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Resistenza è….. per sempre (di Jean Emile)

In amore, Viaggi, Viaggi AssoPace Palestina on 28 gennaio 2015 at 17:24

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DIARIO INCOMPLETO DI 3 MESI IN PALESTINA

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:
Resistenza è camminare
Resistenza è restare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante
Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciando il mitra con evidente nervosismo
Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza
Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio
Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo
Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei
Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”
Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni
Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto
Resistenza è dormire per terra, insieme a tuoi compagni
Resistenza è “finalmente stanotte dovrebbe arrivare un’altra compagna” – “No, è stata respinta all’aeroporto”
Resistenza è andare a letto alle 20.30 dopo aver bevuto dodici bicchieri di tè e due di caffè arabo, sapendo benissimo che non ti addormenterai prima dell’una di notte
Resistenza è svegliarsi alle tre di notte per andare in bagno e scoprire che alcuni militari dentro una camionetta ti stanno tenendo d’occhio… dall’alto
Resistenza è non dormire affatto, perché la paura di un’incursione notturna dell’esercito israeliano non dà pace alla mente
Resistenza è accompagnare due palestinesi disarmati nel bel mezzo di esercitazioni militari a cui partecipano centinaia di soldati
Resistenza è andare a visitare il villaggio circondato da centinaia di soldati israeliani per incontrare gli occhi dei suoi abitanti
Resistenza è stare insieme intorno a un fuoco scrutando, nella notte, i soldati con un cannocchiale
Resistenza è accettare di mangiare pop corn mentre le truppe israeliane si stanno esercitando nel buio, a pochi metri di distanza… e due commilitoni stanno visibilmente dirigendosi nella tua direzione
Resistenza è visitare una famiglia che sta costruendo una nuova casa. In questa terra l’unico modo per farlo è farlo illegalmente e spesso sotto una tenda
Resistenza è stare in piedi tra un pastore palestinese e un colono israeliano, sapendo benissimo che se quest’ultimo decide di attaccare non avrai neanche il tempo di pensare
Resistenza è sentirsi dire da un ebreo “You like Nazi?”
Resistenza è assistere al parto di una pecora a qualche centinaio di metri da un avamposto di coloni nazional-religiosi
Resistenza è accompagnare un pastore nello stesso posto in cui era stato picchiato neanche 24 ore prima
Resistenza è apprendere che su quel pozzo c’era scritto, in ebraico: “Morte agli arabi. Rabbino Kahane aveva ragione”
Resistenza è continuare a sentire l’umanità dell’altro, nonostante il conflitto
Resistenza è impiegare due ore per accendere la stufa, perché piove da giorni e la legna è tutta bagnata
Resistenza è utilizzare un sacco di plastica e una maglia per accendere la stufa
Resistenza è rischiare di rimanere intossicati dal fumo che esce dalla parte sbagliata della stufa
Resistenza è cucinare la polenta sul fuoco della stufa
Resistenza è puzzare di fumo e di sudore: sempre e comunque
Resistenza è assistere, di notte, al bendaggio e all’arresto di un palestinese sconosciuto senza poter far molto, se non chiedere spiegazioni e riprendere con la videocamera
Resistenza è ricevere minacce perché stai riprendendo un palestinese sconosciuto, bendato e ammanettato sul ciglio della strada
Resistenza è ascoltare canzoni di donne che inneggiano alla libertà, di fronte a decine di soldati
Resistenza è convincere i soldati a farti riprendere mappe geografiche riportanti confini illegali
Resistenza è assistere allo scivolone maldestro di un soldato mentre sta cercando di raggiungerti per parlare… il fango ha otturato la canna del suo M-16
Resistenza è parlare per decine di minuti con soldati che si esprimono attraverso stereotipi e cliché
Resistenza è spiegare ad un soldato, per l’ennesima volta, che sta violando la sentenza della Corte Suprema Israeliana
Resistenza è scoprire che una soldatessa di leva la pensa come te
Resistenza è ascoltare la sofferenza umana, da qualsiasi parte arrivi
Resistenza è litigare con il tuo compagno per non aver fatto abbastanza
Resistenza è arrabbiarsi con sé stessi per non aver dato abbastanza
Resistenza è guardare in faccia all’ingiustizia, giorno per giorno
Resistenza è essere presi in giro da chi “proteggi”
Resistenza è non riuscire più a capire chi protegge chi
Resistenza è cercare di esprimersi in arabo senza averlo mai studiato
Resistenza è sentirsi giudicati per non aver imparato abbastanza in fretta quella lingua altrimenti sconosciuta
Resistenza è non dare ascolto a quella vocina interiore che dice “se c’era qualcun’altro, sicuramente, avrebbe fatto meglio”
Resistenza è sapere che ci sono palestinesi rinchiusi in carcere da mesi, da anni senza processo e senza motivazioni d’accusa
Resistenza è scoprire che molti di questi palestinesi sono in sciopero della fame da settimane o mesi… e in Europa sono veramente in pochi a saperlo
Resistenza è tornare insieme ai palestinesi sui campi che gli hanno proibito di coltivare… tutte le settimane
Resistenza è assistere all’arresto degli attivisti israeliani che si interpongono fisicamente per difendere i diritti di quei contadini
Resistenza è cooperare. Israelian*, palestinesi, italian*, inglesi, statunitensi, svedesi, cech*, polacch* insieme per raggiungere un unico fine senza confini: la giustizia
Resistenza è fare tutto questo per amore,
E tanto altro ancora…”

Jean Emile

(uno dei ragazzi di Operazione Colomba ad At Tuwani)
trovato morto in fondo ad un dirupo in Val D’Aosta il 3 agosto 2014

Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

Il coraggio della nonviolenza

In Amici, Cultura, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 26 Mag 2013 at 19:55

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Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina – Venezia
11 maggio Sala S.Lorenzo – Castello campo S.Lorenzo – Venezia

Incontro con i rappresentanti dei Comitati Popolari di Resistenza Pacifica dei villaggi sulle colline a sud di Al Khalil (Hebron).

Al Mufaqarah

Chi avrà trasecolato di più? Mahmoud e la figlia Sawsan nel vedere davanti ai loro occhi il Canal Grande e attorno la città di Venezia oppure noi ad incontrare questi particolarissimi personaggi?
In genere non avremmo dubbi, quel giorno però i dubbi c’erano venuti subito.
Lui vestito come un beduino in un giorno di festa: kufija bianca e cordone nero, lei in jiab o velo con un soprabito lungo fino ai piedi che alla moda fa l’occhiolino, solo per il colore rosso vinaccia. Lui, affabile, mi prende la mano con slancio e mi sorride, confessa che si ricorda di me dal mio viaggio in Palestina, molti mesi prima sempre assieme a Luisa Morgantini, la nostra Luisa, la grande Luisa, ma non lo dice a parole, lui parla solo arabo ed io non capisco nemmeno una parola, lo dice a “motti”, quelli universali, che consentono anche a Mario, italiano anzi veneziano fino al midollo, di farsi capire perfettamente.
Lei invece sembra timida, riservata, forse un po’ spaventata, dalla novità, almeno così penso.
E invece, un consiglio, non valutate mai con il vostro metro un beduino palestinese al primo colpo d’occhio e soprattutto non usate quel metro per comprendere a prima vista una donna beduina, fortemente radicata nel suo ambiente e orgogliosa dei suoi usi e costumi.
Ma di questo racconteremo dopo perché ce ne sarà da dire.
Lui, Mahmoud esce dalle porte della stazione e si guarda attorno, vede barche, gondole, motoscafi, vaporetti e ancor prima di scendere gli scalini mi chiede accennando a dove ci troviamo: “No cars?… No ship?… No donkeys?” forse le sole parole che conosce in inglese, ma che danno un terribile colpo alle mie certezze. Improvvisamente ho pensato a quanto inadeguata possa apparire la mia città con tutte le sue bellezze artistiche alla loro vita antica ed essenziale.
Ed è proprio attorno a questo che si sviluppa la grande esperienza personale e pubblica di questo incontro, che ci ha dato la possibilità di confrontarci con questi due incredibili personaggi. L’incontro oltre che mettere in discussione la visione o la percezione della nostra vita come l’unica possibile, e come esempio unico di civiltà e di orgoglio, certi del benefico effetto dell’evoluzione e del progresso continuo di costumi e tradizioni, mi ha fatto ridimensionare le ragioni per cui noi, in qualche modo, ci sentiamo come “superiori” e dall’alto di questa posizione ci prendiamo la briga di tendere una mano per portare questa popolazione fuori, non dal guado, ma dallo stagno delle loro vite.
E loro invece sono orgogliosi di essere quelli che sono, di vivere in grotte e tende e di rappresentare la continuità e la resistenza contro l’usurpatore della loro terra e contro la volontà di Golia contro il Davide di turno.
Ricordavo la grotta che avevo visitato al villaggio, la povertà e la dignità che non primeggiavano una sull’altra, tutte due immense, ai miei occhi di occidentale. Ora ero incerta di ospitarli nella mia casa, non volevo il loro imbarazzo, né uno sguardo di invidia e nemmeno uno di incomprensione.
Mahmoud entra nel battello pieno di turisti e si guarda in giro come un grande re a passeggio nel regno del vicino e si fa fotografare come un divo, in effetti ama farsi fotografare e riprendere dalle videocamere, come ama mostrarci i video girati ad Al Mufaqarah dove si vede lui e pure quelli che ritraggono Sawsan che viene presa e portata in prigione dall’esercito degli occupanti.
Perché noi siamo bravi a parlare di resistenza pacifica, e quella che abbiamo fatto era resistenza armata, loro invece la vivono quotidianamente e sanno che a reagire con la forza sarebbero spazzati via dalle loro terre con il benestare di questo opulento e amiccante occidente.
Perché a parlare di pace tutti sono capaci, ma a farla nella situazione del popolo palestinese è davvero un’altra cosa, ci vuole un immenso coraggio.
Sawsan, silenziosa, appena arriva in casa chiede dov’è la sua stanza, anche lei non parla inglese e quindi ci comprendiamo a gesti. Penso che sia stanca e voglia levarsi il soprabito pesante, perché in fin dei conti fa caldo e la sua bella figura comunque l’ha fatta.
Sbagliato. Lei scopre che la sua camera ha pure un bagno con il lavandino e quando salgo trovo sul terrazzo tutta la biancheria perfettamente lavata e stesa, non solo la sua ma anche quella del padre.
Scendo di sotto e guardo di sottecchi la lavatrice, anche quella, proprio come Venezia, sta prendendo una lezione di vita.
E qui comincio a produrre thè che loro chiamano shai o chai o qualcosa di simile, ma che viene preso con poco zucchero e un rametto di menta. E poi caffè amaro a tazzone industriali. E qui cominciamo a conoscerci per quello che la lingua ci consente.
Luisa spiega un sacco di cose su di loro, sulla loro vita, su quello che riescono a trasmettere quando raccontano, negli incontri, quello che fanno e sognano. Dice che Sawsan desidererebbe un pc, perché va all’università e ne avrebbe bisogno, dice che Mahmoud, a Supino, era diventato matto quando aveva visto le pecore, così grasse e pasciute e le aveva viste tosare con il tosatore elettrico ed era rimasto veramente colpito. Almeno su una cosa eravamo riusciti a stupirlo.
Ci racconta che a Milano al Castello Sforzesco aveva visto il prato e si era steso sull’erba come sul letto più morbido che avesse trovato.
Abbiamo poco tempo, ci aspetta padre Aktham che ci farà da traduttore e verrà a cena con noi.
Sconsiglio vivamente di portare dei beduini a cena in un ristorantino dove si cucina divinamente il pesce, perché non lo mangiano proprio, loro non sanno cosa sia e credo che sinceramente gli faccia un po’ schifo. Un piatto di verdure grigliate e una cotoletta con le patate fritte li fanno più che felici. Successivamente la mia frittata alle verdure ha ricevuto certamente più complimenti del ristorante in questione.
La sera piove e nel ritorno bagnato a casa Mahmoud guarda l’acqua dei canali dai ponti. Si ferma su tutti indistintamente e dice a Luisa: “Qui c’è acqua in ogni posto e noi non ne abbiamo neanche da bere.”
A parte il fatto che l’acqua dei canali è quella che è, non posso dire che non abbia ragione. I loro pozzi sono stati avvelenati molte volte e lui aveva perso più di 100 pecore a causa di questo. L’acqua è un bene talmente prezioso e noi possiamo consumarlo senza neanche pensarci su un solo momento.
Anche di questo mi sento responsabile e in colpa, in genere lavo i piatti facendo scorrere l’acqua, non sopporto l’acqua insaponata e oleosa ferma. Non sopporto la prima acqua che viene dalle tubature, in genere la lascio scorrere prima di berla e nella doccia lascio che l’acqua diventi calda prima di buttarmici sotto. Insomma un sacco di cattive abitudini a cui ripensare dopo la loro visita.
Il giorno dopo ci si alza presto, mi trovo con Mahmoud in cucina, prima il thè e i biscotti e poi un tazzone di caffe, lui sorride con gli occhi. E’ gentile, per un uomo come lui è quasi galante, mi chiedo, guardandolo in viso, come potrebbe essere stato il giorno che le ruspe gli hanno demolito la casa: una stanza unica per lui, la moglie e gli 11 figli, più un locale per le bestie. Anche questo un po’ troppo per l’occupante che ha destinato la sua terra come “firing zone”, ossia un posto per le esercitazioni dei soldati, ma chiaramente un primo passo per acquisire altra terra e costruire altre case per i coloni.
Come avrà reagito quando la figlia si era messo davanti alle ruspe per impedire la demolizione e i soldati l’hanno arrestata e portata via? Dove non si sa. E che faccia aveva quando gli sono stati chiesti 2500.00 euro solo per sapere dove fosse finita. Aveva continuato ad avere lo stesso aspetto pacifico e inalterabile?
Eppure i suoi occhi sono terribili, ti scavano dentro, con calma serafica ci dice che avrebbe speso anche 1 milione di euro per trovare sua figlia e ne parla con orgoglio di un padre che la ama e rispetta profondamente.
Arriva Andrea, uno degli angeli di Operazione Colomba, e si abbracciano con gioia e trasporto, per fortuna abbiamo qualche altro traduttore dall’arabo.
Sawsan ha fatto ancora bucato, inutile dire che potevamo usare la lavatrice. E’ sabato, li porto al mercato, cercando di portarli lontano dalle macellerie dove sono appese carni di manzo e di maiale nella stessa vetrina.
Mario decide di portarli in gondola e fare traghetto da una parte all’altra del Canal Grande, per loro è come un gioco da bambini però i gondolieri li guardano male e chiedono la tariffa supplementare. Se proprio vuoi considerare una categoria di gente ottusa e un po’ ignorante, pensa ai gondolieri e ci azzecchi subito.
Invece Mahmoud si ferma a parlare con tutti, insomma non proprio tutti tutti, ma con tutte quelle persone di carnagione scura, che potrebbero essere persone come lui. Imparo un’altra cosa e resto basita: lui ha un radar per le persone umili, per quel popolo che risulta a noi invisibile. A me sono invisibili però a lui no. Poi torna e comunica: “Bangladesh!” senza nessun pregiudizio, solo per farci capire che non era un arabo, ma un indiano. Solo qualche volta trova qualcuno con cui scambiare delle parole in arabo e torna felice come un ragazzino.
Ora di pranzo, preparo la famosa frittata alle verdure e una pasta al sugo piccante, la frittata vince su tutto.
Luisa è uscita per fare compere e torna con un sacco di regalini per i nostri ospiti, lei è generosa come una fatina ed è felice di poterli stupire, ha preso tante mascherine di carnevale colorate col magnete e gli dice: “Sono da attaccare al frigorifero…” poi ci guardiamo e ci scappa da ridere… ma possibile che noi occidentali siamo sempre così sprovveduti, “Beh insomma si attaccano dove vuoi…” va già meglio, ma l’idea di Luisa è carina e gradita a prescindere.
