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Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

Fierezza, tenacia e mandorle (di Maria Gabriella Mazzotti )

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:34

mandorle e resistenza

Abituata a muovermi libera, non sono riuscita (la permanenza è stata così breve) ad avere sensazioni fisiche di paura e di limitazione.
Mi è sembrato come di essere in un film, tanto la situazione mi è parsa paradossale: ‘sti muri il filo spinato con conficcati quei proiettili neri (uno è rimasto nella stanza dell’albergo, per scrupolo, non l’ho messo in valigia) e poi quei giovani ragazzi con il dito sul grilletto delle mitragliette.
Una sensazione, invece, ho avvertito molto forte da farmi sentire smarrita e impotente: il muro psicologico della paura e quello della rabbia. Paura e rabbia, rabbia e paura un mattone dopo l’altro un muro che ha dimensioni ben più costrittive e forti di quello di cemento, un muro che viene da molto lontano nel tempo.
E, se alzo gli occhi, nel mondo oggi quel muro è in ogni angolo della terra.
Quante mani vedo che portano mattoni e calce per quel muro. Mi sento triste, smarrita, impotente, sento profondamente il mio bisogno di sicurezza, di condivisione e di tranquillità. Poi rivedo l’incontro con Rami Elhanan e Bassam Aramin e intorno a loro vedo che il muro non c’è. Per me è stato l’incontro più profondo perché mi hanno confermato che la pace non è un’utopia e non siamo dei matti e degli incoscienti se anche di fronte alle efferatezze peggiori diciamo no alla violenza come risposta.
Negli occhi della dolce Yasmenn Al Nayyar, in quelli di quel simpaticissimo e bravo rapper, di cui non ricordo il nome, e del giovane maestro di musica che ai check-point non lancia più sassi ma suona il violino;
Nello sguardo deciso della donna, che ha dato alla sua vita, che a noi sembra di costrizione, una determinazione e un riscatto che emergono dal suo racconto, ma ancor di più da come l’ascolta con rispetto ed orgoglio il marito, mentre tiene in braccio con tenerezza la loro figlia più piccola;
Nella fierezza e tenacia del contadino che non se ne va dalla sua terra e ci offre mandorle intorno al fuoco all’imbrunire;
C’è tanta di quella forza vitale che non ha confini e volerà libera sopra tutti i muri come la bambina dei palloncini nei murales di Betlemme.
Quella forza è contagiosa, fa perdere in un amore senza ritorno le persone tenaci come Luisa e dà forza e coraggio per scegliere la pace ogni giorno e in ogni azione alle persone come me rese deboli da una vita troppo facile.
Nei templi delle tante religioni che si litigano la Terra Santa, non ho sentito la presenza del Dio o, per chi non ha una religione come me, dello spirito dell’universo, ma ho immaginato Gesù che caccia i mercanti dal tempio.
Nel viaggio verso Ramallah, ci siamo fermati lontano dalle città; la terra di un intenso colore è sassosa, mi ricorda la Puglia, l’aria è tiepida e ho notato, fra gli ulivi, un mandorlo appena fiorito e cardi selvatici, poi ci ha raggiunti un pastore con le sue capre con delle orecchie così lunghe, che non avevo mai visto. Ecco ho pensato che quando da bambina facevo il presepe io la Palestina la immaginavo così.
Al ritorno dalla valle del Giordano, dove le culture intensive di palme si mangiano la terra e prosciugano l’acqua, ormai notte, ci siamo fermati per vedere il deserto e rimaniamo affascinati a guardare intirizziti per il freddo e per il vento. Poi, abituati gli occhi al buio, scorgiamo in lontananza un grande insediamento, il processo di cementificazione non risparmierà neppure questo luogo.
Non era comprensibilmente nel programma di questo viaggio, ma mi è rimasta la voglia di incontrare i coloni e i rappresentanti del governo israeliano per chiedere, al di là del torto e della ragione, ripetitivamente come fanno i bambini: perché?

Alcune riflessioni sul viaggio di Natale (di Rosa Calderazzi)

