Mario

Archive for the ‘Viaggi’ Category

Resistenza è….. per sempre (di Jean Emile)

In amore, Viaggi, Viaggi AssoPace Palestina on 28 gennaio 2015 at 17:24

jean_emile_bagnod
DIARIO INCOMPLETO DI 3 MESI IN PALESTINA

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:
Resistenza è camminare
Resistenza è restare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante
Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciando il mitra con evidente nervosismo
Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza
Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio
Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo
Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei
Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”
Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni
Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto
Resistenza è dormire per terra, insieme a tuoi compagni
Resistenza è “finalmente stanotte dovrebbe arrivare un’altra compagna” – “No, è stata respinta all’aeroporto”
Resistenza è andare a letto alle 20.30 dopo aver bevuto dodici bicchieri di tè e due di caffè arabo, sapendo benissimo che non ti addormenterai prima dell’una di notte
Resistenza è svegliarsi alle tre di notte per andare in bagno e scoprire che alcuni militari dentro una camionetta ti stanno tenendo d’occhio… dall’alto
Resistenza è non dormire affatto, perché la paura di un’incursione notturna dell’esercito israeliano non dà pace alla mente
Resistenza è accompagnare due palestinesi disarmati nel bel mezzo di esercitazioni militari a cui partecipano centinaia di soldati
Resistenza è andare a visitare il villaggio circondato da centinaia di soldati israeliani per incontrare gli occhi dei suoi abitanti
Resistenza è stare insieme intorno a un fuoco scrutando, nella notte, i soldati con un cannocchiale
Resistenza è accettare di mangiare pop corn mentre le truppe israeliane si stanno esercitando nel buio, a pochi metri di distanza… e due commilitoni stanno visibilmente dirigendosi nella tua direzione
Resistenza è visitare una famiglia che sta costruendo una nuova casa. In questa terra l’unico modo per farlo è farlo illegalmente e spesso sotto una tenda
Resistenza è stare in piedi tra un pastore palestinese e un colono israeliano, sapendo benissimo che se quest’ultimo decide di attaccare non avrai neanche il tempo di pensare
Resistenza è sentirsi dire da un ebreo “You like Nazi?”
Resistenza è assistere al parto di una pecora a qualche centinaio di metri da un avamposto di coloni nazional-religiosi
Resistenza è accompagnare un pastore nello stesso posto in cui era stato picchiato neanche 24 ore prima
Resistenza è apprendere che su quel pozzo c’era scritto, in ebraico: “Morte agli arabi. Rabbino Kahane aveva ragione”
Resistenza è continuare a sentire l’umanità dell’altro, nonostante il conflitto
Resistenza è impiegare due ore per accendere la stufa, perché piove da giorni e la legna è tutta bagnata
Resistenza è utilizzare un sacco di plastica e una maglia per accendere la stufa
Resistenza è rischiare di rimanere intossicati dal fumo che esce dalla parte sbagliata della stufa
Resistenza è cucinare la polenta sul fuoco della stufa
Resistenza è puzzare di fumo e di sudore: sempre e comunque
Resistenza è assistere, di notte, al bendaggio e all’arresto di un palestinese sconosciuto senza poter far molto, se non chiedere spiegazioni e riprendere con la videocamera
Resistenza è ricevere minacce perché stai riprendendo un palestinese sconosciuto, bendato e ammanettato sul ciglio della strada
Resistenza è ascoltare canzoni di donne che inneggiano alla libertà, di fronte a decine di soldati
Resistenza è convincere i soldati a farti riprendere mappe geografiche riportanti confini illegali
Resistenza è assistere allo scivolone maldestro di un soldato mentre sta cercando di raggiungerti per parlare… il fango ha otturato la canna del suo M-16
Resistenza è parlare per decine di minuti con soldati che si esprimono attraverso stereotipi e cliché
Resistenza è spiegare ad un soldato, per l’ennesima volta, che sta violando la sentenza della Corte Suprema Israeliana
Resistenza è scoprire che una soldatessa di leva la pensa come te
Resistenza è ascoltare la sofferenza umana, da qualsiasi parte arrivi
Resistenza è litigare con il tuo compagno per non aver fatto abbastanza
Resistenza è arrabbiarsi con sé stessi per non aver dato abbastanza
Resistenza è guardare in faccia all’ingiustizia, giorno per giorno
Resistenza è essere presi in giro da chi “proteggi”
Resistenza è non riuscire più a capire chi protegge chi
Resistenza è cercare di esprimersi in arabo senza averlo mai studiato
Resistenza è sentirsi giudicati per non aver imparato abbastanza in fretta quella lingua altrimenti sconosciuta
Resistenza è non dare ascolto a quella vocina interiore che dice “se c’era qualcun’altro, sicuramente, avrebbe fatto meglio”
Resistenza è sapere che ci sono palestinesi rinchiusi in carcere da mesi, da anni senza processo e senza motivazioni d’accusa
Resistenza è scoprire che molti di questi palestinesi sono in sciopero della fame da settimane o mesi… e in Europa sono veramente in pochi a saperlo
Resistenza è tornare insieme ai palestinesi sui campi che gli hanno proibito di coltivare… tutte le settimane
Resistenza è assistere all’arresto degli attivisti israeliani che si interpongono fisicamente per difendere i diritti di quei contadini
Resistenza è cooperare. Israelian*, palestinesi, italian*, inglesi, statunitensi, svedesi, cech*, polacch* insieme per raggiungere un unico fine senza confini: la giustizia
Resistenza è fare tutto questo per amore,
E tanto altro ancora…”

Jean Emile

(uno dei ragazzi di Operazione Colomba ad At Tuwani)
trovato morto in fondo ad un dirupo in Val D’Aosta il 3 agosto 2014

Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

rapper

Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

Pensa agli altri (di Fiorenza Borghese)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 9:04

beduina

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri.
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (trad. di Asma Gherib)

Il viaggio dell’anima
La valigia è quasi vuota, dentro ci sono ancora pezzetti del viaggio: pesciolini di vetro, presepi di legno, saponi di Nablus, ricordi di Al Kamandjati. Al ritorno non si è veramente tornati, molte cose si agitano dentro e mi tengono legata a paesaggi, colori, profumi di spezie, alle mura di Gerusalemme, ai bambini che sorridono. “…si sa come si parte ma non si conosce il cambiamento che si farà, e in qualche modo cambierete statene certi.”, aveva scritto Franca nella sua prima mail. In Palestina bisogna andarci accompagnati dalla voce appassionata di Luisa che arriva dovunque e che tutti conoscono, per raggiungere villaggi beduini e campi profughi ed ascoltare il racconto di chi resiste all’occupazione. E bisogna andare anche a Hebron, città-fantasma.

Brandelli di Hebron-Al-Khalil
Il groviglio di muri, divisioni, chiusure, check-point, gabbie, reti, blocchi che feriscono la Palestina si fa ancora più intricato a Hebron, H1-H2, dove gli insediamenti israeliani sono nel cuore della città, e coloni integralisti, protetti da soldati e loro stessi armati, tengono sotto scacco la popolazione palestinese con violenze ed angherie d’ogni sorta. Shuhada Street, la strada del commerci e del mercato, è chiusa da anni ai palestinesi, presidiata dall’esercito d’Israele, vi hanno accesso solo gli israeliani ed i turisti : ciò, paradossalmente, per la sicurezza dei coloni dopo l’eccidio alla moschea compiuto dal colono Goldstein nel ’94. I palestinesi sono perciò costretti a compiere tortuosi percorsi di chilometri per arrivare in posti altrimenti raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Arriviamo a Hebron in una giornata livida che pare in sintonia con il luogo. Arranco con gli altri dietro a Mike, cercando di seguire il suo racconto sempre prezioso, su per un viottolo attraverso un campo di antichi olivi, in gran parte bruciati dai coloni: in cima ad un’ altura da cui si domina la città c’è la sede di Youth Against Settlements, un gruppo di attivisti impegnati a contrastare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani attraverso la resistenza non violenta. Dietro di noi, a distanza di pochi metri, una casa requisita e presidiata da soldati israeliani.
Issa Amro, coordinatore di YAS, ci illustra le numerose attività del centro e racconta i soprusi, le violenze, gli arresti ingiustificati subìti, il lavoro fondamentale che YAS svolge per documentare l’ illegalità con foto e videocamere. Intanto vanno su e giù dalla minuscola cucina, donne, uomini e ragazzini con piatti e vassoi ricolmi: siamo oltre 50 e più tardi troveremo le tavole generosamente apparecchiate sul retro, fuori e dentro la casa, per un pranzo sotto gli occhi del soldato israeliano chiuso nella sua garitta .
Dalla sede di YAS per una discesa sgarrupata di sassi e terra arriviamo poi a Shuhada Street dove incrociamo subito dei coloni all’uscita della sinagoga dopo i riti del sabato (tra loro una donna con un sorriso raggelante proclama: “Israel is our land, all Israel is our land!”). Shuhada Street è deserta, le imposte verdi dei negozi sbarrate e scolorite, i portoni delle case sigillati. La percorriamo sotto la pioggia, Luisa in testa al piccolo corteo con il cartello Open Shuhada street. Ma Issa e gli altri attivisti non possono camminare con noi, passeranno attraverso i campi e il cimitero per ritrovarci al checkpoint d’ingresso al suq. Ci soffermiamo sotto l’abitazione di Zleikha che, rispondendo al richiamo di Luisa, compare sul balcone chiuso da una griglia di metallo che la protegge dai lanci di pietre dei coloni. Zleikha sorride, ci saluta; lei, palestinese, è da anni prigioniera in casa sua, non può mettere piede in Shuhada street, non può passare dal portone, deve attraversare passaggi aperti nelle case dei vicini per uscire sul retro. Come raccontare questo sistema diabolico di apartheid? Ci passano accanto saltellando due ragazzine bionde: ci guardano e sorridono di sfida o è il disagio di chi ha paura perché si è rinchiuso in un isolamento malato, in un luogo violato nella sua antica bellezza. Anche queste adolescenti aizzano i cani contro inermi palestinesi e lanciano spazzatura e liquami dalle finestre? Con senso di spaesamento e d’ inquietudine, mi trovo dentro un paesaggio surreale come quello dei sogni o dei rebus, dove le figure sono accostate in modo incongruo.
