Mario

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E adesso la parola all’esercito…

In Anomalie, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 27 gennaio 2014 at 9:55

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal nemico”, e il nemico ha le forme e le dimensione di un ragazzone sovrappeso, sandali estivi e maglietta maniche corte, in pieno inverno,  dotato comunque di grande sicurezza di sé che quasi rasenta l’arroganza. Mi ritiro in buon ordine, faccio difficoltà e non sentirmi un po’ offesa da quel suo modo di porsi e dal fatto che in genere la sua attività di spiegare la realtà, guardate bene, non di denuncia, la fa solo e la intende fare solo con gli israeliani.
La cosa sembra un po’ un affare fra loro, anche se in realtà loro non sono le vittime, sono tutt’al più delle persone poco informate.
Lui il militare l’ha fatto e solo una volta uscito ha capito in cosa consisteva il suo mestiere e così lo racconta agli altri. E’ diretto, quasi scortese quando qualcuno gli pone delle domande un po’ personali. Lo so dovrei essere contenta che un israeliano, uscito dal sistema, sia pronto a raccontare qual è il lavoro del soldato e quali siano gli ordini, ma la sua pietà umana sembra limitata, ma è proprio uscito dal sistema?
Mi pongo presto la domanda e mi rispondono dei dubbi… perché non ho la capacità di credergli fino in fondo?
Perché mi sento giudice di fronte ad un avvocato troppo bravo per essere onesto. Non lo so davvero, mi sono persino chiesta se si tratta di grave pregiudizio, suppongo di sì, eppure io non mi lascio mai condizionare dai pregiudizi, in genere non sono capace di concepire pregiudizi.
Eppure Yehouda non mi convince. Mi rendo conto che dice la verità quando racconta che il suo lavoro era di spaventare e intimidire, diciamo in complesso di angariare i palestinesi. Ogni notte si scelgono a caso le porto da battere e gli edifici in cui fare irruzione. Si fanno domande, si perquisisce, si fanno alzare adulti, bambini e pure malati, si accusa e a volte si arresta. Tutto casualmente tanto per fare. Ragazzi allevati per spaventare, per farsi odiare, ma soprattutto per odiare a loro volta.
Non so, magari sbaglio, la mia è una valutazione morale di origine cattolica: fare il male e poi il pentimento. Se non c’è pentimento non c’è perdono e se non c’è perdono tu continui a fare e ad essere il male.
Ecco perché quel ragazzo non mi convince, certo racconta la sua storia, che a noi schifa un pochino, ma agli altri, i ragazzi che dovranno andare sotto le armi per ben 3 lunghi anni: schiferà? Ai loro genitori sarà di monito? A qualcuno servirà sapere che l’esercito più etico al mondo, vive di sopraffazione e anche di omicidi?
Saranno i palestinesi ugualmente importanti quanto un solo soldato israeliano?
Queste sono le domande che non ho saputo fargli, e queste erano i pensieri che mi passavano nella mente, aggiungendo che sullo sfondo del suo corpaccione corredato di kippa nera, vedevo sventolare le bandiere nell’attesa della liberazione dei prigionieri in carcere da prima degli accordi di Oslo, gli accordi che avrebbero dovuto condurre il passaggio dall’occupazione allo stato di Palestina. Quelli che certi israeliani chiamano “Oslo war” e che il loro stato considera solo come scusa per controllare ancora di più i territori già occupati e per sguinzagliare ragazzi in divisa ed armati fino a denti per sedare qualsiasi progetto di resistenza. Accordi che non hanno cambiato la volontà di Israele di colonizzare la Palestina e di cancellarne completamente nome ed esistenza.
Stasera proprio non va, mi alzo incazzata, delusa, mi sento presa un po’ in giro, non è questo che mi aspettavo, non è la sicumera dell’occupante che volevo sondare, piuttosto l’analisi complicata e dolorosa di chi capisce di aver sbagliato, di chi ha capito la necessità di essere stato imbrogliato e trasformato più che in una macchina da guerra in una pedina a servizio di persone ormai da troppo tempo passate da vittimi ad aguzzini.
Forse sono ingiusta, forse sono solo arrabbiata, ma questo viaggio è fatto di emozioni forti che ti comandano e ti squassano, qui non si passa indifferenti, qui si partecipa o si rifiuta, non si rimane indenni. Qui si cambia.

(Mi scuso per chi si dovesse sentire offeso dalle mie considerazioni, sono personali e emotive, quindi ingiuste, ma sono l’unico apporto che riesco a dare. So che dovrei valorizzare il lavoro di chi dall’interno opera e denuncia. Ma a volte il cuore dice no.)

La tenda della libertà

In Amici, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 22 gennaio 2014 at 8:12

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Beh, viaggiare con Luisa non è sempre sofferenza, e non parlo di stanchezza fisica, levatacce e viaggi complicati, parlo del disagio o del dolore che si prova nel vedere ingiustizie, diritti umani cancellati e una terra stuprata.
Ne parlavo con lei, Luisa, mentre si viaggiava con un amico palestinese verso Ramallah. Notavo ancora, una volta di più, che gli insediamenti sono vere e proprie prove di forza. Sono stupri del territorio, dimostrazioni di potenza e possessività, non mancano nemmeno di difese e muri di vera matrice paranoica. Guardavo il tutto e affermavo: “Ma gli israeliani non amano proprio questa terra, lo si vede dalle costruzioni che sembrano fortezze e che paiono ingoiare la terra per poi richiudersi e ritornare mostri...” lei candidamente mi ha risposto: “Chi vuole possedere, non ama…” risposta semplice semplice, ma davvero illuminante, così vera che varrebbe un capitolo intero su questo viaggio e sulle riflessioni nel mio blog.
Comunque la sorpresa, mentre il temporale scoppia riversando sul nostro autobus pioggia a secchiate, Luisa ce la fa subito: “Sapete dove andiamo adesso???” e io che avevo avuto l’ardire di farglielo a mente il giorno prima, ho aperto subito le orecchie e il cuore alla speranza. “Vi porto a trovare Samer Issawi, che è uscito da una settimana dal carcere, dopo la lunga lotta ingaggiata con i suoi carcerieri… ma sapete chi è?”
Avrei voluto gridare certo che lo conoscevo e per me era un mito e che non avrei mai pensato di poterlo incontrare, e che un onore simile mi pareva troppo. Io una viaggiatrice, non per caso, in casa dell’uomo che ha portato quasi alle estreme conseguenze la sua battaglia per l’ingiusta carcerazione. “La tanto attesa scarcerazione, avvenuta poco prima di Natale, di Samer Issawi non è un regalo natalizio delle autorità israeliane ma la realizzazione dell’accordo, raggiunto otto mesi prima, che mise fine ai 266 giorni di sciopero della fame attuato dal detenuto palestinese fino al punto di rischiare la vita”.
La sua storia è presto detta: Militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, arrestato nel 2002 e condannato a 26 anni di prigione per presunte “attività terroristiche”, Samer Issawi era stato rilasciato nel 2011 come parte dello scambio tra mille detenuti politici palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero a Gaza per più di cinque anni.
Samer era stato nuovamente arrestato nel luglio 2012, con l’accusa di aver violato i termini della sua scarcerazione.
Secondo Israele avrebbe lasciato Gerusalemme per incontrare in Cisgiordania militanti della sua organizzazione e creare “cellule terroristiche”. Issawi invece ha sempre sostenuto di aver lasciato Gerusalemme solo per riparare la sua auto in Cisgiordania, dove i costi sono più bassi.” (tratto da NenaNews 24.12.2013)
Ma fosse come fosse per riuscire a trattare con Israele la sua libertà, ha avuto il coraggio di ridurre la sua vita a niente, ma il suo sciopero della fame, che è diventato esempio anche per altri detenuti, ha valicato i confini e il mondo civile ha cominciato a fare pressioni per farlo liberare. Le campagne di supporto con i prigionieri politici in sciopero della fame si sono moltiplicate fino a raggiungere lo scopo: Samer Issawi libero o almeno è stata contrattata una promessa di libertà, tanto da salvarlo proprio sull’orlo del baratro.
L’autobus arranca sotto la pioggia per le stradine di Issaiwi (in Palestina i nomi si ripetono e le famiglie portano il nome del villaggio e il villaggio porta il nome delle famiglie… non si sa mai chi inizia per primo) comunque la cosa sembra strana perfino ai bambini che avendo adocchiato la targa israeliana ci fanno segno del solito tiro di pietre.
Scendiamo sotto una pioggia insistente, entrando in un cortile buio già pieno di gente, tutti sorridenti e ci vengono a stringere la mano, una confusione di mani e di braccia sotto un cielo implacabile, Luisa con un grande vassoio di dolcetti apre la strada e ci fa salire per una scala esterna che porta al tetto della casa, fa buio e sul pianerottolo del primo piano altra gente a stringerci le mani, ma bisogna salire ancora e ancora verso il buio di pioggia interminabile. Ad un certo punto, non so come, mi trovo ad essere la prima, dopo Luisa a raggiunge la tenda innalzata sul tetto, luogo sufficientemente grande per ricevere gli ospiti numerosi, e lì davanti con un sorriso dolcissimo c’era Samer che mi riceve con una stretta di mano e che mi dice “Grazie!” Dice “Grazie!” a me che ho fatto la sola fatica di salire una scala sotto la pioggia e che vego sì dall’Italia, un paese lontano, ho sì appoggiato la sua lotta (ma lui che ne può sapere), ma mai ho patito la fame, mai ho vissuto l’ingiustizia che ha subito lui, mai ho fatto qualcosa di così grande…
Credo di aver detto “Samer….” con voce talmente emozionata da risultare quasi strozzata e credo anche di aver accompagnato tutto con un confuso discorso in inglese che anche se fosse stato meno incoerente, lui non avrebbe potuto capire lo stesso. Credo di aver vissuto una di quelle emozioni che lasciano nel cuore una gioia vera, difficile da spiegare.
Samer è davvero un bel ragazzo, occhi grandi e luminosi, forse un naso un po’ importante, ma poco conta, un sorriso che accende tutte le lampadine dei cuori, almeno i nostri, ma nessun atteggiamento da divo, un ragazzo semplice, modesto, senza velleità di apparire. Sembra felice di essere festeggiato, ma forse vorrebbe anche scappare, e la tenda sul tetto si riempie di gente, i famosi 52 turisti, i famigliari, i vicini di casa, i bambini e le ragazzine che sorridono (senza farti capire il grado di parentela che li unisce a Samer) arrivano altri dolci, il caffè ed il tè, in quantità industriali, per tutti e anche di più. I ragazzi più grandi passano e ripassano e servono ad ognuno il bicchiere e il dolce, e tutti debbono partecipare e nessuno deve rimanere in disparte, tutti siamo sotto la stessa tenda a condividere la stessa gioia. C’è sua sorella che parla bene l’inglese e che ci ringrazia tutti di essere lì e di aver fatto tanto per quel ragazzo, c’è una mamma vestita di nero che lo guarda con occhi timidi, incredula, (dopo saprò che altri figli sono in prigione o altri sono stati uccisi dai soldati) una donna piena di dignità, un padre con una faccia onesta e simpatica che si tiene silenzioso in disparte, e rappresentanze politiche che non so da dove vengono, ma a noi poca differenza fa, noi stiamo partecipando alla “Libertà“.
Ad un certo punto salta la corrente e allora compaiono tanti telefonini, come candeline a fare luce a quel convivio confuso e felice.
Ci sono parole dette, e quelle taciute, ma più di tutto ci sono gli occhi di chi è lì a parlare, le emozioni a rendere tutto così magico. E gli occhi di Samer, ancora increduli, ma ovviamente non domati dalla terribile esperienza.
Una ragazzina palestinese, con il suo cellulare scatta foto a tutti e ci dice, forse le uniche parole che sa in inglese: “I love you” sperando così di farci sorridere e di immortalarci tutti con il nostro miglior vestito di festa: uno “smile” sincero. E foto di gruppo, foto singole, mamma, papà, sorella e Samer e Luisa e tutti assieme e in gruppi separati, e gente che ride e Mike, il nostro Mike, la guida integerrima sulla tenuta dei tempi, sorride felice risparmiandoci il suo solito “Yalla Yalla” per metterci in ordine a ammassarci ancora una volta nell’autobus.
Che momento indimenticabile! Lingue e suoni che si intersecano, parole che sembrano non avere senso, volano libere come tutti i pensieri, tutto frutto della felicità e dell’euforia che ti dà la libertà quando tanto è costata per ottenerla. Un pensiero grigio si insinua. Non voglio chiedermi quanto durerà ancora la libertà di Samer, e se avesse davvero ottenuto l’affrancamento dalle catene per sempre. Sempre è un termine improbabile qui in Palestina, soprattutto se si parla di libertà. La situazione non è poi così certa. Esiste anche l’ironia e la brutalità del carceriere, esiste anche la rabbia del carcerato che forse “dice cose che dovrebbe tacere”. E le parole possono costare care in Palestina, tutti lo sappiamo.
Ma oggi si celebra la libertà e stanotte altri 26 uomini usciranno dalla prigione e la gioia sarà ancora più grande e le bandiere sventoleranno per ore e la gente festeggerà per le strade e noi siamo qui, oggi, e ci dimentichiamo perfino perché siamo qui, perché la gioia è tanta e attraversando questo paese, sappiamo che sono così pochi i momenti come questi, ed è così bello poter dire assieme ai nostri amici palestinesi: finalmente liberi: “Free, free Palestine“.

Nel ventre della balena

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 16 gennaio 2014 at 17:29

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Ci si avvicina a passi veloci alla fine dell’anno. Chissà perché mi sembra una cosa di secondaria importanza. Oggi giornata piena e sebbene che ci avessero minacciato 4 giorni di pioggia, il tempo tiene, sebbene offuscato dalle nuvole, ma a prima mattina esce un fantastico sole non appena riusciamo, dopo lunga attesa e tanti controlli, a passare verso la spianata delle moschee. Che poi è la spianata che mi prende e anche la moschea ma solo come corollario. Amo la gente che si raccoglie lì, in riflessione e preghiera, le donne che fanno scuola e gli uomini, a gruppetti, seduti come davanti ai tavolini dei bar. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Ma qui il tempo non esiste, a parte il nostro Mike, che con fare burbero ci dice che abbiamo solo una quarantina di minuti. A me bastano. Nella spianata mi cerco sempre lo stesso angolino solitario. Il sole scalda ed è abbacinante e si riflette sulla cupola dorata, riverberando attorno. Che pace! Proprio io che non sono per niente religiosa, trovo casa e serenità in un luogo che è di culto per gli altri. E’ davvero una strana alchimia. Qui mi sento in pace anche con me stessa. Questo luogo non è Gerusalemme, è uno strappo nel tempo, un non luogo, un’idea… bella, difficilmente ripetibile.
Ma il tempo comunque passa e veniamo raccolti dal nostro Mike, cane pastore e padrino, per raggiungere a piedi il pullman all’hotel: ci aspetta Tel Aviv e Jaffa.
Oggi si entra nel ventre della balena.
A dirla così sembra che io stia parlando di un luogo sicuro, dove nessuno può farti del male, ma in questo caso della balena ci sono solo le fattezze, il pesce ha un altro nome ed è molto più pericoloso. Un pesce vorace che ingoia e trita tutto e che non ha sguardo, non ha memoria.
La giornata si è fatta ventosa e brillante, proprio una giornata per andare al mare. E il mare lo troviamo, quel mare rubato alla Palestina che non riesco ad annusare, faccio difficoltà a riconoscerlo, non è “un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci ci unisce” come diceva Vittorio dalla sua Gaza, questo è un mare estraneo che non accoglie. Anche a Gaza c’è il mare, ma si pena peggio che sulla terra, è fatica e pericolo, è fatto di quotidianità e frustrazione. Quel mare negato è peggio di quello rubato.
Siamo qui vicino al n. 48 della strada che i palestinesi chiamano Occupation street. Qui ci stava il quartiere operaio di Manshiya, quartiere vivace con case e negozi di gente operosa che conviveva tranquilla, qualsiasi fosse la propria origine o la propria religione. Non c’era odio prima dell’occupazione, c’era fratellanza e solidarietà, ma poi solo morte e distruzione.
La Nakba ce la raccontano gli attivisti di Zochrot, che cercano di preservare il patrimonio storico, la tradizione e l’identità culturale del loro paese. Sono attivisti israeliani che cercano l’impossibile: preservare quel passato comune che è la storia e la verità.
Cosa rimane di Manshiya? Una casupola schiacciata all’angolo di un grande parcheggio e di un parco per portarci a passeggio i migliori amici dell’uomo: i cani, che sono migliori dei palestinesi.
Guardiamo le foto, ma non si riconosce niente. Si vede solo una casa ai bordi della strada, ma per sfregio l’hanno occupata e trasformata in una casa israeliana, con i simboli e i colori fin troppo conosciuti. E’ rimasta solo la moschea che è stata più volte distrutta e ricostruita, altrettante volte, con i soldi dei palestinesi del luogo, ironicamente israeliani di nazionalità. Dentro non si può pregare, anche questa è l’ironia dell’occupante. E il resto? Ma certo c’è pure un resto, molto nascosto però. Sulle rovine delle case distrutte sopra le teste di chi non era riuscito a fuggire e ad andarsene, le ruspe hanno riportato terra e seminato erba, che cresce a stento, si vede che non è un buon fertilizzante il sangue palestinese che vi è stato sparso.
Un vecchio tassista si avvicina e ci racconta di quel tempo passato e dei suoi due fratelli rimasti uccisi, regge solo pochi minuti e poi si rifugia nel taxi con gli occhi pieni di lacrime e di dolore. E noi ci sentiamo invasori dei sentimenti altrui, guardoni del dolore, reporter senza anima di una realtà che non è nostra, ma che vogliamo testimoniare malgrado tutto.
Sul parco un grande cuore spezzato fatto dei legni di imbarcazioni venute da lontano e affondate dai marosi… nessuno che si chiede quanto male fa aver perduto la propria casa, la propria terra e insieme la libertà. Io sono triste ed indignata, divento silenziosa e affaticata, pallida ombra di me stessa. Non reggo lo scempio… non ne sono capace mentre Jaffa, perduta terra di Palestina, ancora bella per il suo antico splendore, ora addomesticato da un’occupante senza fantasia, fa da contraltare a Tel Aviv, terra di grattacieli e poco amore, che si protende sul mare senza un vero senso, un proprio fascino, la dignità umana data dalla ragione.
Una passeggiata al porto vecchio, con le ragazze del gruppo che si rilassano un po’ all’ultimo sole. Ma io che conosco il mare, sono stranita, cos’è questa malìa che lo rende inodore e distante?
In cielo si accumulano nuvoloni gonfi di pioggia ed è il degno finale del nostro incontro con la balena: scoppia un temporale rabbioso. Per fortuna arriva Mike a salvarci come sempre. “Yalla Yalla” e si riparte verso destinazione ignota.
Ultima sorpresa del giorno, gioiosa ed improvvisa, Luisa che punta direttamente al nostro cuore. Ma non fa parte di questa storia di mare, è un’altra storia di uomini resistenti e voglio altro spazio per raccontarla, non ora non qui. Ovviamente il nostro viaggio continua e se mi seguite condurrò pure voi…

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Una città verso un futuro incerto

In amore, Cultura, Informazione, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 9 gennaio 2014 at 10:25

