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La morale di Pulcinella. (dedicata a Veronica la mia orsacchiotta)

In Amici, Gruppo di scrittura on 31 gennaio 2009 at 19:40

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A Venezia, qualche giorno prima dell’inizio del Carnevale, il signor Angelo prepara le vetrine con le nuove maschere, che gli erano appena arrivate  e che avrebbero fatto bella mostra sui manichini con i costumi per la festa.

Un vestito d’Arlecchino fatto coi pezzi avanzati di mille altri abiti e la sua maschera nera, rugosa. L’abito bianco e scanzonato di Pulcinella e la sua maschera scura dal naso importante. Il vestito compunto del Dottor Balanzone, una palandrana che nasconde il pancione da pasti luculliani e la sua maschera insensibile. La bella Colombina, locandiera capace, col suo abitino pratico per il lavoro di tutti i giorni e la mascherina vezzosa. E ancora Pantalone che deve sempre pagare, Rosaura che si deve sempre sposare  , insomma ogni maschera una storia.

Nel negozio le Maschere facevano bella mostra in vetrina e il signor Angelo era felice di essere riuscito a sistemare la merce sui manichini così bene da farli sembrare i personaggi di un’opera teatrale di Goldoni. E chiudendo la porta commentò: “Ma guarda come sono belle, sembrano quasi vive, mi dispiacerà di venderle, mi sembrerà di perdere degli amici.”

In effetti le Maschere erano proprio vive e non aspettavano altro che restare sole per sgranchirsi un poco e per parlare un pò del loro mondo. Il cavaliere si avvicinò ad una dama e cominciò con una voce blesa a fare il cicisbeo mentre la signora chiamava a grande voce “Arlecchino vieni qua, Dove sei, mangiapane a tradimento.  Io ti sfamo e tu non ci sei mai quando servi!” Arlecchino “Vegno, vegnooo  so’  qua” e sottovoce ” Cossa vola ‘sta marantega! Io ti sfamo ma mi la fame la go sempre….e tanta anca” massaggiandosi la pancia corre verso la padrona.

Pantalone intanto, guardando la scena borbotta:  “Screanza’ di un servidor, nol fa niente e el vol magnar. Fossi mi el so paron un fraco de bote ghe daria… Questi qua no xe tempi bei, anca i servitori vol parlar, no se pol più sopportar, ringraziarne i dovaria perchè a noi i soldi ne fa paroni”.

Florindo e Rosaura parlano tra di loro fitto fitto: “Cara Rosaura il mio cuore batte solo per te, quando mi sei lontana io provo un dolore, un mancamento…..”

Il Dottor Balanzone pensa ” Se questo qui si sente male io lo posso curare, gli farò dei bei salassi, gli applicherò gli unguenti più costosi, che non fanno bene… però neanche male, così potrò guadagnare un sacco di soldi e me li potrò mangiare alla trattoria del Buso del Nano…. speriamo… speriamo….”

Rosaura si rivolge a Colombina: “Amica cara, avresti mica, per caso, una pezza di seta da prestarmi per il mio corredo” ovviamente sicura di non poterla restituire  e sottovoce: “Tanto Pantalone non vivrà in eterno,  io sono la sua  pupilla e i suoi soldi prima o dopo saranno miei…”

Nell’angolo della vetrina sta accucciato Pulcinella guarda tutto e tutto sente e con il suo solito modo di fare di mascherina avezza alle cose della vita, scuote il capo e dice :

” Ca’ nun ce sta’ nisciuno con un piezz’e core, nun ce sta’ rispetto, nun ce sta’  l’ammore, nella loro testa ci stan solo gli spicci.” Poi con un salto da guitto si mette a poetare:

Io che non ho soldi

e niente da mangiare

passo le giornate a ridere

e ancora di più  a cantare.

Divido con gli amici

se ho un tozzo di pane

son libero dagli impicci

d’esser servo nel reame.

Guardate questo vivere

dove siam tutti noi

a volte ci par d’essere

davvero degli eroi.

Inutile combattere

tentare una scalata

dovrai comunque attendere

a’ da passa’ a’ nuttata…..

