Mario

Archive for the ‘Irlanda’ Category

Un Natale differente

In Irlanda, musica on 25 dicembre 2013 at 23:32

E’ passato anche questo Natale e per la testa mi è girato, tutto il giorno, questa strana canzone, forse più che strana diversa, come il Natale che vorrei passare quando la mia anima da cattiva ragazza ha il sopravvento

L’ultimo rifugio

In amore, Donne, Irlanda on 18 febbraio 2010 at 18:25

Lei lo aveva fatto spesso di pensarci. Forse era solo un modo per scaramanzia, oppure era per poter dire, nel caso fosse successo, che lei si era preparata. Ma sinceramente nessuno è preparato mai. Se per un banale accertamento medico, vedi alcune facce rannuvolarsi, vedi cambiare l’atteggiamento e come per un improvviso cambio del tempo, l’aria raffreddarsi, hai due possibilità o far finta di niente oppure chiedere cosa c’è. E se lo chiedi, te lo dicono. Questa è la nuova filosofia. Il malato deve sempre sapere. Lei l’aveva sempre detto che avrebbe voluto sapere. Non poteva essere che così, visto che non c’era nessuno che potesse condividere con lei anche solo l’annuncio di una notizia così. Certo c’erano molti accertamenti e test da fare. Ma la cosa era quella, a parte un miracolo. E lei ai miracoli non ci credeva. Già, quella storia della consolazione di Dio, non era certo nelle sue corde. Cos’aveva questo dio da consolare? Poteva fare a meno di incasinare la vita agli esseri umani, visto che lui poteva questo e altro, non si capiva il gusto che ci provava. Non era per quello che la riguardava, ma per tutte le persone che quel male e il dolore si erano prese nella sua vita. Per i bambini poi non avrebbe mai potuto perdonare. Che colpa ne avevano loro. Perché colpire crudelmente così troppe persone, che gusto ci trovava quel dio. Non poteva sentire chi diceva che era un suo progetto. Bella cazzata. Lei era d’accordo sul fatto che, se c’era, si sarebbero pur trovati faccia a faccia una buona volta e lei gliene avrebbe cantate quattro. Quei bambini non li avrebbe mai potuti accettare.
Chiese al medico la prognosi, una parola avara, chiusa in se stessa. Non rispose, ma aveva scosso la testa. Era sempre così, si rimandava tutto al dopo, nessuno si prendeva la responsabilità di esprimersi prima, ci volevano tante altre piccole delusioni. Bisogna prepararsi, diceva la medicina classica, ma nulla è certo se non ti analizzano ogni centimetro dentro a macchine spaventose. Lei la certezza l’aveva avuta da subito. Le bastava. Non che le piacesse rinunciare alla battaglia, ma aveva visto anche troppo. Persone care ridursi a larve umane. Nessuna dignità. Nessuna pietà. Fece le sue riflessioni. Chi e cosa lasciava? Che fosse sola dimezzava il problema. Certo c’era suo figlio e la sua famiglia. Lui avrebbe sentito la sua mancanza, se non altro perché sarebbe rimasto orfano definitivamente. Ma quello era un percorso naturale. Forse era il sentiero che meno avrebbe fatto male. Sua nuora e il suo nipotino invece li conosceva appena. Stavano lontano e non avevano, nella loro vita, mai cercato di comprenderla. Loro di lei avevano solo l’immagine della donna che si era fatta da sola e che si era ritirata in una torre di avorio. Quanto sbagliavano. Quanta sofferenza e assenza le era costata quella torre.
Ora stava a lei decidere. Non sapeva molte cose, ma di una sola cosa era certa: non si sarebbe sfasciata davanti a nessuno. Qualcuno avrebbe detto che lo faceva per stupido orgoglio, altri che il male aveva già offuscato i suoi pensieri. Lei lo faceva per non dover piangere su se stessa e probabilmente per un altro milione di motivi sconosciuti. Telefonò al notaio per sistemare alcune formalità. Ripassò i cassetti delle sue carte, solo per gettare via tutto quello che faceva parte del suo passato. Non aveva troppi rimpianti. Ormai il suo cuore aveva varcato la soglia dell’inverno. Ma quante cose aveva dimenticato nei meandri di quella vita. Quanti ricordi aveva accumulato. Documenti, biglietti, foto, ritagli di giornale, lettere… Con cura infilava nel cestino ogni orpello della memoria. Cosa serve accumulare tanta carta straccia, se poi alla fine non la puoi portare con te? Pensò con un certo rimpianto ai suoi libri, a tutte le emozioni che le avevano dato. Loro sì, i migliori compagni del suo tempo. Ma non poteva certo portarli con sé.
In mezzo ai ricordi più antichi trovò quelle lettere e trasalì. Le aveva cercate una vita e solo adesso le tornavano in mano. Maledette coincidenze. Era la storia di quell’amore di adolescenti che l’aveva fatta tanto sognare. Ed era una storia ancora viva, ancora dolente. Dopo tutto quel tempo. Chissà dov’era finito quel ragazzo dai dolci occhi color di foglia? Non lo sapeva e non lo voleva scoprire proprio adesso. Chissà il tempo quanti altri danni aveva provocato e in quante altre vite si era intrufolato per degradare tutto. Quelle lettere non ebbe animo di buttarle. Almeno non ancora. Solo quelle e niente di più avrebbe portato nel suo ultimo rifugio. Facendo quell’ultima valigia, infilò il libro che stava leggendo e quel pacchetto di memorie tra pochi abiti raccolti tra quelli più monacali avesse. Il biglietto aereo l’aveva prenotato per internet e dopo una breve ricerca aveva anche trovato in affitto un piccolo cottage sulla costa ovest dell’isola. Lì tutto era estremo, la costa scoscesa, il mare oceano, il vento tempesta e il fuoco che sapeva di torba. Voleva soltanto respirare l’odore del vento che veniva dal nuovo mondo, voleva perdersi guardando l’orizzonte, con le nuvole che rotolano basse nel cielo. Tutti sanno come sono i cieli dell’isola. Lei lo sapeva e per quello era diretta lì, per tirare i conti della sua vita. Unici compagni l’ultimo libro che stava leggendo e quelle lettere da un’altra vita. Sarebbe durato giusto il tempo per chiudere quel libro e per leggere quelle parole che le erano state dedicate molto tempo prima. Avrebbe ricordato l’amore. Voleva lasciarsi indietro tutto, senza rimpianti, senza dolore, senza nessuna riserva.
Lei lo sapeva che avrebbe aspettato sera, quando tutte le formalità sarebbero state compiute, lei lo sapeva che quelle lettere non le avrebbe potute rileggere mai, le avrebbero fatto troppo male. Per lasciare la vita bastava non amarla e non era certa di saperlo fare con quelle parole nel cuore. “La solitudine non fa male se sei in pace con te stessa.” e lei la pace l’aveva trovata, anzi l’aveva pretesa. Aveva gettato il pacco di lettere al vento e dopo un lungo tragitto, come una cosa senza valore, si erano inabissate nel mare. Stava facendo buio anche se il crepuscolo sarebbe durato ancora a lungo, succedeva così a quelle latitudini. Ora non c’era più niente che la tenesse legata ancora alla vita. Era arrivato il momento. Rientrò in casa con l’odore del sale tra i capelli scompigliati dal vento, era tutto quello che aveva chiesto. Era l’unica cosa che si era ripromessa. Mai nessuno avrebbe deciso per lei.

Il folletto innamorato (dedicata alla piccola Bri della tribù dei folletti pisani)

In Amici, amore, Gruppo di scrittura, Irlanda on 29 gennaio 2009 at 13:28

nuova-immagine

Il nostro folletto era di pura razza irlandese. Sono i folletti migliori perchè hanno i capelli tendenti al rosso, le lentiggini sul naso, sorridono in un modo esagerato e hanno anche dei piccoli difetti, ma sono così piccoli che non si vedono.

Il piccolo folletto Ciuk quel giorno  era triste, di solito svolazzava nel bosco da una foglia all’altra, facendo le smorfie  alle farfalle e tirando la coda agli scoiattoli, ma quel giorno proprio no, non aveva nessuna voglia di scherzare.

Seguendo una falena il nostro piccolo amico aveva  volato sopra una casettina piccina picciò, con una portina  e una piccola finestrina da dove spuntavano gli occhi dolci di Ely la folletta più bella della Contea del Connemara.

michellebradshaw51

Ely era bella, ma triste, le sue piccole ali delicate vibravano ad ogni battito del suo cuoricino, così bella e triste era irresistibile.

I folletti irlandesi sono fatti così: i maschietti sono curiosi e simpatici e le follette sono belle e tristi. Il povero Ciuk, non aveva mai visto niente di simile in vita sua, gli mancò perfino il fiato e gli si rizzarono in testa i lunghi capelli rossi, da questo capì di essersi innamorato perdutamente della folletta alla finestra.

Ciuk ora stava al margine del bosco con un’aria imbronciata che male si addiceva al suo musetto simpatico. Seduta sulla sua foglia preferita, lo vide Bri la folletta rock, che invece di essere bella e triste come tutte le follette che si rispettino era pazzerellona, ma anche un pò saggia.

favolabri

 

“Ciuk che ti succede?”  chiese curiosa Bri. “Mi sonno innamorato!” rispose  Ciuk sconsolato. “Per questo sei triste?”  perplessa la rockettara continuò: “Ma dai…. l’amore è bellissimo ti fa cantare  felice da mattina a sera, non lo sai?” Ciuk disse ” Cantare? Ne sei sicura?” “Ma certo, prova?” Ciuk intonò con voce tremante (a dir la verità molto stonata) una canzone che gli avevano insegnato gli amici del bosco.

“Sono un folletto,

caduto dal letto,

finito nel piatto

io sono  un po matto

e se faccio un salto

e poi mi ribalto

e casco dall’alto

non vivo poi molto….

Ely lo sentì e scoppio in una risata argentina. Era simpatico Ciuk. E anche lei si innamorò.

Bri tutta contenta, da brava rockettara magica, cantò la sua canzone, ma la sua era una vocina magica  che poteva trasformare la vita dei suoi due nuovi amici, e così fece :

Il caro folletto

caduto dal tetto

scroprì che il suo amore

passava per il cuore

della bella folletta

a lui stretta stretta.

Le fa l’occhiolino

e poi nasce un  bambino……

piccolo11

 

Briiiiiii guarisci presto. Zia Ross

Tutte le sere del mondo…….

In Irlanda, musica on 4 luglio 2008 at 20:43

Ognuno di noi ha un momento del giorno che gli è congeniale. Un momento per raccogliere le idee, le informazioni, per fare ordine ed allo stesso tempo lasciare al vento le vele, per disintossicarsi e liberarsi dalle energie negative, per ritrovarsi.

Io preferisco la sera, quando la luce del sole degrada , muta e si trasforma in inchiostro liquido, se posso, in quel momento faccio sintesi della mia vita, penso alle cose buone che ho raccolto durante il mio percorso, a quelle che ho perduto anche se le stringevo forte, a quelle che ho lasciato indietro perchè così doveva andare. Divento triste e malinconica, diventa forte il senso di abbandono, il tempo si ferma….. ma nello stesso momento un altro tempo corre veloce nella mia mente e va indietro ….. indietro……

ricordo, rimpiango, amo e respiro forte, ma niente, niente può tornarti indietro e aspetto sconfitta che ancora una volta rinasca il sole.

The Commitments – La nascita del mio amore per l’Irlanda

In Cinema, Irlanda, musica on 8 aprile 2008 at 22:17


questo video è stato riinserito perchè l’originale non era più disponibile


questo video è stato riinserito perchè l’originale non era più disponibile

Nella mia vita non c’è mai stato una terra promessa, un luogo mai tanto sognato come l’Irlanda.

Sarà che sono nata coi capelli rossi e una pioggia di lentiggini sul naso, sarà che ero ribelle e sognatrice, sarà che ho sempre amato il sole e il vento, il mare e la libertà….. ma l’Irlanda, con i suoi cieli bassi e luminosi, con le sue scogliere a picco sul mare, con la sua gente orgogliosa e vitale è stato un amore che non ha avuto pari.

Il primo incontro lo ebbi coi film: “Un uomo tranquillo” di John Ford, con John Wayne e Maureen O’Hara, girato nel 1952 ed in circolazione per moltissimi anni alla televisione, con delle immagini bucoliche del Connemara. Più avanti “La figlia di Ryan” (1970) un film di David Lean con Robert Mitchum, John Mills, Trevor Howard, Sarah Miles, girato nella zona di Dingle con scene dei Cliff of Mohair (indimenticabili). Ancora film impegnati come “Il mio piede sinistro” o “Nel nome del padre”, ma in assoluto il film che mi conquistò è stata una pellicola di Alan Parker (che irlandese non è) “The Commitments” (1991) la storia di un complesso musicale nato dal caso e dall’ironia, scalcinato, raffazzonato, irriverente e solidale….. tutta un’altra cosa dai film che avevo visto prima, ma mi ispirò così tanto grande amore per questa terra e questa gente, che partii in un lungo viaggio avventuroso……

Ci tornai sei anni dopo……. l’Irlanda si muove e corre come i suoi cieli, forse la poesia si era leggermente offuscata, forse il turismo la stava plasmando, ma che terra ragazzi!!! Che popolo!!!! Se non fossi nata italiana vorrei essere nata irlandese, malgrado tutto il dolore e la povertà che questo paese ha dovuto soffrire.

Per chi volesse continuare questo viaggio fatto di pellicole consiglio anche “l’Uomo di Aran” (1936) “La moglie del soldato” (1991) “Michael Collins” (1996) “Svegliati Ned” (1999) “Le ceneri di Angela” (1999) “Il vento che accarezza l’erba ” (2006) di Ken Loach e se proprio volete soffrire e ascoltare vedetevi “Bloody Sunday” ( Bloody_Sunday_(1972))

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: