Mario

Archive for aprile 2009|Monthly archive page

I ragazzi di Sant’Agostin – La leggerezza della gioventù

In Amici, amore, Giovani, Gruppo di scrittura, personale on 24 aprile 2009 at 11:10

Anni sessanta.

Si sgranano lentamente. Sembrano finire. C’è nell’aria un come se tutto dovesse ricominciare. La mia città sembra sonnecchiare pigra. Piccola città la mia città. Tanto nome e troppa arroganza. Pigra piccola città. Piccoli posti. Tutti come sempre uguali. Quartieri che non si chiamano quartieri. Sei quartieri in tutto. Tutto come in un fazzoletto di già visto. E quei magnifici anni sessanta. Noi, i giovani. A vivere la strada. A vivere l’incontro. Anni di amicizie e musica. Tanta musica. A vivere la musica. Si fa il tempo della contestazione. Camicie indiane, e a fiori dai colori incredibili. Noi, un mondo che non s’era mai visto. Ma questa è un’altra storia, o meglio una storia nella storia. Forse la storia.

La mia città; piccola, asfittica, come già detto; almeno allora. Un mondo troppo piccolo per noi. Tutto sembrava restare fuori. Tutto ci sembra doverci chiamare. Quella voglia di afferrarlo, quel tutto. Idee che venivano da lontano. La curiosità di avere sedici anni. Di sentirli addosso come fossero molti; troppi. E di volerli vivere intensamente. Cose che a spiegarle nemmeno sembra facile. E una vita fatta per strada. Cercata e trovata con gli altri. E noi, i giovani, a fare comunella. Ognuno sceglieva il suo gruppo, oppure, più fortunatamente, veniva scelto; e si mescolava ad altra varia umanità.

Anche allora i ragazzi altro non erano che ragazzi. E si credevano padroni della loro vita. Forse è sempre così a quell’età. Forse allora lo si credevano anche di più. Forse quegli anni non sarebbero più passati. E non volevano invecchiare. Lo giuravano a loro stessi. Lo dicevano agli altri. Erano solo ragazzi. Ragazzi sarebbero rimasti. Ed io, per la verità, ero ragazza. Questo dice poco. Allora le ragazze non sceglievano, venivano scelte. Forse non è poi cambiato tutto. Si sa che di solito la ragazza deve aspettare di essere scelta. Le più carine avevano più opportunità. Venivano cercate di più. Potevano frequentare più gruppi. E più gruppi avevano e più facile era rimorchiare… o meglio rimanendo su quanto detto… essere rimorchiate.

Piccoli amori. Ero la ragazza dai capelli lunghi e rossi. Ero alta senza portare i tacchi. Naturalmente ero quello che sono ancora. Rossa. Alta. Naturalmente questo il tempo non ha potuto cambiarlo. Ma allora qualsiasi straccetto mettevo addosso sembravo appena uscita dal set di “Hair”. Certo questo, mi si dirà, non è importante per la storia. Era piuttosto importante che avessi la mania di non accettare di essere scelta. Ne provavo anzi un gran fastidio. Preferivo di gran lunga guardarmi in giro. Decidere dove andare. Insomma scegliere. Ma anche questo dice poco o niente. Non spiega perché, ad un certo punto, la mia compagnia, gli amici, il mio gruppo, cioè come io sono entrata a far parte della compagnia dei ragazzi di Sant’Agostin.

Allora, a quel tempo, i gruppi e le compagnie dei giovani, si prendevano una zona della città. Ecco perché c’era la Compagnia di S. Polo, che era numerosa anche perché il Campo (leggi piazza per quelli che non sanno) è piuttosto capiente e poi portava anche il nome del sestiere (che sarebbe il quartiere) quindi era la più ambita. C’era la compagnia del Campo dei Frari, anche quella piuttosto numerosa ed assortita. Lì però era preponderante la presenza degli “scouts”. Io e le mie amiche, le ragazze come me, già agnostiche in giovane età, a mescolarsi a “chiesastri” non andava molto a genio. Meglio di no. Che ci azzeccavamo con loro? In effetti l’unica funzione religiosa che mi riusciva di ingoiare la si faceva nella mia stessa parrocchia, la prima in tutta la città ad ospitare un gruppo rock per officiare la prima messa beat… quella sì che in fondo mi piaceva: “Messa Lubah eh… eh, messa lubah eh… eh”.

