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La fine dell’anno / I

In Donne, uomini on 30 dicembre 2009 at 14:03

Mica aveva voglia di fare il bilancio di fine anno. Già ci pensavano al lavoro di farle pressione. Ogni anno la stessa storia. Quest’anno più degli altri. Sarà stata la crisi, no anzi era la crisi di sicuro, ma c’era a chi la crisi faceva molto male e chi si salvava facendo male agli altri.
Per lei quell’anno avrebbe avuto un bilancio positivo. La ditta in cui lavorava aveva perso un sacco di commesse e si trovava in crisi. Tra l’altro le banche faticavano i finanziamenti. Adesso che era arrivato la fine del secondo anno di difficoltà arrivavano i licenziamenti. Ma per lei ci sarebbe stato un colpo di coda. Lei non si sarebbe lasciata buttar fuori. Non doveva aspettare tempo. Il tempo era importante per lei. Lo era sempre stato. Sentiva il suo ticchettare dentro alla testa, come se ci fosse un grosso orologio. Questo le metteva fretta. La pazienza non era il suo forte. Lei ci aveva messo tutta la buona volontà per stare al passo, ma non ce la faceva proprio… quello non era il suo forte. In effetti fino a qualche giorno prima aveva mantenuto un certo equilibrio. Si sa che una donna può tenere sulla corda più di un uomo. Si sa anche che deve promettere senza concedere, solo così può conservare il suo potere. Lei lo sapeva bene, l’aveva sempre fatto. Era certa che non fossero le sue qualità professionali ad essere apprezzate. Certamente il capo del personale non levava mai gli occhi dal suo seno, ne sembrava ipnotizzato, ma veramente a lui lei lanciava solo qualche nocciolina. Quello che riceveva i bocconi più grossi era il Direttore Amministrativo. A lui non interessavano le briciole, voleva il piatto guarnito. Erano due mesi che sembrava come pazzo, era tutto sorrisi e sottintesi, non faceva che chiamarla nel suo ufficio appoggiandole paternamente la mano sulla spalla. Ma oggi la mano era scesa decisa acchiappando un seno tra le dita e strizzandolo a mo’ di possesso. Inutile abbassare lo sguardo e mostrare la ritrosia della ragazza che non era. Quella sera avrebbe dovuto concedere, non era più il tempo del gioco del nascondino, quella sera era il tempo del tutto per tutto. A casa lei non si sarebbe fatta lasciare.
D’altra parte lui non era proprio male, aveva la sua età certo, pochi capelli e un sorriso falso che portava la firma del suo dentista, ma insomma non sarebbe stata una missione impossibile. Questo lei pensava e questo era il gioco che si giocava tra i grandi.
Il capo del personale sosteneva che il Direttore fosse un tossicodipendente del viagra, magari aveva ragione, ma a lei non importava molto, qualsiasi cosa succedesse lei sarebbe stata preparata.
Stasera avrebbe telefonato a quel lumacone del suo fidanzato e con la scusa di un improvviso mal di testa avrebbe rinviato l’appuntamento a domani. Se non c’era nessuno che pensasse a lei sarebbe stata lei a farlo.
Nel bagno dell’ufficio si guardava allo specchio mentre passava un velo di rossetto sulle labbra. Un pensiero fastidioso le passò nella mente. Cosa avrebbero fatto le sue colleghe davanti alla lettera di licenziamento? Cosa avrebbero pensato quando si sarebbero accorte che lei invece non era tra di loro? Ma che senso aveva pensare a cose tristi, d’altra parte il problema non era suo, le altre che si ingegnassero.
Quando stava per uscire il capo del personale l’aveva tenuta sulla porta dell’ufficio e l’aveva guardata con il solito occhio di triglia. Lei l’aveva salutato in modo frettoloso e maleducato. Che voleva quel vecchio porco? Gli mancavano pochi giorni alla pensione. Cosa pensava di ottenere da lei? Povero cocco sarebbe stato solo a guardare, questa era la sua unica soddisfazione, solo quella di guardare da lontano.

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Un atto d’egoismo

In Donne, uomini on 28 dicembre 2009 at 15:17

In risposta ad  Un piccolo te del blog di Ifigenia.

Il problema non stava in un rapporto tra lei e la sua coscienza, bensì tra il suo desiderio, di stringere in un abbraccio quel piccolo esserino che le avrebbe scaldato la vita, e il terrore di perdere il suo compagno che quel figlio non lo voleva proprio e non lo aveva mai voluto.
Inutile dimenarsi nel dilemma. Lei aveva due sole possibilità: tenersi il bambino o tenersi il padre di quel bambino, ma le due cose insieme no. Inutile recriminare, inutile piangere o disperarsi, lei era la sola colpevole. Aveva finto di non sapere che sarebbe giunta a quel punto. Aveva rinviato le domande e le risposte. Ora la palla era sua, solo sua. Ogni donna o quasi ogni donna si trova di fronte a quel dilemma: voglio un figlio oppure no? Molto spesso è una prassi normale e il figlio arriva senza che nessuno se ne accorga più di tanto, senza produrre grandi cambiamenti. In lei il cambiamento sarebbe stato epocale, oltre ogni logica. Lui glielo aveva detto fin dall’inizio: “Non voglio bambini, lo devi sapere da subito. Se pensi di voler avere un figlio, non possiamo pensare ad una vita insieme.” e lei, in quel momento, aveva condiviso tutto, anche questo. Mai avrebbe pensato che sarebbe stato un accordo contro natura, ora lo sapeva…
Fosse stato l’orologio biologico che ogni donna ha dentro di sé oppure la sensazione che lui l’avesse in qualche modo costretta o l’avesse imbrogliata, la rendeva riottosa a decidere. Comunque ora fra di loro c’era un bambino. Ora lei aveva il potere di avere tutto a discapito di tutto. Ora il coraggio era troppo o troppo poco. La coperta era troppo corta per coprire la sua realtà. L’amore non era poesia. La speranza e l’illusione erano vane. Avere un figlio senza padre o un padre senza figlio? Chi era l’egoista? Lei? Lui? Chi aveva sbagliato? Chi avrebbe sbagliato di più?
Lui cortesemente, ma con fare distaccato le aveva chiesto: “Hai già deciso quando andare all’ospedale?” Lei, silenziosamente aveva iniziato a piangere, adesso lo sapeva che l’avrebbe odiato per tutta la vita.

Natale ritrovato

In poesia on 26 dicembre 2009 at 15:19

Se potessi nei giardini del vero sentire
i passi dell’angelo sfiorarmi,
e aprire gli occhi
illuminando la sua rosa
per concepire il vento estatico

o se potessi
come un duro seme nell’ombra
senza radice di petali
fiorire d’incanto

14 motivi per morire piddini (ma anche no)