La morale di Pulcinella è semplice e diretta : la vetrina con le maschere  è la vita degli esseri umani, tutti si dan da fare per i propri interessi, mai nessuno che pensa all’altro con altruismo, essendogli solidale. Pulcinella da buon napletano, sa che la vita è breve e va vissuta con allegria e leggerezza, inutile crearsi problemi quando la morte arriva è una “pialla” che rende tutti uguali, belli e brutti, ricchi e poveri, vecchi e giovani e da lì ci passiamo tutti.

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Il 28 febbraio io lascio l’auto a piedi…….

In Energie alternative on 30 gennaio 2009 at 23:15

Raccogliendo l’invito di Riciard nel suo blog Riciard\’s \”Lascia l\’auto a piedi le prime adesioni\” e non riuscendo a trasferire il banner sul mio blog come non riesco a farlo mai nemmeno per i meme e i premi che ho ricevuto, allora pubblicizzo l’evento che dovrebbe essere raccolto da chi ha a cuore la salute propria e dei propri figli e la voglia di vivere in un ambiente più sano.

Basta poco o forse molto ma per un giorno solo si può.

“Un recente studio ha dimostrato come respirare l’aria di città per un solo giorno a Milano, Palermo o Trieste equivale a fumare 15 sigarette al giorno senza ovviamente distinguere tra adulti, anziani e bambini.” (Ecoage.com)

Dimmi dove vivi e ti dirò quanto fumi…

15 sigarette Milano, Trieste, Palermo
9-11 “ Napoli
7-8 “ Firenze, Genova, Torino, Verona
5-6 “ Roma, Catania, Foggia, Livorno
4-5 “ Bologna, Brescia, Parma, Taranto, Padova, Venezia

(Ecoage.com)

“Nelle otto maggiori citta’ italiane l’inquinamento atmosferico urbano è stato responsabile nell’anno 2000 di 3.472 decessi, 4.597 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici ogni anno, 10 morti al giorno per smog. ” (da miw)

Diamoci un mese di tempo, e fissiamo per il 28 febbraio una giornata senza auto. E’ sabato, tra l’altro, per cui molti di voi non dovranno nemmeno andare a lavorare.

Il 28 febbraio non prendiamo l’auto, lasciamola parcheggiata, facciamo di un giorno una giornata ecologica, e non una domenica ecologica imposta, sregolata. Riscopriamo i trasporti pubblici, o anche solamente il piacere di passeggiare per le nostre città.

Lascia l’auto a piedi

usa anche tu le energie alternative

usa la bicicletta

oppure i piedi

sarà più bello

incontrerai il mondo.

La zuppa dell’Imperatore (dedicata a Lorenzo il Magnifico)

In Amici, Gruppo di scrittura on 30 gennaio 2009 at 15:35

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Sapete come vanno queste cose, i cuochi sono difficili da trovare e poi nel medioevo, al tempo dei cavalieri senza macchia e senza paura, i cuochi preferivano fare i lavandai per smacchiare le vesti dei cavalieri e anche le loro armi. Pertanto non importava cosa si mangiava, a meno che a mangiare non ci fosse  un Imperatore.

Quindi nessuno si stupì che, quando l’Imperatore  decise di fare la guerra al suo vicino  perchè aveva un impero più grande, i  suoi consiglieri decidessero di fare un bando di assunzione per un cuoco, che potesse soddisfare il loro Signore durante la sua guerra.

L’unico che si presentò fu un ragazzo di nome Martino, che di giorno andava per boschi a cogliere e trovare ingredienti per i suoi intrugli e di notte faceva apprendistato da un Mago.

Essendo il Mago partito per una vacanza in Cornovaglia, dopo aver affidato al ragazzo le ricette delle sue magie, lasciò Martino senza paga e lui  rimasto solo e senza lavoro pensò che fare il cuoco potesse essere la momentanea soluzione dei suoi problemi economici.

In effetti di giorno era piuttosto libero e quindi poteva provvedere al rancio del Signore senza dover rinunciare ai suoi esperimenti notturni.

Sconsiglio a chiunque di sbagliare tra il libro di ricette di cucina e i filtri di un grande Mago. Ma Martino non era molto attento e spesso confondeva gli ingredienti  o addirittura i libri. Fu così che un giorno preparò una grande pentola di zuppa per l’imperatore e tutta la sua truppa.