C’era, sempre allora, pure il gruppo dell’Archivio di Stato. Forse alcuni di quei gruppi ci sono ancora. Forse no. Certo i ragazzi non sono gli stessi. A pensarci potrebbero esserne i nipoti. A pensarci… meglio no. Mi farebbe ricordare di come il tempo è passato. Servirebbe solo a dirmi quanto siamo invecchiati. Dicevo che c’erano quelli del gruppo dell’Archivio di Stato. Erano in pochi ma molto agguerriti. Erano tutti maschietti ormonati. Con la passione di fare a botte con quelli del Campiello Mosca. Alla fine finivano al pronto soccorso a curare ecchimosi e orgogli feriti. Nemmeno per quelli avevo una gran passione. Era come se cercassi qualcosa che non riuscivo a trovare. Come se… insomma, se non si vive intensamente quando si ha quella magica età quando si vive?

Per farla breve tra tanti c’erano anche quelli di Sant’Agostin. Ma quelli, quei ragazzi del Campo Sant’Agostin, erano strani. A loro modo strani. Forse mi incuriosivano per quello. Forse. Chissà? Insomma io ci passavo. Due volte al giorno ci passavo per di lì…. e li vedevo bazzicare lì attorno, ciondolare pigramente, come le onde pigre del canale. Come non avessero altro da fare che aspettare. E nemmeno posso dire fossero belli. Sinceramente appartenevano a quel genere di ragazzi che non si possono portare in famiglia, che non ti viene in mente di presentarli a mamma. Almeno non prima di una buona lavata. Non prima di averli accompagnati in qualche negozio per rifare un po’ il guardaroba. Ma mica solo quello… magari una passata dal barbiere che stazionava sulla porta del negozio a guardare tanto strazio. Che li osservava con commiserazione. Loro sembravano non badarci. Sembravano non vedere niente di quello che stava loro attorno.

Insomma erano, e mi apparivano, contro ogni tentazione. Ma a me sembravano carini. Mi guardavano passare in silenzio. Mai nessuno che facesse un commento. A stento alzavano gli occhi. Insomma mai nessuno che provasse a parlarmi. Che mi dicesse “Scusa, posso chiederti una cosa? Verresti ad una festina domenica pomeriggio?” Ah sì! a quel tempo le festine si facevano solo di domenica pomeriggio, nelle “carbone” (vecchi magazzini che un tempo erano usati per tenere la legna e il carbone), e ogni gruppo ne aveva una di carbona, e l’attrezzava come meglio credeva. A pensarci ora erano un po’ in carattere con il gruppo. C’erano manifesti sui muri scalcinati, sedie spaiate, poltrone sfondate, cose raccolte qua e là, e inventate. Polvere e muffa. Il più delle volte un’aria disperata di abbandono. Quelle più chic, di carbone, avevano un divanetto milleusi, ma indiscutibilmente tutte avevano il giradischi. Tutte avevano poche lampadine per illuminare, spesso schermate, una luce suffusa che tanto non serviva; appena iniziava la musica e si formavano le coppie, la luce si spegneva automaticamente.

Ma torniamo a loro, ai ragazzi di Sant’Agostin. Io ci passavo, come ho già detto, per andare in negozio da mio padre. Non era, quel campo, vicino a casa. Se era per quello avrei fatto meglio ad entrare nel gruppo di S. Margherita, il più vicino a dove allora abitavo, oppure in quello di S. Marta o anche di Campiello Mosca, ma quelli come già detto non andavano bene, finivano troppo spesso in Ospedale. Se era per quello sarebbe stato più logico facessi un’altra strada. Nemmeno so perché la cominciai ad allungare passando di là. Ne cosa mi spingeva a quei due passi in più che ormai erano diventati consueti. Era come un’abitudine. Loro erano sempre là. Quella era la loro casa (la strada, come detto).

Li vedevo muti in lunghi silenzi. Raramente parlarsi piano. Avrei giurato facessero parte della tribù degli introversi. Non avevo mai visto tra loro una ragazza. Mi chiedevo se era possibile che in quella zona, negli stessi anni, le mamme avessero sfornato solo figli maschi. Pensieri stupidi, certo. Ce li si può permettere, almeno a quell’età. Non sapevo molto di loro. Anzi non né sapevo niente. Solo li osservavo mentre passavo. Guardavo e raramente ero guardata. Mi veniva il sospetto che le ragazze preferissero frequentare il limitrofo e più nutrito gruppo di S. Polo. Certo che con loro di ragazze non né vedevo mai. Quando parlavano parlavano tra di loro. Qualcuno leggeva un libro. Qualche altro fumava appoggiato al muro di casa. E io ero curiosa di sapere che libro stava leggendo, questo o quello. Di quale disco stessero parlando, così fittamente tra loro. Mi sarebbe piaciuto sottrarre violentemente quel libro di mano e leggerne il titolo, volevo sapere di quale musica erano piene le loro giornate.

Poi, un giorno qualunque, un giorno grigio credo di ricordare, ecco l’occasione. Quello che mi sembrava… cioè quel ragazzo biondo dagli occhi verdi appoggiò il libro sopra il pozzo, qui abbiamo pozzi in tutti gli spazi liberi, e ci si sta bene seduti o appoggiati, fanno da ornamento e sono il centro del mondo. Come dicevo quel ragazzo appoggiò il libro con la copertina in bella vista. Perse i suoi occhi in un posto che non esisteva. Frugava col suo sguardo in uno spazio che non c’era. Non avrei potuto rubare i suoi pensieri, ma, almeno per quel libro, l’occasione era ghiotta.

Come avrei potuto resistere? Ero troppo curiosa… passando una sbirciatina gliela diedi e mi fermai di botto… il libro… quel libro io lo conoscevo bene, era “Sulla strada” di Kerouac, non che pensassi che nessun altro lo dovesse leggere. Non era quello. Non era una strana forma di gelosia. Solo che lì… proprio lì… non so perché ma non me lo aspettavo. Guardai ancora una volta il libro. Poi il ragazzo che intanto aveva preso a sorridermi facendo scintillare i suoi occhi di foglia. Strani occhi i suoi occhi. Mi ricordai di Fabrizio. Poi mi sentii scoperta e arrossii. E lui mi sorrise di più: “Ciao sono Michele… l’hai già letto?” Confusa risposi con un “Sì” fatto di un filo di voce. Non mi capitava spesso di non sapere cosa dire. “Immagino che avrai anche letto Juke Box all’idrogeno?” Sembrava sicuro di sé; stranamente. Sapere quello che diceva. “Certo!” risposi. “Bene, parliamone…”. Mi sedetti su quei gradini e le parole sembravano facili; scorrevano. Era come se ci conoscessimo già. E fu così che divenni un presenza femminile del gruppo di Sant’Agostin.

Quella sera Michele, questo era il suo nome, mi accompagnò a casa. Ovviamente, canonicamente, come da regola rigida, prima di Carosello. Quello era il limite invalicabile di quei miei anni. Di quella mia gioventù. Non mi era concesso di rincasare oltre quell’ora, scandita da quell’appuntamento che era per tutti; in tutte le case. Dalle finestre aperte fuoriusciva quella musica. E mi avvertiva che dovevo lasciare tutto. Tornare a casa. Credo che nel tempo, quel ragazzo, finì con l’odiare quel limite. Stava male solo a sentire la musichetta che ne segnalava l’inizio. Ma a quel tempo Carosello era proprio il limite, ed io non lo potevo superare.

Quella domenica, nella “carbona”, portai delle mie amiche. Mi sembravano tutte molto carine ed intelligenti. Forse lo erano. Forse era facile essere carine a quell’età. Loro si fidavano di me. Ovviamente la “carbona” di quei ragazzi non era come le altre. C’erano libri e dischi poco ballabili. Si parlava molto. Si rideva. Si suonava la chitarra e si cantava. Cioè si stava in compagnia. E la luce non veniva spenta mai. Ci si poteva guardare. A dirlo può non sembrare, ma era tutto così strano, inusuale. Lo era solo perché diverso. Diverso da quello che era diventato consueto. Poi le mie amiche, alla fine, si sono sposate tutte con i ragazzi di Sant’Agostin. A guardare bene, con gli occhi di poi, quei matrimoni durano ancora oggi, quasi tutti, dopo più di 40 anni di avventura.