In politica on 22 dicembre 2009 at 14:57


Tratto da Micromega Il Criminoso di Andrea Scanzi

Ecco 14 motivi per cui sarà bello morire piddini. Ecco perché il Pd mi fa godere (ma anche no).
Militando nel Pd non hai l’obbligo di dire cose intelligenti. Non hai neanche l’obbligo di dire cose. Più che altro, militando nel Pd non hai proprio l’obbligo. Non hai. E basta.
Il risotto mantecato di D’Alema è tuttora meraviglioso, e –se hai un po’ di fortuna– a tavola potrai trovare anche Vissani, Violante e i pizzini autografi di Latorre. Daje.
Nel Pd uno come Jovanotti è derubricato alla voce intellettuale. Questo, a una prima analisi, suona frustrante. Ma a una seconda, no: se Jovanotti è un intellettuale, c’è speranza per tutti.
Il Pd è una panacea placida e assonnata. Rassicurante. Per aderire al progetto, basta non prendere mai posizione (se non sbagliata). E quando qualcuno –i soliti cacadubbi giustizialisti– vi farà notare che così fate il gioco di Berlusconi, potrete sempre rispondergli –citando l’Enciclica Proraso di Polito o il Vangelo secondo Macaluso– che “noi siamo per il dialogo”. “noi siamo per la democrazia”. “Noi siamo buoni”. Hasta Bicamerale Siempre.
Il Pd era il partito perfetto di Rutelli.
Il Pd è il partito perfetto della Binetti.
La linea politica del Pd è l’impalpabile. Però ammantato di sicumera (altrimenti poi non fai pendant con Nanni Moretti).
Il Pd è l’acqua calda che tarda a uscire dal rubinetto (cit). Non un difetto, bensì l’ulteriore stimmate della vostra santità democratica. Perché voi siete puri e casti: come l’acqua (appunto). Mentre gli altri sanno solo criticare; dicono solo no: e voi lo sapete, che così non si risolve nulla. Voi siete per costruire, mica (solo) per distruggere. Ebbene, cari (cari, cit) polli di allevamento, rampognate costoro –i disfattisti– con parole di fuoco, battezzandoli –all’acme dell’invettiva– con un epidittico (?): “Andate a sculacciare i billi con quell’analfabeta di Di Pietro e quel terrorista mediatico di Tartag… ah ehm Travaglio”.
Il Pd gode di buona stampa. E ancor più buoni salotti. Se sei triste, puoi farti invitare dalla Dandini. Se sei ancora più triste, puoi farti invitare da Fazio. Se sei ancora più triste, puoi comunque ridere a caso per una battuta della Littizzetto. Ognuno ha le amache (cit) che si merita.
Solo dentro il Pd puoi provare l’ebbrezza che dà il rimpianto per Veltroni. Non è nostalgia, non è passatismo: è canna del gas. Lisergico spinto. Meglio del peyote.
Il Pd è così vecchio che chiunque abbia meno di 87 anni (età cerebrale) sembra gggiovane.
Il Pd è un Vic 20 in attesa di formattazione, così lento all’avvio che qualsiasi file chiamato Serracchiani pare l’ultima versione di Adobe Photoshop.
Il Pd è così tardo che in confronto Debra Morgan è una guitta.
Il Pdmenoelle è la polizza per la vita di Silvio Berlusconi e del berlusconismo.

Pensieri di donna

In Donne on 21 dicembre 2009 at 15:56

Roxi aveva detto la sua. “Io mi sono sposata con Giacomo perché era il più bello dei miei ragazzi. Per me è importante. Se devo avere dei figli li voglio belli. L’aspetto è un biglietto da visita. Chi è bello ha fortuna. Guardate me. E poi Giacomo lavora in banca. Ha un posto da dirigente. Ora io resto a casa dal lavoro, mi sistemo tranquilla, ho un bell’appartamento nella zona residenziale e le prossime vacanze alle Maldive. E poi lui è pazzo di me… sapete cosa gli piace di più? Non ci credereste mai. A lui piacciono i miei piedi. E’ un feticista dei piedi… non andrebbe mai con una donna con i piedi brutti. Ne avrebbe orrore…”
Alle sue colleghe la cosa aveva dato i brividi. Ognuna per conto suo aveva fatto la lettura di un copione diverso. Sabrina aveva pensato ai suoi piedi. Era da molto che non li guardava. Se fossero belli o no non lo ricordava, ma contava di controllarli al più presto, se avessero bisogno di un po’ di cure, ci avrebbe pensato subito, sai com’è, avrebbero potuto esserle utili, non si sa mai. A Gisella invece venne in mente che a lei i figli belli non erano usciti proprio. Certo che Armando non era un fico della madonna come era Giacomo, ma a lei i ragazzi, pur se animata dai più buoni intenti di madre, non erano riusciti a dovere. Ovvio che doveva spendere una cifra tra dentista ed odontotecnico. Mai sposare uno che ha i denti da pescecane. Cosa poteva pensare che ne uscisse fuori alla fine? Loretta invece pensava che a lei non era dato a capire come a quella smorfiosa andassero sempre tutte dritte. Le faceva una rabbia. Non sapeva come fosse Giacomo, ma certamente i piedi di Roxi li aveva visti e rivisti. A Roxi piacevano così tanto che glieli metteva sotto il naso tutti i giorni. Come se a lei avessero dovuto interessare Se non avesse pensato ad un atto scorretto, glieli avrebbe potuti calpestare con un bulldozer e seppellire con una ruspa.
L’unica che se la rideva sotto i baffi era Roberta. Lei la storia la sapeva bene. Conosceva già da un pezzo quel Giacomo, che seppur provvisto di un fisico mica male, aveva un cervello da gallina. Ma passi questo, tra pennuti (galline e oche) si può anche andare d’accordo, certo che la bambina che era uscita dalla sua storia con Ileana era proprio uno sgorbietto. Bella mamma e bello papà, ma la bambina da chi aveva preso? Dall’idraulico? Certo Roxi se la tirava. Avrà avuto anche i piedi belli, ma anche di corna non se la cavava male. Roberta pensò che sarebbe stata una soddisfazione mica male a raccontarle quello che sapeva, ma che senso aveva? Non era mica una sua amica no? E poi ormai era una già una ex collega. Si disse fra se: “Facciamo un azzardo? Quella con quello ci dura sì e no tre mesi. No anzi, visto quanto sono scemi, potrebbero durare qualcosina di più, sempre che lei avesse l’accortezza di evitare i calli e i duroni e che non si giocasse lo smalto tra le conchiglie delle Maldive.”

Sedotta e …..

In amore, Donne, La leggerezza della gioventù on 18 dicembre 2009 at 17:46

L’inverno si era fatto sentire troppo presto. Se n’era accorta subito, quando quel mattino era uscita per andare a fare il test. Inutile dire che già lo sapeva. Tutto era davvero facile, bastava passare in farmacia e farsi dare un kit. Era incinta. Quella mattina comunque aveva fatto il test ufficiale che avrebbe confermato tutto. La cosa strana era che fuori nevicava ed era solo ottobre. Pensò con sgomento che si trattasse di un cattivo presagio. In verità, che le cose andassero male, l’aveva capito da subito. Non servivano i suoni di tromba e nemmeno i presagi. Era evidente che quella storia non l’avrebbe condotta a niente, eppure ci si era avventurata senza prestare la giusta attenzione agli avvisi di pericolo che la sua mente le mandava.
Era una storia senza capo né coda. E lei ne era cosciente. Certo che sapeva troppe cose per finire, poi, sedotta e abbandonata. Se non fosse che si sentiva a pezzi, avrebbe trovato queste parole piuttosto ridicole, avevano un sentore di ammuffito e di passato remoto. Invece era presente.
Quando si era avventurata tra le braccia di quell’uomo non era interessata al futuro, era solo un rapporto nato per soddisfare la voglia d’amore o di sesso di una serata. Aveva avuto voglia di illudersi solo per un po’, per quanto assurdo fosse pensarlo. Ecco lì, aveva goduto di quei piccoli atti di seduzione e per questo lei ci era stata, aveva derogato, aveva pensato che per quella volta non avrebbe dovuto succederle niente. Invece no. Ora era lì. Se non fosse che ora aspettava un bambino, non si sarebbe sentita in colpa. Forse non si sarebbe nemmeno più ricordata di lui e di quella serata.
Ma tutto era andato storto. A parte l’inverno precoce, a parte il fatto che lui le avesse detto di arrangiarsi e che non voleva sapere niente dei suoi problemi, a parte il fatto che il suo contratto di lavoro sarebbe scaduto di lì a tre mesi e che probabilmente non l’avrebbero rinnovato e che doveva uscire dalla casa dove stava, perché aveva lo sfratto esecutivo e che i suoi genitori non l’avrebbero ospitata e capita. A parte questi piccoli contrattempi, tutto il resto andava benone. Vai a comprendere poi il perché a volte si cerca di dimenticare i propri problemi con un po’ di alcool e un po’ di amore mal riposto.
Ora era solo una donna sedotta. Sedotta da un uomo che non aveva scrupoli e che non credeva nelle responsabilità, da una vita che non aveva promesse da concederle, da un corpo che la faceva sbagliare proprio nel momento in cui avrebbe dovuto non sbagliare proprio.
Sapeva di essere la sola colpevole. Sapeva che non aveva giustificazioni, sapeva anche che sarebbe stata la sola a pagare.
Pensò per un attimo di tenersi il bambino. Pensò che non avrebbe avuto il denaro per consentirgli una vita dignitosa. Pensò che non avrebbe più potuto cercare un lavoro che le consentisse di vivere adeguatamente. Pensò che non avrebbe più avuto la possibilità di avere un amore semplice e normale. Pensò che avrebbe avuto un bambino senza papà, per quanto lei stessa, pur avendolo, ne avesse sentito comunque la mancanza. Ma perché far nascere un bambino con tutti questi handicap? Avrebbe dovuto andare al consultorio per prendere informazioni. Ma oggi faceva troppo freddo per prendere una qualsiasi decisione. Avrebbe aspettato domani. Doveva ancora pensare. Si sentì persa quando pensò, però, alla possibilità di bussare alla porta dei suoi genitori. Inutile, il progresso non era passato da quelle parti. Loro che andavano in chiesa tutti i giorni e professavano di amare il prossimo, non avrebbero mai accettato lei e un bambino senza nome.
Ridere o non ridere? lei era davvero sedotta e abbandonata, ecco cos’era. Meglio rendersi conto subito e non farsi illusioni. Il freddo era solo il minore dei problemi. Inoltre adesso le pizzicava da matti il naso e si sentiva i brividi di febbre per la schiena. Allontanò l’idea di prendere subito un’aspirina, sarebbe stata una decisione logica, ma mica sapeva che effetto avrebbe avuto sul suo bambino.

Ciò che chiedo è dignità

In amore, Anomalie, Pietas, uomini on 17 dicembre 2009 at 13:59

Stava steso in quella posizione ormai da ore. Era stanco. La testa era confusa e gli doleva. Il respiro difficile, sempre più corto. Una fatica immane sulle spalle. Nella cucina sentiva Oscar muovere le stoviglie. Oscar era un bravo e amorevole figlio. Per la verità non era proprio suo figlio. Lui non aveva avuto figli. Non si era mai sposato. Forse oggi se ne pentiva un po’. Ma lui le donne le aveva sempre rispettate, le aveva anche in qualche modo amate, ma come si amano le cose belle, le mamme, le sorelle… lui era nato diverso, nel tempo in cui i diversi erano una mostruosità. Così non aveva avuto una famiglia. Certo sua madre era stata la sua famiglia. Grande donna sua madre, donna di altri tempi, orgogliosa ed altera. Lei non avrebbe mai sopportato che qualcuno avesse a che dire di suo figlio. Per questo se n’era andato dal paese. Per questo si era rifugiato in città. Solo in città poteva sentirsi più simile agli altri. Solo lontano da lei avrebbe avuto il coraggio di accettarsi.
Oscar si affacciò alla porta. “Alberto hai bisogno che ti giri sul fianco?” Lui rispose “No, grazie.” e la voce gli uscì rotta e sfiatata. Perché dire “no” quando si vorrebbe dire “sì”? Oscar si avvicinò con un’aria indagatrice. “Alberto, ti sollevo il cuscino, così respiri meglio” e con movimenti decisi sollevò uomo e cuscino. Qualche tempo prima non sarebbe stato così facile sollevare Alberto. Era un uomo prestante, un fisico asciutto, ma robusto, con un bel viso dall’aria rassicurante e gentile. Quando stava all’ufficio personale dell’Azienda tutti sapevano che su di lui si poteva contare. Faceva bene il suo lavoro, ma era anche una persona ragionevole e pronta all’empatia. Tutti lo rispettavano. Era stato per questo che aveva fatto amicizia con i “ragazzi”, i “suoi ragazzi”. Prima c’era stato Denis. Era un giovane minuto e timido. Veniva dalla campagna e da una famiglia che non si curava di lui. Alberto l’aveva ospitato a casa sua quando per qualche ragione non poteva tornare a casa. Spesso perdeva l’ultimo autobus. Qualche volta non desiderava proprio rientrare a casa. Allora si era trasferito da Alberto che provvedeva a cucinare e a rassettare casa come una vera, amorevole mamma. Per un po’ le male lingue avevano avuto da dire. Bastava non badarci. Alberto aveva quell’aria seria e affidabile che in genere ha un buon padre di famiglia. Finirono col pensare che era tutto normale. Si occupò di Denis per molti anni, fino a che, trovata una ragazza, lui si era sposato e se n’era andato. Certo Alberto aveva sofferto. Non lo aveva confessato a nessuno. Mai si era sentito così perso e vuoto. Certo Denis e sua moglie lo andavano a trovare, ma così non era la stessa cosa. Poi un specie di colpo di fortuna. Un altro giovane apprendista era entrato in Azienda. Era orfano dei genitori e viveva con una vecchia zia che lo teneva per carità. Oscar era un ragazzo paffuto con un bel sorriso, degli occhi azzurri ridenti e con un’aria da bambino timido che aveva intenerito tanto Alberto. Aveva un modo dolce di parlare e uno stupore infantile sul viso. Anche stavolta, un po’ come successe con Denis, Oscar frequentò la casa di Alberto sino a trasferirsi definitivamente da lui. Oscar era il figlio che Alberto aveva sempre sognato… I suoi amici divennero gi