Arriva l’ora di partire per S.Lorenzo, Andrea e padre Aktham intrattengono gli ospiti, altri ne arrivano a casa in modo da partire tutti assieme per l’incontro.
Certo che la figura di Mahmoud e di Sawsan in giro per le strade veneziane è straordinaria ma non è poi così assurda, c’è qualcosa di famigliare in una presenza simile, davanti a certi palazzi e vicini a certi portali… ci stanno bene dentro questa città anche se non ci sono auto, pecore o muli come avrebbe preferito il nostro amico.
La sala è una bella sorpresa, che io avevo fatto uscire dal cappello in un gioco di prestigio. Mai chiedere una sala a Venezia, qualche giorno prima dell’inaugurazione della Biennale d’arte. Tutto occupato, niente disponibile, quindi una sala così solo io sapevo di quale miracolo ero stata capace e mi sono detta: “Brava, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!”.
L’atmosfera si fa subito calda e famigliare, arrivano altri ragazzi di Operazione Colomba che erano ad At Twani il villaggio poco distante da Al Mufaqarah. Arrivano tanti ragazzi che erano stati da poco o che volevano andare in Palestina. Arrivano anche arabi residenti a Venezia e a Padova. Tutti chiacchierano e Mahmoud e perfettamente a suo agio, sembra davvero nel suo ambiente, ha molte cose da dire, scherza ed ha uno strano humor molto inglese.
Lui è il primo a parlare e racconta com’è il vivere nella sua terra ed io so di cosa sta parlando perché quel villaggio l’ho visto, quel coraggio l’ho toccato con mano e ogni volta mi chiedo quanto di quel coraggio ci vuole per restare a cavar sassi dalla propria vita. Quanta forza ci vuole per restare aggrappati lì, anche se scacciati, umiliati, angariati, tornare alla propria terra che in verità a noi pietraia sembra.
Luisa, quando lui termina, ci dice che sarebbe bellissimo poter comperare alla comunità di Al Mufaqarah un tosapecore elettrico, neanche a dirlo troviamo subito chi offre di finanziare l’acquisto e Mahmoud stringe mani con la felicità negli occhi e nel sorriso. Venezia porta bene.
Poi è il tempo della piccola Sawsan che di timido ha solo l’aspetto. Il suo racconto è chiaro e puntuale. Racconta di alzarsi alle 5 di mattina per mungere le capre e le pecore, poi si fa sette km a piedi per prendere l’autobus che la porta all’università di Yatta, dove studia Antropologia. Ma questo non le basta, fa un corso di informatica e pure uno di pronto soccorso, tutte cose che sono utili alla sua comunità. Poi alla sera c’è pure il ritorno a casa, stessa trafila, stesse difficoltà. Racconta dell’arresto e del carcere e cosa il giudice israeliano le aveva imposto per farla uscire: non ritornare più al suo villaggio. Lei dice che nessuno l’avrebbe tenuta lontana dalla sua terra, nessuno poteva imporle questa terribile ingiustizia. E ci dice di quanto è orgogliosa della vita che fa, del luogo dove è nata, del modo come la comunità risponde all’occupazione israeliana. Quanta dignità e forza in quella piccola donna. Era stato troppo facile sottovalutarla per poi scoprire tanta grandezza d’animo e tanta forza in una persona sola.
Tra video e racconti, la serata volge alla fine. I nostri due ospiti hanno recuperato un pc portatile e un tosapecore, insomma un sogno realizzato che forse non avevano mai neppure sognato.
A sera si torna passando per piazza S.Marco. Tutti si fanno fotografare davanti alla chiesa e Mario, con un tempismo dubbio, racconta come le spoglie di S.Marco fossero state portate a Venezia dall’oriente, nascoste sotto la cotenna di un maiale. Il racconto non è stato proprio apprezzato, chissà perché, anzi lo so, ma effettivamente male o bene questa è comunque Storia.
Alla sera cena tutti assieme, con pizze e pastasciutta, cose che mettono assieme oriente ed occidente con tanta allegria.
Ma alla fine della fiera quante cose avevamo imparato?
Davvero tante, almeno questo era quello che potevo dire per me. Non solo capire che esiste anche una possibilità di vivere diversa, e di godere di quello che si ha, ma anche di quanta forza ci si deve dotare per resistere pacificamente in certe situazioni di violenza e ingiustizia quotidiana. Sarei capace di farcela? Personalmente non lo so, ma penserei che se Mahmoud e Sawsan e Afez e le comunità dei villaggi a sud di Al Khalil ci riescono, allora vuol dire che forse potrei imparare questo coraggio pure io. E finalmente appoggiando la loro lotta difficile seppur così naturale, posso finire col perdonarmi di essere una viziata occidentale e pure anche spocchiosa. Ora che la loro presenza è entrata nella mia vita, posso dire che qualcosa effettivamente e definitivamente è cambiato. Non solo ti cambia modo di vedere le cose se vai in Palestina, ma ti cambia anche molto quando la Palestina viene da te e noi di Restiamo Umani con Vik – AssoPace Palestina, siamo pronti a cambiare e ad imparare che non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza diritti umani.

Una valigia troppo pesante…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 31 gennaio 2013 at 19:45

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E’ giunta l’ora di smontare le tende… di questo viaggio tanto atteso e che non so ancora completamente quanto mi abbia segnato dentro.
Ricordo il commento di una ragazza al ritorno del suo primo viaggio in Palestina, mi disse: “Solo quando sono scesa all’aereoporto della mia città, sono riuscita a rilassarmi e ho provato di nuovo, dopo giorni, la sensazione bellissima che ti dà la liberta di muoverti, andare e fare quello che vuoi. Di non sentirti controllata.”  Per me, ora so che non sarà così, tornata a casa, non mi renderò conto completamente di aver abbandonato quel luogo e quelle persone al loro destino. Ci sto attaccata con il pensiero e la mente, mi sento partecipe, come se ogni gesto violento e ingiusto, fatto a loro, fosse fatto direttamente anche a me. Io anche se sarò lontano, mi sentirò ugualmente parte di loro, e  gioirò o soffrirò con loro, di ogni piccolo passo avanti o indietro della loro storia.
Dentro la mia valigia comunque ho un fardello troppo pesante da portare. Porto il sacchetto della terra di Palestina e due pietre della mia voglia di Intifada, ho anche un mucchio di rabbia, un grande bagaglio di delusione, ma soprattutto il grave peso della responsabilità.
Riportare a casa quella terra di Nabi Saleh, raccolta con l’aiuto dei Tamimi e con la gioia dei loro bambini, quella terra pesa come non mai, so che c’è attesa tra i miei amici, so che ci sarà un pellegrinaggio per prendersi un po’ di quel sogno e di quella lotta che noi abbiamo toccato con mano e di cui portiamo a casa il testimone.
La nostra valigia pesa di ricordi e di memoria, pesa di libri e Kufije, pesa di vita e di lotta, che nessuno spegnerà mai.
All’aereoporto la fanno passare per tre volte sotto i raggi X, forse capiscono che dentro c’è qualcosa di strano, forse vorrebbero sapere cosa c’è nel sacchetto e se siamo dei ladri della terra per cui hanno fatto scorrere tanto sangue innocente. Ma stranamente a loro interessano i libri della valigia e mi chiedono se sono libri presi in Italia oppure presi lì? In Italia per carità, da voi non prenderei nemmeno una nocciolina, ma tanto a che serve, conosco poco e male perfino l’inglese, pensa te se mi prendo un libro in ebraico oppure in arabo.
La valigia prende la strada per l’imbarco, ma noi aspettiamo tutti quelli del gruppo e la cosa è lunga ed è fatta di domande: “Dove siete andati, perchè avete fatto questo viaggio, con chi siete stati a contatto, siete un gruppo….” Ma a te che te ne frega? Sarò ben libera di andare dove voglio, oppure questo paese non è democrazia e ci sono cose che posso vedere e cose no, e ci sono persone giuste e altre da trattare come appestate, da angariare fino allo sfinimento, da cancellare dalla faccia della terra?