Io no, io non ho sposato un ragazzo di Sant’Agostin, perché sono la più capatosta. Però gira e rigira, vivendo e camminando, facendo un sacco di percorsi strani e evoluzioni incredibili, dopo 40 e più anni, ho ritrovato lui, proprio lui, il ragazzo biondo dagli occhi verdi, quello del libro, quello che odiava Carosello, quello con cui passavo il tempo seduta sul pozzo a leggere libri e a scambiarci baci innocenti. Ancora là, come stesse aspettandomi. I capelli ora sono bianchi, ma i suoi libri sono gli stessi che frequentano la mia libreria, la colonna sonora la conosciamo tutti e due, i sorrisi sono caldi e ci ringiovaniscono. E gli occhi, come sempre, parlano per noi.

La rivincita della bruttina stagionata.

In Anomalie, Cinema, Donne, Ironia, musica on 22 aprile 2009 at 14:48

susan-boyle

Tutti pazzi per Susan Boyle.

Inevitabilmente anche io sono pazza per Susan, a prescindere dalle offerte per un film porno che le sono state fatte dalla tv inglese . Una donna dotata di X Factor anglosassone e che seppur bruttina stagionata, nonche massaia senza fascino, ti conquista e diventa stupendamente bella per chi l’ascolta.

Ecco a Voi Susan Boyle (prego ascoltare con silenzioso raccoglimento il video musicale all’interno dell’articolo 800 mila euro per un film porno)

 

Badilate di cultura

In Cultura, Miti ed eroi, uomini, Viaggi on 21 aprile 2009 at 14:26

Leggendo dal blog di un’amica Galatea il post

 Gli eubei questi bricconcelli, Ulisse, il mare e l’alba dell’Occidente

mi è venuto a mente che, a volte, amare la cultura classica, farla amare ai propri figli, vivendola come una storia da raccontare per tutti i giorni, anche quelli più comuni, si rischia di avere figli che non leggono i fumetti, per affezionarsi agli eroi di cartone, ma che ti fanno sfogliare l’Odissea per amare quell’Eroe, di grande ingegno e di instancabile intelligenza, che “fatto non fu per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Ulisse, il più grande, il più giusto, il più arguto. Ulisse contro Mazinga, al posto di Superman, invece di Paperone. E tutto questo lascia un segno indelebile nella mente, citazioni colte, sogni antichi.

Ben vengano allora tutte le badilate di cultura che non si usano più.

Lontano… lontano

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, poesia on 17 aprile 2009 at 16:42

Un semplice ricordo lontano

Principessa

Ancora sul ’68

In Amici, amore, Giovani, Gruppo di discussione politica., musica, personale, politica on 16 aprile 2009 at 8:56

In questi ultimi tempi, per la serie “i casi della vita”, mi sono trovata per l’ennesima volta a parlare dei magnifici anni 60 e in particolar modo del mitico 1968.

Attorno a quegli anni ho raccolto una piccola antologia di post che “vagolano” tra il politico ed il privato.

Come già variamente affermato nei mei post, io sono una sessantottina che non è mai diventata una ex, qualsiasi cosa questa affermazione possa voler dire, non ho mai accettato la resa, non ne ho mai considerato le condizioni, ho mantenuto lo stesso respiro di allora.

Forse alla mia età non dovrebbe essere sufficiente l’affermazione: io sono così. Forse ci vorrebbe di più. Ma attraverso questi post, che percorrono ora il pubblico od il privato di alcuni personaggi  ed attraverso i commenti che ne sono contributo, ho voluto parlare ancora di questo tempo, non faccio dietrologia, voglio solo considerare che in questi anni bui e senza fiato, la scintilla può innescarsi ancora, l’incendio può svilupparsi e possono nascere ancora le idee di rivolta che, nella mia storia, non muoiono mai.

Dal blog “Il nuovo mondo di Galatea”: I sessantottini non invecchiano mai

Dal blog “E’ solo un blog”: Sfogo di 68ino

Da “L’altra metà del cielo”: La radice delle colpe

La favola (a più mani)

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, poesia, politica on 7 aprile 2009 at 22:32

OGGI. Sembra pregarlo, chiederlo, imporlo. Lei vuole ancora ricordare. Oltre la mia vergogna. Oltre ogni pudore. Anche il suo. Credo che almeno questo glielo devo. Non ho che parole come oggetti contundenti; difficili. Come le dita di allora. Parole insensibili. Come segni che non sanno parlare. Parole povere. Non posso farlo che attraverso loro.
DIARIO: 1 gennaio 1968: Lo abbiamo passato in un bar.


Nel cuore, nell’anima

1967. 16 anni Lei, solo 19 lui. Ragazzi come lo si può essere. Sogni ed illusioni da condividere. Libri da leggere. Musica da ascoltare. Il lavoro, lasciato lo studio. Pochi rimpianti; allora. Niente li poteva fermare. Era tempo di crescere, tempo di chiedere, tempo di dare. Era fretta.
Lei era alta e rossa non solo di capelli e per lui era “la rossa“; Era tutto e troppo. Era l’immagine della sua rabbia; giovanile. Era il suo riscatto. Era anche quello che non sapeva dire. E Lei lo credeva un poeta. Si guardava intorno stranita. Non capiva quello che le succedeva. Se lo chiedeva. Se lo sarebbero chiesto entrambi.
Non avevano tempo per loro. Non avevano tempo per fermarsi. Si cercavano con gli occhi, con le labbra, con le dita. Si cercarono per due mesi. Senza riconoscersi. Senza trovarsi. Poi lui partì, e quasi non fu una scelta politica. Per altri otto si inseguirono con le parole. Anche quelle troppo povere per essere di aiuto. Anche quelle come queste. Ma allora avevano una paura maggiore delle parole. Lei non sapeva di essere donna. Lui non sapeva che fare il ragazzo. La storia li sfiorava e passava loro addosso. La storia. Lei non credeva di essere nel suo destino. Lui non voleva darle un appuntamento. E quella storia finì in modo che sembrava banale. Finì senza bisogno di grandi colpì di scena. Finì soltanto. Senza fanfare. O forse s’era solo interrotta. A quell’età non c’è tempo per ieri. Si guarda solo avanti. Si corre. Si pensa ci sia sempre un posto dove andare. E un altro posto da scoprire.
Ormai era il 1968. Quei ragazzi, bene o male, si credevano gli attori di quel tempo. Ognuno a viverlo per proprio conto. Convinti di esserlo, la storia. Convinti che tutto fosse là. Che bastasse allungare una mano. Convinti che ci fosse sempre un giorno dopo la notte. E lui, allora, non avrebbe fatto nulla per difenderla. Non lo sapeva fare. Era come se l’intero mondo girasse intorno a loro. Un assurdo girotondo che nessuno dei due voleva. E ognuno credeva di esserne padrone, di quel mondo. Ma tutto era cambiato. Loro cambiavano. Gli amici partivano. Gli amici non tornavano. Niente e nessun posto li poteva perdonare. Le canzoni restavano in sottofondo. I libri non si prestavano più.
Era finita ed era il 1969. Lui era tornato. Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Lui aveva cercato i loro posti, i suoi passi, la loro magia. Sembrava non essere sopravissuto nulla. C’era uno studente un po’ presuntuoso. Non voleva che gli altri la guardassero. Lui scrisse altre poesie che lei non avrebbe potuto leggere mai. Che nessuno avrebbe letto. Che lui stesso avrebbe dimenticato. Nessuna parlava di Lei. Nessuna parlava di loro. Si nascondevano dietro al pudore; le poesie. Dietro. Per chi sapeva leggere Lei era ogni parola. Era dolore, ma era anche sorriso.
Sembrava il tempo passare lento. Per quelle calli passò ripetutamente. Un tempo che sembrava non avere fretta. Non avere fine. Privo di un disegno preciso. Un lungo rosario di anni. Molti amici rinfacciavano a lui ancora di averla lasciata sola. Molti amici avrebbero voluto trattenerla. Per loro. Forse gli invidiavano persino il suo dolore. Nessuno mai a dire a Lei che lui non aveva altra lingua; che non trovava altre parole. Che in ogni nome ripeteva il suo nome. Che non era capace che di scrivere quel nome. Che era rimasta dentro la sua anima. Che era Lei la sua poesia. Ma gli uomini sono solo uomini. Non sempre sanno vedere; nemmeno con gli occhi.
Gli anni posarono la polvere sulle cose. Non c’era più quello studente. Lei si perdeva. Credeva di inseguire la libertà. Di dare uno schiaffo all’anticonformismo. Di continuare a ribellarsi. Lo credeva. Convinta. Restava rossa ma si faceva cosa. E tutto le graffiava la pelle. Non aveva altra paura che di sé. E da sé cercava di fuggire. Nel silenzio. Dentro un bozzolo. Esponendosi. Rischiando. Lui smise di scrivere e di sognare. Chiuse nel cassetto la sua bandiera. Cercò un angolo in cui quel ricordo non fosse troppo invadente. Si scelse una storia concreta. Una donna concreta. Una strada facile. A sognare faceva fatica. I sogni non lo lasciavano stare. Lo cercavano. Lo inseguivano. Gli chiedevano di essere e ricordare.
La vita è continuata. I giorni e gli anni si sono fatti strada. Come un torrente si sono fatti spazio sotto le pietre. Hanno continuato a scorrere. Il tempo non ha rispetto per nulla. Nessuno sa dopo. Conoscere è arte per adulti. Anzi ognuno sa, e ha continuato a sapere. Ognuno sa e non racconta. Quella sarebbe davvero un’altra storia. Del ragazzo, ormai invecchiato, che giocava ancora con i ricordi e sognava ancora la ragazza dai capelli rossi. Dei conti con una vita in autunno. Forse di un cuore che continuava a cercare calore. Forse. E Lei passeggiava le sue giornate. E Lei pagava, giorno dopo giorno, ed in moneta contante, quelle che credeva fossero le sue scelte libere e indipendenti. E stringeva nel suo pugno una vecchia canzone che pensava solo sua.
Cosa poteva succedere ancora per riavviare questa storia interrotta, senza futuro e senza più poesia? Ancora lei, non più la ragazzina di 16 anni, di nuovo la ragazzina, ma non più come una bandiera. Non quella che tutti cercavano. Che tutti inseguivano. Solo una donna ferita. Una donna che nasconde il suo nome e quello che è diventata. Che si cela dietro parole a volte senza senso. Lei, la ragazzina provocante, ancora una volta sfida il mondo e torna ridendo nel suo mondo. Come allora. Per la seconda volta. Si era scordata di saperlo fare. Vede quel nome. Un nome che è un ricordo preciso. Nitido. Finge di non avere paura e chiede “Si ricorderà di me?” scrivendo: “Sei tu?”. Lui non sa cosa si nasconde dietro a quel velo e risponde quasi incerto “Sì, sono io!”. E Lei torna quella ragazza.
Da qui in poi la storia prende il volo, si trasforma in favola. Le Favole per vivere hanno bisogno di nutrirsi di grandi emozioni. E questa non è una favola qualsiasi. Ha emozioni che hanno origini lontane. In un mondo di sogno che non tornerà più, ma quei ragazzi sono tornati e hanno creduto al miracolo. Infondo cosa sono quarantadue anni. Ora paiono un battito di ciglia. E’ facile, ora, anche per lui, dirle quelle parole, gridarle: “Sono tornato“.
Lui la guarda ora con gli stessi occhi di allora. E ama la donna che è. Non ha bisogno di volgersi dietro le spalle. Non deve sopportare il peso del rimpianto. Il volto di Lei sembra il volto di quegli anni. Forse, per lui, quegli anni non possono avere altro volto. Ora a lei donna lui sa dire “ti amo“. E ama quella donna più del ricordo che ha della ragazza.