amici di Alberto e quella casa si trasformò in un luogo di incontro di ragazzi, alcuni difficili, altri invece già formati per la vita. Alberto li accoglieva tutti e tra un buon piatto di pasta e una affettuosità un po’ trattenuta e riservata elargiva loro la sua grande cultura e la sua generosità. Così la sua vita aveva ripreso a girare come prima, anzi meglio. Alberto era un uomo colto, aveva fatto gli studi classici e oltre ad essere un ottimo traduttore, sia dal greco che dal latino, dedicava il suo tempo anche alla poesia. Aveva pubblicato già alcune raccolte che avevano avuto un discreto successo e poi aveva scritto due o tre libri che, per gli argomenti trattati, lo avevano inserito tra i dieci nomi dei grandi intellettuali della città. Ogni cosa o persona con cui Alberto veniva a contatto era investita o almeno toccata dalla sua delicatezza e dalla sua cultura. Il mondo era migliore con lui e questo Oscar lo sapeva bene.
Quel letto, lo stava torturando. Il dolore fluiva a ondate sempre più forti. Il male che aveva colpito Alberto non aveva nulla di delicato. Non sapeva rispettare i limiti umani.
Alberto, per aiutarsi, cercava di ripensare ai suoi amati libri. Oh come amava i suoi libri. Come amava scrivere e occuparsi di Oscar e di tutte le incombenze proprie dei lavori di casa. Ora che la malattia la faceva da padrona, non riusciva più ad avere una vita propria. Aveva perso le sembianze di un uomo. Era un ammasso informe e privo di forze che si spegneva lentamente e dolorosamente su quel letto. A graffiare l’aria con quel respiro stentato, cercando di tenere insieme quel corpo disfatto, che sembrava sfasciarsi da un momento all’altro. Alberto odiava il dolore che lo arpionava ad ondate e soprattutto provava nausea per l’odore del suo corpo che sembrava crudelmente sciogliersi nell’aria.
Oscar lo guardava con quell’aria spaventata che aveva preso negli ultimi tempi. Gli occhi azzurri non sorridevano più. “Sopporti ancora il dolore? Se non ce la fai ti faccio l’iniezione. Prima, però, ti cambio il panno, non è piacevole sentirsi bagnati.” Parlava serio come a se stesso. Sembrava che Alberto non ci fosse in quella stanza. “Ora ti lavo e ti cambio. Poi preparo cena. Ti va una minestrina?” Alberto aveva chiuso gli occhi disarmato, l’ultima cosa che gli serviva era alimentarsi, anche solo una minestrina gli costava una fatica enorme. Intanto Oscar lo maneggiava come fosse un neonato. Lo spogliava e lo puliva con una destrezza ed una professionalità da paramedico. Alberto provava una vergogna indicibile. Com’era possibile ridursi così? La testa gli doleva e il respiro faticoso gli si annodava in gola. “Alberto, stai meglio? Ora dimmi che cosa ti serve. Cosa vuoi?” Lui con un filo di voce parlò: “Oscar, figliolo, quello che vorrei… quello che chiedo è un po’ di dignità. Vorrei morire, come ho sempre vissuto… con dignità…. Fai qualcosa.. Aiutami” Oscar non riusciva ad alzare gli occhi dall’asciugamano che teneva in mano. La sua voce si era trasformata in un sussurro: “Lo so, papà, lo so… vorrei aiutarti, ma non posso fare niente altro per te… lo vorrei tanto, ma non posso…” Alberto aveva ascoltato quelle parole con disperazione, ma anche con una gioia che non aveva mai provato prima. Intanto pensava a quanto poco tempo avevano avuto per poter stare insieme, ma forse questo, ora, non sarebbe più stato un problema.

Non lo faccio più…

In Donne, uomini on 15 dicembre 2009 at 16:26

Proprio a lui doveva capitare. A pensarci provava una rabbia incandescente. Ma cosa pensava di fare quella bastarda? A lui, proprio a lui che, per la famiglia, aveva speso fior di quattrini e perso un tempo infinito per assecondare i desideri di quelle tre donne, che oggi non volevano più avere a che fare con lui. Tutti quei rimproveri gridati a voce alta oppure quei silenzi pesanti. Ma di cosa lo incolpavano? Di aver avuto altre donne? Ma che colpa ne aveva lui? Lui non aveva fatto niente? Aveva invece continuato a vivere nella sua famiglia anche se non c’erano più ragioni. Le ragazze ormai avevano preso la loro strada e avevano la loro vita. Lui non si era mai tirato indietro. Fosse stato un viaggio, un vestito oppure l’utilitaria per andare su è giù dall’Università. E poi anche lei… le aveva dato tutto quello che una moglie desidera. Gioielli, pelliccia, borsette e scarpe assortite, non si accontentava mai. Fosse stata bella almeno. Più ci pensava e più si chiedeva chi glielo aveva fatto fare di sposarsi così presto, proprio quando la vita gli offriva di tutto. Le donne allora non gli mancavano, come nemmeno i soldi per accontentarle. Lei era così tranquilla e concreta che sembrava fatta per starsene a casa ad aspettare il suo rientro dopo il lavoro. Sì, le donne lo avevano cercato anche dopo, sai com’è, ma a lei comunque non aveva fatto mancare mai niente. Ma adesso che vuole da me? Mi accusa di averla tradita con Giusi. Se è per quello non era certamente la sola. E’ vero che già una volta l’aveva fatta grossa e lei se n’era accorta. Poi, alla fine avevano deciso di restare ancora insieme, perché c’erano le bambine, e poi lei lo aveva perdonato, che diamine! Non aveva mica ucciso nessuno. E invece adesso no. Ma perché? Ora le ragazze non gli volevano più parlare. Ora lei mi ha messo alla porta e mi sta mettendo in croce con il suo avvocato. Perfino la macchina mi ha preso, la casa al mare e pure quella in montagna. La nostra casa, poi sostiene che le aspetta di diritto. Ma quale diritto? E per le sue vendette io dovrei vivere in un appartamento ammobiliato ai limiti della decenza? Ma per fortuna c’è Giusi, lei sì che mi fa sentire un uomo. Lei sì che mi dà quello che l’altra non mi dava. A lei ho dovuto intestare la macchina e il conto in banca, per non farlo trovare a quella megera. Non capisco tutta questa cattiveria. Non capisco che gusto c’è nel rovinarmi. Proprio ora poi che la crisi incombe e che anche il lavoro non va troppo bene. Tutto per farmi venire un infarto. Tutto per darmi l’ansia. Ma lei non mi conosce bene. Crede di sapere quali sono le cose che mi feriscono ed invece non sa. Io quelle tre le ho cancellate dalla mia vita. E dopo che sarà finita questa storia non sarò più disponibile per nessuna, neanche per il loro avvocato, quel delinquente. Non avranno più niente da me. Io mi metterò con Giusi. Tanto glielo dovevo a quella poverina, visto quanti mesi ha passato ad aspettarmi. Mia moglie dovrà farsene una ragione. Giusi è bella e giovane, quanto lei è brutta e vecchia. Questa sarà la mia rivincita. Almeno questo, se non ho potuto portarmi via le mie cose. Se torno indietro sta pur certo che non la sposo quella disgraziata, giuro, questo errore non lo faccio più… non lo faccio più… dovessi campare cento anni. Resto da solo e mi faccio una donna diversa ogni sera e piuttosto di avere dei figli… piuttosto me lo taglio.

