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C’era una volta…

In Ironia, personale, politica on 31 marzo 2010 at 21:55

“C’era una volta un grande partito, si chiamava Comunista, ed era famoso in tutta Italia perchè era massiccio, potente e pericoloso. Era “l’opposizione”, incombeva, e mentre ti guardava ti diceva: prima o poi governerò. Nel frattempo governava le amministrazioni locali, e le governava talmente bene da diventare rinomato per la sua capacità di buongoverno delle regioni.” Tommaso Caldarelli per Giornalettismo
Inizia bene questa storia. Inizia bene e a raccontarla ti si riempie di rimpianto gli occhi. Ma dov’è finito oggi quel grande Partito? Incombe, guarda e soffia sul collo dicendo: prima o poi governerò? Lotta all’opposizione come una tigre che difende i suoi cuccioli? Ed il buongoverno delle regioni esiste ancora?
A volte mi pongo delle domande stupide e non riesco a darmi delle risposte consolanti. Quindi mi limiterò a raccontare questa favola ai miei futuri nipotini sperando di non essere guardata come quell’ “amorevole vecchia nonna arteriosclerotica.”

[Audio http://sites.google.com/site/semario2/Rossocolore.mp3%5D

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Piccola vittoria di vecchi resistenti

In Amici, Antifascismo, Miti ed eroi, politica on 30 marzo 2010 at 15:46

Il Menotti come impietrito guardava, senza vederle, le carte che aveva in mano. La televisione andava da sola senza che nessuno di loro la stesse decisamente guardando. Era vero che Rino aveva giocato la prima carta del nuovo giro di scopa coll’asso, ma Gustavo che doveva tirare era rimasto con la mano alzata a mezz’aria. A dir la verità sembravano un quadro con quattro personaggi fissati sulla tela nell’atto di giocare a carte. La loro immobilità non era fotografica, si trattava solo dell’attenzione che le loro otto orecchie prestavano a quello che diceva il giornalista in tivù. Erano da qualche ora al tavolo dell’osteria tanto per stare nell’abitudinarietà, ma questa volta era stato faticoso far passare il tempo. Gustavo aveva tartagliato più del solito e questo era indice che si sentiva molto nervoso. Rino invece era ringhioso, ma si sa lui reagiva così allo stress. Erano quattro vecchi amici e forse erano solo quattro amici vecchi però passavano insieme molte giornate a tirar moccoli e a sbattere le carte consunte sul tavoli di legno dell’Osteria Vini da Arturo. Che poi Arturo non c’era più da un pezzo. Ora c’era Graziella che però di grazia ne aveva ben poca. Ma era inutile fingere di essere interessati al gioco. Erano troppo vecchi per tentare questi miseri sotterfugi. Fingere disinteresse cercando di non guardare la tivù per infantile scaramanzia. Invece erano terribilmente preoccupati che oltre alla Provincia e alla Ragione questa volta potevano perdersi anche il Comune. Già Rino aveva perso nel tempo tutti gli amici della sezione del Partito, quello che lui metteva sempre con la P maiuscola. Ora era tutto cambiato, alla Sezione si era sostituito il Circolo che per lui aveva il fascino della canonica dove si teneva ancora il corso di taglio e cucito di Don Amintore. Lui al Circolo si vergognava di farsi vedere, lì non si faceva politica, ma solo robetta da donne. Il Panetti, che c’era stato qualche volta, perché lì c’era ancora la sede dell’ANPI, aveva precisato che nessuna delle facce che giravano li, le aveva mai viste. E questo chiudeva la discussione. Come fare a iscriversi ad un partito che non si chiamava più Comunista e che tremava alla sola idea di farsi così apostrofare? Graziella aveva alzato il volume dell’apparecchio spostando la sua voluminosa mole da dietro al bancone. “Ste’ siti tosi che vogio sentir… no gavarà miga vinto quel pimpirinea di un nano no?” Tutti sapevano bene di chi stava parlando perché pure lei la pensava come loro, era ben figlia del vecchio partigiano, quello della beffa al Teatro Goldoni. “Che muso rotto quel vecio, farghela sotto el naso ai gerarchi fasisti!” Così aveva liquidato l’eroico gesto il Menotti ridendo. Dalla televisione uscivano i numeri dei risultati finali delle amministrative per dare un nuovo sindaco alla loro città. Dopo “il filosofo”, che se non altro era presentabile, non era possibile vedere eletto “il nano malefico”, questo si rifiutavano di accettarlo. Gustavo, che oltre alla balbuzie era anche duro d’orecchi, inciampando su ogni lettera chiese: “Ma… co… co… co cossa i… i… i dise Gra… Graziela ti …ti … ti che ti… ti… ti se… senti.” “Tasi un poco Gustavo che ti me fa perdere le percentuali. El “nostro” più del 51% e staltro, el “molton”, el xe fermo al 42. Porca l’ostrega, se no me sbaglio, anca stavolta un calcio in culo gheo gavemo dà!” e corre dietro il banco per prendere una bottiglia di vino e un gotto per lei e con un’agilità inconsueta la mette sul tavolo dei quattro “Questa la offro mi, sta inteso, bevemo alla salute de me pàre e a quella del nostro Leon, che no se fa metter sotto da un ometto insulso come quelo.” I cinque riprendono vita e tra discorsi sconclusionati e pacche sulle spalle iniziano i brindisi di quello che si prefigura come un pomeriggio di grandi bevute e sopratutto di allegra compagnia. Anche stavolta la loro città aveva saputo resistere.

Vini da Arturo

In Amici, Antifascismo, uomini on 29 marzo 2010 at 23:46

Come ogni sera si trovavano al tavolo dell’osteria. Succedeva sempre salvo qualche defezione dovuta ai malanni del Menotti che su quelli ci si poteva contare almeno una o due volte al mese, oppure da qualche problema di organizzazione familiare che era il punto debole di Gasparino detto Rino, sempre per colpa di sua moglie che pur di tirarlo fuori dall’osteria, organizzava vere “conventions” di parenti. Gli altri due, Panetti e Gustavo erano dei punti fermi. Sarà che uno era vedovo ormai da vent’anni e l’altro era rimasto “signorino” per colpa di una madre invadente e di una balbuzie fastidiosa. Quella sera però non era sera. Tutti e quattro avevano un che di assente e di posticcio. C’era la solita caraffa di quello buono della “casa” e il solito mescolio di carte nervoso, eppure qualcosa non quadrava. Il Menotti masticava la punta di uno stuzzicadenti e guardava distratto la televisione sintonizzata sui risultati delle votazioni amministrative. A Venezia cambiavano il sindaco dopo dieci anni di governo cittadino di un antipatico seppur capace personaggio soprannominato “il filosofo”. Il Panetti pensoso smistava le carte: “Stemo a zogar a scopa coll’asso eh! Che poi no se diga che zoghemo a tresette!” Il Menotti si gira a guardare Rino e brontola: “Tresette col morto!” Rino, che da piccolo aveva fatto la staffetta per i partigiani e che non reggeva mai troppo bene le attese, sputando veleno si sfogò: “Sì, sì col morto… mi so chi vorria veder morto…” e guardava di sbiego il Menotti che spostava con difficoltà gli occhi dalla televisione alle carte. “Mi co’ lo vedo me vien in mente la “vecia” (fante) de spade…” “Mi… mi… co’… co’… lo vedo… me… me… me vien… da ca… ca… cagar!” Liquidò con i soliti inciampamenti vocali il Gustavo. Rino tirando con rabbia la prima carta, sbattendo con il pugno sul tavolo, sbottò: “Dai, dai tosi, non xe dita l’ultima parola, qua xe tornà el tempo della Resistenza. Lo dise sempre anca Tonin: bisogna resister… dovemo ancora resister.” Intanto alla tivù davano i dati definitivi per le elezioni del primo cittadino.

Luce….

In musica on 28 marzo 2010 at 22:58

Where have all the flowers gone?

In Anomalie, Donne on 26 marzo 2010 at 14:05

Mancano le donne!
In qualche modo per noi donne è un cambio di tendenza favorevole. Oggi sembrano mancare all’appello 100 milioni di bambine. Domani su ogni 5 uomini ce ne sarà uno che rimarrà senza una donna. Beh! a guardarci in superficie male non farebbe visto che la mia generazione, invece, doveva fare i conti con uomini che avevano a loro disposizione almeno 5 donne. In questo modo alcune donne non vedevano un uomo nemmeno con il binocolo. Quindi verrebbe da dire “Ma ben venga!” Invece no. Poi ci ritorni su e ti chiedi: come mai c’è questa inversione di tendenza? E vedi che le ragioni tanto piacevoli non sono. I paesi che producono questo scompenso sono la Cina e l’India. Paesi già altamente popolosi e ulteriormente in via di sviluppo. Ti accorgi che alla fine questo sviluppo sarà solo di pertinenza al genere maschile. Come mai? La risposta è presto detta: in questi paesi le femmine vengono nel migliore dei casi abortite, oppure lasciate morire alla nascita se non anche abbandonate subito oppure lasciate nel limbo della situazione di “non ufficializzate”.
Possibile che ancora la vita di una femmina valga meno di quella di maschile? Possibile che esistano ancora pregiudizi così radicati che rendano la donna ancora una paria della società? Ancora una volta la risposta è sì. Ma se guardiamo le statistiche e ascoltiamo le congetture di sociologi e psicologhi, allora, l’allarme diventa molto preoccupante. In una società dove gli uomini stentano di trovare le donne si innalzerà la soglia dei contrasti sociali, della infelicità, della tendenza a delinquere, delle guerre e delle ingiustizie sociali, perché questa carenza si trasformerà in conflitto. Uomo contro uomo (come nel mondo animale) per guadagnarsi la femmina. Insomma un triste futuro ci aspetta sotto forma di radicalizzazioni di conflitti e di estremizzazione di ingiustizie e pregiudizi con una forte tendenza alla sottocultura. Ci aspettano tempi preistorici, dove gli uomini girano il mondo con la clava e sottomettono le donne con la forza trascinandole per i capelli verso la loro caverna.
Tornando in superficie, l’unico lato positivo sarebbe che anche le più bruttine, quelle a cui non era dato accalappiare un uomo neanche a pagarlo, da ora in poi avranno più possibilità, anzi andranno a ruba. Ma c’è ancora un ma, prima di oltrepassare questa porta. Riflettendoci sopra, vuoi vedere che per ovviare a questo spiacevole inconveniente, gli uomini futuri, inventeranno un test genetico per misurare l’avvenenza di ogni creatura femminile nel seno materno, comprendendo uno studio probabilistico sullo sviluppo della bellezza futura. Una sorta del diritto alla selezione della razza. Insomma un “belle per vivere”. Già, non ci bastava la  effettiva non parità dei diritti in base al genere, in futuro dovremmo anche, per sopravvivere, essere “belle dentro” 😦 .

Anche la storia ci ha messo lo zampino.

Anche la storia ci sta mettendo del suo.

Free hugs & Co.

In Amici, Cultura, Giovani on 25 marzo 2010 at 11:51

Come spesso succede entro nel nuovo post di splendidiquarantenni e ne esco emozionata. Non che l’esperienza dei “liberi abbracci” mi fosse sconosciuta, ma devo confessare che non ne sono mai stata partecipe. Pensare che basterebbe un niente per organizzare una di queste splendide sedute. Un gruppetto di ragazze e ragazzi spiritosi e anche qualche attempatello senza l’aria da satiro (che in questo caso guasterebbe) e il gioco è fatto. Sessione di liberi abbracci e di sorrisi. Tra l’alto, visto che non costano niente, si potrebbe farne una scorta, oppure come diceva lo Splendido inventare qualche nuova sessione come quella degli “ascoltatori silenti” oppure “dispensatori di sorrisi” o come suggerivo io “dispensatori di consigli richiesti”, insomma quelli che ti danno i consigli che vuoi sentirti dare.
A dire il vero credo che il mondo diventerebbe presto migliore, un po’ come nel film delle tre buone azioni che provocano a loro volta altre tre buone azioni ciascuna, giusto per consentire a tutto una sana crescita geometica.
Ci sto pensando seriamente ad organizzare una serata di “free hugs” e l’occasione c’è venerdì 26 all’incontro culturale di pre elezione “Fannulliamolo” alla sede di Metricubi a Venezia, S.Polo, Campiello delle Erbe, ore 19, spritz e buona musica con i Moka da Tre e mi raccomando non mancate! Insomma tra un Fannullo e un altro dispenseremo abbracci per tutti. Contemporaneamente, magari, diamo un gancio al mento a chi ci vuole male e che tenta in ogni modo e con arroganza di dimostrarcelo 🙂

La rivincita

In Giovani, La leggerezza della gioventù on 24 marzo 2010 at 14:46

Sai quante volte ho sognato di trovare qualcuno che mi chiede: “Dai Kuki raccontami la tua storia.” Ma chi vuoi che chieda? Già è difficile emergere dalla massa e poi per una come me che viene dalla provincia… Chiamarla provincia è già, di per sè, darle importanza. Non lo racconto mai che sono nata in quel paesino sperduto, lassù in montagna. Mai nessuno dice: “Ah! l’ho già sentito nominare…” quattro case e due chiesette rabberciate. Sebbene ultimamente abbia preso quell’aria assurda da velleità turistiche. Ma de che?  A vedere cosa? Appena ho potuto me ne sono venuta via con la scusa di studiare. E sai la fatica. Mio padre mica se ne dava convinto. “Tu devi stare qua. Che ti serve studiare. Ti trovi un bravo ragazzo. Uno come il Toni, che poi c’ha pure un buon posto di lavoro e ti sistemi. Altro che metterti grilli per la testa.” Se non fosse stato per zia Nerina, mica sarei qui a Roma. Era lei che ha preso le mie parti. Lei era l’unica uscita di casa e sposata con quel tedesco. Aveva fatto un po’ di soldi in Germania e dopo che era morto è tornata in paese. Ma si è pentita subito. Ovvio. Ma chi ce la fa a restare là tra il