In amore, Viaggi on 18 gennaio 2015 at 11:48

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Dopo 27 anni ho deciso di ritornare in Palestina, invogliata anche dalla presenza di Luisa Morgantini, che ci aveva accompagnato in un viaggio di solidarietà e conoscenza nella stessa area (ma allora eravamo stati 1 mese lavorando e viaggiando e facendo base a Taibeh, al confine con Tulkarem).
L’impressione che ho avuto nel viaggio attuale è stato di grande sconforto per l’impossibilità di vedere una soluzione. Ho rivisto ieri le diapositive scattate nel 1987 e sicuramente le colonie erano molto meno, la devastazione territoriale anche e l’emergere di una lotta (pacifica e di massa) dava speranza. L’autorità palestinese, l’OLP, bene o male rappresentava la guida unica e riconosciuta.
Oggi, come spiegato da Michele Giorgio, la prima difficoltà è proprio la mancanza di un’autorità riconosciuta da tutti i palestinesi delle diverse fazioni e che riesca ad essere interlocutore valido e radicale del governo di Israele. I recenti fatti di Parigi, poi, complicano ancora la situazione, ma staremo a vedere: viviamo in tempi di cambiamenti repentini…
Però mi ha dato speranza, oltre alla resistenza puntuale e minuta sui diversi aspetti della vita, dalla terra alla musica, all’educazione, ecc., la nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, organizzano la resistenza non violenta, e penso fatta non solo di pochi militanti, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno. E ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare la lotta. Ci hanno raccontato che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero, un Coordinamento eletto, composto di 5 persone, di cui alcune donne.
Dà un po’ di speranza anche – nonostante la deriva integralista di destra della gente israeliana – l’aumento del numero e delle azioni dei militanti israeliani pacifisti che cercano di resistere all’attacco del loro governo.

Rosa Calderazzi

E adesso la parola all’esercito…

In Anomalie, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 27 gennaio 2014 at 9:55

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal nemico”, e il nemico ha le forme e le dimensione di un ragazzone sovrappeso, sandali estivi e maglietta maniche corte, in pieno inverno,  dotato comunque di grande sicurezza di sé che quasi rasenta l’arroganza. Mi ritiro in buon ordine, faccio difficoltà e non sentirmi un po’ offesa da quel suo modo di porsi e dal fatto che in genere la sua attività di spiegare la realtà, guardate bene, non di denuncia, la fa solo e la intende fare solo con gli israeliani.
La cosa sembra un po’ un affare fra loro, anche se in realtà loro non sono le vittime, sono tutt’al più delle persone poco informate.
Lui il militare l’ha fatto e solo una volta uscito ha capito in cosa consisteva il suo mestiere e così lo racconta agli altri. E’ diretto, quasi scortese quando qualcuno gli pone delle domande un po’ personali. Lo so dovrei essere contenta che un israeliano, uscito dal sistema, sia pronto a raccontare qual è il lavoro del soldato e quali siano gli ordini, ma la sua pietà umana sembra limitata, ma è proprio uscito dal sistema?
Mi pongo presto la domanda e mi rispondono dei dubbi… perché non ho la capacità di credergli fino in fondo?
Perché mi sento giudice di fronte ad un avvocato troppo bravo per essere onesto. Non lo so davvero, mi sono persino chiesta se si tratta di grave pregiudizio, suppongo di sì, eppure io non mi lascio mai condizionare dai pregiudizi, in genere non sono capace di concepire pregiudizi.
Eppure Yehouda non mi convince. Mi rendo conto che dice la verità quando racconta che il suo lavoro era di spaventare e intimidire, diciamo in complesso di angariare i palestinesi. Ogni notte si scelgono a caso le porto da battere e gli edifici in cui fare irruzione. Si fanno domande, si perquisisce, si fanno alzare adulti, bambini e pure malati, si accusa e a volte si arresta. Tutto casualmente tanto per fare. Ragazzi allevati per spaventare, per farsi odiare, ma soprattutto per odiare a loro volta.
Non so, magari sbaglio, la mia è una valutazione morale di origine cattolica: fare il male e poi il pentimento. Se non c’è pentimento non c’è perdono e se non c’è perdono tu continui a fare e ad essere il male.
Ecco perché quel ragazzo non mi convince, certo racconta la sua storia, che a noi schifa un pochino, ma agli altri, i ragazzi che dovranno andare sotto le armi per ben 3 lunghi anni: schiferà? Ai loro genitori sarà di monito? A qualcuno servirà sapere che l’esercito più etico al mondo, vive di sopraffazione e anche di omicidi?
Saranno i palestinesi ugualmente importanti quanto un solo soldato israeliano?
Queste sono le domande che non ho saputo fargli, e queste erano i pensieri che mi passavano nella mente, aggiungendo che sullo sfondo del suo corpaccione corredato di kippa nera, vedevo sventolare le bandiere nell’attesa della liberazione dei prigionieri in carcere da prima degli accordi di Oslo, gli accordi che avrebbero dovuto condurre il passaggio dall’occupazione allo stato di Palestina. Quelli che certi israeliani chiamano “Oslo war” e che il loro stato considera solo come scusa per controllare ancora di più i territori già occupati e per sguinzagliare ragazzi in divisa ed armati fino a denti per sedare qualsiasi progetto di resistenza. Accordi che non hanno cambiato la volontà di Israele di colonizzare la Palestina e di cancellarne completamente nome ed esistenza.
Stasera proprio non va, mi alzo incazzata, delusa, mi sento presa un po’ in giro, non è questo che mi aspettavo, non è la sicumera dell’occupante che volevo sondare, piuttosto l’analisi complicata e dolorosa di chi capisce di aver sbagliato, di chi ha capito la necessità di essere stato imbrogliato e trasformato più che in una macchina da guerra in una pedina a servizio di persone ormai da troppo tempo passate da vittimi ad aguzzini.
Forse sono ingiusta, forse sono solo arrabbiata, ma questo viaggio è fatto di emozioni forti che ti comandano e ti squassano, qui non si passa indifferenti, qui si partecipa o si rifiuta, non si rimane indenni. Qui si cambia.

(Mi scuso per chi si dovesse sentire offeso dalle mie considerazioni, sono personali e emotive, quindi ingiuste, ma sono l’unico apporto che riesco a dare. So che dovrei valorizzare il lavoro di chi dall’interno opera e denuncia. Ma a volte il cuore dice no.)

Nel ventre della balena

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 16 gennaio 2014 at 17:29

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Ci si avvicina a passi veloci alla fine dell’anno. Chissà perché mi sembra una cosa di secondaria importanza. Oggi giornata piena e sebbene che ci avessero minacciato 4 giorni di pioggia, il tempo tiene, sebbene offuscato dalle nuvole, ma a prima mattina esce un fantastico sole non appena riusciamo, dopo lunga attesa e tanti controlli, a passare verso la spianata delle moschee. Che poi è la spianata che mi prende e anche la moschea ma solo come corollario. Amo la gente che si raccoglie lì, in riflessione e preghiera, le donne che fanno scuola e gli uomini, a gruppetti, seduti come davanti ai tavolini dei bar. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Ma qui il tempo non esiste, a parte il nostro Mike, che con fare burbero ci dice che abbiamo solo una quarantina di minuti. A me bastano. Nella spianata mi cerco sempre lo stesso angolino solitario. Il sole scalda ed è abbacinante e si riflette sulla cupola dorata, riverberando attorno. Che pace! Proprio io che non sono per niente religiosa, trovo casa e serenità in un luogo che è di culto per gli altri. E’ davvero una strana alchimia. Qui mi sento in pace anche con me stessa. Questo luogo non è Gerusalemme, è uno strappo nel tempo, un non luogo, un’idea… bella, difficilmente ripetibile.
Ma il tempo comunque passa e veniamo raccolti dal nostro Mike, cane pastore e padrino, per raggiungere a piedi il pullman all’hotel: ci aspetta Tel Aviv e Jaffa.
Oggi si entra nel ventre della balena.
A dirla così sembra che io stia parlando di un luogo sicuro, dove nessuno può farti del male, ma in questo caso della balena ci sono solo le fattezze, il pesce ha un altro nome ed è molto più pericoloso. Un pesce vorace che ingoia e trita tutto e che non ha sguardo, non ha memoria.
La giornata si è fatta ventosa e brillante, proprio una giornata per andare al mare. E il mare lo troviamo, quel mare rubato alla Palestina che non riesco ad annusare, faccio difficoltà a riconoscerlo, non è “un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci ci unisce” come diceva Vittorio dalla sua Gaza, questo è un mare estraneo che non accoglie. Anche a Gaza c’è il mare, ma si pena peggio che sulla terra, è fatica e pericolo, è fatto di quotidianità e frustrazione. Quel mare negato è peggio di quello rubato.
Siamo qui vicino al n. 48 della strada che i palestinesi chiamano Occupation street. Qui ci stava il quartiere operaio di Manshiya, quartiere vivace con case e negozi di gente operosa che conviveva tranquilla, qualsiasi fosse la propria origine o la propria religione. Non c’era odio prima dell’occupazione, c’era fratellanza e solidarietà, ma poi solo morte e distruzione.
La Nakba ce la raccontano gli attivisti di Zochrot, che cercano di preservare il patrimonio storico, la tradizione e l’identità culturale del loro paese. Sono attivisti israeliani che cercano l’impossibile: preservare quel passato comune che è la storia e la verità.
Cosa rimane di Manshiya? Una casupola schiacciata all’angolo di un grande parcheggio e di un parco per portarci a passeggio i migliori amici dell’uomo: i cani, che sono migliori dei palestinesi.
Guardiamo le foto, ma non si riconosce niente. Si vede solo una casa ai bordi della strada, ma per sfregio l’hanno occupata e trasformata in una casa israeliana, con i simboli e i colori fin troppo conosciuti. E’ rimasta solo la moschea che è stata più volte distrutta e ricostruita, altrettante volte, con i soldi dei palestinesi del luogo, ironicamente israeliani di nazionalità. Dentro non si può pregare, anche questa è l’ironia dell’occupante. E il resto? Ma certo c’è pure un resto, molto nascosto però. Sulle rovine delle case distrutte sopra le teste di chi non era riuscito a fuggire e ad andarsene, le ruspe hanno riportato terra e seminato erba, che cresce a stento, si vede che non è un buon fertilizzante il sangue palestinese che vi è stato sparso.
Un vecchio tassista si avvicina e ci racconta di quel tempo passato e dei suoi due fratelli rimasti uccisi, regge solo pochi minuti e poi si rifugia nel taxi con gli occhi pieni di lacrime e di dolore. E noi ci sentiamo invasori dei sentimenti altrui, guardoni del dolore, reporter senza anima di una realtà che non è nostra, ma che vogliamo testimoniare malgrado tutto.
Sul parco un grande cuore spezzato fatto dei legni di imbarcazioni venute da lontano e affondate dai marosi… nessuno che si chiede quanto male fa aver perduto la propria casa, la propria terra e insieme la libertà. Io sono triste ed indignata, divento silenziosa e affaticata, pallida ombra di me stessa. Non reggo lo scempio… non ne sono capace mentre Jaffa, perduta terra di Palestina, ancora bella per il suo antico splendore, ora addomesticato da un’occupante senza fantasia, fa da contraltare a Tel Aviv, terra di grattacieli e poco amore, che si protende sul mare senza un vero senso, un proprio fascino, la dignità umana data dalla ragione.
Una passeggiata al porto vecchio, con le ragazze del gruppo che si rilassano un po’ all’ultimo sole. Ma io che conosco il mare, sono stranita, cos’è questa malìa che lo rende inodore e distante?
In cielo si accumulano nuvoloni gonfi di pioggia ed è il degno finale del nostro incontro con la balena: scoppia un temporale rabbioso. Per fortuna arriva Mike a salvarci come sempre. “Yalla Yalla” e si riparte verso destinazione ignota.
Ultima sorpresa del giorno, gioiosa ed improvvisa, Luisa che punta direttamente al nostro cuore. Ma non fa parte di questa storia di mare, è un’altra storia di uomini resistenti e voglio altro spazio per raccontarla, non ora non qui. Ovviamente il nostro viaggio continua e se mi seguite condurrò pure voi…

Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

Il coraggio della nonviolenza

In Amici, Cultura, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 26 maggio 2013 at 19:55

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Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina – Venezia
11 maggio Sala S.Lorenzo – Castello campo S.Lorenzo – Venezia

Incontro con i rappresentanti dei Comitati Popolari di Resistenza Pacifica dei villaggi sulle colline a sud di Al Khalil (Hebron).

Al Mufaqarah

Chi avrà trasecolato di più? Mahmoud e la figlia Sawsan nel vedere davanti ai loro occhi il Canal Grande e attorno la città di Venezia oppure noi ad incontrare questi particolarissimi personaggi?
In genere non avremmo dubbi, quel giorno però i dubbi c’erano venuti subito.
Lui vestito come un beduino in un giorno di festa: kufija bianca e cordone nero, lei in jiab o velo con un soprabito lungo fino ai piedi che alla moda fa l’occhiolino, solo per il colore rosso vinaccia. Lui, affabile, mi prende la mano con slancio e mi sorride, confessa che si ricorda di me dal mio viaggio in Palestina, molti mesi prima sempre assieme a Luisa Morgantini, la nostra Luisa, la grande Luisa, ma non lo dice a parole, lui parla solo arabo ed io non capisco nemmeno una parola, lo dice a “motti”, quelli universali, che consentono anche a Mario, italiano anzi veneziano fino al midollo, di farsi capire perfettamente.
Lei invece sembra timida, riservata, forse un po’ spaventata, dalla novità, almeno così penso.
E invece, un consiglio, non valutate mai con il vostro metro un beduino palestinese al primo colpo d’occhio e soprattutto non usate quel metro per comprendere a prima vista una donna beduina, fortemente radicata nel suo ambiente e orgogliosa dei suoi usi e costumi.
Ma di questo racconteremo dopo perché ce ne sarà da dire.
Lui, Mahmoud esce dalle porte della stazione e si guarda attorno, vede barche, gondole, motoscafi, vaporetti e ancor prima di scendere gli scalini mi chiede accennando a dove ci troviamo: “No cars?… No ship?… No donkeys?” forse le sole parole che conosce in inglese, ma che danno un terribile colpo alle mie certezze. Improvvisamente ho pensato a quanto inadeguata possa apparire la mia città con tutte le sue bellezze artistiche alla loro vita antica ed essenziale.
Ed è proprio attorno a questo che si sviluppa la grande esperienza personale e pubblica di questo incontro, che ci ha dato la possibilità di confrontarci con questi due incredibili personaggi. L’incontro oltre che mettere in discussione la visione o la percezione della nostra vita come l’unica possibile, e come esempio unico di civiltà e di orgoglio, certi del benefico effetto dell’evoluzione e del progresso continuo di costumi e tradizioni, mi ha fatto ridimensionare le ragioni per cui noi, in qualche modo, ci sentiamo come “superiori” e dall’alto di questa posizione ci prendiamo la briga di tendere una mano per portare questa popolazione fuori, non dal guado, ma dallo stagno delle loro vite.
E loro invece sono orgogliosi di essere quelli che sono, di vivere in grotte e tende e di rappresentare la continuità e la resistenza contro l’usurpatore della loro terra e contro la volontà di Golia contro il Davide di turno.
Ricordavo la grotta che avevo visitato al villaggio, la povertà e la dignità che non primeggiavano una sull’altra, tutte due immense, ai miei occhi di occidentale. Ora ero incerta di ospitarli nella mia casa, non volevo il loro imbarazzo, né uno sguardo di invidia e nemmeno uno di incomprensione.
Mahmoud entra nel battello pieno di turisti e si guarda in giro come un grande re a passeggio nel regno del vicino e si fa fotografare come un divo, in effetti ama farsi fotografare e riprendere dalle videocamere, come ama mostrarci i video girati ad Al Mufaqarah dove si vede lui e pure quelli che ritraggono Sawsan che viene presa e portata in prigione dall’esercito degli occupanti.
Perché noi siamo bravi a parlare di resistenza pacifica, e quella che abbiamo fatto era resistenza armata, loro invece la vivono quotidianamente e sanno che a reagire con la forza sarebbero spazzati via dalle loro terre con il benestare di questo opulento e amiccante occidente.
Perché a parlare di pace tutti sono capaci, ma a farla nella situazione del popolo palestinese è davvero un’altra cosa, ci vuole un immenso coraggio.
Sawsan, silenziosa, appena arriva in casa chiede dov’è la sua stanza, anche lei non parla inglese e quindi ci comprendiamo a gesti. Penso che sia stanca e voglia levarsi il soprabito pesante, perché in fin dei conti fa caldo e la sua bella figura comunque l’ha fatta.
Sbagliato. Lei scopre che la sua camera ha pure un bagno con il lavandino e quando salgo trovo sul terrazzo tutta la biancheria perfettamente lavata e stesa, non solo la sua ma anche quella del padre.
Scendo di sotto e guardo di sottecchi la lavatrice, anche quella, proprio come Venezia, sta prendendo una lezione di vita.
E qui comincio a produrre thè che loro chiamano shai o chai o qualcosa di simile, ma che viene preso con poco zucchero e un rametto di menta. E poi caffè amaro a tazzone industriali. E qui cominciamo a conoscerci per quello che la lingua ci consente.
Luisa spiega un sacco di cose su di loro, sulla loro vita, su quello che riescono a trasmettere quando raccontano, negli incontri, quello che fanno e sognano. Dice che Sawsan desidererebbe un pc, perché va all’università e ne avrebbe bisogno, dice che Mahmoud, a Supino, era diventato matto quando aveva visto le pecore, così grasse e pasciute e le aveva viste tosare con il tosatore elettrico ed era rimasto veramente colpito. Almeno su una cosa eravamo riusciti a stupirlo.
Ci racconta che a Milano al Castello Sforzesco aveva visto il prato e si era steso sull’erba come sul letto più morbido che avesse trovato.
Abbiamo poco tempo, ci aspetta padre Aktham che ci farà da traduttore e verrà a cena con noi.
Sconsiglio vivamente di portare dei beduini a cena in un ristorantino dove si cucina divinamente il pesce, perché non lo mangiano proprio, loro non sanno cosa sia e credo che sinceramente gli faccia un po’ schifo. Un piatto di verdure grigliate e una cotoletta con le patate fritte li fanno più che felici. Successivamente la mia frittata alle verdure ha ricevuto certamente più complimenti del ristorante in questione.
La sera piove e nel ritorno bagnato a casa Mahmoud guarda l’acqua dei canali dai ponti. Si ferma su tutti indistintamente e dice a Luisa: “Qui c’è acqua in ogni posto e noi non ne abbiamo neanche da bere.”
A parte il fatto che l’acqua dei canali è quella che è, non posso dire che non abbia ragione. I loro pozzi sono stati avvelenati molte volte e lui aveva perso più di 100 pecore a causa di questo. L’acqua è un bene talmente prezioso e noi possiamo consumarlo senza neanche pensarci su un solo momento.
Anche di questo mi sento responsabile e in colpa, in genere lavo i piatti facendo scorrere l’acqua, non sopporto l’acqua insaponata e oleosa ferma. Non sopporto la prima acqua che viene dalle tubature, in genere la lascio scorrere prima di berla e nella doccia lascio che l’acqua diventi calda prima di buttarmici sotto. Insomma un sacco di cattive abitudini a cui ripensare dopo la loro visita.
Il giorno dopo ci si alza presto, mi trovo con Mahmoud in cucina, prima il thè e i biscotti e poi un tazzone di caffe, lui sorride con gli occhi. E’ gentile, per un uomo come lui è quasi galante, mi chiedo, guardandolo in viso, come potrebbe essere stato il giorno che le ruspe gli hanno demolito la casa: una stanza unica per lui, la moglie e gli 11 figli, più un locale per le bestie. Anche questo un po’ troppo per l’occupante che ha destinato la sua terra come “firing zone”, ossia un posto per le esercitazioni dei soldati, ma chiaramente un primo passo per acquisire altra terra e costruire altre case per i coloni.
Come avrà reagito quando la figlia si era messo davanti alle ruspe per impedire la demolizione e i soldati l’hanno arrestata e portata via? Dove non si sa. E che faccia aveva quando gli sono stati chiesti 2500.00 euro solo per sapere dove fosse finita. Aveva continuato ad avere lo stesso aspetto pacifico e inalterabile?
Eppure i suoi occhi sono terribili, ti scavano dentro, con calma serafica ci dice che avrebbe speso anche 1 milione di euro per trovare sua figlia e ne parla con orgoglio di un padre che la ama e rispetta profondamente.
Arriva Andrea, uno degli angeli di Operazione Colomba, e si abbracciano con gioia e trasporto, per fortuna abbiamo qualche altro traduttore dall’arabo.
Sawsan ha fatto ancora bucato, inutile dire che potevamo usare la lavatrice. E’ sabato, li porto al mercato, cercando di portarli lontano dalle macellerie dove sono appese carni di manzo e di maiale nella stessa vetrina.
Mario decide di portarli in gondola e fare traghetto da una parte all’altra del Canal Grande, per loro è come un gioco da bambini però i gondolieri li guardano male e chiedono la tariffa supplementare. Se proprio vuoi considerare una categoria di gente ottusa e un po’ ignorante, pensa ai gondolieri e ci azzecchi subito.
Invece Mahmoud si ferma a parlare con tutti, insomma non proprio tutti tutti, ma con tutte quelle persone di carnagione scura, che potrebbero essere persone come lui. Imparo un’altra cosa e resto basita: lui ha un radar per le persone umili, per quel popolo che risulta a noi invisibile. A me sono invisibili però a lui no. Poi torna e comunica: “Bangladesh!” senza nessun pregiudizio, solo per farci capire che non era un arabo, ma un indiano. Solo qualche volta trova qualcuno con cui scambiare delle parole in arabo e torna felice come un ragazzino.
Ora di pranzo, preparo la famosa frittata alle verdure e una pasta al sugo piccante, la frittata vince su tutto.
Luisa è uscita per fare compere e torna con un sacco di regalini per i nostri ospiti, lei è generosa come una fatina ed è felice di poterli stupire, ha preso tante mascherine di carnevale colorate col magnete e gli dice: “Sono da attaccare al frigorifero…” poi ci guardiamo e ci scappa da ridere… ma possibile che noi occidentali siamo sempre così sprovveduti, “Beh insomma si attaccano dove vuoi…” va già meglio, ma l’idea di Luisa è carina e gradita a prescindere.
Arriva l’ora di partire per S.Lorenzo, Andrea e padre Aktham intrattengono gli ospiti, altri ne arrivano a casa in modo da partire tutti assieme per l’incontro.
Certo che la figura di Mahmoud e di Sawsan in giro per le strade veneziane è straordinaria ma non è poi così assurda, c’è qualcosa di famigliare in una presenza simile, davanti a certi palazzi e vicini a certi portali… ci stanno bene dentro questa città anche se non ci sono auto, pecore o muli come avrebbe preferito il nostro amico.
La sala è una bella sorpresa, che io avevo fatto uscire dal cappello in un gioco di prestigio. Mai chiedere una sala a Venezia, qualche giorno prima dell’inaugurazione della Biennale d’arte. Tutto occupato, niente disponibile, quindi una sala così solo io sapevo di quale miracolo ero stata capace e mi sono detta: “Brava, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!”.
L’atmosfera si fa subito calda e famigliare, arrivano altri ragazzi di Operazione Colomba che erano ad At Twani il villaggio poco distante da Al Mufaqarah. Arrivano tanti ragazzi che erano stati da poco o che volevano andare in Palestina. Arrivano anche arabi residenti a Venezia e a Padova. Tutti chiacchierano e Mahmoud e perfettamente a suo agio, sembra davvero nel suo ambiente, ha molte cose da dire, scherza ed ha uno strano humor molto inglese.
Lui è il primo a parlare e racconta com’è il vivere nella sua terra ed io so di cosa sta parlando perché quel villaggio l’ho visto, quel coraggio l’ho toccato con mano e ogni volta mi chiedo quanto di quel coraggio ci vuole per restare a cavar sassi dalla propria vita. Quanta forza ci vuole per restare aggrappati lì, anche se scacciati, umiliati, angariati, tornare alla propria terra che in verità a noi pietraia sembra.
Luisa, quando lui termina, ci dice che sarebbe bellissimo poter comperare alla comunità di Al Mufaqarah un tosapecore elettrico, neanche a dirlo troviamo subito chi offre di finanziare l’acquisto e Mahmoud stringe mani con la felicità negli occhi e nel sorriso. Venezia porta bene.
Poi è il tempo della piccola Sawsan che di timido ha solo l’aspetto. Il suo racconto è chiaro e puntuale. Racconta di alzarsi alle 5 di mattina per mungere le capre e le pecore, poi si fa sette km a piedi per prendere l’autobus che la porta all’università di Yatta, dove studia Antropologia. Ma questo non le basta, fa un corso di informatica e pure uno di pronto soccorso, tutte cose che sono utili alla sua comunità. Poi alla sera c’è pure il ritorno a casa, stessa trafila, stesse difficoltà. Racconta dell’arresto e del carcere e cosa il giudice israeliano le aveva imposto per farla uscire: non ritornare più al suo villaggio. Lei dice che nessuno l’avrebbe tenuta lontana dalla sua terra, nessuno poteva imporle questa terribile ingiustizia. E ci dice di quanto è orgogliosa della vita che fa, del luogo dove è nata, del modo come la comunità risponde all’occupazione israeliana. Quanta dignità e forza in quella piccola donna. Era stato troppo facile sottovalutarla per poi scoprire tanta grandezza d’animo e tanta forza in una persona sola.
Tra video e racconti, la serata volge alla fine. I nostri due ospiti hanno recuperato un pc portatile e un tosapecore, insomma un sogno realizzato che forse non avevano mai neppure sognato.
A sera si torna passando per piazza S.Marco. Tutti si fanno fotografare davanti alla chiesa e Mario, con un tempismo dubbio, racconta come le spoglie di S.Marco fossero state portate a Venezia dall’oriente, nascoste sotto la cotenna di un maiale. Il racconto non è stato proprio apprezzato, chissà perché, anzi lo so, ma effettivamente male o bene questa è comunque Storia.
Alla sera cena tutti assieme, con pizze e pastasciutta, cose che mettono assieme oriente ed occidente con tanta allegria.
Ma alla fine della fiera quante cose avevamo imparato?
Davvero tante, almeno questo era quello che potevo dire per me. Non solo capire che esiste anche una possibilità di vivere diversa, e di godere di quello che si ha, ma anche di quanta forza ci si deve dotare per resistere pacificamente in certe situazioni di violenza e ingiustizia quotidiana. Sarei capace di farcela? Personalmente non lo so, ma penserei che se Mahmoud e Sawsan e Afez e le comunità dei villaggi a sud di Al Khalil ci riescono, allora vuol dire che forse potrei imparare questo coraggio pure io. E finalmente appoggiando la loro lotta difficile seppur così naturale, posso finire col perdonarmi di essere una viziata occidentale e pure anche spocchiosa. Ora che la loro presenza è entrata nella mia vita, posso dire che qualcosa effettivamente e definitivamente è cambiato. Non solo ti cambia modo di vedere le cose se vai in Palestina, ma ti cambia anche molto quando la Palestina viene da te e noi di Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina, siamo pronti a cambiare e ad imparare che non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza diritti umani.

Una valigia troppo pesante…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 31 gennaio 2013 at 19:45

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E’ giunta l’ora di smontare le tende… di questo viaggio tanto atteso e che non so ancora completamente quanto mi abbia segnato dentro.
Ricordo il commento di una ragazza al ritorno del suo primo viaggio in Palestina, mi disse: “Solo quando sono scesa all’aereoporto della mia città, sono riuscita a rilassarmi e ho provato di nuovo, dopo giorni, la sensazione bellissima che ti dà la liberta di muoverti, andare e fare quello che vuoi. Di non sentirti controllata.”  Per me, ora so che non sarà così, tornata a casa, non mi renderò conto completamente di aver abbandonato quel luogo e quelle persone al loro destino. Ci sto attaccata con il pensiero e la mente, mi sento partecipe, come se ogni gesto violento e ingiusto, fatto a loro, fosse fatto direttamente anche a me. Io anche se sarò lontano, mi sentirò ugualmente parte di loro, e  gioirò o soffrirò con loro, di ogni piccolo passo avanti o indietro della loro storia.
Dentro la mia valigia comunque ho un fardello troppo pesante da portare. Porto il sacchetto della terra di Palestina e due pietre della mia voglia di Intifada, ho anche un mucchio di rabbia, un grande bagaglio di delusione, ma soprattutto il grave peso della responsabilità.
Riportare a casa quella terra di Nabi Saleh, raccolta con l’aiuto dei Tamimi e con la gioia dei loro bambini, quella terra pesa come non mai, so che c’è attesa tra i miei amici, so che ci sarà un pellegrinaggio per prendersi un po’ di quel sogno e di quella lotta che noi abbiamo toccato con mano e di cui portiamo a casa il testimone.
La nostra valigia pesa di ricordi e di memoria, pesa di libri e Kufije, pesa di vita e di lotta, che nessuno spegnerà mai.
All’aereoporto la fanno passare per tre volte sotto i raggi X, forse capiscono che dentro c’è qualcosa di strano, forse vorrebbero sapere cosa c’è nel sacchetto e se siamo dei ladri della terra per cui hanno fatto scorrere tanto sangue innocente. Ma stranamente a loro interessano i libri della valigia e mi chiedono se sono libri presi in Italia oppure presi lì? In Italia per carità, da voi non prenderei nemmeno una nocciolina, ma tanto a che serve, conosco poco e male perfino l’inglese, pensa te se mi prendo un libro in ebraico oppure in arabo.
La valigia prende la strada per l’imbarco, ma noi aspettiamo tutti quelli del gruppo e la cosa è lunga ed è fatta di domande: “Dove siete andati, perchè avete fatto questo viaggio, con chi siete stati a contatto, siete un gruppo….” Ma a te che te ne frega? Sarò ben libera di andare dove voglio, oppure questo paese non è democrazia e ci sono cose che posso vedere e cose no, e ci sono persone giuste e altre da trattare come appestate, da angariare fino allo sfinimento, da cancellare dalla faccia della terra?
Prendiamo l’aereo ed è un sollievo, il Ben Gurion è un aereoporto popolato da alieni. Ho visto busti di personaggi che spaventano persino più della mia peggiore fantasia horror. Ho visto giovani senza sorriso che ti trattano come un quasi appestato, che ti guardano come per carpire i tuoi pensieri. Ragazzi che sono infelici e depressi, che pensano di essere soli e invisi da tutti, che ogni persona che guardano in faccia è il nemico che li vuole cancellare dalla faccia della terra. Ma come si fa a crescere figli in una simile situazione di paura e di stress, in un simile ricatto emotivo? Mi chiedo se l’autodeterminazione di un gruppo di persone debba per forza passare attraverso il ricatto del dolore e della rivalsa universale. Avevano diritto ad una loro terra? Teoricamente no, visto che non sono un popolo, ma una gruppo di persone che segue una determinata religione e che vive in tutte le parti del mondo e in ogni parte prende la cittadinanza che gli spetta. Un ebreo nato in Italia è un italiano e forse in aggiunta, di religione ebraica. Soprattutto non hanno diritto di prendersi, con l’avvallo di parte del mondo “che conta”, la terra di altri. Bel ricatto morale: la terra palestinese in cambio del senso di colpa provocato dalla Shoah; ma anche in cambio del potere del denaro, mica che Herzel era un perseguitato quando pose le basi del sionismo vero?
Io ho amici ebrei, ma lo sono solo se ci penso e attentamente, non sono diversi da me nè da nessun altro. Non è che quando ci sto assieme mi viene particolarmente voglia di piangere per la loro storia passata. Certo la storia è importante e ci insegna molto, quello che ci dice è che certe cose non dovrebbero mai accadere e che non dovrebbero, se accadute, ripetersi mai, ma la storia insegna davvero? Probabilmente è davvero una grande maestra, ma noi siamo sicuramente dei pessimi allievi.
E con questi pensieri, mi accingo a rientrare nella normalità, che mi sta sempre più stretta e che mi piace sempre meno. Dovrei, come quasi tutti, essere contenta del mio orticello, dovrei vangare, seminare, annaffiare, raccogliere senza preoccuparmi dei vicini. Questa è la filosofia del mondo in cui vivo, anzi questa è la filosofia degli ignavi con cui vivo, poi ci sono anche gli altri, quelli che ti rubano la terra e anche l’acqua, quelli che ti rubano sia il nome che l’esistenza, e gli ignavi tacciono, non vedono, non se ne accorgono o meglio non lo vogliono fare. Ma ci sono anche quelli che hanno fatto il “viaggio” insieme a me, quelli che hanno gridato finchè hanno avuto fiato “restiamo umani” e che non sappiamo scordare.
E io mi sento un po’ persa in questo ritorno, mi sento divisa, straziata, una parte è rimasta dietro quelle mura e l’altra ha preso la strada del ritorno. Ma sento come se le due parti di me tendessero a unirsi ancora una volta, ma non trovano né il luogo né il tempo per farlo.
Tornerò mai quella di prima, con le mie incertezze di oggi e le mie ambiguità di ieri? Tornerò?… ma tornare dove?
Sono certa che è lì che tornerò a cercare quella parte di me che ho lasciato, forse raccoglierò tutti i quei pezzetti straziati che ho perduto lungo quella strada.
Un abbraccio agli amici che ho lasciato lì e a quelli che ho portato con me, amici cari, che mi siete entrati nell’anima, spero solo di potervi rivedere presto e di poter festeggiare con voi, quello che oggi è ancora impensabile: uno stato libero di Palestina.
Vedremo finalmente il volto di Handala e il suo sorriso, magari chissà avrà il viso di un bambino felice o il sorriso di Vittorio, ma qualsiasi sia il suo viso ci porterà il messaggio che la Palestina finalmente esisterà e che vivrà in pace.

E’ stata lunga la strada e pesante il fardello per diventare finalmente palestinese.

Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.
http://reliefweb.int/country/pse

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