……10 code di ramarro, 4 ali di pipistrello ,3 vibrisse di gatto giallo, 7 perle di corallo, 8 zampe di gallina nana, 2 meduse secche al sole, due manciate di ortica peperina e 3 piume di cormorano e 6 becchi di gabbiano….. e tanto tanto altro di cui non ci è pervenuto l’elenco.

Bolli e ribolli la zuppa cucinò, lanciando intorno un buon odorino di ingredienti sconosciuti. Gia! Per forza che gli ingredienti erano sconosciuti, non era certo una zuppa con cui cenare, era piuttosto un intruglio magico che doveva servire a rendere allegri e contenti tutti quelli che ne gustavano un cucchiaino.

Pensatevi l’effetto sull’Imperatore e sul suo esercito, quelli minimo minimo ne avevano mangiato un piatto intero…..

Tutti cominciarono a ridere e a scherzare, a raccontarsi barzellette medioevali e a darsi potenti pacche sulle spalle facendo tremare le armature. Gli stallieri scherzavano con il loro Signore saltando la cavallina e i cavalieri tiravano a freccette con gli armigeri e intanto bevevano birra e finivano sotto le tavole dal ridere.

Immaginate che in queste condizioni si potesse fare la guerra? Eh no! Proprio no! Così decisero di tornarsene a casa tutti quanti  e di fare la pace con i vicini.

Sembrerà incredibile ma da allora vissero tutti felici e contenti e in pace con il mondo per il resto della loro vita.

Che fine fece il nostro cuoco maghetto? Beh ovvio, ebbe una medaglia e fu nominato “minestro degli esteri e dei burloni” una carica che tutti ambivano e che non veniva data facilmente. Lasciò il il lavoro presso il grande Mago maestro ed ebbe tutto il tempo necessario per combinar guai con i suoi intrugli che finivano nella pancia del suo Signore e dell’allegro esercito.

Ovviamente, di questi errori, tratteremo in un’altra storia 😀

Il folletto innamorato (dedicata alla piccola Bri della tribù dei folletti pisani)

In Amici, amore, Gruppo di scrittura, Irlanda on 29 gennaio 2009 at 13:28

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Il nostro folletto era di pura razza irlandese. Sono i folletti migliori perchè hanno i capelli tendenti al rosso, le lentiggini sul naso, sorridono in un modo esagerato e hanno anche dei piccoli difetti, ma sono così piccoli che non si vedono.

Il piccolo folletto Ciuk quel giorno  era triste, di solito svolazzava nel bosco da una foglia all’altra, facendo le smorfie  alle farfalle e tirando la coda agli scoiattoli, ma quel giorno proprio no, non aveva nessuna voglia di scherzare.

Seguendo una falena il nostro piccolo amico aveva  volato sopra una casettina piccina picciò, con una portina  e una piccola finestrina da dove spuntavano gli occhi dolci di Ely la folletta più bella della Contea del Connemara.

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Ely era bella, ma triste, le sue piccole ali delicate vibravano ad ogni battito del suo cuoricino, così bella e triste era irresistibile.

I folletti irlandesi sono fatti così: i maschietti sono curiosi e simpatici e le follette sono belle e tristi. Il povero Ciuk, non aveva mai visto niente di simile in vita sua, gli mancò perfino il fiato e gli si rizzarono in testa i lunghi capelli rossi, da questo capì di essersi innamorato perdutamente della folletta alla finestra.

Ciuk ora stava al margine del bosco con un’aria imbronciata che male si addiceva al suo musetto simpatico. Seduta sulla sua foglia preferita, lo vide Bri la folletta rock, che invece di essere bella e triste come tutte le follette che si rispettino era pazzerellona, ma anche un pò saggia.

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“Ciuk che ti succede?”  chiese curiosa Bri. “Mi sonno innamorato!” rispose  Ciuk sconsolato. “Per questo sei triste?”  perplessa la rockettara continuò: “Ma dai…. l’amore è bellissimo ti fa cantare  felice da mattina a sera, non lo sai?” Ciuk disse ” Cantare? Ne sei sicura?” “Ma certo, prova?” Ciuk intonò con voce tremante (a dir la verità molto stonata) una canzone che gli avevano insegnato gli amici del bosco.

