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La “Grande Acqua”

In Le Giornate della Memoria, personale, Venezia on 1 novembre 2012 at 8:42

Che notte stanotte. C’è chi non se la ricorda, quell’altra volta, ma io la ricordo bene e ne provo ancora un forte disagio, forse paura, non so.
Era il 1966, e la notte era stata simile a questa notte, era il 4 novembre e ora è il 1 novembre, solito periodo, perché è proprio di questo mese le sfuriate di scirocco e qui l’acqua monta quando tira scirocco e la marea non se ne va, resta in laguna, la differenza è poca tra il massimo e il minimo e poi la marea rimonta e allora…
C’era l’acqua alta al mattino, abbastanza alta, da bloccare la città. Mio padre era uscito presto con gli stivali alti fino alle cosce, era partito presto perchè si sapeva che, quel giorno, l’acqua non avrebbe perdonato. Doveva andare al negozio a sollevare dal magazzino tutto quello che stava negli scaffali più bassi, un lavoraccio infernale: le stecche di sigarette, la cancelleria, i detersivi, tutto da alzare di un piano almeno, sperando che bastasse, ma alla fine non bastò.
L’acqua era alta davvero e la gente affacciata alle finestre guardava, in giù, la strada allagata, e i negozianti al lavoro per tentare di salvare qualche cosa. Il nostro cortile sotto casa, malgrado fosse più alto di un gradino, era già pieno e l’acqua lambiva il primo gradino di casa. Però la gente alle finestre l’aveva presa a ridere, tanto si sa, noi veneziani con l’acqua ci conviviamo bene, non ci fa paura, sale e scende come la fortuna nella vita, basta saperla prendere e lasciarla andare quando va, tutto qua.
Ad un certo punto, non so a chi venne in mente che proprio sulla strada, vicino al canale ci stava una casetta che al piano terra, ospitava due vecchietti, e lì l’acqua entrava anche con le maree meno preoccupanti. Il mio vicino, un signore piuttosto prestante, era partito con i suoi stivali da pescatore e aveva bussato alla porta. I vecchietti avevano gridato che stavano bene e che per il momento stavano riparati sopra il tavolo di cucina ad aspettare che l’acqua defluisse… Il vicino se ne tornò rincuorato, d’altra parte non era la prima volta.
A casa mia, a parte il pensiero per mio padre, le preoccupazioni erano minime, stavamo all’ultimo piano e non c’era davvero di che preoccuparsi. Però mio fratello più grande si era svegliato con un forte febbrone, e una guancia gonfia segno che aveva un ascesso al dente davvero considerevole, e si lagnava del male come fosse sulla graticola. A quel tempo gli antibiotici non si tenevano in casa in previsioni di catastrofi e ad uscire per andare in farmacia non se ne parlava proprio, troppo lontana e poi nella strada più bassa della zona. Non ci restava che aspettare che la marea si ritirasse, ma non fu così. La sessa aveva cominciato timidamente a scendere quando un nuovo attacco dello scirocco l’aveva mantenuta a quel livello fino al momento della sessa successiva e a quel punto l’acqua rimontò, veloce e aggressiva come noi sapevamo essere quando il mare s’incazzava.
Dalla radiolina di casa arrivavano le notizie: Firenze era sotto con l’Arno che era straripato e stava imperversando per le strade della città provocando morte e distruzione. E noi invece avevamo l’acqua che cresceva e cresceva sembrava non finire più. Adesso in cortile l’acqua lambiva il secondo gradino di casa. Avevano tolto la luce, il gas e il telefono e la città andava alla deriva.
Il vicino ormai con gli stivali alti fino alle ascelle, era ripassato alla porta dei vecchietti che si erano rifugiati sopra l’armadio. Ormai l’acqua aveva invaso tutta la casa e aveva superato il tavolo in cucina. Ma come aprire la porta? Il vicino si era portato un po’ di arnesi e aveva scassinato il portoncino, per fortuna non troppo sicuro e aveva portato in salvo i due sfortunati. Ma cosa ne era della mia amica Marinella che stava pure lei in balia dell’acqua? E ora c’erano le 4 famiglie del primo piano di casa nostra, per il momento l’acqua era in casa, per qualche centimetro. Né luce in casa e nemmeno per le strade e al buio l’acqua faceva ancora più paura. Non funzionava il telefono e mio papà non tornava e nemmeno il dottore per gli antibiotici si poteva chiamare per quel maledetto dente di mio fratello. Allora mi era venuta un’idea, il dottore abitava nell’edificio di fronte, abbastanza distante, ma a tiro di voce, l’avevo chiamato gridando dalla finestra e si era affacciato e, dopo aver saputo il problema, si era detto disponibile a calare il cestino dalla finestra per fornirci l’antibiotico. Allora, per fortuna, ero una ragazza alta e agile, mi misi gli stivali alti, quelli che arrivavano alle ascelle e scesi in strada per raggiungere la casa del medico. E’ terribile trovarsi in mezzo all’acqua, al buio con detriti di tutti i tipi ed animali morti a galleggiare e anche qualche topo vivo alla ricerca di un posto dove rifugiarsi, perchè i topi nuotano, e pure bene, e in quella traversata non ero sola. Presi le medicine e tornai a casa da vera eroina, ma dentro mi era rimasta quella sensazione di sventura e abbandono che si prova quando puoi trovarti immersa nell’acqua, senza punti di riferimento e senza sapere se tutto questo sarebbe finito, ogni passo la sensazione che l’acqua poteva superare la tuta degli stivali e allora mi sarei trovata ancorata sul fondo della strada e non mi sarebbe rimasta che la possibilità di uscire dagli stivali e mettermi a nuotare. Ore 18,30 +194 cm. dal livello del mare il che voleva dire tutta la città allagata e chi stava ai piani terra era scappato come un profugo ai piani superiori; e i negozianti? Mio padre? Ormai c’era poco speranza per la merce del negozio, ma lui dove stava?
E si stava lì tutti seduti, sui gradini della scala di casa, a guardare l’acqua alla luce tremolante delle candele e con il terrore che anche la terza marea sarebbe montata sulle prime due. Allora la città era persa davvero, per la prima volta nella sua lunga vita vissuta nel mare, sarebbe andata sotto definitivamente. Allora si calcolava: come fa una marea salire sull’altra? Ed è possibile che non scenda? Non scenda più? Un rumore sulla porta e mio padre si affaccia: “Sono tornato!” Accidenti come ha fatto? Stava su una barchetta che andava alla deriva e lui ci era salito e spingendosi sui muri era riuscito ad arrivare a casa. Idea geniale, ma chi conosce la città sa che non era stato facile, certo aveva preso in barca la strada, ma c’erano dei punti in cui dovevi prendere per i canali bui e ritrovare la strada perché i ponti non ti consentivano di continuare. E l’acqua stava lì, minacciosa e nello stesso tempo amichevole, e noi stavamo a guardare ossessivamento il suo livello sul muro…
Dalla radiolina arrivavano le notizie di Firenze… a noi sembrava di essere fortunati, almeno l’acqua ci invadeva senza spazzarci via, ma comunque l’acqua non scendeva. Dalle case dei piani superiori arrivava da mangiare, per tutti quelli che stavano sulle scale. Quello che c’era a disposizione, un po’ di salame e un bicchiere di vino, tanto per scaldare gli animi e pure i corpi, infreddoliti da una giornata a bagno.
Poi un urlo: “Cala, sta calando!!!!!” Ed era vero, l’acqua si ritirava, lo si vedeva dal segno sul muro, scendeva lentamente ma scendeva… avevamo buttato un pezzo di carta e si vedeva che lentamente prendeva la strada della porta d’uscita.
Forse il vento era cambiato, forse si era calmato ed il mare stava ritrovando la strada. Non sapevamo ancora che quel mare incazzato aveva superato le difese a mare sul litorale. Aveva superato ed allagato il Lido ed era entrato con tutta la forza in laguna. Ora ritirandosi portava con sè tutto il suo carico di sporco, oggetti abbandonati e paura, lasciando una città che sembrava una discarica di cose da buttare, ma comunque viva, comunque pronta a ripartire.
E stanotte è così una marea di +140 cm sul livello del mare, una breve discesa e poi fra poco una nuova risalita… e tira vento e c’è la stessa pioggia uggiosa… speriamo davvero di non dover  raccontare di una grande acqua un’altra volta ancora.

Profumo di una notte di fine estate

In Amici, amore, Disimpegno, musica, personale, Venezia on 29 agosto 2011 at 23:03

Succede raramente, ma succede. Sarà che il mese di agosto è stato lungo, forse solo perché non sono in vacanza. Ma la cosa non mi dà fastidio, anzi mi piace. Sarà pure perché mio figlio è tornato per lavorare alla Mostra del Cinema e quindi è a casa e mi sento serena. Insomma ieri mi sono alzata presto, ormai ho ripreso i ritmi e anche la domenica mi piace andare in cucina a prendermi il caffè senza dimenticare la pillolina per tenere bassa la pressione. I malanni dell’età, che accetto ormai senza alcun fastidio. Lui si è alzato, i cappelli arruffati e l’abbronzatura dorata sul torso nudo. Fa caldo, ma l’aria è diversa, come la luce lo è. E’ semplicemente una splendida mattina di fine estate. Agosto sta per finire e ormai le giornate si accorciano, la luce diventa di oro fulvo, e io … io mi sento felice. Lo guardo e sorrido, non gliel’ho mai detto ma a guardarlo mi scappa sempre un po’ da ridere. E mi fa tenerezza e trattengo la voglia di prendergli la faccia tra le mani e di scoccargli un bacio sui capelli o su quello che ne resta. Se devo essere sincera non lo faccio nemmeno con mio figlio, che bambinone lo è sempre stato, e che a farsi sbaciucchiare ci sta sempre neanche che i baci gli fossero mancati. E’ bellissimo quando un uomo ti fa tenerezza, lo dico perché altri uomini mi hanno ispirato altri sentimenti, ma tenerezza mai.
Lui si siede vicino a me e mi racconta tutto trafelato il sogno che ha appena lasciato tra le coperte. Ormai lo so che buona parte dei suoi sogni gli trasmettono ansia: o lui mi ha perso in qualche luogo affollato oppure io me ne sono andata lontano e lui è certo di avermi perduta per sempre. Lo guardo con quella tenerezza e gli vorrei dire che sono solo bubbole. Possibile che non si renda conto che non siamo più due ragazzini scapestrati? Gli metto in mano una tazza di caffè e cominciamo a parlare. Di cosa? Un po’ di tutto come sempre. Le nostre colazioni domenicali non finiscono mai. Parliamo saltando di palo in frasca e il tempo vola e lui torna al sogno: “Ma lo sai che sono proprio arrabbiato con te?” “Perché non te l’ho detto, che mi allontanavo?” “Non fare la furbetta, tu non me lo volevi dire e te ne sei andata, come al solito mi hai lasciato solo!”. Rido. Ancora questo gioco. “Ma dai ti ho lasciato solo una volta e tu fai così il difficile!” “Sì, è vero, ma mi hai lasciato solo per 40 anni, credimi non ne posso aspettare altri 40, non ho più l’età!” “Beh, ma comunque sono tornata”… Se badassimo a noi, il discorso non finirebbe mai. Allora cerco di distogliergli l’attenzione. “Sai ho visto per televisione una puntata della “Grande Storia” su Monsignor Romero.” “Chi? quello che faceva i film horror?” “No, quello che li ha vissuti.” E lo scambio di battute prosegue, fino a che lui si fa conquistare dall’argomento. “Lo hanno ammazzato!” Già, come tanti altri. Io parlo mentre preparo il pranzo. Lui precisa ogni mio discorso. Non gliene scappa una. Ogni tanto conto sul fatto che la memoria gli fa cilecca e io ne so una in più di lui o almeno tento. Ridacchia. Ridacchio. Squilla il telefono. E’ una coppia di amici, più giovani di noi, che abbiamo ospitato questa estate al mare. Ci piacciono e noi piacciamo a loro. In questo caso la differenza di età non vale. Vogliono passare con noi il pomeriggio e la sera. Ok, a tutti fa piacere. Ci prepariamo di corsa e usciamo. Lui dice: “Mai visto una donna più veloce di te a prepararsi per uscire.” “Beh, che dovrei fare? Il restauro della Capella Sistina? A me non serve, fortunatamente sono nata bella!” Ridiamo. E’ bello avere sempre un motivo per ridere. Ci scorazziamo gli amici in giro per la città, loro vengono da fuori e a guardarla è sempre un bel guardare. Ormai sono pratica. Ne conosco di storie e aneddoti. Conosco anche cose che non so più dove le ho lette e pure io mi stupisco di conoscerle. Lui completa la lezione. E parla anche troppo bene della città perché la ama quasi di più che si trattasse della più bella donna che abbia mai incontrato. Non sono gelosa, almeno non lo sono di Venezia. I ragazzi rimangono incantati. Gli faccio provare l’ebbrezza del tentativo di superare la colonna della piazza, un po’ troppo panciuta, che sbilancia fino a farti cadere. Ovviamente non ce la fanno, ma si divertono come bambini. “Che facciamo stasera?” “Ho un’idea, stasera è la serata finale dell’Estate Village, ve la sentite di mangiare alla “Sagra della salamella” e ad ascoltare o ballare un po’ di “liscio?” Mi guardano con gli occhi sgranati, non ci credono, e fanno bene, nel “liscio” non ci riconoscono. Ci godiamo il tramonto dorato dal Canal Grande e partiamo per l’avventura… notte e musica alla “sagra della salamella”. Ovviamente non era una vera sagra e di salamella nemmeno l’ombra. Abbiamo mangiato paella e cous-cous e delle coke belle fresche. Abbiamo incontrato gente che conoscevamo, scambiando baci e abbracci. Anche i musicisti sono amici nostri e la musica, soprattutto la musica è il massimo. De Andrè, Battiato, Paoli, De Gregori, Guccini, e un ricordo infinito di Rino Gaetano (già trenta anni che è mancato, però sembrava meno!). Una serata dove il profumo delle spezie esotiche si confonde con quello dello zafferano, dove la menta s’incontra con l’aranciata e le nostre voci si fondono in un karaoke allegro, stonato e senza impegno.
Io lo guardo il mio vecchio compagno, non sa star fermo né con le mani né con i piedi. Ha gli occhi socchiusi come se gustasse un cibo sopraffino. Certo la nostra musica, certo le nostre dita che si intrecciano, e ancora qualche parola gridata nell’orecchio più che per parlare, per sfiorarci con le labbra. Lui dice: “E’ una serata magnifica. E’ perfetta!” Anch’io sono d’accordo e pure la nostra coppia di amici. E’ davvero una splendida serata, ma tutto è perfetto se si è capaci davvero di amare la vita. O forse basta solo capire che quel che succede oggi è il massimo che possiamo sognare, quello che sarà domani è ovviamente un’altra storia.

Orfeo, 93 anni, due gambe e un bastone

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 29 aprile 2011 at 8:09


Stamattina l’ho conosciuto: Mario Dalla Venezia, Brigata Garibaldi, compagnia F. Biancotto, classe 1915, 93 anni, due gambe stanche ed un bastone… abbiamo parlato insieme per un lungo tratto del “Percorso della Memoria”, che si snoda per Venezia toccando luoghi legati alla Resistenza fino a raggiungere il Campo del Ghetto, il primo ghetto ebraico purtroppo, che nacque proprio qui in questa città.
“Orfeo” mi racconta che il 25 aprile lui era in carcere già da un mese e mezzo e quando fu liberato, dovette imbacuccarsi dentro ad una sciarpa perché le sevizie che aveva ricevuto gli aveva sfondato un timpano e sbriciolato uno zigomo rendendogli un occhio quasi inservibile. “Mi picchiavano da dietro, sulle orecchie, con un sacchetto di sabbia, fino a farmele sanguinare, avevo due bistecche, vede come sono grandi e schiacciate?” Me le mostra ridendo. Penso: strano lo racconta come se questo non fosse successo a lui.
Mi racconta anche chi l’ha tradito, ma non porta rancore, dice che a quel tempo la gente faceva qualsiasi cosa per mangiare. Mi racconta che i partigiani di Venezia avevano una situazione diversa, molti non potevano nascondersi in montagna, dovevano comunque e sempre mostrare la loro faccia oppure nascondersi dentro a case di parenti e amici, al massimo in campagna. Mi racconta che nelle nostre montagne vicine, nel Cansiglio, c’erano molti combattenti che si nascondevano, ma che mancavano delle cose più elementari, per esempio avevano un paio di scarpe in due, quindi venivano usate solo da chi faceva la sentinella.
Un giorno venne a sapere che suo padre, ignaro, doveva trasportare un carico di scarpe (di una grossa ditta della provincia), pertanto loro come se fossero in un gioco, incaricarono un “ladro” di mestiere a rubare le scarpe, senza però far scoprire la merce che mancava, anche per non mettere in difficoltà il padre. Riuscirono a fornire scarpe per tutta la compagnia, mandando le staffette donne con un paio di scarpe alla volta su in montagna.
Ridacchia divertito ai suoi ricordi, chissà quante storie mi potrebbe raccontare ed io non mi stancherei di ascoltarle. Ma il percorso è lungo e oggi fa caldo. Lui suda, si vede che è stanco, ma non vuole mollare. Io dico: “Signor Mario, non esageri, si tenga in vita il più a lungo possibile, anche questo vuol dire resistere. Ricordi sempre e non smetta mai di parlarne!” Mi fa cenno di sì, mi guarda e mi sorride, col suo viso pieno di rughe, mi dà la mano e mi dice: “ Arrivederci!” e tutti e due ci diciamo “Grazie!”, ma io ho più ragioni per ringraziare, davvero molte di più.
Eravamo partiti in trecento (giovani e forti?), un numero sparuto per una festa del 25 di Aprile, alcune bandiere di varie provenienze, tutte dietro alle “colonnelle” dell’ANPI, ma, incredibile, lungo la strada la gente affluiva, a decine, a centinaia, un fiume umano allegro e canterino si snoda per la città. Ora mi ricordo un’altra importante ragione per cui io amo tanto Venezia. “Ciao…” “Ciao…” Tanta gente si conosce, si mescola, chiacchiera, i bambini si rincorrono, l’aria è festosa, amichevole…
Si arriva in Campo al Ghetto dove c’è la Sinagoga, si depone una corona d’alloro, si alzano le bandiere, si applaude, qualcuno parla dal palco: una ragazza giovane. il Rabbino capo, anche il nostro Sindaco che fa un discorso così appassionato e accorato che restiamo lì, basiti. Ma come, dov’è finito il distacco del filosofo? Quello dell’intellettuale cinico? “Ehi! è tornato il nostro Sindaco… è tornato e noi ne andiamo fieri, perché ha parlato come uno di noi, ha parlato a noi e tutti lo abbiamo capito” (ha detto una sola parola difficile “metafisica”, ma la sapevo e quindi l’ho perdonato. ;-))
Adesso è finita la gente resta a parlare alcuni vanno… “Dai andiamo a prendere uno “spritz?”, “Come no!” “E’ bello trovarsi, almeno fino a che questa festa non viene annullata”, “Seeehhhh hai voglia!”
Prendo la strada di casa con il sole nel cuore, chiamo mio figlio a Firenze, risponde: “Sono anch’io in piazza con l’ANPI, mamma, e siamo in tanti… torno domenica, a presto, ti voglio bene.”

25 aprile 2008

questo Link riguarda il fondo: convitto scuola F. Biancotto che si prodigò per raccogliere e far studiare i figli dei partigiani:
http://iveser.it/index.php?option=com_content&task=view&id=215&Itemid=62

quest’altro Link riguarda la Beffa del Teatro Goldoni di Venezia, Brigata Garibaldi, F. Biancotto.
http://anpispinea.blogspot.com/2010/07/la-beffa-del-teatro-goldoni.html
Vedi anche questa testimonianza di uno dei protagonisti.

La beffa del Goldoni

In Nuove e vecchie Resistenze, Sinistra e dintorni on 27 aprile 2011 at 11:18
nella foto Kim, Marco e Cesco, nel marzo 1945

nella foto Kim, Marco e Cesco, nel marzo 1945

Era un po’ che trascuravamo queste pagine di “Resistenza”. Forse c’è in noi veneziani un po’ di compiacimento a ricordare questa impresa resistenziale. E ci sembra bello presentarlo qui dove, tra le altre cose, abbiamo ricordato Vik, Le parole di Gramsci contro gli indifferenti, la resistenza nelle città come Alba, l’appello di Concetto Marchesi all’Università patavina, etc.
La “beffa” fu realizzata la sera del 12 marzo 1945 a Venezia da un piccolo gruppo di partigiani della BrigataBiancotto”: durante la recita di “Vestire gli ignudi” di Pirandello. Essi irruppero nel Teatro, tenendo sotto il tiro delle pistole soldati tedeschi e fascisti; dal palcoscenico fu pronunciato un appello alla resistenza e alla lotta, annunciando la vicina liberazione; prima di allontanarsi indisturbati, i partigiani lanciarono pacchi di manifestini. La notizia della “beffa” fu divulgata in tutta Europa dalle radio dei Paesi liberi.
Vogliamo ricordare qui l’atto eroico di quei partigiani come lo racconta uno dei protagonisti: Giuseppe Turcato (Marco). L’intero suo resoconto è allegato come file PDF. Sotto facciamo seguire un breve estratto.
La Beffa del Teatro Goldoni (PDF)
Appena entrati in azione vennero messi in condizione di non nuocerei poliziotti e il personale di servizio; a loro volta gli attori e gli inservienti non si fecero ripetere due volte l’invito.

Alle ore 21.16 Arcalli, Padoan, Chinello, mascherati e armi in pugno, entrarono sulla ribalta e tennero comizio. «Nessuno si muova! Se in teatro c’è spia e traditore fascista venga fuori che riceverà piombo partigiano» fu gridato dall’interno dalla voce di Citton. Chinello si mise al centro della ribalta (erano state intanto accese le luci) e rivolse al pubblico la parola di incitamento: «Veneziani, l’ultimo quarto d’ora per Hitler e i traditori fascisti sta per scoccare. Lottate con noi per la causa della Liberazione nazionale e per lo schiacciamento definitivo del nazifascismo. la Liberazione è vicina! stringetevi intorno al Comitato di Liberazione Nazionale e alle bandiere degli eroici partigiani che combattono per la libertà d’Italia dal giogo nazifascista. Noi lottiamo per poter garantire, attraverso la democrazia progressiva e l’unità di tutti i partiti antifascisti, l’avvenire e la ricostruzione della nostra Patria. A morte il fascismo! Libertà ai popoli! Viva il Fronte della Gioventù!», Poi Chinello, fattosi sorridente, concluse il suo discorso con un allegro: «Signore e signori, buonasera e arrivederci».
Nello stesso tempo Arcalli e Padoan, ai due lati, sempre tenendo sotto il tiro delle armi i fascisti presenti
(c’erano quattro della Xª MAS in seconda fila delle poltroncine), lanciarono numerosi manifestini.
Prima di uscire Citton salito lui pure sulla ribalta, secondo le istruzioni, gridò: «Nessuno si muova! Il teatro rimane circondato per mezz’ora!».
Non era vero. Fuori non c’era nessuno, salvo i nostri collaboratori.
Ricordiamo in fine i loro nomi:
Franco Arcalli (Kim), Ivone Chinello (Cesco), Ottone Padoan (Michele), Giovanni Citton (Moro), Mario Borella (Livio), Renato De Faveri (Oc), Giovanni Dinello (Borel), Giovanni Guadagnin (Gin), Otello Morosinì (Totò), Mario Osetta (Leo), Delfino Pedrali (Gastone), Maria Teresa Dorigo (Alice), Gina De Anna, Luigi Busulini (Gigio), Carlo Fevola (Cadetto), Giacomo Tenderini (Massimo), prof. Giuseppe Vecchi (Vianello).

P.S. vedi anche questa pagina.

Libera Repubblica di Santa Margherita

In Nuove e vecchie Resistenze on 17 marzo 2011 at 0:05

13 marzo 2011 festa della libera Repubblica di Santa Margherita.
Santa Margherita cos’è e dov’è? Facile è solo un luogo. Un grande Campo (leggasi piazza per chi non è veneziano) e si trova ovviamente a Venezia che di Repubblica se ne intende.
Siamo negli anni che precedono la costituzione della Repubblica Italiana e Venezia insorge dal giogo austriaco, ritorna Repubblica il 17 marzo 1848, la Repubblica di S. Marco, e nomina Presidente, il liberato dalle carceri dell’oppressore, Daniele Manin. Venezia subisce assedio e nel 1849 ricade in mano nemica. Manin fugge a Parigi e lì muore nel 1858.

Ricordate i versi:
«[…] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
sul ponte sventola bandiera bianca!
»
(Arnaldo Fusinato)

Per riconquistare la città gli austriaci tentano il primo bombardamento aereo della storia. Le mongolfiere piene di bombe incendiarie tentano di sorvolare la città, ma il vento le porta indietro sulle linee nemiche. Poi più che la fame fu il colera a vincerla.
Persino Garibaldi dopo la caduta della Repubblica Romana cerca di raggiungere Venezia, che combatte ancora, ultimo baluardo, ma viene fermato dagli austriaci a Comacchio.
Ma cosa c’entra, a questo punto, la Libera Repubblica di S. Margherita? E’ solo perché in questo Campo, nascono i primi moti insurrezionali. Le ragioni sono svariate, indubbiamente  la più valida è la variegata umanità che vi gira intono. I “Barnabotti”, nobili decaduti e ospitati presso l’ospizio di S. Barnaba, abbracciano per rivalsa e come reazione alla loro posizione, per primi le “idee francesi”, ma la zona è abitata da operai, piccoli bottegai, artigiani e donne orgogliose, che si ritrovano nel mercato rionale che è il secondo per importanza nella città. Tutta umanità coraggiosa e dalle idee aperte, che mal sopportano le gabelle e le restrizioni di un Governo lontano dai loro problemi. Tra i tanti, vorrei spendere una parola in più per quelle donne orgogliose, che in altri tempi, ancor prima delle suffragette d’Inghilterra e di Francia scendono in piazza a chiedere il suffragio universale.
Bella storia di un percorso verso la libertà e l’unione di una Nazione. Troverete questa storia nell’interessante e piacevole libro: Nella Repubblica di S. Margherita di Giovanni Sbordone.
E’ solo una parte della storia della nostra Repubblica e mi pareva giusto riportarla nella sezione Vecchie e Nuove Resistenze. Perché anche il nostro Risorgimento e l’unità d’Italia viene fatto con il  sacrificio della vita di molti patrioti, simile a quello coraggioso per la liberazione del nostro paese dal fascismo.
L’Unità d’Italia ha origine da federalistici movimenti che aveva un’unica volontà quella di unire. I federalisti di oggi dovrebbero ripensare alla nostra storia, che è costata dolore e sangue e dovrebbero riconoscere i valori di questo paese che ha trovato la sua forza dietro ad un semplice nome: Italia Unita.

Passare al nemico

In Anima libera on 16 febbraio 2011 at 17:08

Immagine a colori di pinguiniPremessa alla parte quattordicesima
Tu vivi sempre arruffata come un gatto a graffiare e poi caschi nella banalità, solo per colpa di uno stupido disegno. Insomma la vita è bizzarra. Sei distratta davanti ai suoi tranelli. E a volte le sue trame non le puoi prevedere. Insomma non era solo un disegno, per la verità, era qualcosa di più… ma questo comunque non voleva dire che ero passata al nemico. Era stato tutto un equivoco. Io mi ci ero divertita, ma poi lui mi aveva davvero risposto. Ecco come si fa a diventare una star senza averne la benché minima voglia. E poi a tacerlo perché non ne andavo certo fiera.

Quest’anno è stato l’anno dei Papi. Come si fa a fuggirne in una scuola privata tenuta dal guanto di ferro di suore con l’aria di angioletti spiumati? Io coi Papi non ho mai voluto averci niente a che fare. Mica che per colpa della loro santità, rischiavano di finire per graziarmi e farmi diventare una ragazzina per bene. Certo la comunione l’ho fatta e mica convinta. Elena mi ha detto: “Dai, non rompere, mangiati la cialda e beccati i regali.” La sua è una filosofia del tutto opportunista. E molto spiccia. Io qualche principio ce l’ho ancora, sempre, però… un pensiero lo faccio, maledetta ingenuità, mica butto via i regali per la mia prima comunione, no? Ma se il cielo ti casca in testa
Eppure lo so, quando cerco di adattarmi, nascono sempre casini. Mamma vuol far la sua bella figura e mi addobba come Santa Rita da Cascia, con un fioccone bianco che sembro una bomboniera, più un veletto minimalista in testa. Una mascherata che me la ricorderò finché vivo, so che ne proverò vergogna per sempre. Con la gonna poi ci faranno la zanzariera alla culla del piccolo; la guarda interdetto, e non sa bene se piangere o ridere. Qui si riusa tutto. Le gonne della comunione, ma anche i giornali che porta a casa papà. Mica per leggerli, come si potrebbe pensare. No! si buttano nella vasca da bagno e si appallottolano in balle di cartapesta.
Povera informazione che si usa solo per farla finire praticamente in fumo. Nel frattempo, prima o durante le palle, ci do una letta e imparo molte cose. Le palle si devono asciugare al sole e poi conservare in soffitta. D’inverno le notizie scaldano la nostra vita. E d’altra parte, per loro, a cos’altro servono? Mamma legge a stento qualche rotocalco di passaggio: Oggi o Gente, e qualche volta ci fa sopra qualche lacrimuccia. Esempio: Soraya, l’imperatrice triste. Quella bella, ma che non aveva bambini. Ah che dolore! Che poi il marito le ha dato il benservito e se n’è presa un’altra. Mamma su queste cose ci riflette pure: “Meglio senza bambini e senza marito oppure tanti bambini e un marito?” Se è per me una risposta la darei subito. Certo i bambini mi piacciono, ma i mariti… insomma meglio farne a meno, sarei più contenta. Sospetto che lei si commuova solo per i mariti e i bambini delle altre.
Insomma, questo è un anno proprio pieno di giorni. Insomma, andiamo avanti, faccio la comunione, vergognandomi come una ladra e loro mi regalano un libricino di preghiere, un rosario e una penna stilografica di madreperla bianca. Non ci posso credere. E io avrei barattato per questo la mia dignità? E’ una fregatura madornale. Così imparo. Mai più contro i miei principi per presunti interessi personali. Non ne vale proprio la pena. Meglio restare la solita bambina che dice sempre No! Ché poi la verità è che non ho potuto scegliere. Non me l’hanno lasciato fare. Mi sento ancora tradita. Costretta. Quella dei regali era solo una pillola. Un modo di rendermi da sola meno amaro il boccone. Era una ragione dove una ragione mica la trovavo.
Intanto muore un Papa e se ne fa un altro. Solita stupida abitudine. Che poi tutti e due sono stati patriarchi della mia città. Cioè i due di cui mi tocca di parlare. Che poi patriarca sembra che valga qualcosina di più degli altri, perché li fanno Papi come piovesse. Per le suorine è di grande orgoglio. A me non frega niente. Tra l’altro sono contraria all’infallibilità del Papa. Non è giusto: Che è, un raccomandato? A me certe garanzie non me le hanno mai date. Qualsiasi cosa faccio sono certa di sbagliare. O almeno un po’ lo penso io e un tanto me lo fanno credere. Comunque sembra che gli unici infallibili siano loro. Ma l’hanno studiata la storia? Io la leggo dai libri di Ernesto che non parlano quasi mai di Papi che hanno fatto qualcosa di giusto. Sembra che preferivano le armi alla preghiera. Ma tanto è inutile rivangare. Intanto parte il nuovo papa e torna quello vecchio. Sì perché il nuovo va a Roma a prendere il seggio, Mentre quello che è morto si fa portare indietro per vedere per l’ultima volta la “sua” città.
Le suore sono impazzite. Già che durante l’anno non ci stanno con la testa, per questa incredibile e imprevista occasione organizzano un coro per riceverlo. Sì, perché dalle suore non manca mai la festa con lo spettacolo e il coro di voci più o meno bianche. Io la voce ce l’ho bianca, ma Marella no. Lei parla e canta come se avesse un rospo dentro alla gola. E’ bellissima la sua voce. A dirla tutta parla come uno scaricatore del porto, che qui in città ce ne sono tanti e berciano in modo particolare, sacramentando qua e la. Marella è pure carina, ma fa parte delle sfigate e non la apprezzano mai per le sue strane qualità. A me capita che essendo troppo avanti nello studio, non sappiano come farmi impegnare il mio tempo. Allora scoprono le mie capacità canore e mi mandano a lezione dal vecchio maestro del coro. Ah ah ah ah ah ah ah… giù e su per le scale musicali. Ogni pomeriggio una lezione che sinceramente è ben poco divertente. Ma la voce si rinforza, prende spazio, trova coraggio. Ora che il papa morto arriva in città le suore ci piazzano sulla scalinata di una chiesa, con le nostre divise bianche, il fiocco rosa e una bandierina papale in mano da sventolare¹. Io a dare il via ad una poetica ode a Roma: Salve, salve Roma/ la tua luce non tramonta/ vince l’odio e l’onta/ con l’ardor di tua beltà/ Roma degli Apostoli/ madre e guida delle genti/ Roma luce dei credenti/ il mondo spera in te.
Che baggianate. Già! meglio, molto il “Va pensiero…” e anche con quello segno l’inizio e conduco le voci alte. Marella conduce quelle basse, finché non perde l’appoggio al gradino della chiesa. E allora fa finire il coro nel precipizio della sua caduta. Che sarà mai? Non capisco perché le suore si incavolino. D’altra parte al papa basterà il pensiero; no? La vedo difficile che ascoltandoci si sia offeso per l’esecuzione. D’altra parte non siamo mica a Sanremo. E poi lui, a tutti gli effetti, non ci dovrebbe sentire, visto che è morto e pure da parecchio. Perché qui è venuto solo in spoglie.
Pare avesse detto: “O vivo o morto, tornerò”. Tornare c’è tornato. E morto tanto. C’era ancora la guerra quando è morto. Quella grande. Del 15 18. Non so perché hanno aspettato tanto. E non so nemmeno perché non se lo sono voluti proprio tenere. Da dove siamo non ho visto molto. Ho visto solo la confusione. Non so com’è da morto. Ma nemmeno so com’era da vivo. Io mica c’ero allora. E ora c’è troppa confusione. Ma forse un papa assomiglia a un papa. Comunque per tenere buone le pinguine ho pensato di mandare una lettera a quello nuovo² che si chiama Giovanni XXIIIesimo; corredata da un disegno della sua bella facciotta simpatica, bardata dai simboli del pontificato. Veramente da noi lo chiamano Nane-schedina o anche Nane due pareggi e tre vittorie in casa. Ma è meglio dirlo a bassa voce, si sa mai.
Non è una cosa seria, sia chiaro. Gli ho scritto come se fosse un mio amico e se avessimo giocato fino al giorno prima a pallone nel cortile sotto casa. Mi pare evidente che non aspetto risposta. E’ solo una cosa così. Senza pretese. Insomma una lettera che non mi sembra da tenere troppo in considerazione visto il tono e le modalità. Le suore stesse si sono chieste se fosse il caso di inviarla. Ma chissà, forse il papa, che a sentirle è Gesù in terra, mi avrebbe perdonato. E invece zacchete, come fa spesso il destino, che ti sorprende e ti nomina unta dal signore, il nuovo papa mi risponde. E mi risponde, a me personalmente, e mi parla un po’ parlando in papese, ma anche usando delle frasi più fraterne o paterne che divine.
La lettera me la leggono e me la fanno vedere da lontano e poi la incorniciano e la tengono come reliquia nella cappella del convento. Non ci capisco niente. Tutto sommato: che c’è di strano? io ho scritto una lettera e lui ha risposto. Questione di educazione no? Non capisco perché attorno a questa storia si forma tanto interesse. Le suore mi guardano con adorazione. Le mie compagne divise in due gruppi, mi guardano o con odio o con perplessità. Le belle figlie di Madama Dorè ovviamente con odio e le compagne proletarie invece, come se con questa lettera avessi fatto la mia consegna al nemico. Uffa! che difficile essere eletta a mito di qualcuno. Io non ci tengo. Sia chiaro io non ho mai sognato di finire su un santino, ma nemmeno di finire stampigliata su di una bandiera anche se rossa. Ma perché? lui ha il suo gregge. Io posso essere tutto tranne che pecora. E mi scappa un sonoro gran “Mavaffa”.


1] Papa Pio X: nel 1959 la venerata salma di S. Pio X ritorna a Venezia per mantenere la promessa.
2] Giovanni XXIII

Che bello che sarebbe il mondo

In musica, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 13 febbraio 2011 at 0:16

Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.
Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.
E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.
Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.
Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.
In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.
Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.
Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.
Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.
Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.
Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.
Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo (Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.
Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
alla salute dell’Imperatore.
Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.
Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.
Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua,
si asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.
Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.
Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.
Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.
Credevo di morire e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello il 48 è arrivato
Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.
Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.
Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.
Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.
Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.
Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

Ridate a Shylock quello che è di Shylock

In Cultura, musica, Senza Categoria, Venezia on 30 gennaio 2011 at 2:04

Stasera sono andata a teatro. Come già dissi non ci vado spesso. Anzi per la verità scelgo gli spettacoli con molta accortezza. Il guaio è che stanca o non stanca, se il pezzo non mi acchiappa, mi addormento quasi subito e mi risveglio alla fine. Stasera ho visto la centesima replica di Shylock il Mercante di Venezia in prova di Roberto Andò e Moni Ovadia. Ovviamente non mi sono addormentata. Ottima regia e ottima scelta di attori e musicisti. Nel caso vi capitasse di vedere questa rivisitazione dell’opera shakespeariana, vi prego di andarci conoscendo bene la storia del Mercante e del suo “bond”: contratto. Vi servirà a capire perché il regista nell’opera tenta di dare l’opportunità all’ebreo di ottenere la sua libbra di carne umana. Finalmente non più deriso, e dileggiato. Finalmente autore ed esecutore della sua vendetta.

Lo spettacolo di teatro dentro al teatro stimola davvero molte emozioni e non ultime quelle relative alle musiche e alle voci magistralmente mescolate e scandite passo dopo passo. Grande la bravura dei due Shylock: Moni Ovadia e Shel Shapiro (sì, sì, proprio lui, il musicista dei Rokes). Non meno bravi tutti gli altri.

Buona visione e buon ascolto.

Fanculo!

In Anima libera on 14 gennaio 2011 at 14:24

Premessa alla parte decima.
Sembrerebbe impossibile anche a me che una bambina così… così piccola possa portare dei ricordi. Invece ho già dei ricordi. Anche più grandi di me. In cui nascondermi. Da cui fuggire. E a volte i ricordi fanno male. Soprattutto quando stai per fare cinque anni, come allora. Perché non ne ho parlato? Proprio per quel male. O per rispetto di Maria. E di ogni Maria e di ogni sofferenza. E poi non lo so. Forse perché non amo perdere. E il dolore è sempre una sconfitta. E non mi è mai piaciuto arrendermi. Questo lo so e lo sapete. Sono una testarda ficcanaso della vita. E alla fine la amo troppo, la vita. E non so accettare. Ora sono passati un paio d’anni ma ancora mi riesce difficile raccontare. Perché non c’è una logica, né una ragione. Perché l’unica certezza è la conferma che non esiste nessun dio. E’ stato allora che ho capito che da certe storie si può anche non uscire più.

Piangersi addosso è una missione che non mi riesce proprio. Mai stata brava a lagnarmi. Non che abbia una salute proprio di ferro. Ma basta non abbattersi. Non prendersi troppo sul serio. Cosa sarà mai un po’ di tosse, due linee di febbre. Qualche giorno d’asilo che manca dal calendario. Nessuno ci farà caso, né sentirà la mia mancanza. Invece arriva il medico. Il vecchio medico di famiglia che girava per le case come un padre e sembrava solo un buon padre di famiglia perché sapeva di tutto un po’ e nulla di tutto. Più che altro si limitava a dare buoni consigli. Così mi guarda e mi ausculta. Cosa ausculta non lo so. So solo che il fonendo e freddo ghiacciato. E che mi manda dalla specialista; in ospedale.
Il solo nome di specialista incute un po’ di apprensione, sembra intendere gravità. E poi c’è in sovrappiù, l’ospedale. Con quell’androne enorme e cavo. Come una stazione senza treni. Uno spazio vuoto in cui non ci si può che perdere. Prendo la mano di mamma e la lascio solo per farmi visitare. Una visita che a me sembra fin troppo scrupolosa. “E’ molto che manifesta questi sintomi?” dice il camice bianco. A dire il vero di “manifestare” ci avevo pensato, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Manifesterei volentieri contro il secondo fonendo freddo, ma sono solo freddi questi aggeggi? e la sua aria che sembra parlare di una bici con le ruote sgonfie o della soffitta della casa di campagna. Mi fa stare ritta dietro un enorme marchingegno e mi dice di trattenere il respiro. Una specie di grossa finestra cieca mi ispeziona. Mi fotografa le ossa. Bofonchia. Rimugina. Brontola. Si gratta la testa. Per farla breve non è un male di stagione. Non è la solita otite. Non è una semplice bronchite. Me ne sento quasi in colpa.
Lastra in mano, una foto nera di cui nemmeno fossi un lazzaro resterebbero speranze, si fa ancora più burbero anche il medico della mutua. Devo averla proprio combinata grossa, stavolta. Uno consiglia, l’altro prescrive, o viceversa. E’ così che si impara a odiare prima il profilo e poi la persona. Mette tutto nero su bianco, una ricetta lunga come il ponte dei Sospiri. Piena di segni strani che potrei scrivermela da me. Nemmeno la mamma che dovrebbe saper leggere riesce a leggerla. Forse è scritta in una lingua solo sua, ma tanto basta per riempirmi di buchi il culo e per farmi ingoiare eserciti di pillole. Mi riempiono di penicillina. Non mangio che pastiglie e bevo solo acqua per mandarle giù. Bastava che aspettassero quel poco e non avrei avuto bisogno nemmeno delle lastre. Mi riduco pelle e ossa. E le ossa mi si vedono e mi si possono contare. Gli occhi affondano e si fanno di giorno in giorno più rossi. Ormai sono tutta occhi. Comincio a sospettare che potrei non sopravvivere alle loro cure.
Io sto sempre peggio. Mamma decide di cambiare pediatra. Posso ritenermi fortunata. Sono anni in cui non si conoscono le vie di mezzo. Uno sta bene o sta male. E i bambini, almeno della mia età, non devono aver voce. Si alza le spalle. Tutto è destino. Se deve essere è. Sì! toccando forse ho culo perché andiamo e lui è burbero ma è uno che sa il fatto suo. E’ padre di due vispi maschietti. Si vede fin da subito che anche quei ragazzini faranno parlare di sé; uno ha già fin da piccolo l’aria del filososo. Guarda le lastre contro luce. Guarda mia madre. “Signora, mi ha portato le sue”. “Guardi che sono quelle della bambina”. Vorrei dire “non chiamarmi bambina, usami la cortesia di chiamarmi per nome.” ma non ne ho ormai più la forza. “Mi scusi, signora, ma è un po’ piccola per avere la sua età, e lei è un po’ giovane per una bambina di venticinque anni”. Mi stavano curando per un altro.
A farla breve mi rifà le lastre. Lui ha nel suo ambulatorio quella grande belva con gli occhi che ti guardano dentro. Mi appoggia quella specie di finestra sul petto e mi sbircia sotto le vesti e le carni. Certo che, checché se ne dica, belli dentro non lo siamo proprio. Prima che scoppi mi dice che posso respirare. Lo ringrazierei anche per la clemenza ma non ho più fiato. Sto ancora agonizzando e cercando di riprendermi, fiaccata di mio e da tutte le loro cure, che mi ritrovo ricoverata. L’ospedale fa spavento a entrarci, figuriamoci quando sai che ci devi restare. Quando ti infilano in un letto. Anche lo stanzone del reparto poi è enorme e altissimo. Tanti letti e la maggior parte vuoti. Tutto ha un che di abbandono. La voce rimbalza dappertutto e tutto è in bianco e nero. I muri, i letti, le lenzuola, gli stipi, le infermiere e tutto è di un bianco quasi accecante. Tutto anche le suore, che sono bianche come fantasmi e con visi arcigni e scuri come corvi o appunto come le parole di un libro che non hai voglia di leggere. E tutte, suore ed infermiere, vanno di fretta. Hanno troppo da fare. Non hanno tempo. Quello che non scordano mai di fare è avvertire che è finita l’ora per le visite.
Mia madre cerca di stare più che può per farmi compagnia. Mi sembra preoccupata. Alza le spalle. Dice che mio padre si arrangerà. Sembra di stare in carcere a Santa Maria Maggior. Per quante ne escogiti mia madre più di tanto non riesce a sottrarsi al controllo di quelle guardiane. Deve andarsene, anche se mal volentieri. Non che la solitudine mi spaventi. Anzi mi aiuta a pensare. Sono solo angosciata dal pianto continuo della bambina che dorme due letti più in là. Poi senza nessun preavviso mi spostano in una stanzetta più piccola. Mi sembra di essere tornata a casa, in quella in Baia del Re. Dalle finestre vedo la laguna e le sue isole. Vedo Murano e non solo. Un gabbiano stupido ci sbatte addosso a quel vetro. Fa venire i brividi il verso stridente di quell’uccello. Vicino al mio letto c’è Maria. Lei viene da lontano, da un paesino vicino a Rovigo. Non so quale. Non saprei nemmeno quanto è lontano se non me ne parlasse mamma. Deve essere per quello che i suoi non si vedono mai. Lei è molto sola e anche lei piange molto. Mi fa pena. Mamma cerca di raccontarle qualche storia. Ha la voce dolce, quando vuole. Per alcuni attimi riesce a calmarla. E Maria è affascinata da un piccolo bicchiere che ho sul comodino. Avessi avuto più tempo saremmo certamente diventate amiche, nonostante il posto. Le lascio prendere il bicchiere.
In mezzo a tanto dolore c’è una suora che per calmare chi piange ha la bella pensata di farci prendere paura. Appare all’improvviso col volto coperto da una calza nera. Credevo che certe cose succedessero solo nei film. Forse si crede simpatica. Forse… vuole mantenere l’anonimato. Dovrebbero lasciare i figli in mano a chi sa cosa vuol dire farseli. E poi tirarli su. E’ stato allora che ho imparato che le parole possono essere pietre e soprattutto quella parola che usavo come una sasso: “Fanculo!” Non è nemmeno un vocabolo facile. Mi arrampicavo ancora a fatica e con imperizia fra quelle sillabe. Ma il suono era tagliente abbastanza e mi sgorgava proprio dal cuore. Me ne sentivo subito liberata. Si può essere più idiota di un idiota adulto? E allora “fanculo!” a lei e a tutto quel mondo senza colore.
Stavo già programmando la mia evasione quando ho vissuto quel martedì. Mamma era al fianco del mio letto. Le aveva appena girato le spalle, solo un attimo. Maria girava in mano quel bicchierino che l’aveva sempre affascinata tanto quando sentii il rumore del vetro che si infrangeva sul pavimento. Stavo per tirare il decimo dei miei fanculo, o forse era l’undicesimo, stavolta rivolto alla mia vicina e compagna di pene, quando mamma si è girata e ha fatto per chinarsi ed aiutarla. Maria sembrava essersi rimessa a dormire fregandosene della sua sbadataggine. Invece non era stata per nulla sbadata. Non ho capito subito, mica succede ogni momento. Ho visto solo la mamma farsi bianca come uno straccio. E’ corsa fuori invocando aiuto, ma Maria non si svegliava. Maria non si è più svegliata. E fuori la laguna era malinconica come solo a Venezia può esserlo.
Stavo meglio. Ho detto a mia madre “portami a casa”. Quello che avevo visto non era giusto. Ero troppo giovane. E un po’ mi ero messa in testa che sarebbe successo anche a me. Ma per il piano B avevo già la corda di lenzuola sotto il cuscino. Il letto di Maria era vuoto con una larga macchia gialla nel mezzo. L’unico colore in quel mondo e non era un colore allegro. E tutto sapeva di acido e di medicine. “Andiamo, a costo di farla tutta a piedi. Ho buone gambe, io; robuste”. Non ne ero sicura, perché avevo una spossatezza addosso, da non crederci. Mi sentivo come ubriaca. Non ero certa di riuscire a stare in piedi. Per una volta mia madre non ha avuto nulla da dire, ha tirato su col naso, mi ha stretto forte e poi ha preso a vestirmi. Credo che non l’avrebbe fermata nemmeno un treno. Mi sentivo già libera ma non avevo proprio voglia di ridere. Nella mia fantasia ancora immatura mi aspettavo di vedere sangue e sentire grida e adulti piangere e bestemmiare. Invece si può uscire da quell’altra porta così,  non visti e completamente in silenzio.

Riflessioni sull’amore e sull’ideologia

In Anima libera on 3 gennaio 2011 at 16:54

Foto a colori di una casa di campagna con i lampi dentro, non fuori.

Premessa alla parte ottava.
Accidenti se il mondo è complicato! Ti sembra di poterci tener testa ed invece… A parte le imposizioni quotidiane in famiglia. Le regole di casa. Sei una bambina, non lo dimenticare. Non parlare se non interrogata. Non guardare con quegli occhi da ribelle. Non pensare; sei una donna e non puoi pensare. Non correre. Non dire parolacce. Non camminare lungo le rive del canale. Non salire sulle barche. Non giocare a pallone. Obbedisci all’autorità. Rispetta, i grandi hanno sempre ragione… ecc. ecc. ecc. Uffa. Poi c’è il resto del mondo e sinceramente non è piccolo… il resto è tutto.

E’ come se aspettassi qualcosa che non arriva. Non certo diventare grande. Credo non sia quello che voglio. Che sia una ragazzina stressata già in prima elementare, non dovrebbe sembrare strano. Sono sempre stata affetta da apprendimento eccessivamente precoce. Qui si parte dalle aste, sai? quei segni cretini sui quadretti, tanto da imparare a tenere la matita in mano. Ma non sono mica un’incapace. La matita la tengo benissimo e se mi metto so pure scrivere e disegnare con dovizia di particolari. Ecco il cane con la sua cuccia e la mia bella frase: Il cane fa la guardia. Ed ecco anche la nave con i remi che escono dagli oblò: La nave a remi va veloce. E poi la chicca, quel bel disegno colorato di un arlecchino con scritto sotto “Allegria!” Ma da chi avrò preso questa frase?
La dolce suora Assuntina grida al miracolo. Una ragazzina così non l’aveva vista mai: è Natale e questa è già stufa di aspettare gli altri. Ha già finito il libro di lettura e scalpita per averne un altro. Suor Assuntina ci pensa e mi regala “Le Tigri di Mompracem”. Io me lo faccio fuori in un batter d’occhio e mi innamoro di Sandokan. Sia chiaro mica come una Marianna qualunque. Io sono lui, sono Sandokan e combatto contro gli stupidi inglesi. Se non c’è niente di meglio anche un personaggio di carta mi va bene. In fondo è il mio primo ribelle. Non poteva non scoppiare l’amore.
Se me la raccontassero direi che non è vero; che mi stanno prendendo per quel posto. Che non esiste una ragazzina così. Il fatto è che le cose mi arrivano da sé. A mia madre viene offerto di farmi fare direttamente gli esami di seconda, sono troppo avanti per annoiarmi così in classe. E’ più il tempo che passo per conto mio. Mi distraggo e distraggo gli altri. Non serve e può essere un male. Non vorrei farmi vedere ma mi vedono. Naturalmente mia madre rifiuta. Dentro di lei pensa che potrei montarmi la testa. Già di grilli ne ho tanti, manca solo una suora gentile ed ingenua. O pensa quello che pensa. Con quella sua testa da donna e da adulto.
Intanto gli altri continuano a fare le righe. Verticali e orizzontali. Una paginetta di verticali e una di orizzontali. Sono quasi ai cerchietti. Non è solo per questo che sono stressata. A dire il vero sono di già incazzata. A scuola mi rompo e poi c’è anche Leone che gira per la classe e mi fa proposte licenziose. La scuola è solo femminile e non capisco che ci faccia Leo in mezzo alle bambine. Grembiule nero e fiocco azzurro, tanto per sfotterci. Noi bianche come il latte e fiocco rosa; capito l’antifona? Il mio fiocco si scioglie in continuazione, è un po’ ribelle come me, ma a Leo non dispiace. Sinceramente non so se la libertà che gode in classe sia dovuta a qualche raccomandazione dall’alto oppure solo al fatto che è un maschio. In fondo anche le suore sono solo donne. Lui mi si posiziona dietro la sedia e mi sospira: “Dai fatti tentare! Io sono il tuo diavolo custode e ti ordino di farti baciare!” Che schifo.
Un poco me lo ordina, un poco mi implora. Povero scemo. Ma che si crede? Non sono interessata all’uomo. Non in quel modo. Non a quella parte. E poi è solo un moccioso. Ma come faccio a farglielo intendere? Non c’è nulla di più stupido di un uomo che non vuole capire. Questa è una grande lezione di vita. Io che sono abituata a fare a botte con Ernesto, a darle e a prenderle, non faccio neanche una piega e sibilo “Baciati il culo!” E lui scappa ridendo, ma so che tornerà. Sembra convinto che prima o dopo cederò. Cerca di seguirmi quando vado al bagno. Quasi quasi decido di smettere di farla. Povero illuso, non si conquista così una donna. E poi gli spiego che anche lui è una stupida ragazzina. Non basta quel grembiule nero. E quel fiocco azzurro. Questa è una scuola per ragazze? Siamo tutte solo ragazze? “E allora anche tu non sei che una stupida ragazzina”. Mi minaccia di farmi vedere. Con le botte e con i fatti. Il fatto. Ma non ne ha il coraggio. O è il mio sguardo disprezzante, e solo a tratti compassionevole, che glielo toglie. E poi son sicura che a botte lo vinco io.
Comunque a me ‘ste cose mi danno sui nervi. Non vedo l’ora di prendermi qualche giorno di vacanza e come per miracolo arriva la nonna Matilde. Io non prego mai nessuno, non è da me, ma per andare da nonna faccio sempre un’eccezione e mamma lo sa. Mica per la nonna che sembra una principessa tiranna e pure lo è, ma per quel nonno socialista che bestemmia tanto, in modo così allegro e divertente, suonando il violino. Lei mi salva. Nonna mi prende su, con quel distacco da nobile decaduta, e mi porta da loro, in campagna. Il nonno quando mi vede, come suo solito, quasi mi infila lo stecchino in un occhio per abbracciarmi e farmi girare come una trottola. “E’ arrivato il mio susino.” grida con gioia e io rido perché quel “susino” è il complimento più carino che abbia mai ricevuto.
E la campagna è bella ed è verde anche se solo nell’orto di mio nonno dove semina l’insalata e alleva i conigli. E’ un posto ameno non ancora frequentato da boss mafiosi. Beh! certo è una campagna strana, i campi quasi non ci sono più e davanti a casa c’è un canale che si chiama Brenta. L’acqua corre sempre veloce e rabbuiata. Per arrivarci si costeggia con la corriera, tutta la zona industriale. Nonno lavora lì, in fonderia. Poi torna alla sera, accende la luce in cucina e mi fa ascoltare il giornale radio sulle sue ginocchia. Mi spiega che è contro le armi e i carri armati. Che ne ha viste troppe. La nonna scodella la minestra. C’è aria di pace e io sono in pace. In questa cornice bucolica non posso non innamorarmi per davvero. Non so come si chiama ma tutti lo chiamano Pucci.
Forse è veramente il suo nome. Sono le cinque di pomeriggio e arriva pedalando Pucci con il secchio del latte. Si affaccia, sempre bilanciato sulla bici, alla finestra di cucina. La nonna gli passa il tegame. Il latte è buono ed è quello delle sue mucche. Lui è il figlio del fattore e non ha la mamma, e questo non credo sia una fortuna. Porta il latte in bicicletta e quando ci sono io, lascia alla nonna due o tre mestoli in più. A me questa cosa pare gentile. Mi pare una carineria dedicata a me. Non so se sono conquistata più dalla sua aria bonacciona oppure dal fatto che vive davvero in campagna. “Ehi rossa,” mi grida dalla finestra “ci vediamo domani.” Ed io aspetto ansiosa a quella finestra. Un giorno è lungo se quel che aspetti è l’amore. Non mi piace essere sdolcinata, ma siccome nessuno sa di questa mia debolezza mi lascio andare ai sogni. Nonna forse ha capito. Ma vuole bene a Pucci, come fosse suo figlio e magari sogna pure lei. D’altra parte io sono sua nipote, non sono la figlia. Forse potrei anche sposare il figlio di un fattore, cosa che mai avrebbe dovuto fare sua figlia, quella bella, mia madre.
La nonna si crede aristocratica perché sua madre faceva la dama di compagnia di una contessa. Ah, poveri noi! Che idee strane girano per il mondo. Che poi non è vero che abbiamo il sangue blu. Io lo so perché quello che mi esce dalle ginocchia sbucciate è rosso. Il colore che preferisco. Rosso come il sangue dei socialisti, lo dice sempre nonno Carlo. Rosso come la nostra bandiera, Rosso come il sole dell’avvenire. Comincio a pensare che uomini così non ne fanno più. Povera nonna, sposata, incinta, col garzone ferratore dei cavalli di tuo padre. Con quella tua prima figlia troppo bella per le mani di un ciabattino. Quante delusioni hai dovuto sopportare. Non ti bastava il marito socialista, hai avuto anche il figlio maggiore che è scappato in montagna con i partigiani. Proprio a te che avevi regalato la tua fede matrimoniale al duce. Per far costruire i cannoni. E avevi raccontato di averla persa. Ché il nonno sarebbe andato su tutte le furie, perché lui nella prima guerra ci aveva lasciato un occhio. Mica balle; mica un ciondolo d’oro.
Lei, la nonna, mi dice: “non fare come tua madre”. Non credo di capire bene. O forse è solo perché non capisco la stessa cosa. Dice che sono bella. E’ come se l’occhio l’avesse perso lei. Io vedo bello nonno Carlo, che il primo maggio mette il garofano rosso all’occhiello. Bello per come è dentro, perché fuori c’ha un nasone enorme, ma gli occhi verdi di un ragazzino, insomma… proprio bello. Un poco ne sono innamorata. Non come Pucci. In modo diverso. Il nonno non mi dà quell’ansia, quell’attesa. Mi sento serena vicino a lui. Sono il suo susino e sono orgogliosa di esserlo. Vorrei che anche lui fosse fiero di me. Forse sono vanitosa? O un poco volubile? Insomma… l’amore è proprio un gran casino. Credo che non lo capirò mai. Ma torniamo a Pucci.
Nell’attesa di ogni suo ritorno penso ai contadini e cerco di capire. Ed è chiaro che ci si può far ammazzare per la terra. Che la terra dove nasci diventa il tuo pane, non può essere di proprietà di qualcuno che te la può togliere. Che ti sfrutta. La terra è di chi la coltiva e di chi fatica a tenerla viva. E di chi suda. Fino a ieri non sapevo far altro che sporcarmi di quella terra. Ora sento di amare la terra. Amo il suo odore quando è bagnata o quando il sole la spacca in polvere. Amo la campagna e anche il mio bel nonno sorridente. Amo Pucci e il suo latte. Io penso che potrei vivere di solo latte, ma non so se è perché mi piace proprio o per colpa di questo amore campagnolo.
In campagna non riesco ad essere troppo rivoluzionaria. Sto più in pace col mondo e la rabbia non mi brucia più di tanto sul palato. Sarà che sono in mezzo a gente semplice e le notizie dal mondo mi arrivano ovattate, come da un altro pianeta. Voglio dire… non mi manca la televisione. Un po’ carosello, ma solo un po’. Qui vado a letto presto. A casa non lo faccio finché non si chiude quella tenda con la sua musichetta. In fondo quello, carosello voglio dire, l’hanno fatto per noi… i giovani. Segna giusto il confine tra il giorno e la notte. Eppure qui non ho il tempo di annoiarmi. E Venezia mi manca solo un po’. E mi sento meno arrabbiata. Non voglio essere buona. E non voglio chiedermi perché a Venezia non penso a Pucci.
Certo nemmeno in campagna è tutto bello. Per esempio dietro casa di nonna ci sono le latrine, ossia i buchi alla turca. Insomma i soli cessi che possiamo usare. Sono quattro e li usano pure i vicini. Puzzano come cessi dove nessuno si cura di tener pulito. Una vera zozzeria. Mia nonna ci butta la lisciva, quando fa il bucato. Dice che disinfetta, ma la puzza non se ne va. Come al solito sono schizzinosa e ci vado solo se strettamente necessario. I cessi si trovano sul retro dei cortili prima del deposito del fruttivendolo. Per arrivarci devo passare per forza sotto gli occhi dei suoi due figli maschi che hanno qualche anno più di me e giocano a pallone con i figli dei vicini. Niente di grave dico io, ma quando passo mi guardano strano e insistono per portarmi a giocare nel magazzino dove parcheggiano anche il camion della frutta e della verdura. Non è solo facile essere femmina. Qui sotto ci cova qualche cosa, penso. A una bambina, i maschi, non chiedono mai di condividere i loro giochi. Però la curiosità di salire sul camion è più forte di me e dei miei sospetti. E’ un mostro enorme che mi chiama e mi sfida. Alla fine accetto. Tanto lo so che so difendermi. Tengo sempre le zanne aguzze. Ho imparato a trattare con il branco. Niente mi fa paura, tanto meno dei sorcetti di campagna.
Ci andiamo a giocare a nascondino e Madino, il più grande, cerca di rintanarsi proprio dove mi nascondo io. “Ma scusa, non hai un altro posto dove andare?” faccio io sofistica. Anche un po’ seccata. “Finisce che ci scoprono”. Non gliene importa molto: “Mi piace mettermi vicino a te.” La cosa mi puzza e penso “Che ca… cavolo vuole questo?” e lui candido me lo dice: “Posso guardarti sotto le mutande? Vorrei vedere la cosina che hai, e magari toccarla!” Aho! ‘sto scemo, mica vuole giocare al chirurgo come Ernesto. Eh no! lui va al sodo. Caro mio non sono mica una esibizionista, io. Intanto per prendersi avanti tira fuori il suo arnese che a ragion del vero è veramente povera cosa. Ma non ha pudore, né il senso del ridicolo? “Vedi io ti mostro che cos’ho nelle mutande e non mi vergogno mica, non faccio come te!” Bella forza. Ecco di cosa è fatto un uomo. Io mi mostro indignata. E anche un poco delusa. E gli lascio vedere che non riesco a trattenere un sorriso di scherno. E chi si vergogna, cretinetti, credi davvero che mi faccio abbindolare per sfida? “Se me la mostri sai cosa faccio? Ti do tutti questi soldini!” E tira fuori dalla tasca delle monetine, i suoi risparmi. Wow! pensa te, così piccolina e già pagata per mostrare. Si mette bene la mia seconda proposta licenziosa. Potrei farci un business. Farci carriera. Ma va là! Non sono interessata al dio denaro.
Sono solo una ragazza dispettosa. Non so cosa ho di interessante dentro alle mutande. E perché ai maschi crea quella curiosità. Non lo capisco proprio, e forse non lo capirò mai. Ma è il primo che vedo. Se non si parla di quelli, come dire? di famiglia. Ma quelli non contano. Se è per quello Ernesto per spogliarsi si mette dietro alle porte e finisce sempre fotografato sul muro da chi le apre senza sapere. D’altra parte mia mamma ha tolto le chiavi dalle porte, anche quella del bagno e così se è difficile vedere nudo mio fratello, non è difficile trovarsi di fronte ad altre panoramiche. Ma sai com’è: quelli di famiglia te li trovi sotto gli occhi. Fanno parte del paesaggio.
A dire il vero non ci provo più di tanto interesse. Non so che ci trovino, i maschietti a rimirarselo come fosse un tesoro. Certo possono farla in piedi. E questa è una grande comodità. Io ci ho provato una volta, a farla in piedi, ma mi sono bagnata le scarpe. Insomma la considero un’ingiustizia. Comunque io le mutande non me le tolgo per i suoi begli occhi e tanto meno per il suo denaro. Che poi, quegli occhi, guardano ognuno dalla sua parte. Quello di destra a destra e quello di sinistra a sinistra. Non capisco nemmeno se sta parlando veramente con me. Ma chi si crede di essere? So bene che da qui potrebbe aver origine la scomoda fama di fare la santa, o la martire, una Maria Goretti senza aureola. Che poi le aureole sono scomode, troppa luce e poi le vedono tutti e finisci che ti segnano a dito o ti mettono in un quadro. Non è quello che voglio. Preferirei, se fosse possibile, essere nata con una voglia Rossa, magario a forma di Stella. Che poi in me la voglia non si vede, ma c’è.
Magari pensi alle cose grandi e poi ti soffermi a quelle piccole. Chissà cosa direbbe suor Assuntina se sapesse che sono atea e comunista. Una vera figura uscita dall’Inferno. Lei mi guarda con i suoi occhi cerulei spaventati, abituati all’obbedienza. Io la guardo con i miei occhi a punteruolo. Lo so, Dio perdona, ma io no. Dovrò decidere se la mia tendenza è da assecondare. Essere femmina o maschio, oppure essere umano. Sembra che la questione sia proprio così. Se sei femmina non sei maschio e nemmeno essere umano. Se sei maschio non sei femmina, ma sei un essere umano. Se sei un essere umano non hai sesso e se ce l’hai è meglio non usarlo perché finisci col diventare un essere bestiale. Qui l’affare si fa complicato. Devo decidere ed in fretta. Perché intanto cresco. Crescere vuol dire imparare. E ho imparato una cosa nuova. Ho imparato come si dice quella parola e cos’è quel coso. Tante parole per dire la stessa cosa. Mi pare proprio un’esagerazione. Quello dei piccoli lo chiamano anche pisello. Io me ne sentirei offesa. Mi sentirei derisa. Perché sottintende una cosa piccola e inutile.
Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?

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