prete e le sue beghine. “Ma che ci fa l’Aldina ancora a Roma. Avrà pur finito di studiare.” “Quella ragazza dovrebbe pensare ai suoi genitori, il tempo passa per tutti.” Ma che si facessero un po’ di cazzi propri. Io là non ci voglio tornare. Poi a farmi chiamare Aldina come vorrebbe mia madre… Beh! è certo che Kuki fa un altro effetto, sa di più scafato, di donna che sa quel che vuole. Aldina va bene per una vecchia zia zitella. Non fa per me. E poi la questione è che io di studiare non ho voglia. Insomma cerco di dare un esame ogni tanto, giusto per farli contenti e perchè mi sgancino un po’ di soldi. Ma prima o poi dovrò pensare a qualche cosa d’altro. Per ora sfrutto un po’ la situazione. Non che i soldi siano tutto, però se ne hai si vive meglio, no? A Roma di possibilità ce ne sono tante, basta essere carine… magari basta avere due belle tette mostrate nel modo giusto e fatte toccare con parsimonia. Non è che sono una che me la tiro, però su quel versante so vendermi bene. Oddio “vendermi” non è la parola giusta, quello non lo farei mai, però un regalino qui, un pensierino lì, giusto per farti capire che sei stata apprezzata. Quello lo gradisco sempre. Virginia dice che mi faccio tutti i neolaureati dell’Università. Che dopo le sessioni di laurea non ho più mani da tenere. Questo lo dice solo per invidia, perchè a lei certe “doti” il Signore non gliele ha date. Che sarà mai se io ne approfitto? Avrò pur diritto di divertirmi; no? Poi dopo la laurea i ragazzi sono pieni di entusiasmi, pronti ai cambiamenti, pronti a tutto… io su quel tutto ci spero. Magari capita che trovo uno che s’innamora e che mi porta con sè in Germania oppure in Olanda; tutto mi va bene pur di non tornare a casa. La mia amica Ilenia, che si è messa col Toni, dice che si farebbe vivisezionare pur di non farsi toccare addosso dalle sue mani ruvide e sporche, d’altra parte è il meccanico che fa, mica il professore. E pensare che avrebbe potuto capitare a me… Vuoi mettere le maniere gentili di Luca per esempio. A parte il fatto che è anche un bel ragazzo… ma ha due mani che non si fermano mai sebbene non sono solo quelle che non si fermano mai. Non capisco Elena di che si sia arrabbiata, mica l’ho costretto io a mettermi gli occhi addosso e poi non si è limitato solo a quelli per fortuna. Lei così pulitina e perbenino, tanto bravina con quell’aria da prima della classe. Cocca di mamma e papà. Se ne torni da dove è venuta… lei che può, che Luca glielo educo io a fare l’uomo ora che è ingegnere e che deve partire per quel lavoro in Svizzera. Va a finire che glielo chiedo se gli serve una coperta calda e morbida per le giornate fredde e mi sa che in Svizzera deve far freddo per un lungo periodo dell’anno ed io a quanto pare riesco a scaldarlo molto bene, alla faccia di quella sfigata di Elena.

Sai quante volte ho sognato di trovare qualcuno che mi chiede: “Dai Kuki raccontami la tua storia.” Ma chi vuoi che chieda? Già è difficile emergere dalla massa e poi per una come me che viene dalla provincia… Chiamarla provincia è già, di per sè, darle importanza. Non lo racconto mai che sono nata in quel paesino sperduto, lassù in montagna. Mai nessuno dice: “Ah! l’ho già sentito nominare…” quattro case e due chiesette rabberciate. Sebbene ultimamente abbia preso quell’aria assurda da velleità turistiche. Ma de che?  A vedere cosa? Appena ho potuto me ne sono venuta via con la scusa di studiare. E sai la fatica. Mio padre mica se ne dava convinto. “Tu devi stare qua. Che ti serve studiare. Ti trovi un bravo ragazzo. Uno come il Toni, che poi c’ha pure un buon posto di lavoro e ti sistemi. Altro che metterti grilli per la testa.” Se non fosse stato per zia Nerina, mica sarei qui a Roma. Era lei che ha preso le mie parti. Lei era l’unica uscita di casa e sposata con quel tedesco. Aveva fatto un po’ di soldi in Germania e dopo che era morto è tornata in paese. Ma si è pentita subito. Ovvio. Ma chi ce la fa a restare là tra il prete e le sue beghine. “Ma che ci fa l’Aldina ancora a Roma. Avrà pur finito di studiare.” “Quella ragazza dovrebbe pensare ai suoi genitori, il tempo passa per tutti.” Ma che si facessero un po’ di cazzi propri. Io là non ci voglio tornare. Poi a farmi chiamare Aldina come vorrebbe mia madre… Beh! è certo che Kuki fa un altro effetto, sa di più scafato, di donna che sa quel che vuole. Aldina va bene per una vecchia zia zitella. Non fa per me. E poi la questione è che io di studiare non ho voglia. Insomma cerco di dare un esame ogni tanto, giusto per farli contenti e perchè mi sgancino un po’ di soldi. Ma prima o poi dovrò pensare a qualche cosa d’altro. Per ora sfrutto un po’ la situazione. Non che i soldi siano tutto, però se ne hai si vive meglio, no? A Roma di possibilità ce ne sono tante, basta essere carine… magari basta avere due belle tette mostrate nel modo giusto e fatte toccare con parsimonia. Non è che sono una che me la tiro, però su quel versante so vendermi bene. Oddio “vendermi” non è la parola giusta, quello non lo farei mai, però un regalino qui, un pensierino lì, giusto per farti capire che sei stata apprezzata. Quello lo gradisco sempre. Virginia dice che mi faccio tutti i neolaureati dell’Università. Che dopo le sessioni di laurea non ho più mani da tenere. Questo lo dice solo per invidia, perchè a lei certe “doti” il Signore non gliele ha date. Che sarà mai se io ne approfitto? Avrò pur diritto di divertirmi; no? Poi dopo la laurea i ragazzi sono pieni di entusiasmi, pronti ai cambiamenti, pronti a tutto… io su quel tutto ci spero. Magari capita che trovo uno che s’innamora e che mi porta con sè in Germania oppure in Olanda; tutto mi va bene pur di non tornare a casa. La mia amica Ilenia, che si è messa col Toni, dice che si farebbe vivisezionare pur di non farsi toccare addosso dalle sue mani ruvide e sporche, d’altra parte è il meccanico che fa, mica il professore. E pensare che avrebbe potuto capitare a me… Vuoi mettere le maniere gentili di Luca per esempio. A parte il fatto che è anche un bel ragazzo… ma ha due mani che non si fermano mai sebbene non sono solo quelle che non si fermano mai. Non capisco Elena di che si sia arrabbiata, mica l’ho costretto io a mettermi gli occhi addosso e poi non si è limitato solo a quelli per fortuna. Lei così pulitina e perbenino, tanto bravina con quell’aria da prima della classe. Cocca di mamma e papà. Se ne torni da dove è venuta… lei che può, che Luca glielo educo io a fare l’uomo ora che è ingegnere e che deve partire per quel lavoro in Svizzera. Va a finire che glielo chiedo se gli serve una coperta calda e morbida per le giornate fredde e mi sa che in Svizzera deve far freddo per un lungo periodo dell’anno ed io a quanto pare riesco a scaldarlo molto bene, alla faccia di quella sfigata di Elena.