“Sono un folletto,

caduto dal letto,

finito nel piatto

io sono  un po matto

e se faccio un salto

e poi mi ribalto

e casco dall’alto

non vivo poi molto….

Ely lo sentì e scoppio in una risata argentina. Era simpatico Ciuk. E anche lei si innamorò.

Bri tutta contenta, da brava rockettara magica, cantò la sua canzone, ma la sua era una vocina magica  che poteva trasformare la vita dei suoi due nuovi amici, e così fece :

Il caro folletto

caduto dal tetto

scroprì che il suo amore

passava per il cuore

della bella folletta

a lui stretta stretta.

Le fa l’occhiolino

e poi nasce un  bambino……

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Briiiiiii guarisci presto. Zia Ross

Un NUOVO PARTIRE deciso a Chianciano.

In Gruppo di discussione politica., Informazione, La Sinistra, Scissione on 29 gennaio 2009 at 2:33

Come spesso accade le poche capacità comunicative della Sinistra si sommano alle semplificazioni ed alle forzature di un sistema della comunicazione che troppo spesso sceglie la scorciatoia scandalistica e la semplificazione.

Al seminario di Chianciano abbiamo dato vita al Movimento per La Sinistra.
Siamo usciti, in tanti, da un partito, il PRC, che si è avvitato in una logica autoreferenziale, identitaria, che pratica la retorica della declamazione, molto più simile ad un gruppo extraparlamentare degli anni ’70 che non teso alla costruzione di una grande, e necessaria, sinistra di popolo.

Non abbiamo praticato una scissione del tipo “il capo comanda e tutti, come tanti soldatini di piombo, lo seguono nell’uscita dal PRC”.
Abbiamo scelto la strada della scelta individuale, dell’argomentare, ognuno di noi e mostrando la propria faccia, le ragioni secondo le quali il PRC rappresenta un progetto strategico morto e le ragioni per le quali, anche, e soprattutto oggi, serva un altro progetto.

Un progetto costituente di una forza di sinistra grande e forte in grado di favorire la partecipazione popolare, il coinvolgimento democratico dei, e nei, territori, la formulazione di risposte concrete alle crisi del tempo presente.

Vogliamo La Sinistra: senza aggettivi.
Oggi gli aggettivi tendono ad escludere mentre oggi vi è la necessità di includere, di allargare, di riconoscere e valorizzare le forme della pluralità e della molteplicità.
La globalizzazione autoritaria fonda la propria struttura di dominio, oltre alla guerra anche, non solo, sul conformismo, sulla riduzione di tutto “ad uno”. Riarticolare un pensiero delle differenze diventa fondamentale. Non è forse questo uno dei messaggi importanti che hanno sostenuto quel fatto emblematico e di per sé innovatore rappresentato da Obama presidente?

La Sinistra senza aggettivi rappresenta, allora, non un segnale di debolezza o di incertezza, bensì la ricerca di un pensiero forte in grado di includere e non di escludere.
Noi del Movimento per La Sinistra non siamo interessati alla costruzione dell’ennesimo partitino della sinistra, autoreferenziale e finalizzato alla tutela di un microcosmo di ceto politico.

Vogliamo costruire con altri, altre forze politiche, movimenti, associazioni, libere e liberi cittadini, un processo di riconquista della democrazia e, di conseguenza, di una politica degna di questo nome.

Certamente un movimento con questi obiettivi non può durare in eterno (altrimenti diventa un partito senza nemmeno dichiararlo): si dovrà arrivare alla costruzione di un nuovo soggetto politico ma, sembra ovvio, i tempi non potranno essere brevissimi.
Dobbiamo evitare le sciagure de La Sinistra – l’Arcobaleno che si era caratterizzata come un cartello elettorale, una sorta di “arca di Noè” per salvare un ceto politico, e non come un vero progetto politico unitario a sinistra: e gli elettori l’hanno capito e non ci hanno votato.

Assemblee nei territori, più numerose possibili, per una “campagna di ascolto”, primarie delle idee, proposte per una “carta dei valori” condivisa e per un programma fondamentale realmente partecipato, ritorno nei territori e costruzione di una “Convenzione programmatica”, in ogni territorio, per definire congiuntamente il programma di azione territoriale ed il gruppo di coordinamento che sostituisca l’attuale “coordinamento provvisorio”.

