Mario

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Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

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Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

Fumose conversazioni di viandanti senza confini

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 15 febbraio 2014 at 11:57

ulivoGià al primo incontro prometteva bene…. molte facce giovani e sorridenti. Non che la gioventù sia sempre un valore aggiunto, ma in questo caso ci piaceva pensare che avrebbe fatto la differenza.
Noi di età più che matura guardiamo sempre ai giovani con affetto e curiosità, così fin da subito adottiamo Stef, una bambola di porcellana dai riccioloni neri e la bocca a forma di cuore. Affinità elettive si dice. Ma la cosa non finisce qui, man mano che il gruppo si compatta adottiamo due ragazzini molto simpatici e vivaci, un gruppo di sardi dalla parlata irresistibile, un ragazzo piombato come ufo in mezzo a noi e un gruppetto di ragazze, che a parte la bellezza e la giovane età, hanno sorrisi irresistibili e una gran voglia di vivere, e due coppie che figuravano bene nelle foto di famiglia come l’esempio di come si dovrebbe essere da giovani e da un po’ meno giovani.
Sia chiaro che un viaggio è il luogo dove andrai e le motivazioni per cui ci vai, questa è cosa che scegli prima, ma in gran parte dei casi è importante, anzi determinante, con chi ci vai e chiaramente questo non lo puoi scegliere a priori. Stavolta però il caso ha ordito delle sorprese che nessuno si era aspettato, delle condivisioni che travalicavano i confini dell’età e della provenienza, il viaggio era la metafora del nostro desiderio di sapere, informarsi, conoscere. Stavamo tutti alla linea di partenza con il nostro bagaglio di esperienze e di sapere, e con la mente aperta agli stimoli e alle potenzialità degli agenti stimolanti. Fossero come in questo caso le persone.
Ovviamente alcuni partecipanti erano un po’ sulle loro, normale processo prima di affidarsi completamente ad un gruppo. Forse sarebbe durato poco o forse avrebbe percorso tutto il tratto assieme, ma già verso gli ultimi posti del pullman si era formato lo zoccolo duro del gruppo: i giovani, i ragazzini, i sardi e altra varia umanità.
Lo stare alla fine significava avere più libertà di movimento e di chiacchera, trovato il posto, sarebbe stato difficile farci scalzare via.
Ma a prescindere dal valore delle cose viste insieme e dalla qualità del rapporto che si stava instaurando, quello che  non possiamo dimenticare è quello scambio di idee e di emozioni che facevamo a sera tardi, nell’angolo ristretto dedicato al fumo. Un dopocena che era diventato un momento topico senza il quale non si poteva andare a letto.
Ogni notte sempre più tardi, tra una chiacchera e una scappata alla “Tenda” per un hashisha in compagnia. Per me personalmente una sofferenza, perchè sia nell’angolo del fumo, sia al bar, il fumo mi faceva tossire e lacrimare gli occhi, ma sembrava a nessuno importare più di tanto e per questo nemmeno a me.
Vero era che i nostri percorsi mentali, lì, trovavano il momento di quagliare. Confidenze della propria vita, dei progetti per il futuro, dei sogni nel cassetto e delle emozioni della giornata, erano lì che venivano condivisi e in qualche modo elaborati. Ore a parlare, in barba alla stanchezza e al bisogno di stendersi a letto dopo le intense giornate che Luisa ci proponeva quotidianamente.
Luisa ci lasciava dopo le sue sigarette serali, forse con un po’ di invidia perchè noi resistevamo ancora e a volte più di un po’. A lei mancava la possibilità di stare in fondo al pullman con noi e di vivere il cuore caldo di quel viaggio. Che poi magari non era nemmeno il solo cuore caldo. Ma per me era il “mio cuore caldo” e niente e nessuno mi avrebbe fatto rinunciare a vederlo pulsare.