Prendiamo l’aereo ed è un sollievo, il Ben Gurion è un aereoporto popolato da alieni. Ho visto busti di personaggi che spaventano persino più della mia peggiore fantasia horror. Ho visto giovani senza sorriso che ti trattano come un quasi appestato, che ti guardano come per carpire i tuoi pensieri. Ragazzi che sono infelici e depressi, che pensano di essere soli e invisi da tutti, che ogni persona che guardano in faccia è il nemico che li vuole cancellare dalla faccia della terra. Ma come si fa a crescere figli in una simile situazione di paura e di stress, in un simile ricatto emotivo? Mi chiedo se l’autodeterminazione di un gruppo di persone debba per forza passare attraverso il ricatto del dolore e della rivalsa universale. Avevano diritto ad una loro terra? Teoricamente no, visto che non sono un popolo, ma una gruppo di persone che segue una determinata religione e che vive in tutte le parti del mondo e in ogni parte prende la cittadinanza che gli spetta. Un ebreo nato in Italia è un italiano e forse in aggiunta, di religione ebraica. Soprattutto non hanno diritto di prendersi, con l’avvallo di parte del mondo “che conta”, la terra di altri. Bel ricatto morale: la terra palestinese in cambio del senso di colpa provocato dalla Shoah; ma anche in cambio del potere del denaro, mica che Herzel era un perseguitato quando pose le basi del sionismo vero?
Io ho amici ebrei, ma lo sono solo se ci penso e attentamente, non sono diversi da me nè da nessun altro. Non è che quando ci sto assieme mi viene particolarmente voglia di piangere per la loro storia passata. Certo la storia è importante e ci insegna molto, quello che ci dice è che certe cose non dovrebbero mai accadere e che non dovrebbero, se accadute, ripetersi mai, ma la storia insegna davvero? Probabilmente è davvero una grande maestra, ma noi siamo sicuramente dei pessimi allievi.
E con questi pensieri, mi accingo a rientrare nella normalità, che mi sta sempre più stretta e che mi piace sempre meno. Dovrei, come quasi tutti, essere contenta del mio orticello, dovrei vangare, seminare, annaffiare, raccogliere senza preoccuparmi dei vicini. Questa è la filosofia del mondo in cui vivo, anzi questa è la filosofia degli ignavi con cui vivo, poi ci sono anche gli altri, quelli che ti rubano la terra e anche l’acqua, quelli che ti rubano sia il nome che l’esistenza, e gli ignavi tacciono, non vedono, non se ne accorgono o meglio non lo vogliono fare. Ma ci sono anche quelli che hanno fatto il “viaggio” insieme a me, quelli che hanno gridato finchè hanno avuto fiato “restiamo umani” e che non sappiamo scordare.
E io mi sento un po’ persa in questo ritorno, mi sento divisa, straziata, una parte è rimasta dietro quelle mura e l’altra ha preso la strada del ritorno. Ma sento come se le due parti di me tendessero a unirsi ancora una volta, ma non trovano né il luogo né il tempo per farlo.
Tornerò mai quella di prima, con le mie incertezze di oggi e le mie ambiguità di ieri? Tornerò?… ma tornare dove?
Sono certa che è lì che tornerò a cercare quella parte di me che ho lasciato, forse raccoglierò tutti i quei pezzetti straziati che ho perduto lungo quella strada.
Un abbraccio agli amici che ho lasciato lì e a quelli che ho portato con me, amici cari, che mi siete entrati nell’anima, spero solo di potervi rivedere presto e di poter festeggiare con voi, quello che oggi è ancora impensabile: uno stato libero di Palestina.
Vedremo finalmente il volto di Handala e il suo sorriso, magari chissà avrà il viso di un bambino felice o il sorriso di Vittorio, ma qualsiasi sia il suo viso ci porterà il messaggio che la Palestina finalmente esisterà e che vivrà in pace.

E’ stata lunga la strada e pesante il fardello per diventare finalmente palestinese.

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

Ty*, una Vita di risposte…

In Amici, Donne, personale on 18 dicembre 2012 at 2:14

ragazza

50% israeliana, 50% palestinese. Vivi in Italia. Vita da girovaga con qualche puntata in Siria.
( e la JUGOSLAVIA mio grande amore??? e l’Africa e il Brasile ecc eccc  ahahahah :-))

Amore sviscerato per i deboli. Forte identità umana. Potrei chiederti qual è il tuo paese? Quali sono le tue radici, insomma: da dove vieni e dove andrai? Ossia da dove pensi di aver origine e quale pensi sarà il tuo destino?

Ti correggo, non ho una FORTE identità umana, anzi sono un essere umano altamente imperfetto e non amo i deboli, mi hanno insegnato ad amare le persone, tutto qua.

Da dove vengo lo so, dal Medio Oriente, dove andrò, visto i regali che mi ha riservato la Vita e una vita da Cooperante Internazionale…chissà 🙂

Una volta chiesi a un Rabbino a Milano, (l’unico con cui abbia interagito in Italia), perchè il destino mi avesse riservato tutto quello che stava capitando nella mia Vita

Lui mi disse che il destino non esiste, che la Vita è un Disegno di Dio.

Da credente, un po’ a modo mio vivo la Vita con l’opzione del tasto “cancella  con la gomma e ricomincia”  e non credo che qualcuno dall’Alto si offenda 🙂

Quali sono le persone che nella tua vita hanno lasciato un segno profondo nell’anima? Perché?

Domanda davvero difficile..

Sono tante e delle più svariate tipologie, la Vita non smette di stupirmi, volti l’angolo e ti arriva un “pezzo” emotivo e umano, molto….moltissimo..anzi quasi tutto lo devo alle persone per cui ho lavorato che mi hanno insegnato e dalle loro vite mi sono segnata, portandomi sempre a casa quello che mi avevano dato chiudendolo a chiave a triplice mandata nel mio glaciale cuore 🙂

Se poi parliamo di segni dell’anima, bhè allora diventa facile:

Mia Figlia, meraviglioso regalo della mia Vita, che mi ha insegnato tutto quello che sono e forse qualcosa che devo ancora scoprire di essere.

Il mio fratello di “cuore” che mi ha fatto condividere con lui il bello della diversità umana e dell’arricchimento che ne comporta, quello che non mi giudicava e mi guidava senza rendersene neanche conto, che mi ha sostenuto le mille volte che sono caduta.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto, le piccole cose che vorresti fare, le grandi cose che vorresti realizzare? I tuoi progetti per il futuro, le priorità, i passi irrinunciabili?

Io voglio sempre realizzare grandi cose anche da piccola piccola come sono.

Il mio futuro: ehm…quello è in una mutazione talmente schizzofrenica che dovremmo scriverci un e-book 🙂

La mia priorità?: la libertà della mia Anima, adesso non lo è del tutto libera di esserlo e questa, non sono io.

Come descriveresti te stessa a persone che non ti conoscono e, secondo te, quale percezione trasmetti agli altri quando vengono in contatto con te?

Non sono mai stata capace di rispondere a questa domanda, di sicuro, sono come mi vedi senza troppi filtri o troppe elugubrazioni mentali.

Qual è la domanda che nessuno ti fa e a cui tu vorresti invece davvero rispondere?

Anche qui non sono preparata, non ho mai pensato a una domanda che non mi hanno mai fatto (OmG potrebbe essere grave??? me ne han fatte troppe? :-))

Hai un’arte, un mestiere, un luogo dove vorresti stare per poter a pieno realizzare te stessa?

No. un luogo  e una certezza non ce l’ho, tanti anni fa scrissi un racconto che parlava di me che non trovavo Pace perchè non avevo capito cosa volevo fare da “grande” sono passati 15 anni….non l’ho ancora capito :-), so però cosa voglio essere e so dove andare per cercare di provarci.

Però io stò bene in molti contesti (per citare la mia bis YddishMame” più son sporchi meglio è”) ma non mi adeguo alla superficialità, allo spreco, al perdere tempo se non per qualche ora, traggo gioia da cose che la gente talvolta guarda con occhi straniti ma…poveri loro. 🙂

Ty*

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

Freedom… Now

In Antifascismo, Gaza, politica on 13 settembre 2011 at 12:00

Ritratto di Vittorio ArrigoniLibertà subito e libertà sempre. E’ di oggi (in questo caso di ieri) l’attesa notizia che la Freedom Flotilla è “Di nuovo in marcia. Con Vittorio nel cuore”. Io è la mia Compagna, naturalmente con i nostri meravigliosi amici, abbiamo avuto dei giorni febbrili ma densi di soddisfazioni. Abbiamo entrambi cercato di dare testimonianza di quanto stavamo facendo ma forse c’è bisogno, anche per me, di alcuni chiarimenti. Questo Weekend siamo intervenuti all’interno di MestREsiste.

Logo della manifestazione Mestresiste a Forte Marghera (Venezia-Mestre)MestREsiste: Musica, teatro e incontri di Resistenza

La “manifestazione”, al suo secondo anno, in quello spazio “libero enorme” che è Forte Marghera si propone di rilanciare l’idea resistente dell’ANPI attualizzandola e “svecchiandola” con quella parola d’ordine sempre cara e attuale che suona come: ORA E SEMPRE RESISTENZA. I promotori dell’evento sono stati la stessa ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), l’Ass. Luoghi Comuni, l’Ass. ControVento e la Cooperativa Forte Carpenedo Onlus. Attraverso vari punti di incontro e di spettacolo si sono svolte tutta una serie di iniziative a tema sulla resistenza e i 150 anni dell’Italia. Non mi soffermo sul nutrito programma, che comprendeva spettacoli musicali e di recitazione di racconti (con Schegge di liberazione) e vari, perché si può vedere nella pagina Facebook dello stesso evento richiamata anche dal link sul logo. Contemporaneamente, e per tutta la durata dei due giorni, si sono creati dei punti informativi su varie realtà di grande interesse sociale e politico presenti nel territorio come Emergency, Libera (presidio Venezia e terraferma), etc. Noi abbiamo ritenuto opportuno presenziare e presentare in quel contesto, con un banchetto, un nostro nuovo progetto:

Logo dell'evento Restiamo umani, con VikRestiamo umani, con Vik

Abbiamo approntato un punto per la vendita di magliette, bandiere, libri, kefiah, gadget vari, etc. Naturalmente abbiamo provveduto ad issarvi la bandiera palestinese e a spiegare quelle della Flotilla. Senza voler creare un gruppo nuovo, che di gruppi ce ne sono fin troppi, è invece nostra intenzione provare a mettere in essere un presidio locale sulla pace partendo da Gaza e la Palestina come momento di sintesi quanto emblematico, tenendo in vita l’esempio di Vittorio Arrigoni (il pacifista italiano che ha dato la vita per fare da scudo umano a Gaza regalandoci pagine memorabili a testimonianza della grave situazione che vive quel popolo). Vorremmo collegare questo nostro lavoro ai gruppi “seri” che già lavorano sul campo a livello nazionale e internazionale per fare un opera di sostegno e servizio. Noi ci proponiamo di portare avanti una politica di “pacifismo attivo” che si basa su proposte che non sono mai contro ma a sostegno: “mai antisemiti, sempre per una Palestina libera”. Abbiamo anche nell’occasione pensato di presentare delle poesie palestinesi e sul tema della pace. In alcuni casi siamo riusciti ad affiancare poesie sulle stesso tema, una scritta da un poeta ebreo e l’altra da uno palestinese (come in questa nota di esempio) con l’intento di dimostrare come gli uomini, anche i poeti, siano fondamentalmente uguali anche nel pensare. Abbiamo potuto verificare che avvicinando le persone con cortesia e dicendo loro “posso regalarti una poesia?” si venga accolti con garbo e simpatia; nessuno rifiuta l’offerta di una poesia, la poesia è come un fiore. Poi, se si mostravano interessati, li invitavamo ad aderire al nostro appello per creare questo gruppo di lavoro. La fine ci ha visti stanchi ma come detto soddisfatti. Certo non pensavamo di cambiare il mondo. Ci accontentavamo di cambiare un po’ noi e di dare il nostro piccolissimo contributo. Già il fatto di esserci incontrati e aver potuto lavorare assieme era una gratificazione più che sufficiente. Dopo questo attimo di respiro arriverà il tempo delle riflessioni, della valutazione dei pro e dei contro, e degli eventuali altri progetti. Per ora ci godiamo questa breve pausa. In fine, per i più curiosi, qui potete trovare una modesta testimonianza fotografica della nostra presenza.

Una nota di servizio: Per chi volesse contattarci può farlo in Facebook o attraverso la nostra mail: restiamoumanivik@gmail.com. Non resta che ribadire ancora una volta e ripetutamente in modo infaticabile: RESTIAMO UMANI.

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