Le elezioni, in questo frangente, rappresentano solo un passaggio nella costruzione del nuovo soggetto e non, come troppo spesso è accaduto, il “fine ultimo della creazione”. Vedremo poi, e dopo le elezioni europee, quale scenario si aprirà complessivamente: ad esempio il PD terrà, sarà in grado di superare il proprio immobilismo dettato dalle contraddizioni interne, sia programmatiche che etiche, che lo paralizzano? Deflagrerà e, anche in quel “luogo”, donne e uomini si sentiranno liberi e disponibili al partecipare alla costruzione de La Sinistra? Agiamo e vediamo.

Insomma, oggi scegliamo un “nuovo partire” più che un nuovo partito. Un nuovo partire che, nella costruzione paziente e democratica, ridia speranze alle donne ed agli uomini, davvero tantissimi, che sentono, soffrono, l’assenza di una sinistra realmente all’altezza delle sfide. Il nuovo partito verrà da sé, se saremo capaci.

Alessandro Sabiucciu

Una favola dimenticata (dedicata a Biri un altro dei miei angeli)

In Amici, Gruppo di scrittura on 24 gennaio 2009 at 18:30

C’era una volta una favola, effettivamente era un pò vecchiotta, ma quasi nessuno oggi se la ricorda. Perchè? Vallo a capire. Sarà forse che oggi i giocattoli sono dei “cosi” elettronici privi di cuore.
Invece in questa favola i giocattoli avevano un cuore e fu così che il soldatino di piombo si innamorò della ballerina di carillon, mentre lei lo guardava da distante.
Poi le cose andarono male, il soldatino perse una gamba e fu gettato dalla finestra in strada, sotto un potente acquazzone.
Il bimbo lo sostituì con un giocattolo più nuovo e sofisticato, ma i due innamorati a distanza furono separati (quasi) per sempre.
Nella favola il soldatino, dopo tante avventure dentro all’acqua del tombino e l’attraversata dei cunicoli della città finì nella bocca di un pesce e dopo essere stato acquistato al mercato ritornò a casa del bambino e finì sulla mensola assieme alla ballerina.
Purtroppo nella nostra storia al bambino non piaceva il pesce e pertanto il soldatino non potè tornare  mai sulla tavola di quella casa, quindi dobbiamo inventarci un finale che possa rimettere  insieme gli innamorati delusi.
Nessuno pensò mai di seguire la storia della povera ballerina di carillon che a pensarci bene, messa nella posizione della piroetta, sembrava anche lei senza una gamba.
Quando il bambino di casa se ne accorse ( non doveva essere molto simpatico, non mangiava il pesce e non sopportava i portatori di handicap) strappò la ballerina dal suo piedistallo e la scaraventò fuori dalla stessa finestra sul selciato della stessa strada.
La ballerina si sporcò tutto il tulle della gonna, ma anche se spaventata non perse mai il suo dolce sorriso, a dire il vero sembrava le fosse dipinto sulla faccia, comunque  fu notato da una donna strana che da noi viene chiamata ” barbona” anche se poi nella verità la barba non ce l’ha.
Raccolse dalla strada la ballerina senza carillon e se la portò nel suo tugurio (che a dirla così può sembrare una casa presa male, ma in questo caso significa più propriamente un capanno squinternato con tante prese d’aria per far passare il vento).
La nostra ballerina, un pò sottosopra, fu messa ad asciugare sopra lo scatolone comò della vecchina barbona, proprio vicino ad una candela accesa che fungeva da lampada e da riscaldamento.

La barboncina (non so se si può dire) se la cullava con gli occhi ed era così felice di aver compagnia che pensò fosse il caso di festeggiare. Perchè non andare al mercato a recuperare gli avanzi e cucinare un piatto succulento?

Uscì e tornò tutta felice: aveva trovato un pesce intero che avevano buttato causa la  forma strana della sua pancia gonfia. Ma guarda i casi della vita, era tutta colpa di un soldatino di piombo messosi di traverso ad un pesce che finì lesso.