SONY DSCPassare da Gerusalemme a Ramallah non è un passo breve, ossia non sarebbe un grande passo per la distanza, ma lo è invece come concetto, idea, emozione, ma soprattutto come proiezione.
Certo Gerusalemme è da sempre, Ramallah invece ha preso il volo ieri, o solo questa mattina presto, si atteggia a metropoli, si adorna di simboli, ha la forza dei suoi quattro leoni nella piazza, ma bisogna guardarli da lontano perchè da vicino mostrano lo sberciamento di una pietra calcarea che più che al marmo assomiglia al gesso. Una città un po’ inventata, ma cosa importa, un senso Ramallah ce l’ha, bene o male fa le veci della capitale rubata.
E le strade salgono o scendono in un tripudio di costruzioni anonime che evadono appena dall’architettura realista russa, vestendosi di una maggiore semplicità di stile.
Penso che sarebbe il paradiso degli studi dei geometri di paese, gli architetti no, quelli costruiscono a Tel Aviv.
Ramallah ti fa pensare che in Palestina non mancano i soldi, tutto sommato non sono quelli a mancare, mancano i diritti e la libertà, ma le case crescono in altezza e i negozi si vestono da boutique. Guardo incuriosita una vetrina di abiti da sera, tutti rossi di mille sfumature, perle e brillanti, cose che io non userei mai e non avrei mai messo nemmeno ai tempi del cattivo gusto dell’infanzia.
Va beh, che c’entra, io non faccio testo e non faccio tendenza, certo che resto interdetta a vedere una renna luminosa che canta, dimenandosi, Jingle Bells in arabo.
E ci sono pure gli abeti di natale ecologici e i palloncini formato gigante tanto che ti sembra di trovarti in una capitale del profondo nord, anche la neve non manca, inutile andare a raccontare che sono finiti sotto una nevicata che nessuno ricorda di aver visto mai così copiosa.
Intanto fa freddo e tira vento. Andiamo ad un incontro istituzionale: il sindaco della città. L’avevo visto anche un anno fa, appena eletto, molto meno sicuro, molto meno capace, questa volta parla solo lui e lascia a becco asciutto, il gigante politico che gli siede a fianco. Cambio dei ruoli, solo un anno fa era l’altro a fare da padrone. Ci ringrazia di essere lì, ci lusinga, e alla fine ci presenta il video promozionale della città, un po’ stile centro termale e un po’ tipo vacanza in località sciistica.
Usciti dalla municipalità andiamo all’ufficio di quello che era il ministro dell’interno del governo di Fatah, l’ufficio di Marwan Barghouti, rapito e rinchiuso in carcere in Israele condannato con 5 ergastoli e un numero vario di anni. Continua la storia dei perseguitati politici e sembra una cosa lontana, se non fosse che ad accoglierci alla porta c’è Fadwa Barghouti, la moglie di Marwan e madre di quel Qassam che avevamo trattato come figlio, nella sua breve vacanza a Venezia. Chi conosce Qassam e poi guarda l’immagine intensa del padre, nelle foto di repertorio, non può che sentire forte simpatia per tutti e due. Fadwa è il viatico che ci conduce ai limiti della sua intimità famigliare fino alla lontana porta della cella del suo compagno di lotte più che di vita, visto quanto il carcere li ha tenuti lontani.
Promettiamo di lanciare la campagna Free Marwan Barghouti and all political prisoners, è un atto dovuto a questa donna, ai suoi figli, alla nuova nipotina e a tutto il popolo palestinese. Marwan come Mandela, mai abbinamento fu più azzeccato.
Ma Ramallah supera se stessa, è così avanti da non aver più passato. Mi fermo commossa per i simboli inclusi alla tomba di Yasser Arafat, cerco di leggere il nome dell’eterna corona di fiori lasciata lì ad appassire i suoi petali. L’anno scorso mi pareva ci fosse scritto Abbas, ma forse ho sognato, tanto l’arabo non lo capisco affatto.
Il mausoleo è fatto di piani inclinati di un bianco accecante. il cielo è buio, sembra promettere ancora neve. Non posso non provare ammirazione e quasi affetto per questo leader tradito. Fotografo un cancello posizionato in un giardino sotto il livello stradale. Cosa vorrà dire? Una promessa? Una minaccia? Non capisco e mi sento in apprensione per tutto quello che potrebbe ancora capitare. Qui la legge del diritto latita e non puoi guardare al futuro senza tremare.
Città civile però, Ramallah, non ho visto mai, in nessun altro posto al mondo, dedicare un mausoleo così grande ad un poeta, anche se immenso come Darwish, le sue parole, per prime, mi ha fatto innamorare della Palestina:
I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.”
Anche questo è Ramallah, se non tutto, almeno è molto di più di quello che sembra.

Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

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