Luisa me l’aveva detto con un po’ di rammarico: “A volte dei viaggi non riesco a godere delle alchimie che si formano tra viaggiatori. Sono troppo presa nell’intrecciare gli eventi della giornata, di mettere insieme le tessere del puzzle. Vi invidio per questo.”
Ero davvero dispiaciuta di non poterla sollevare di qualche problema, di darle una mano seriamente, però conosco il modo di muoversi di alcune persone, abituate a lavorare da sole, ogni aiuto può diventare un intralcio, sia a causa delle velocità di movimento, sempre e comunque diverse, sia per le eventuali difficoltà di comunicazione tra menti organizzatrici. Mi dispiaceva che perdesse quello splendido momento della giornata e ora vorrei poterglielo riconsegnare, ripulito dalla stanchezza e dalla tensione di quei giorni.
Non sempre nel fumoso angolo delle idee bastavano i posti. Molto spesso si aggiungevano sedie qua e là e si intrecciavano voci, si rideva per il pagliaccio di turno, che dall’inizio si era dato il compito di rendere più leggero un percorso che leggero non sarebbe stato. Il lessico stava diventando famigliare, le battute si ripetevano e ormai erano diventate gergo.
Ero curiosa di sapere di quei ragazzi giovani quale fosse stata la spinta per partire e quali erano le loro direzioni, le emozioni, le riflessioni d’oggi. Ciascuno con il bagaglio che gli era stato dato o che aveva raccolto, procedeva a tentoni all’interno di una realtà difficile e piena di trabocchetti.
Perchè viaggiare dentro la Palestina è un percorso di trappole, te ne accorgi giorno dopo giorno, un viaggio per innamorati e per sognatori e anche per razionalizzatori e miscredenti. Difficile applicare le esperienze di prima, perché un prima c’è, quello che non sai è il poi.
E’ un viaggio che cambia, ma nessuno capisce come e quanto e in questo dubbio un po’ ci si perde, un po’ ci si innamora di tutto e di tutti, inutili quasi gli avvisi di Luisa: “I palestinesi si dividono in buoni e cattivi , come in qualsiasi altro posto…” sembra volerci mettere in allerta sulla possibilità di vedere solo il fascino delle vittima, mai quello dei carnefici, anche se vederli come persone mosse da cattive intenzioni, ci sembra davvero difficile: troppo gentili sono i loro gesti, troppo ospitali le loro case e troppo conquistatori i loro sorrisi e i loro grazie.
Comunque innamorati o no, ci siamo presi le nottate per raccontarci, chi più e chi meno, delle nostre vite e dei nostri sogni.
Fumose conversazioni certo, ma che tengo nel cuore.
Certamente viandanti senza confini perchè i nostri pensieri vagavano e valicavano i muri di questo paese senza pace e senza nome.
Abbiamo vissuto un’esperienza comune che ci ha avvicinato più che per una contingenza famigliare. Abbiamo scambiato idee e sorrisi… come potremo mai dimenticare?
Il viaggio è anche questo, amare e crescere insieme, va molto al di là del tempo che dura, va molto più in fondo, si radica in te come una pianta di ulivo, che resiste, fiorisce e dà frutti per anni e anni, contorce il suo fusto per esporre meglio i rami alla luce del sole e resiste, Resiste, malgrado le tempeste e le mani nemiche che la vogliono strappare. Questo è il senso di tutto: un viaggio e delle persone che fanno parte di te, che ti rendono più forte e più certa che la strada è giusta, che non sei sola a percorrerla, che da qualche parte conduce ed altri sono con te.
Sì sono innamorata della Palestina e come un grande poeta scrisse, non riesco più a farne a meno.
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò “”sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.”
(M. Darwish)

Profughi per sempre

In Amici, amore, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 febbraio 2014 at 14:16

bambini a balata

Non è facile capire che esistono molti campi profughi nella terra di Palestina.
Certo, si conoscono bene i campi profughi al di fuori della Palestina: in Giordania, Siria, Libano. E’ normale scappare all’invasore, ma cosa ci fanno i campi profughi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania?
Poi ci si ripensa meglio, si entra in merito alla questione, e ti accorgi che dal 1948 (ben 66 anni fa) i palestinesi fuggiti o deportati dai loro villaggi occupati o distrutti, hanno avuto in sorte di vivere in campi profughi all’interno del loro paese.
Prima hanno vissuto in tende nella speranza che fosse tutto provvisorio e poi sono venute le case, oggi affastellate una sull’altra, nella ricerca di luce e di salubrità.
Gente con ancora il sogno di ritornare nelle proprie antiche dimore e nei propri terreni, ma la cosa è così lontana, è possibile pensare che un giorno Israele non le occuperà più?
E come in ogni luogo i profughi, non vengono nemmeno calcolati come palestinesi residente, non votano per le amministrative, non esistono per l’assistenza municipale, nemmeno la spazzatura viene portata via. Tutto rimane sospeso in una eterna attesa.
L’avrà pur detto l’ONU che a loro spetta il diritto al ritorno, ma l’ha detto così tanto tempo fa che se n’è pure dimenticato, come dimentica di pagare gli stipendi agli operatori dell’UNRWA, creando ancora più disagio con  lo sciopero degli addetti e gli uffici chiusi.
Possibile che ancora oggi i giovani dei campi conservino vivo il sogno del ritorno?
E cerchiamo di capirlo al campo profughi di Balata vicino a Nablus, il più popoloso, il più difficile, ieri origine delle Intifade, oggi luogo di violenza e grande disagio.
1 kmq. di rabbia per 20.700 persone circa. Come faranno a starci?
Disoccupazione quasi totale e oggi nemmeno un minimo di assistenza.
Balata, campo profughi di chi era di Jaffa, di chi viveva lo spazio del mare, le voci del porto, dei commerci, il profumo di salsedine e delle barche tirate a secco sulla spiaggia. Balata l’altro universo. Un mondo duplex assai assomigliante a quello dei fumetti di Superman. Da un lato belli e buoni, dall’altro brutti e cattivi.
A Balata ci ricevono al Centro che porta ancora il nome della città di origine, da dove furono cacciati. Un posto pulito che accoglie pure una sala riunioni piuttosto grande, una sala teatro per le attività culturali e una grande terrazza che permette allo sguardo di spaziare un po’ più in là.
Vedo da un lato il cortile e l’edificio della scuola (chiusa) dell’UNRWA. Mi chiedo se è solo oggi chiusa oppure se lo è anche gli altri giorni. Sembra un luogo abbandonato da tempo, dimenticato. Dall’altra parte, un accumulo di tetti e terrazzette disordinate, sporche, piene di stracci al vento.
Non c’è dignità a vivere in così piccoli spazi, si può solo diventare cattivi.
Lì al centro ce lo spiegano con parole dure, reali e prive di speranza.
Io penso ai topi che messi in uno spazio ristretto e sovraffollato, finiscono per mangiarsi gli uni con gli altri, per poter sopravvivere.
E quella gente aveva il mare come compagno di giochi, ma tanto, troppo tempo fa. Ce lo spiegano che è troppo pericoloso visitare il campo. Non ci porteranno.
Ci sembra impossibile, ma gli crediamo sulla parola. Troppe sono le ristrettezze, la disoccupazione e l’abbandono. Noi amplificheremmo troppo il divario, non assecondiamo la nostra curiosità, che senso avrebbe?
Addocchio in una vetrina di armadio uno scialle palestinese, ricamato dalle donne di Balata. So che lo prenderò anche se costerà troppo. Carità indiretta e peregrina, ma tanto so che non posso ripagare la loro sofferenza. Non è certo responsabilità mia, ma chissà perchè mi sento vergognosamente fortunata ed in colpa.
Arriva Murad, amico palestinese ospitato nel suo soggiorno italiano, è coordinatore del Comitato di Resistenza popolare non violenta di Kufr Qaddom, un villaggio che lotta per riottenere la strada rubata che porta a Nablus direttamente. Oggi non è più così, ma cosa serve dirlo, qui in Palestina una strada rubata sembra quasi il meno, anche se allunga il tragitto di una trentina di km.
Murad è appena uscito dal carcere, non so nemmeno se potrebbe avere guai ad essere a Balata. Probabilmente sì, ma è venuto lo stesso, è stato gentile a venirci a salutare, gliene siamo grati. Ci porta la sua amicizia e il suo ringraziamento di essere lì. Ci fa bene al cuore.
Ci porta anche un po’ di speranza. C’è ancora chi lotta e chi ci crede.
Io mi rendo sempre più conto di quanto disperata sia la situazione. Mi sento inutile, inappropriata, solo l’incontro con Murad mi fa sentire che non tutto è perduto e che la Resistenza continua e che c’è chi ancora ci crede e che paga anche di persona, e con questa sensazione meno esasperante affronto il resto della giornata. Un velo di tristezza e un po’ di calore nel cuore.
Lo scialle lo prendo, mi fa sentire un po’ meno ingrata, però mi sento anche ipocrita, cosa penso? Di cavarmela così a poco prezzo?
Usciamo e troviamo dei bambini. Per loro tutto è un gioco, ci fanno sorridere. I bambini sono uguali in tutto il mondo, ma i palestinesi sono di pasta resistente, non ti lasciano mai senza un sorriso.
Continuiamo il nostro viaggio, mentre io, in silenzio, penso che forse tutti a Balata resteranno profughi per sempre, ma non ho il coraggio di dirlo a nessuno e sono certa che è meglio così.

C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

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Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

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