La ballerina – La leggerezza della gioventù

In Gruppo di scrittura on 1 aprile 2009 at 21:47

Erano ormai finiti i tempi dell’avanspettacolo e del varietà al sabato. Belli o brutti erano finiti da una vita. In ogni luogo anche i divertimenti erano cambiati. Ma si sa come, nei paesini di provincia, la guerra sia passata invano. E così il passato era tornato ma non dal fondo di un barile sfondato. E in fondo non se n’era mai andato. Così era tornato come da lì vicino, da fuori alle mura. Intristito e greve, forse, appesantito dalla bruma del mattino sui campi. Eppure tornato non da un altro mondo; solo da poco fuori, dai paraggi. Per noi questo era normale. Questo faceva parte della vita di un qualsiasi paesino di campagna. O almeno lo credevamo. Ed è solo così che si possono realizzare le cose più fantastiche come avvenimenti del tutto naturali.
Ma il mondo finiva, allora, subito dopo l’ultimo podere. E quella sera c’eravamo tutti. Così passarono sul tavolato (non si poteva definirlo un palcoscenico, nemmeno con tutta la buona volontà possibile) le ballerine di rivista; e ancora: l’illusionista; il cantante afono dalla giacca sgargiante; e poi, come al solito, anche il comico. Per noi era ancora una rappresentazione e ancora manteneva una sua sacralità. Così anche noi ragazzi, e tutto il pubblico, facevamo volentieri la nostra parte, partecipando e gridando e fischiando. Soprattutto alle ballerine, è naturale. Ma non solo, il comico non poté finire e dovette scappare a metà del suo numero. Forse quello era un numero veramente comico o ironico ma certo che, se la guerra era passata invano, lui continuava a riferirsi ad avvenimenti avvenuti prima di essa. Non tanto a quel mondo, che sarebbe stato il meno, quanto a fatti precisi di quell’epoca che non potevamo conoscere. Tra un sogghigno e un lazzo non riuscivamo proprio, anche con tutta la nostra buona volontà, a capire alcunché. Da noi poi si legge solo il quotidiano sportivo del bar e spesso neanche quello del giorno, figurarci se abbiamo altro tempo da perdere.
E poi con quella giacca, e quel suo fisico tradito dalle truppe di pastasciutte. Non potevamo essere da meno. Eravamo una bolgia non molto esigente, delirante e ben armata. Chi non avrebbe provato paura a presentarsi davanti al nostro giudizio? Lei no! Si faceva chiamare Elena Solipinskaija perché diceva sempre: “Si ha un bel dire ma i Russi sono sempre Russi. Come loro ci sono solo i Russi”. Proprio nel momento di massima tensione, dopo il comico, era entrata Lei. Credo che Elena fosse il suo vero nome, per il resto tutto di Lei si perdeva nel più fitto mistero. Nel fiabesco mondo delle mitologie. Parlava un romagnolo senza pentimenti, con le vocali che arrotondano le labbra ma si favoleggiava di grandi onori e grandi amori. Di tesori regalatiLe e sperperati dal tempo e dal sogno di restare sé stessa. Sembra avesse ballato davanti a grandi nobili nonché nei loro grandi letti. E che più di qualcuno lo aveva rovinato. Almeno questo si sussurrava e nemmeno ormai più a voce tanto bassa.
Lei la guerra doveva averla vista davvero e in faccia; e non l’ultima bensì quella grande. Scoppiò in tutti una volgare risata spontanea. Ma la sua figura appariva, in verità, patetica. C’era in Lei tutta la nostalgia del tempo che era fuggito. Muoveva alla tenerezza: nel suo tutù rosa pareva schiacciata al suolo. Della antica bellezza non era rimasto molto, la figura era appesantita; ne più ne meno che quella delle tante nostre massaie in età. Il viso era così bianco che ricordava la pasta degli gnocchi quando si ravvolge in un abbondante lenzuolo di farina. E in quel viso una boccuccia rossa e due occhietti azzurri, piccoli come spilli, che sprofondavano senza penitenza.
Dopo un breve attimo di pausa, quel tanto bastante a riprender fiato, la platea aveva ricominciato il solito vociare: “Nuda! nuda!” subito affogato nel pentimento e poi nel terrore. Lei sarebbe magari stata anche capace di farlo. A seguire le urla si indirizzarono in un più innocuo e meno pericoloso: “Facce ridere! mandrucona.“–ed erano già più tranquillizzati– “Nun ce provà!” –e altri– “Ah Fata!” –e altri ancora– “Torna a casa”. E in effetti la cosa aveva, nella sua melanconicità, un che di ilare. Ma Lei non indietreggiò d’un passo e cercò di ballare. Non è per mancanza di rispetto ma quello era il termine giusto: “cercò” perché il suo, anche con la più buona buonavolontà, non si poteva certo più definire ormai un balletto. Per fortuna avevano finito i gatti ma anche solo quelle grida erano una bestemmia, a una grande artista come Lei. Ma si sa che nessun pubblico sa essere pietoso più del tempo che quando passa non torna mai sui suoi passi.
Questo mise in moto tutto il suo orgoglio. I grandi, quando sono veramente grandi, si possono privare di tutto, anche del pane, ma mai dell’orgoglio. Provò una posizione da angelo, col busto molto in avanti, sbilanciato in avanti, e le braccia allargate. Ma tremò tutta e tremarono tutte le sue carni di budino tiepido. A stento non crollò tragicamente al suolo trascinata anche dai suoi grandi senoni e dall’equilibrio reso precario su quei piedini. Solo l’orgoglio smisurato riuscì a tenerla su. E con uno sforzo sovrumano rimase pressappoco nella posizione. Quando il suo partner cercò di prenderla dopo un volo d’un misero saltino fu stroncato dal delicato peso rosa.
Fu allora che, prima uno sparuto manipolo, e poi tutti all’unisono, come una voce sola, cominciarono a gridare: “Sulle punte! dolcezza! sulle punte. Facci vedere”. Io cercai di interpormi fra i due partiti, anzi tra l’artista e i suoi carnefici. Di lottare per impedire quella che mi sembrava un’inutile, e immeritata, tortura. Ma ero solo un ragazzino. Così con tutta la tipica ignoranza grossa, e l’indelicatezza del giovane qual’ero, gridai, con tutte le mie forze: “Basta! basta per carità!”. E forse anche della pietà che non poteva essere morta. Ed era un grido compassionevole il mio; ma nemmeno si udì. Eppure non avevo pensato a Lei, non avevo avuto rispetto di quella donna. Si! ero stato proprio io, come potevo non aver considerato che quel palco era la sua vita? E che era la mia ignobile pietà a pugnalarla lì so-pra?
Forse solo Lei mi udì, perché guardò dalla mia parte, o almeno questo mi sembrò. Con un gesto imperioso fece tacere la musica all’improvviso e si rivolse al pubblico: “Io ho ballato davanti a ricchi signori e a tiranni”, –disse, con tutta la dignità che può dare l’arte, in un italiano quasi perfetto –”davanti a occhi non più benevoli dei vostri ma certo più competenti. Fuori bruciava la guerra e io dentro ballavo e facevo esplodere una diversa guerra nei cuori”. –tutti erano allora rimasti muti ad ascoltare quella donna così decisa–”Io ho sempre ballato perché io so solo ballare. E il balletto, io, io che ho visto danzare Nijinskij, proprio io, ho elevato ad arte. Anzi, io sono il balletto. Non c’era Preobrajenska che tenga. E anche stasera ballerò e non sarete voi a farmi smettere. Volete vedermi librare sulle punte; e non aspettavo altro. E sulle punte mi librerò. Leggera come una piuma. E con la grazia di un usignolo”.
Con un gesto simile al precedente ma più aggraziato diede il permesso affinché ricominciasse la musica da dove l’aveva interrotta lei stessa. Fece due piroette, una prima un po’ goffa e traballante, ma la seconda andava già meglio ed era più decisa. Poi uscendo da quest’ultima giravolta si fermò sulle punte del suoi piedini; immobile. Le braccia larghe come piccole ali. Gl’occhi rivolti al cielo, come se il soffitto non ci fosse, il naso all’insù pieno di naturale superbia. Le bocche di tutti si spalancarono, Lei era là statuaria e immobile e scoppiò giù, fra il pubblico, una vera e propria ovazione. Ma Lei rimaneva lì sulle punte come sorda a quanto avveniva. L’ovazione si tramutò in una lungo sospiro di meraviglia. E Lei restava lì a trattenere quel sospiro minuti, ore, come in una sfida fra la donna, l’artista, e il suo pubblico. Si! perché il pubblico ormai era solo suo, tutto suo; le apparteneva.
Tre giorni dopo si spensero alcuni riflettori e si verificarono le prime, sporadiche, diserzioni fra il pubblico. Tradimenti di poco conto. Gente priva di rispetto per sé stessa. Ma Lei era ancora lì, nella penombra, che si rizzava verso il cielo, verso là dove si incrociavano le corde che governano le quinte. I pompieri, finito il servizio, abbandonarono via via la lotta. Ma molti tornarono poi come semplice pubblico. Gli operai smontarono dispiaciuti quelle quinte. Ma bastava Lei per lo spettacolo. Io non so se Lei è ancora lì, ritta sulle punte. La vita, mio malgrado, mi trascinò, con la mia famiglia, via. E come molti ci costrinse nella grande città. Secondo le voci è ancora immobile su quel palco. Ma qualsiasi sia poi la verità io non potrò mai dimenticarla. Per tutta la mia vita. E per me resterà per sempre la grande Elena Solipinskaija.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: