridare
anche il vento ed il mare.

Caro amore
così un uomo piange
caro amore
al sole, al vento e ai verdi anni
che cantando se ne vanno
dopo il mattino di maggio
quando sono venuti
e quando scalzi
e con gli occhi ridenti
sulla sabbia scrivevamo contenti
le più ingenue parole.

Caro amore
i fiori dell’altr’anno
caro amore
sono sfioriti e mai più
rifioriranno
e nei giardini ad ogni inverno
ben più tristi sono le foglie.

Caro amore
così un uomo vive
caro amore
e il sole e il vento e i verdi anni
si rincorrono cantando
verso il novembre a cui
ci vanno portando
e dove un giorno con un triste sorriso
ci diremo tra le labbra ormai stanche
“eri il mio caro amore”.

A me… me piace….?!?

In Ironia on 28 settembre 2009 at 11:57

godo

Se avessi un giornale a grande tiratura, oppure una rete televisiva e potessi usare un “vettore” tipo il “Grande Fratello” o fossi un pochino più ingenua di quel che già sono di mio, porrei ai  miei conterranei (leggasi italiani) una domanda facile facile, senza nessun tentativo di indirizzare la risposta verso le secche mentali della sinistra.

Vorrei capire, anche solo per curiosità, anche solo per potermi regolare, magari organizzandomi la vita futura in un ritiro minutissimo, assieme a vecchi giornali ormai ingialliti dal tempo, a vecchi settimanali d’assalto, con videocassette di vecchi programmi televisivi e di cult movies, insomma tanto per salvare l’ultima speranza che ho in cuore e la mia sanità mentale, come mai il 60% degli italiani amino questo governo e sopratutto adorino il suo capo  (le minuscole sono indicative).

Per favore datemi una risposta, ma evitate lo scontato “a me me piace” altrimenti nel mio angolino dovrò evitare anche la moka e il caffè.

Vik, on the road again…

In Gaza, politica on 24 settembre 2009 at 11:53


Sotto il cielo del mondo, ma al di fuori dal cielo di Gaza c’è una buona notizia: Vik è sulla  strada di casa.
Qui di seguito metto il link al suo blog Guerilla radio nel frattempo non dimentichiamoci della realtà di Gaza. Non dimentichiamoci la sorte di un popolo prigioniero.
Restiamo Umani

La storia mancata

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 settembre 2009 at 23:06

Quando cominciano le storie, non si sa mai come finiscono. Ma non ci si pensa mai all’inizio. All’inizio c’è l’entusiasmo, i buoni propositi, la voglia di investire, comunicare, dare e ricevere. Poi perché pensare alla fine? Ma non è difficile sapere che tutto quello che inizia, ad un certo punto deve per forza finire.
Questo loro non l’avevano proprio pensato. Avevano ben altre cose da trattare. Dovevano conoscersi solo un po’ e poi lavorare di presunzione. In questi casi basta la prima impressione. Lei che si sente affascinata. Lui che a vederla pensa che risponda a quanto la sua vita richiede in fatto di concretezza. Lei non è fintamente concreta, lei non vede altro che le cose pratiche, le difficoltà da risolvere tutti i giorni. Donna forte. Donna testarda. La sua Donna operaia. Ma di fronte alla poesia lei si era sciolta in una disponibilità che non era nelle sue corde. Lui nella vita precedente era un poeta. Aveva avuto altri amici. Aveva amato altre donne. Aveva amato l’altra. Ricordava di avere una mano felice. Tutti glielo avevano detto. Con la sua penna e i suoi pennelli aveva conquistato tanti mondi. Piccoli mondi personali dove ancora veleggiavano i suoi sogni. Ma la vita non era facile. La poesia non paga mai. La poesia è per pochi. E’ solo una bella idea e si sa, le idee per quanto buone siano, non si mangiano mai.
L’arte è un sogno tra i più belli, rende l’animo gentile, i sentimenti generosi, i pensieri volatili. Era bello sognare tra il tornio e la rivettatrice. Non è che fosse proprio questo il suo lavoro. Avrebbe voluto essere un operaio almeno lui. Invece doveva tenere le redini di quel negozio, pensare agli ordini e alla merce da rendere, mentre il mondo attorno girava veloce senza l’intenzione di rallentare. In verità nemmeno lei era un’operaia. Solo che lavorava in turni massacranti, ed era così solida che a pensarla con una tuta blu dipinta addosso era stato troppo facile.
Vero è che alla sera tutti e due si toglievano la tuta più in fretta che potevano. E’ bello l’amore di due corpi sani e promettenti. E’ totalizzante la passione di due corpi giovani e senza impegni. Tutto questo era molto, anche se non proprio tutto. Non c’erano spazi per le parole inutili, per le iperbole e la leggerezza. C’era solo il tempo di progetti sobri e costruttivi, che richiedevano calcoli matematici e poche speculazioni. La casa, non proprio la loro, ma tanto poteva bastare. Era il tempo di mettere solide basi alla loro vita futura. Era il tempo di un sì che sapeva di pasti caldi assieme ai conti da pagare. Il passare veloce del tempo. Un breve tempo per un amore ben piantato sulla terra. Lei era disposta anche a dedicare la sua attenzione alle velleità di lui. Ascoltava rapita la sua voce e le sue parole, fino a che la stanchezza non le chiudeva gli occhi e la mente. Certo che ogni giorno era sempre più facile addormentarsi. Lui parlava con entusiasmo di politica. Avrebbe dedicato a lei tutte le sue poesie. Avrebbe dipinto per lei tutti i suoi quadri. Le sue mani si muovevano sulla carta come per magia. Inutile esercizio di bravura. La stanchezza rendeva le mani ogni giorno più pesanti. Per molto tempo lui aveva amato il suo sonno. Era così bello vederla sul divano, in una posa da bambina. Occhi chiusi e capelli spettinati. La bocca da cui usciva solo il rumore di un sospiro. E’ così basilare avere vicino una donna che sa bastare a se stessa. Una donna che chiede solo concretezza e che non si perde in sogni complicati. Certo non era come lei, l’altra, quella ragazza che molto tempo prima, inseguendo quei sogni, gli aveva spezzato il cuore. Bella differenza. Una donna così la puoi solo sposare. L’altra, quella dagli occhi di velluto, dai capelli di fiamma, quella era solo per gli attimi più disperati di solitudine. Ma oggi la solitudine era finita. Ora aveva tutto quello che voleva. Ora faceva parte del mondo reale e la sua penna e i suoi pennelli erano finiti dimenticati in fondo al cassetto. Anche la musica stentava. Non sottolineava più il suo tempo libero. Lei non aveva orecchio. Si distraeva facile. Dopo un po’ abbassava il volume. Non aveva amore per le parole difficili. Il sottofondo alla vita era quel po’ di tv tra la cena e l’addormentarsi sul divano.
E’ difficile comprendere come funziona la vita. Prima pensi che tutto si possa inventare. Che la vita ti riservi continue sorprese. Che lei ti cercherà ancora, sotto la coperta vestita solo della sua pelle intatta. Ma ogni giorno si moltiplicano le cose da fare. Ogni giorno che passa lascia un segno sopra il suo corpo ed il suo viso. E’ difficile accettare che lei abbia la sua musica interiore che lui non sa sentire. Il silenzio s’interrompe dall’impazienza e da qualche brusca parola. Lui si rifugia qualche volta in un sogno perduto, ma ritorna. Ritorna come sempre, attendendo un segnale che non arriva o che non sa interpretare. Torna spesso col pensiero a quell’amore spensierato che gli aveva succhiato l’anima e che gli aveva ritornato un mare di domande senza risposta. Lei, l’altra, era sparita in un giorno piovoso di novembre. Lei, l’altra, gli aveva ispirato tutta la sua poesia. Gli rubava i disegni che lui lasciava in giro per casa. Lei ascoltava solo quella musica, la loro musica. O forse no? Il tempo doveva pure aver cambiato anche lei.
Ora gli anni erano corazze di piombo. Il peso era intollerabile. Lui si chiedeva perché era finita così la sua poesia. Ora non riusciva più a capire quali fossero i colori giusti per ornare la sua vita. Ora la sua donna operaia non si addormentava più sul divano ascoltando le sue povere parole. Ora era diventata la padrona del suo letto. Ora lui non aveva più il desiderio di cercare un po’ di spazio sotto quelle coperte. Ora non poteva che capire il tradimento. La vita aveva promesso e lui non aveva mantenuto. Un tradimento alla pari, senza rancore né rimpianti. Senza sapere chi aveva fatto cosa.
Alla fine della storia si trovò a pretendere coraggio. Un coraggio che non aveva mai avuto. Il coraggio non è la virtù di un poeta. E’ impossibile vivere di parole. Adesso lo era ancora di più. Ora avrebbe dovuto vivere solo e per sempre di silenzi. A meno che…

Passare da un unto ad un altro

In Ironia, politica on 23 settembre 2009 at 8:39

C’è chi ama parlare sapendo di quello che parla. La conoscenza del problema della fannullosità nel pubblico impiego ha consentito a questo  Miniministro di dire la sua. Eh sì bisogna conoscere il problema da vicino, da molto vicino. Speriamo bene che la prossima volta non voglia pontificare e in questo caso ben aiutato dall’altro uomo di grande levatura che ricopre carica adeguata, consentendo l’accesso all’apparato governativo a maschietti al di sotto del metro e quaranta. Per le femminucce solo dal metro e settanta in su con misure di supporto 90 – 60 – 90. Questo sì che si chiama governare.

Dice un proverbio veneziano “Quando la m…. monta in scagno…..”

In Malattie mentali, politica on 21 settembre 2009 at 18:02
il ministrolo

il ministrolo

Dice un esplicito e grasso proverbio veneziano “Quando la m…. monta in scagno o che fa puzza o che fa dano” (trad. Quando la merda sale sullo scranno o fa puzza o fa danno”). Ora parlare di questo omino borioso e vendicativo mi disgusta un po’, ma cosa dire delle sue bordate cortinesi?
Che il “nostro” miniministro (nostro si fa per dire) per parlare abbia bisogno di uno scranno, tutti lo comprendono, che ce l’abbia  con il mondo intero, anche questo e giustificabile, visto che non può che vivere di rivalse, un po’ meno si capisce quanto tuona contro gli sfaticati, lavativi della pubblica amministrazione e contro “l’èlite di merda” dominata dalla sinistra extra parlamentare che organizza colpi di stato e si comporta da gente per male. Se non erro pure lui era un dipendente pubbico, che a dire il vero all’università si vedeva poco o niente (ops… scusate il gioco di parole), se non erro ancora lui era un “volpone” socialista ai tempi in cui Craxi la faceva da padrone, salvo poi saltare su altra barca quando questa stava per affondare. Ora è felice della visibilità che gli viene concessa da un capo del governo che capisce molto bene i problemi che ha.  Questione di stesso livello cerebrale, come si sa, l’altezza morale e intellettiva conta, nessuno lo sa meglio di questi intellettuali da strappazzo che, se proprio proprio non sanno fare di meglio, se ne vadano a sentirlo a Cortina (ma perchè proprio in “alta” montagna?) oppure se gli va bene, dopo aver fatto il solito “colpo di Stato”, se ne vadano tutti a morire ammazzati.

La leggerezza della gioventù.

In Gruppo di scrittura on 21 settembre 2009 at 16:27

Loro erano belli. Di quella bellezza che solo chi è così giovane riesce ad avere. Le facce sorridenti e pulite dei loro quasi vent’anni. Eppure non era così facile. I sorrisi non sono scontati e nemmeno la bellezza e la pulizia. Certamente i sogni non lo sono mai e tanto meno la fortuna di riuscire a realizzarli. Loro sognavano e pensavano di avere diritto ad una possibilità, non tanto perché erano giovani, perché, quasi sempre, ai giovani si concede qualsiasi cosa, ma soprattutto perché erano innamorati e questo rendeva, almeno potenzialmente, tutto possibile.
Il gruppo di amici li guardavano nascondendo malamente l’invidia. Non che non piacesse la loro felicità, solo che ognuno avrebbe voluto averne di riflesso un pezzetto o almeno esserci dentro pur solo con una mano. Ma nessuno poteva toccare. Nessuno aveva il diritto di entrare.
Si conoscevano da poco e, cosa strana, non si erano mai visti prima. Difficile per quella città. Quasi impossibile. Una città in mano ai vecchi. Un manipolo di giovani soltanto. Loro c’erano e questo bastava. Lui si chiedeva dove si era nascosta fino ad allora. Erano increduli. Erano incredibili. Lei era appena uscita da un’ adolescenza umorale e ribelle, lui masticava pane e politica, ma aveva scelto la strada irruenta del tutto subito senza mediazioni.
Camminavano per strada con il naso all’aria. Certi che niente li potesse fermare. Sicuri che la vita avrebbe elargito il suo tributo alla loro giovinezza, al loro coraggio, alla loro leggerezza. Si amavano senza lasciare che l’aria diventasse rarefatta intorno a loro. Non si guardavano intorno. Non capivano la malizia e la cattiveria. Non si aspettavano ferite dalla vita.
Era troppo bello uscire in compagnia. Parlavano senza consentire respiro al tempo, cianciando del mondo come se bastasse uscire dalla porta per conoscerlo o saperlo girare in lungo e in largo. Si credevano forti ed invincibili. Lo erano nei loro sogni e anche in quelli degli altri.
Andarono una domenica, qualche giorno dopo che si erano dati il primo bacio. Destinazione montagna. Fredda giornata di sole, profondo cielo azzurro, sopra una coperta di neve. Anche gli altri elettrizzati dai loro sorrisi pensavano che sarebbe stato bello fare come loro. Scambiarsi baci e carezze. Era un’occasione, forse non sarebbe potuta ricapitare. Qualcuno scattò quella foto. Lui che guardava da una parte, con l’immancabile sigaretta tra le dita, lei che guardava dall’altra con lo sguardo di chi ha ricevuto la solenne promessa di un mondo perfetto. Piccoli ragazzini inesperti. Ingranaggi della gioventù. Sognatori disillusi. Artisti senza tela e senza poesia. Tutto era rimasto lì. In quel giorno perfetto. Sotto quel cielo sconfinato. Con un orizzonte lontano a cui si erano promessi perchè sapevano che loro non potevano mancare.
Ora lei guardava quella foto. Una malinconia dentro all’anima. Un ricordo vago di quel ragazzo con il ciuffo. Il gesto familiare delle mani che lo allontanavano dalla fronte, e quel sorriso senza difese. Ora lei ricordava quell’amore sfrontato e romantico, sopra quella neve purissima. Una nostalgia pungente. Lei ricordava ciò che aveva cercato di cancellare, non che fosse l’unica cosa, assieme a questa molto altro aveva abbandonato per strada. Ricordi inutili. Ricordi che intralciavano i pensieri. Ora non servivano più. Il tempo sapeva cancellare anche il sole dalle fotografie.
Lei, intanto, in silenzio, con i pensieri che le formavano una piccola ruga tra gli occhi, accarezzava immemore il piccolino che scalciava dentro alla sua pancia. In fin dei conti era solo una pancia troppo grande per un corpo così minuto da bambina.

Rosanna, il sorriso della vita.

In Amici on 21 settembre 2009 at 9:40

Come altri amici questa mattina riporto la foto di Rosanna, che con il suo sorriso illumina di sole la nostra giornata. Siamo in ansia per lei, lo siamo da giorni, non abbiamo più parole da dire, nè lacrime da piangere, ma la speranza non ci abbandona. Ti aspettiamo cara amica. Apri gli occhi e torna da noi.

Rosanna

Con affetto Ross

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