Emozioni contrastanti, ma anche tanta energia positiva che arriva dalla tenacia con cui in Palestina si resiste all’ingiustizia e all’illegalità dell’occupazione. Le persone che abbiamo avuto il privilegio di incontrare difendono palmo a palmo la loro terra, piantano olivi, portano avanti progetti di salvaguardia delle loro radici, delle tradizioni artigianali, di educazione e cura dei bambini, di emancipazione delle donne. L’uomo delle mandorle accovacciato accanto al fuoco resiste nella sua casa, l’inarrestabile Yasmeen scalerà anche il K2, i musicisti di Al Kamandjati sfidano i controlli suonando alla Porta di Damasco e ai check-point, il professore israeliano da dodici anni dedica lo shabbat alla protezione del villaggio di At-Twani E Rami e Bassam ci toccano il cuore perché in fratellanza cercano giustizia e non vendetta. In tutti loro è riposta la nostra speranza che l’ostinata formica di Daniela sul muro di Betlemme prima o poi ce la farà.

Storie di quotidiana civile resistenza (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:41

SONY DSC
Nel corso del nostro viaggio ne incontriamo altre : l’impegno della Municipalità di Beitunia con progetti educativi , architettonici e dove si continua a piantare ulivi “ vita “ in continuità con le loro tradizioni
La serenità e il sorriso contagioso della dolce Yasmenn Al Nayyar è un altro tassello di speranza quando racconta la sfida nell’intrepida impresa di scalare il Kilimangiaro e poterci mettere la bandiera della sua amata terra.
I progetti promossi da numerosi artisti, gli incontri che ci hanno permesso di conoscere associazioni che pur tra mille difficoltà incoraggiano varie forme di creatività con ragazzini strepitosi rapper e giovani attori .
Il progetto dell’orchestra del conservatorio di Betlemme orgoglio del direttore il maestro Michele Cantoni con un cartellone di impegni non solo locali ma anche in prestigiosi teatri italiani e Europei.
Gli scambi culturali che stiamo attuando tra giovani artisti palestinesi e italiani, si stanno rivelando efficaci su entrambi i fronti, perché intendono Far emergere il patrimonio culturale palestinese – dice Luisa Morgantini – affinché si rompa lo stereotipo di popolo-vittima o popolo di terroristi.
Ma non solo la cultura come settore “privilegiato“ anche supporti all’imprenditoria locale e di sviluppo rurale, aiuti materiali: quello di tanti ragazzi italiani impegnati in Operazione Colomba, il lavoro di tante donne intellettuali e insegnanti nelle scuole, nelle cooperative per diffondere e conservare tradizioni, tante opportunità rappresentano un modo concreto di sperare, di guardare al futuro.
Un fenomeno di cui non conoscevo le dimensioni per la portata simbolica sono gli atti di pura violenza che i coloni cercano spesso di mettere in atto nei confronti dei ragazzi palestinesi che vanno a scuola.
Abbiamo incontrato un corpo internazionale di volontari (TIPH) che hanno il compito di scortarli per difenderli dagli attacchi dei coloni, abbiamo conosciuto ONG la cui attività consiste nell’accompagnare studenti, pastori o contadini nelle zone a rischio di attacco da parte dei coloni.
Anche qui la difesa sta nel fatto che si tratta di un’attività completamente nonviolenta, la cui arma principale consiste in una semplice videocamera che documenta ogni eventuale illegalità. Un esempio prezioso di uso pacifico delle tecnologie moderne.
Tante cose fervono nella Palestina e intorno alla Palestina.
Mi domando se possa non esserci liberazione per il popolo palestinese, e mi sembra che nel mio cuore e anche in quello di tanti compagni di viaggio ci sia una speranza assoluta: libertà ci sarà.