Vorrei comperare….

In musica on 24 marzo 2010 at 9:31

Vorrei comprare una strada
nel centro di nuova york
la vorrei lunga e affollata
di gente di ogni eta’
e tanta luce
nei buffi tubi di vetro colorato
una fontana con mille bambini
che giocano
un gatto grigio che scalda
assonnato il suo angolo
e voli alti contro i colori
dell’arcobaleno
e al tramonto vorrei sedermi
all’ombra di un grattacielo
fino a che io sentiro’ una voce
che mi dira’
scusami William mi spiace
per te ma e’ la fine

Solitudine

In amore, Anomalie, Donne, La leggerezza della gioventù on 23 marzo 2010 at 13:26

Non era una serata più brutta delle altre. Pensandoci non c’erano dei veri motivi per essere esageratamente tristi, almeno non quei motivi che portano le persone a fare un bilancio della vita. Lei, tutto sommato, si considerava una donna fortunata. Provava, comunque, un sordo dolore a camminare con il vento in faccia e gli occhi a spiare i suoi passi. La questione era che lo faceva anche quella sera come tante altre sere. Anche il tempo metereologico aveva la sua importanza. A volte faceva virare l’umore verso il livido, qualche volta riempiva di rimpianti i suoi pensieri. Sentiva nel dolore anche una specie di vago piacere a camminare lungo il canale, mentre l’acqua montava, sospinta dal vento caldo dello scirocco. Era quel vento che si presentava, improvvisamente, accumulando le nuvole nel cielo grigiastro e sospingendo pensieri in cumuli soffici e impenetrabili nella testa. Era stato un anno freddo e piovoso e sembrava che la primavera non arrivasse più. Ma cosa importava… cosa sarebbe cambiato anche se la notte fosse di cielo terso spruzzato del profumo discreto dei giardini. Niente sarebbe valso a farla sentire meglio. Quella sera qualcosa nell’aria stava cambiando. Lei lo sentiva intono quell’odore di acqua. Pensava a Smilla e al suo incomprensibile senso per la neve, come lei aveva per nascita il senso che le consentiva di conoscere l’acqua. In un momento preciso marzo si trasformava nel preludio della primavera. Era l’odore del mare che annunciava l’avvicinarsi dei giorni di sole e dei pensieri spogli che ritrovavano la pretesa di nuove fioriture. Ma quella sera il vento era gonfio di promesse non mantenute e di malinconie. I pensieri erano rami secchi. L’acqua intanto aveva superato il bordo della riva e lambiva vorace i suoi piedi. Lei continuava a sfidare il vento verso il buio della notte. Sentiva la solitudine nell’anima ed i pensieri disciolti come melassa scura nella testa. Non aveva mai avuto paura, anche se non per questo era una donna coraggiosa. La mancanza di timore era solo mancanza di responsabilità. Aveva avuto così poco amore da offrire. Aveva ricevuto più di quanto avesse dato. Non era facile fare i conti con le cose perdute e quelle volutamente buttate via. Non era facile. Lo sapeva che era stata una donna fortunata, che aveva tutto quello che le altre avrebbero voluto avere. Era certa di essere stata invidiata e di essersi comportata come un’ingrata verso la vita. Ma non poteva fare a meno di essere insoddisfatta e un po’ disperata, mai e poi mai le era bastato quello che le altre le avevano invidiato. Tutto sommato non aveva mai desiderato le stesse cose che sognavano le altre. Anche l’amore l’aveva delusa e forse più di tutto. Cercava una normalità che non aveva mai avuto, per poi fuggirla come la peste. Essere diversa era come un avverso destino, un dato identificativo che sembrava voluto, ma che alla fine diventava un’ossessione. Era la sua impronta, ma anche la sua maledizione. Sentiva un gorgo scuro dentro di sé che inghiottiva tutto… Avrebbe voluto vergognarsi di non sapersi dare pace. Avrebbe voluto accontentarsi. Ma non lo sapeva fare. Il gorgo inghiottiva tutto, persino il suo senso colpa. La solitudine era parte della sua vita ma in quella sera si era trasformata in un peso insostenibile che le opprimeva il respiro. Intanto l’acqua le si avvinghiava alle caviglie e il vento le scompigliava i capelli e le idee. Era come se una mano, senza pietà, la spingesse violentemente in avanti. Era chiaro che non era per la tristezza e non era neppure perché si sentiva in colpa. Ormai non si vedeva più la differenza tra la terra ed il mare ed era dolorosamente certa, in quel momento, che la sua assenza non avrebbe ferito nessuno. Così aveva fatto seguire i suoi passi dentro al buio denso e all’acqua gelida confidando, con estrema presunzione, nel suo senso per l’acqua. Forse il suo istinto e la sua innata fortuna, in qualche modo, l’avrebbero saputa salvare.

Mezzo e mezzo

In politica on 21 marzo 2010 at 23:55

Mi guardo in giro un poco spaurita, è la politica che mi fa paura. Sono stanca perfino di trasalire quando sento il tono di quelle voci che mi portano alla mente altre situazioni di altri tempi. Non capisco a chi giova. Eppure a qualcuno giova se alla fine lo si fa tutti i giorni in tutte le condizioni. Il popolo si abitua e se non può più credere al vero, si rifugia su chi si fa sentire di più. Insomma io una sensazione ce l’ho. Ma ci vuol poco a capire: il mondo è diviso a metà, mezzo è già acquistato e l’altro mezzo ha concesso un insindacabile diritto di prelazione.

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