Lettera ad un’amica particolare

In Amici, auguri, Donne on 15 dicembre 2009 at 15:20

Cara Leonora,
è da molto che non ci sentiamo, e mi dispiace. Ho sensi di colpa perché ti penso spesso, ma rinvio il tempo di una telefonata solo per averne di più poi, ma non succede mai e alla fine mi pare una scusa bizzarra. Che dire, non ci sono parole per spiegare che non mi sono scordata di te, anzi, ma il tempo come sempre gioca a nostro sfavore. Ricordo con calore l’immediata simpatia che ci ha fatto trovare le parole giuste per entrare vicendevolmente nei nostri mondi separati, ma non così diversi. Ricordo ancora con piacere quanto gradivo le nostre lunghe chiacchierate notturne. (Si chiede sempre ai ragazzini che non finiscono mai di telefonare all’amica o amico del cuore, cosa si debbono dire così lungamente. Un po’ come a noi, in questa tarda pubertà, che ci ha colto di sorpresa.) Noi non più ragazze non avevamo tempo bastante, troppe cose da dire e anche banali “segreti” da confidare. Non scordo certamente i miei momenti tormentati che hanno trovato in te una concreta e affettuosa “fustigatrice” e anche paziente ascoltatrice. La mia gratitudine non sarà mai troppa. E così mi pare di non averti dimostrato, con altrettanta generosità, simile disponibilità e pazienza. Ecco quali sono i miei sensi di colpa. Ecco dove mi sento di essere mancata nei tuoi confronti. Potevo esserti più vicina? Potevo aiutarti di più? Lo so, tu dirai semplicemente “No!” ridendo di quella risatella che fa sentire caldo dentro. Ma sì, dai, lo so che fai la burbera e che fai anche la cinica per poi essere invece una tenerona che si commuove quando ti dico, con il mio piglio altrettanto burbero: “ti voglio proprio un mondo di bene”. Ah che strane ragazze che siamo! Oggi si avvicina il giorno del tuo compleanno, ma non solo quello, arriva anche quel Natale che tanto cerchiamo di pianificare come un giorno simile ad un altro. Bene, mi sembra giunto il momento di ricordare ancora il mio grande fraterno affetto che provo per te, mi sembra ancora opportuno chiederti di scusare il poco tempo che ti dedico, ma ti chiedo anche di apprezzare, se puoi, la qualità dei sentimenti che ti voglio esprimere.
Ciao bella ragazza! Arriverà quello che meriti e spero solo che saprai fermarti e goderne a piene mani. Io vorrei esserci per poter condividerne con te la gioia.
Buona fortuna dalla tua lontana amichetta, ma sempre e comunque amichetta
Ross

PS Non fingere di non capire che Leonora sei tu, la donna dai molteplici nomi e dalle grandi qualità 🙂 Baci

Risposta ’72

In amore, personale, poesia on 12 dicembre 2009 at 14:44

Al chiaro di luna
incerto pudore nel buio più scuro
allora i pensieri erano scaglie di vetro
taglienti
le parole erano pietre insostenibili
nel ventre  la paura
a quel tempo  la paura non aveva il suo nome
il respiro interrotto sapeva già di solitudine
inutili pensieri
ricordi velati di nebbia
voluta smemoratezza
fragile equilibrio di donna
il volto celato
le mani fredde e vuote
altre mani che posseggono, che frugano,
ma dov’è la passione?
grido infinito di noia e disamore
mentre la luna non parla
mostra ancora la sua immobile faccia
dolente presagio di un male già lungamente commesso
segno effimero dell’ignoto futuro
e  dolce vaghezza di un ricordo lontano,
perduto, dimenticato, rassegnato
sogno di un volo libero
amputato di ali
rimpianto di un sogno testardo
difficile a morire
e di una perduta innocenza
ma “nessuno è innocente mai,
c’è solo un diverso grado di responsabilità”

(parole sparse e senza pretese in risposta ad una poesia fortunosamente (e fortunatamente) ritrovata….)

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