La libertà non è in vendita (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 25 gennaio 2015 at 18:40

IMG_0137
Lo indica bene la grande chiave all’ingresso del villaggio che simboleggia il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e la speranza che un giorno si realizzi.
Siamo al campo profughi di Aida, ci fa da guida Bagut, dei Comitati popolari che ci spiega che sulla chiave sta scritto in arabo e in inglese “non in vendita”, per significare che il diritto al ritorno non è cosa da negoziare o da comprare.
E’ stata piazzata in occasione del 60esimo anniversario della Nakba, 15 Maggio 2008 e Nel 2012, è stata mandata alla Biennale di Berlino.
È da 64 anni che vivono qui come rifugiati : inizialmente erano circa 1120 persone, ora son 4700, in un’area di 0,71 kmq che non ha potuto espandersi.
Per i primi anni si è vissuti nelle tende, ci dice Bagut, poi si sono costruite casette ciascuna di una-due stanze con blocchi di calcestruzzo.
In un campo profughi non puoi pianificare la tua vita. Pensi sempre che potrai tornare alla tua casa, ma ciò non avviene.
L’altra cosa che balza agli occhi entrando nel campo è l’incombere del muro di separazione, o di annessione, come in tanti chiamano muro della vergogna, in tutta la sua pesantezza militare, rasenta il campo e quasi lo invade, in un punto è tutto annerito per i segni di un incendio recente , in altri occupato da vasti grafiti che riportano scene di arresti e guerriglia, con i volti di numerosi prigionieri politici
Il murale è stato fatto quando Abu Mazen andò all’ONU per il riconoscimento della Palestina come stato, per dirgli che non ci possono essere accordi senza che i prigionieri vengano rilasciati. “Soltanto gli uomini liberi possono negoziare”: è una frase di Mandela e, come ci ricorda Luisa, è la stessa che fa parte della campagna per la liberazione di Barghouthi e di tutti i prigionieri politici.
Saliamo sulla terrazza di una casa per vedere meglio la zona. E’ la stessa terrazza dove sono saliti i soldati per controllare la situazione e sparare dall’alto. La nostra guida ci fa notare la scuola sostenuta dall’UNRWA (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), dove le ampie finestre sono state in buona parte murate lasciando solo una fessura in alto, perché gli spari dei soldati mettevano gli studenti a rischio.
Questo è il prezzo pagato, ci dice Bagut , e nel lungo periodo costerà anche problemi con l’equilibrio psichico dei bambini, perché hanno visto le aggressioni dei soldati. Ci racconta che, dopo una di queste giornate tremende, la figlia di un altro rappresentante del campo Munzher, non riusciva più a stare in piedi. Sua moglie che è psicologa è riuscita a curarla, ma altre famiglie non hanno la fortuna di avere genitori psicologi.
Dalla terrazza spiccano i tetti delle case palestinesi, sulle quali cui sono sistemate delle grosse taniche d’acqua, del tutto assenti dai tetti delle case degli insediamenti: questo perché a loro l’acqua non manca mai, mentre le case dei palestinesi hanno un’erogazione razionata, d’estate un giorno ogni 2 settimane, o anche un giorno al mese. La mancanza d’acqua si ripercuote pesantemente sulla vita dei palestinesi – Bagut osserva che questa è stata una delle fregature degli accordi di Oslo, in cui gli israeliani sono stati molto furbi, mentre la delegazione palestinese non aveva il controllo e la precisa conoscenza del territorio.
Da lassù notiamo bene che il muro di separazione esclude una vasta zona, che prima aveva anche molti campi coltivati e diverse proprietà palestinesi: ci sono terreni della municipalità di Ramallah, della chiesa armena, vari proprietari individuali, il comune di un altro paese.
Bagut racconta della famiglia Darwish, rimasta dall’altra parte del muro, area di Gerusalemme, ma a loro frequentare le scuole di Gerusalemme è proibito, perché non hanno ricevuto la carta d’identità di Gerusalemme; quindi per andare alla scuola del campo adesso devono fare un giro lunghissimo passando per un checkpoint.
Un altro esempio del sistema di apartheid che vige in questo paese.
I palestinesi di Aida cercarono di far parlare della loro situazione anche in occasione della visita di papa Benedetto XVI nel 2009, che celebrò una messa nel campo di calcio buttando giù un muretto e sistemando l’altare in modo che le riprese potessero inquadrare il muro sullo sfondo e visibile in tutto il mondo.
Alla fine della nostra visita saliamo al Centro culturale giovanile di Aida dove abbiamo modo di vedere foto e filmati sull’aggressione dell’esercito al campo.
Chiediamo a Bagut di spiegarci che cosa sono i comitati , come vengono eletti e a che cosa servono.
La nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, nasce da una lunga riflessione sulle esperienze del passato per traguardare e organizzare la resistenza non violenta, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno.
Ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare e decidere varie iniziative.
Ci racconta che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero.
Un Coordinamento eletto, composto da 5 persone, di cui alcune donne, che si rinnova ogni 2 anni.
Ci spiega che il metodo non violento, oltre a sottolineare la superiorità morale della loro lotta, è una scelta irreversibile perché consente di mantenere più stretti contatti internazionali, anche se gli stati arabi sono indaffarati nelle loro questioni; i palestinesi sono attualmente divisi, la comunità internazionale non ha mostrato nessuna intenzione di rendere Israele responsabile per la violazione dei diritti umani dei palestinesi.

All’ombra del gigantesco muro (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 24 gennaio 2015 at 10:27

IMG_0116
Finalmente dopo 15 anni sono riuscita a tornare in Palestina, grazie all’organizzazione AssopacePalestina e a Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo e infaticabile attivista per la causa palestinese, preziosa guida del nostro viaggio.
Nella precedente visita le colonie erano molto meno, la devastazione territoriale anche e l’emergere di una lotta (pacifica e di massa) dava speranza. L’autorità palestinese, l’OLP, bene o male rappresentava la guida unica e riconosciuta.
“Palestina, terra immaginata, terra delle religioni, terra dei contrasti dove si è concentrata la nostra attenzione per comprendere meglio la situazione del popolo palestinese schiacciato dall’occupazione israeliana, con la complicità dei principali attori internazionali. “
Se il viaggio aiuta a dar forma ai pensieri con parole, immagini, suoni, silenzi, da questo viaggio per il turbinio di emozioni suscitate, mi sono dovuta imporre dei momenti di distacco, di leggerezza, quella levità che Calvino ci ha insegnato essere tutt’altro dalla superficialità.
Nei vari passaggi in Palestina la memoria mi ha portato continuamente agli assediati, alle atrocità compiute, ai soprusi quotidiani, ai muri invalicabili, al filo spinato … e il bisogno dell’allontanamento è diventato quasi una necessità per il peso insostenibile di tante situazioni .
Altri compagni di viaggio hanno messo in luce una sintonia, la condivisione di riflessioni, emozioni, stati d’animo, che il viaggio ha suscitato in ognuno di noi.
Non credo che si riesca a capire la situazione della Palestina se non si va da quelle parti, non è sufficiente leggere libri sull’argomento, interviste, saggi , devi essere lì per capire o per lo meno per cercare di capire l’ingiustizia con cui si vive da quelle parti, ma nello stesso tempo la varietà e ricchezza di tante “risposte”
Occultati nello stereotipo delle parti avverse sono prima di tutti i palestinesi: visti in alternativa come “vittime” o come “estremisti”. Di fatto poco si sa della loro vita all’ombra del gigantesco muro voluto da Israele per tenerli a distanza da sé e separarli tra di loro.
Il viaggio ha offerto l’ opportunità d’incontrare diverse esperienze e realtà tutte legate dalla volontà di sfuggire alla logica della violenza (che pure hanno sperimentato) di resistere pacificamente all’occupazione trovando strade alternative che affermino la vita, in positivo.
Dalle varie esperienze emerge un tratto “ corale “ inedito e o inimmaginabile che ci restituisce la fotografia di un popolo determinato e paziente che ha una legittima sete di giustizia, ma che sa ancora gioire, amare, rispettare.
Il filo conduttore di queste storie è la passione per l’arte e la fiducia nella creatività come via di salvezza, unito al filo rosso dell’amore per la propria terra, le sue tradizioni e la dignità, la forza, la pazienza con cui continuano a costruire, la perseveranza “ sumud” come si dice in arabo, sia l’unica strada da percorrere per arrivare ad una vita normale. Ci hanno raccontato, ci hanno fatto scoprire, la loro capacità indomabile di trasformare ogni atto di aggressione in gesti di “creazione” per far arrivare la loro voce nel mondo.
Lo dicono i murales, grafiti dai contenuti ironici, forti, che testimoniano di lotte, di vissuti quotidiani, colorano il muro, i muri dei villaggi, offrendo al mondo , a chi non vuole essere visitatore o turista distratto, quel che accade, quello che è stato fatto dalle loro parti.
E’ possibile una via d’uscita da una situazione così complessa?
Se ripenso all’incontro con Rami Elhanan e Bassam Aramin, israeliano e palestinese, intorno a loro il muro non c’è.
Per me è stato l’incontro più profondo perché il loro impegno ha confermato che la pace non è un’utopia.
Che la risposta ad un dolore grande come quello della perdita di una figlia, non sia alimentare, coltivare l’odio.
Ci hanno spiegato che l’uguaglianza è anche questo: condivisione degli stessi diritti.
Per me, c’è una totale sintonia con l’esperienza quotidiana di Emergency e il suo agire nei paesi in guerra, dalla parte delle vittime civili dove oltre l’aiuto umanitario, denuncia con forza la brutalità della guerra , di tutte le guerre e di ogni altra forma di violenza soprattutto verso i civili, quindi: buone pratiche e promozione di una cultura di pace.
I palestinesi riescono a vivere e a volte anche a sorridere in situazioni inconcepibili per noi europei anche se come ha detto il leader che ci ha accompagnato nella visita nel campo profughi di Aida vicino Betlemme “a volte non sappiamo se ridere o piangere, quando si celebra un matrimonio vorremmo ridere perché è una bella cosa ma poi ci viene da piangere… così, è difficile“.

Ridere, vivere, lottare (di Maria Francesca Gulotta)

In amore, Viaggi on 23 gennaio 2015 at 7:54

IMG_0129

No, niente è normale in Palestina: nascere, crescere, studiare, ridere, amare, insomma vivere.
No, non è normale dovere affermare ogni giorno che tu ci sei, esisti, e hai voglia di ridere e di divertirti perché ogni cosa ti ricorda che no, tu non sei normale e che qui vivere è una battaglia quotidiana.
C’è il Muro e c’è l’esercito, ci sono i coloni, con la loro prepotenza, e ci sono i soldati coi mitra spianati a ricordartelo. C’è il filo spinato, la rete, la strada interrotta improvvisamente, c’è il ceckpoint dove si può essere rispediti indietro o dove si può morire soffocati dalla calca, come è successo proprio durante il nostro viaggio, o dove si può offrire un po’ di musica e qualcosa da mangiare e ricevere in cambio l’elmetto di un soldato che ti fracassa la testa.
No, non è normale vivere nella West Bank e non potere più entrare a Gerusalemme non appena compi 15 anni, perché diventi adulto e adulto, per gli occupanti, significa potenziale terrorista, nemico, pericolo. “E’ come se da voi in Italia – ci dice il direttore del Centro culturale Al-Quds di Gerusalemme- i vostri ragazzi non potessero più visitare Roma, la capitale del loro paese. Ecco perché cerchiamo di organizzare visite continue di gruppi di studenti prima che gli sia impedito di conoscere la loro capitale. Perché Gerusalemme è la nostra capitale”.
No, non è normale andare a scuola accompgnati dai cooperanti internazionali che ti difendono dagli assalti dei coloni che ti vogliono cacciare perché la terra la vogliono tutta, come afferma il loro libro sacro e non è normale sederti tra quei banchi un po’ sgangherati, ma che per te sono bellissimi, e sapere che c’è un ordine di demolizione e che una ruspa può ridurla in macerie in pochi minuti.
No, non è normale svegliarsi una mattina a Betlemme nella tua bella casa a tre piani e vedere i soldati che alzano il Muro, proprio lì davanti alla terrazza che guarda il grande uliveto e soffoca il negozio di souvenirs cristiani di tua madre “Mamma, ma ti rendi conto che ci stanno seppellendo vivi?”
E invece sì, è tutto normale perché qui è Palestina.

 

La Palestina è un paese obbligato alla speranza (di Milena Nebbia)

In amore, Viaggi on 22 gennaio 2015 at 15:07

AlKamandjati

Ramallah (West Bank)-Qualcuno ha detto che “la Palestina è un paese obbligato alla speranza”. E la speranza può passare anche attraverso la musica, quando questa diventa una forma di resistenza nonviolenta.
E’ la strada scelta da Ramzi Aburedwan, nato nel campo profughi di Al Amari, vicino Ramallah, la cui infanzia è stata segnata dall’esperienza della prima Intifada, come testimoniato da una foto diventata famosa che lo ritrae, allora bambino di otto anni, mentre lancia pietre contro i blindati israeliani. E’ stato dieci anni più tardi che Ramzi, ora un uomo di trentasei anni, si è avvicinato al violino, prima studiando presso il Conservatorio Edward Said (“c’erano appena venti studenti – ricorda – io non avevo un maestro, mi esercitavo e suonavo praticamente da solo”) e poi specializzandosi in Francia, grazie ad una borsa di studio. L’esperienza europea lo fa maturare come musicista, ma gli apre anche la mente e inizia a coltivare un sogno: portare la musica ai bambini palestinesi, specie quelli dei campi. “Sono tornato nella mia terra durante la seconda Intifada, sono andato a visitare il Centro educativo all’interno di un campo profughi e ho visto i bambini che dipingevano carri armati, scene di guerra ed armi, mentre quelli francesi dipingevano il sole, gli animali, gli alberi…”. Ramzi pensa che sia ora di dare concretezza al suo sogno, creare la scuola di musica: inizia così a contattare gli amici musicisti in Francia, a fare fundraising, a raccogliere strumenti musicali usati in altri paesi allacciando contatti in Palestina e all’estero. “L’apertura della scuola ha rappresentato un momento forte per la gente perché è avvenuta quando la situazione era veramente difficile – spiega – ma siamo andati avanti nonostante le difficoltà, anche quando la gente ci diceva che non era tempo per la musica. E’ nata così nel 2005 l’associazione e scuola di musica “Al Kamandjati” (il violinista) nella parte vecchia di Ramallah, in un bellissimo edificio del periodo ottomano ristrutturato, che attualmente offre corsi di musica araba e occidentale a oltre 350 bambini. In successione è stato poi aperto il centro di Jenin e avviato un programma di assistenza educativa nei campi di rifugiati nella West Bank e nel Libano del Sud. L’idea degli insegnanti era quella di aprire una scuola anche nella Striscia di Gaza, ma con l’occupazione e la politica di closure questo non è stato possibile. “Anche per il progetto in Libano – raccontano i docenti – ogni volta che gli insegnanti vogliono spostarsi sono costretti a partire dalla Francia, mai dalla Palestina perché né le autorità israeliane né quelle libanesi farebbero loro varcare il confine”.
La filosofia degli insegnanti è che la musica debba essere patrimonio e diritto di tutti: il 90% degli studenti non paga nulla per frequentare i corsi, si tratta di una scuola popolare e si favoriscono i progetti che possano coinvolgere il maggior numero di ragazzi.
Una parte degli insegnanti è retribuita con i fondi provenienti da diverse istituzioni e fondazioni internazionali, altri sono volontari. Nell’ambito dei progetti nel campo di Boujelburanji e in Libano, troviamo l’impegno di Assopace Palestina, che opera da anni in questo territorio e che è presieduta da Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento Europeo. “Tra i filoni del nostro sostegno, c’è proprio quello di far emergere il patrimonio culturale palestinese – dice – affinchè si rompa lo stereotipo di popolo-vittima o popolo di terroristi. Molti sono gli scambi culturali che stiamo attuando tra giovani artisti palestinesi e italiani, che si stanno rivelando efficaci su entrambi i fronti. Conosco Ramzi dalla prima Intifada, l’ho invitato col suo gruppo al parlamento Europeo, sento di poter fare mia la sua affermazione in base alla quale si possono anche demolire le case e le strade, impedire gli scambi e la libera circolazione, ma non si può distruggere la cultura, bene immateriale”.

L’Ulivo è vita (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 20:45

jasmeen Al Najjar

Non ci vuole molto a capire il valore che i palestinesi danno alla loro terra e soprattutto alle piante di ulivo. Me ne ero resa conto quando all’inizio del lavoro del nostro gruppo pro Palestina, poi diventato associazione: Restiamo Umani con Vik, avevamo curato una mostra di disegni di bambini di Gaza usciti dalla terribile esperienza di Piombo Fuso. Moltissimi disegni di questi bambini, che in gran parte soffrivano di post-traumatic-stress-disorder (patologia molto complessa che accomuna bambini e adulti messi sotto forte paura e stress) mostravano oltre ai bombardamenti, alle morti e alla distruzione di case e scuole, delle immagini che mi hanno colpito particolarmente: la distruzione e lo sradicamento degli ulivi.
Non ci voleva molto per capire quanto valore dessero, anche quei bambini, alle piante di ulivo. In alcuni disegni queste piante venivano raffigurate con grossi tronchi e frutti (olive) di dimensioni spropositate. Venivano raffigurati contadini a cui veniva sparato mentre raccoglievano le olive. Venivano disegnate ruspe e ulivi sradicati, con la stessa angoscia delle figure umane sanguinanti, abbandonate sui cortili di case diroccate e sui campi.
Chiaramente la piantà di ulivo per i palestinesi è il simbolo della Vita. I motivi sono ovvii: non solo perchè dagli ulivi essi ricavano di che vivere, ma anche per un significato più inconscio di radicazione nella propria terra e di volontà di nascervi, crescerci e riprodursi in serenità e naturalezza. Ne consegue che ad ogni ulivo sradicato la ferita dell’occupazione e della mancanza di libertà e giustizia, fa accrescere ancora di più il disagio, la distanza e l’odio contro gli oppressori.
Il significato quindi che abbiamo dato durante l’incontro che si è tenuto a Burin, villaggio di 2500 anime situato a sud di Nablus, circondato dalle colonie illegali israeliane di Yizthar e Bracha, della piantumazione da internazionali di alcuni ulivi, sotto lo sguardo vigile dei soldati dell’esercito israeliano, messi a custodia degli insediamenti illegali, è stato molto sentito, di grande phatos e anche di importante valore simbolico.
Non è la prima volta che gli internazionali come noi, piantano ulivi nel territorio di Burin, ulivi di grande significato simbolico,  tanto che successivamente sono stati sempre sradicati.
Mi sto chiedendo che fine faranno i nostri. Se sono ancora lì a sfidare la forza bruta dell’esercito israeliano oppure se sono stati strappati senza pietà.
A Burin ci siamo andati senza saper bene cosa avremmo trovato. Innanzi tutto ci aveva accolto una giornata uggiosa e un vento freddo, ma fin da subito un amichevole, ma ufficialissimo gruppo di rappresentanti del villaggio: sindaco in testa e rappresentanti politici ci hanno dato il benvenuto.
Non aspettavamo chiaramente tanta considerazione, non ci pareva di essere così importanti,  anzi eravamo andati ad incontrare la giovanissima e coraggiosa Jasmeen Al Najjar, una ragazza che aveva affrontato pur nella sua menomazione (una gamba artificiale), la scalata del Kilimangiaro. Una ragazzina sorridente ed imbarazzata, ma di una felicità che trasudava da tutti i pori, che noi volevamo al centro della scena, per comunicarle tutta la nostra comprensione e la nostra solidarietà.
Abbiamo avuto un’accoglienza da grande stars, sistemati sotto la tettoia della nuova scuola del villaggio, con thè e caffè e musica a tutto volume. Al microfono si sono alternati Jasmeen confusa e felice e tutte le persone importanti della zona.
Ci aveva accolto anche il manifesto del ministro Ziad Abu Ein, titolare del dicastero per il Muro e le Colonie, ucciso alcuni giorni prima, durante una manifestazione in un villaggio vicino, mentre venivano piantati altri ulivi.
Pensonalmente l’anno prima avevo conosciuto Ziad, sempre in viaggio con Luisa, durante una visita improvvisata al notissimo e amato Samer Issawi, conosciuto per i suoi 260 giorni di sciopero della fame, che era stato rilasciato dal carcere, per poi finire ancora incarcerato assieme ad un fratello e alla sorella Shereen, avvocato, anche lei conosciuta quella sera.
Un’accoglienza molto curata, ma anche fraterna ci ha fatto sentire proprio a casa. Abbiamo ascoltato in piedi l’inno palestinese, che commuove, anche se a parer mio, assieme a quello italiano dovrebbe subire qualche “modifica” musicale, ma è solo questione di gusti.
Insomma una mattinata piena di sorprese tra le quali la timida, ma raggiante ragazzina con il vestito classico delle donne palestinesi e gli scarponcini da montagna, un connubio che parlava di lei molto di più di tante parole.
Prossimo progetto il K2.
Auguri Jasmeen saliremo tutti in alto assieme a te, al tuo coraggio e alla bandiera palestinese.

Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: