Mario

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Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

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Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

Compagno di niente…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale, politica on 29 giugno 2013 at 10:02

Era nata poco dopo la guerra, in quel tempo dove l’Italia aveva preso una strada e c’erano sogni, urgenze e velleità, tutto pur di venire  fuori dalla povertà e talvolta dalla miseria. Era nata forte, portandosi dietro nel DNA le paure e i desideri della generazione che aveva visto accendersi e spegnersi due guerre e che si portava addosso ancora quelle paure. Era forte e spavalda mentre ricacciava sul fondo i tremori non conosciuti davvero dei lampi e dei tuoni di un conflitto.
Nascere così era facile, era comune. Nessun pensiero o preoccupazione sul dopo, sul domani. Si nasce e si muore ed è la storia di tutti, ma appena nati si pensa di essere eterni e che tutto quello che il fato ci riserva è vita e crescita, mai declino.
Non lo sapeva, ma l’avrebbe poi capito presto, che la sua generazione sarebbe nata per cambiare la storia, stavolta non con una grande guerra, quella c’era stata già due volte e poco aveva cambiato, ma con quella più potente della lotta per il cambio culturale del suo paese e del mondo.
Era davvero complicato nascere per cambiare il mondo, ma si può fare e sopportare se non si sa, se non si conoscono le implicazioni. Lei non sapeva e proprio per quello aveva tanto coraggio. Non era sola comunque, una moltitudine di giovani come lei si era messa in viaggio, senza pretendere di più che i propri piedi o le proprie scarpe, per i più fortunati.
Ed era andato che c’era stata maggior ricchezza e che qualcuno di attento aveva capito che da questi giovani in movimento si poteva ricavare un grosso profitto. Sembrava una sciocchezza investire su questi giovani in tumulto eppure era stata un’idea vincente. Musica, libri, giornali, abiti, scarpe, mode e abitudini, tutto ad un prezzo e tutti pronti a pagare.
Lei non aveva da pagare, non era ricca e lavorava per mantenersi e aiutare la famiglia, ed aveva la fortuna di essere nata carina, tanto che non aveva l’ulteriore difficoltà di pagare il suo viaggio, quello umano, o almeno le poteva costare solo un poco. Poi dipende da quello che si è. Costa certamente di più se si nasce morbidi ed idealisti, certamente costa se non si vuol ottenere sconti dalla vita. E lei gli sconti non li voleva, punto.
Ed era dentro quei giovani in rivolta che aveva formato il suo carattere e le sue convinzioni, aveva sofferto le sue sconfitte e vinto le sue piccole battaglie. Era in mezzo a quel gruppo di giovani che avevano trovato, nella contestazione generazionale e nella lettura politica della realtà o del sogno che dir si voglia, la sua e la loro strada.
Dai figli dei fiori delle grandi manifestazioni per la pace, contro il Vietnam, la guerra, le dittature, a favore del proletariato, per un mondo diverso e migliore, ai compagni,  non più semplici amici che sognano di vivere in una comune, ma quelli che della comune fanno vita.
Dentro ai posti di lavoro, alle università, dentro ai bar e nelle stanze, seduti per terra in abiti sdruciti e sformati, una generazione ha fatto del suo credo un’iperbole storica. Quei compagni che mai se ne sarebbero andati. Quelli che si sarebbero ritrovati solo ai piedi delle barricate. Nessuno sarebbe entrato in banca se l’erano giurato al giro di spinello che lei comunque saltava per un suo strano modo di percepire la vita.
Ma poi non si sa, o forse sì, come sia stato che il viaggio è diventato un percorso ad ostacoli tra il fumo dei lacrimogeni e le nebbie del vissuto personale. Non si sa come mai si era trovata sola ad affontare quel potere che tutto affonda e che sempre strumentalizza. Sfruttata anche nei suoi pensieri reconditi. Aveva trovato l’amore a cui non poteva credere, l’amicizia che si era sciolta come neve al sole, l’invidia travestita da affetto, gelosia con smania di possesso. Aveva imparato a fare da sola a non giurare più niente e a vivere lucidamente la sua vita prendendo quello che le consentiva e pagando quello che le chiedeva. Tutto ad un prezzo, qualche volta anche troppo alto, ma tutto a spese sue, senza chiedere nulla in prestito oppure un semplice sconto. Pagato sull’unghia.
E i compagni? Perduti per strada. Volatilizzati lungo quel viaggio. Lasciati indietro e qualcuno corso in avanti. Tutto perduto anche il sogno di essere in tanti.
Il viaggio era ancora quello che non poteva non fare. Era una necessità, un dovere. A volte incontrava qualche compagno passeggero, rendeva migliore, ma anche no, il suo procedere. A volte rallentava a volte correva, senza aver modo e tempo per ricordare tutti i suoi passi.
E la musica che segnava il tempo, il ritmo del percorrere, del crescere, del maturare. La musica sì, che restava, almeno quella.
Non sapeva più se era stato il fatto di aver perduto quei compagni, o di averli visti dentro le banche, oppure prendersi in mano, sgomitando, quelle leve del potere che non avrebbero dovuto cercare. Non sapeva se era il vederli per strada così cambiati e così lontani. Fatto sta che era sola e non ci si ritrovava più.
Bastava poco per restare nel viaggio e per cambiare il mondo. Bastava essere in tanti, non raggiungere compromessi. Ed invece tutto ora era perduto.
Li incontrava per strada, a passeggio col cagnolino con l’aria mesta del cane bastonato, li vedeva negli occhi spenti di chi non ha più un sogno, li incontrava ai giardinetti dove il tempo era passato e dai figli erano arrivati a raccontare dei nipoti. Ogni uno con la sua storia, ogni uno che racconta la sua versione della rivoluzione, qualcun altro che aveva dimenticato e non ricordava  più.
E lei non si guardava allo specchio per paura di trovare la stessa sconfitta. Troppo facile dire: “Ma guarda com’è conciato? Vecchio da buttar via…” e lei era forse rimasta la stessa?
Compagno di lotta… compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di lotta, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?
E la storia continua…

I tempi stanno cambiando??? Tu lo sai che io so che non è vero.

In Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale, poesia, politica on 31 marzo 2013 at 14:06

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The Times They Are A Changin’ (1964) – Bob Dylan

Venite intorno gente
Dovunque voi vagate
Ed ammettete che le acque
Attorno a voi stanno crescendo
Ed accettate che presto
Sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
Rappresenta qualcosa
Fareste meglio ad incominciare a nuotare
O affonderete come pietre
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
Per favore date importanza alla chiamata
E non rimanete sulla porta
Non bloccate l’atrio
Perché quello che si ferirà
Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
C’è una battaglia fuori
E sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
E farà tremare i vostri muri
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
Da ogni parte del Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono al dì la dei vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
Scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Lettera ad un papa appena nato

In Donne, Informazione, Ironia, Parola di donne, politica, Religione, uomini, Vaticano on 15 marzo 2013 at 16:34

papa francesco

Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.

Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?

Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
(Lidia Ravera)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/15/papa-francesco-ma-a-noi-donne-che-ci-manca/530997/

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

Le assenze insostenibili

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, politica on 29 maggio 2012 at 16:53


Caro A…….
amico di una vita, assenza che pesava anche allora e che pesa ancora di più adesso. Allora però eravamo ragazzi e tutto per noi era un gioco e il tempo ci pareva infinito, oggi no, lo sappiamo che può finire e l’assenza può diventare definitiva.
Allora il tempo sembrava una storia continua di giorni di sole e di notti insonni passate a cantare e a discutere e a litigare come gatti pettegoli. Quanti errori abbiamo fatto e quanti ne abbiamo lasciati fare. Nessuno ora lo sa, nessuno può capire, solo io sono rimasta di quel triunvirato che eravamo io, te e Marina. Non c’era nessuno che ci avrebbe mai potuto dividere. Il tempo forse un po’. Salvo poi a ritrovarsi e stringerci in un abbraccio. La prima fu Marina ad andare ed io e te con il nostro dolore, ai due angoli opposti della chiesa, non avevamo nulla da dire, incapaci di stringerci in un unico dolore. Ma ancora prima i tuoi amori definitivi che duravano troppo poco, le tue promesse per sempre, che tramontavano in una stagione, le tue decisioni drastiche che minavano la tua ricerca della felicità. Difficile sopportare il dolore del ricordo.
Quando tu riprendesti ancora la strada, con un nuovo amore e un nuovo per sempre, mi ero ritrovata a ragionare del perchè non capivi che non era quello il modo per riempire il vuoto della tua infanzia tradita. Ma in fin dei conti chi ero io per conoscerti meglio di chi viveva la vita con te? E gli anni son passati e pure quell’amore è sparito nelle brume della tua memoria, tanto che serviva dire che lo sapevo, mi pareva solo il cattivo augurio per la tua vita futura.
E io ti volevo bene a distanza e tu mi volevi bene da lontano, nessuno dei due capace ad intervenire nella vita dell’altro, troppo riservati e troppo guardinghi. Ma ricordavamo, lo so, quei giorni passati a studiare al bar delle “Manche” discutendo se “Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito”.
Io tenevo in mano quel libro, forse “La conquista della felicità”, non ricordo più, e tu sembravi sapere che non ce l’avresti mai potuta fare. La felicità per te era un attimo troppo sfuggente, ed io ero lì a ricordartelo. Compagno di scuola e compagno di percorso, io da una parte e tu dall’altra dentro alla stessa ricerca, protesi verso la felicità che ci scappava ad ogni passo e ad ogni sorriso.
Una vita passata al telefono senza fili delle amicizie comuni e poi all’uso cretino dei messaggini al cellulare. “Come stai? Ma dove sei finito?” “Troppi casini! Il sindacato, la politica non ho tempo per vivere.” “Non fare lo scemo, vieni a cena da me, invito tutti i vecchi amici… per te.” Ma già Marina se n’era andata per sempre e non era più la stessa cosa, e gli amici non erano più gli stessi, eravamo rimasti solo io e te.
E gli ultimi anni, sparito dalla tua città, rintanato nel tuo “antro in culo al mondo”, certo ancora totalmente dedicato alla politica, e dimentico dell’amore o forse no, dell’amore non sapevo o non volevo sapere, non era importante o almeno così speravo.
Sei stato il solo politico che ho conosciuto che alla fine del suo percorso di politica attiva è rientrato nel suo antico lavoro di travet, malpagato e senza onore, dove persino i colleghi perplessi non erano più gli stessi e certamente non lo eri più tu.
Bestia rara caro amico: con le tue rate della macchina da pagare, i lunghi viaggi quotidiani per e dal lavoro, l’isolamento voluto e difeso fino allo spasmo. E io che ti avevo ancora una volta scovato ti dicevo “Ma dai scemo, vivi! Ritorna nella mischia. Ci manchi… mi manchi… Sei uno spreco tremendo!!!” E tu ridevi e scherzavi sul fascino del rospo che aspettava ancora il bacio della principessa e sui libri che dovevi ancora leggere e sulla musica che dovevi ancora ascoltare. Bestia che non sei altro, hai voluto morire da solo ed io per questo non ti perdonerò! Non posso accettare quella tua tanta solitudine, non posso pensare che sono rimasta sola a cercare quella inutile, giovane felicità. Ho avuto altro, lo hai avuto tu? Ho composto la mia sinfonia, ci sei riuscito tu? E la vita, dov’è andata la tua vita??? Rispondi, non lasciarmi ancora una volta a chiedere se saprò vernire a capo anche di questo abbandono, che a tutti gli effetti non mi appartiene?
Ma che inutile spreco è la vita… ti avessi almeno mandato un ultimo stupido messaggino: “Vecchio orso, lo sai che ti voglio bene?” e lo so che tu avresti capito.

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

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