Dopo cena,  la barboncina ripulì  il soldato amputato e innamorato e lo posizionò accanto alla ex ballerina di carillon, ecco il gioco era fatto, l’amore riunito e la compagnia aumentata.

La nostra signora barbona, dopo tanta cena, pensò fosse il caso di fare un sonnellino, ma non volle spegnere la candela, per non lasciare al buio i suoi nuovi amici. Purtroppo, non conosceva le norme antincendio e la legge sulla sicurezza, pertanto quando la candela si consumò,  il cartone s’incendiò e bruciò il tugurio in un attimo.

La nostra vecchina riuscì appena appena a salvarsi, ma non riuscì a salvare i suoi due nuovi amici. Ciò che rimase del soldatino e della ballerina in  mezzo alla cenere fumante, fu solo un piccolo cuoricino di metallo e plastica fuso a dimostrare che i giocattoli di una volta, come dicevo all’inizio hanno un cuore.

E’ finita male vero? Avete ragione, ma non finiva meglio nella casa del bambino e così ho preferito lasciare i nostri due innamorati alla loro intimità almeno per la durata di un tozzo di candela. La barboncina li pianse a lungo stringendo tra le mani il cuoricino fuso, lei sì che sapeva apprezzare i vecchi giocattoli con un cuore, come d’altro canto faccio io che mi ricordo sempre  della favola di quel povero soldatino e di quella ballerina senza gamba.

Prezzemolino (favola dedicata al piccolo Nicola)

In Amici, Gruppo di scrittura on 23 gennaio 2009 at 16:55

Che Prezzemolino fosse un bambino intelligente, nessuno lo poteva dubitare, sapeva leggere e scrivere ancora prima di andare a scuola.

“Bravo Prezzemolino”  diceva la maestra dell’asilo ” Bravo, bravissimo” ripetevano i genitori dei compagni di classe. Ragion per cui il nostro bambino stava diventando un pò troppo “montato” , si gongolava ai complimenti degli adulti con un’aria soddisfatta e si comportava con gli altri bambino in modo tanto antipatico da non trovare alcun amico con cui giocare.

Intanto Prezzemolino cresceva ed arrivò il tempo della scuola elementare. I genitori che gli volevano bene, ma che si accorgevano che non aveva amici, pensarono di iscriverlo in una scuola modello, dove avrebbe potuto trovare altri bambini come lui. Chissà mai che smettesse con quel comportamento così pieno di superbia. Ma Prezzemolino moltiplicò ancora le sue strane maniere, rendendosi antipatico anche  agli insegnanti che mal sopportavano la sua aria di superiorità.

Un giorno, dopo aver maltrattato il suo compagno di banco perchè aveva sbirciato nel suo quaderno, per vedere che disegno avesse fatto, il nostro bambino insolente, strappò la pagina col disegno e la gettò appallottolata nel cestino della carta straccia.

Lui non accettava mai nessuna critica  e si faceva vedere sempre indifferente, quindi rimase davvero sorpreso quando, alla notte, trovò seduto ai piedi del letto un vecchietto dal viso  serio, che scuotendo la testa, svuotò tra le sue coperte un cestino pieno di fogli appallottolati.

Prezzemolino, preso dall’ansia, incomincio a cercare ossessivamente e sempre con maggior angoscia il suo disegno, tra i fogli accartocciati sul suo letto, ma malgrado i suoi sforzi le palle dei fogli bianchi si moltiplicavano sempre di più e il povero bambino sempre più stanco e sfiduciato disperò di riuscire nel suo intento.

Così la mattina si levò dal letto stanchissimo, con le braccia che gli facevano male e gli occhi che si chiudevano dal sonno. A scuola non riusciva a tenere gli occhi aperti e la sua attenzione era tutta dedicata al pensiero del disegno finito nella carta straccia.

Passarono i giorni ed il vecchietto tornò ogni notte a portare il suo carico di palle di carta ed il bambino continuò a cercare il suo disegno. Ogni mattina era più stanco, e il suo disegno non si trovava mai.

A scuola gli insegnanti lo vedevano mezzo addormentato, distratto e senza voglia di rispondere e i brutti voti cominciarono a fioccare. Nessuno più diceva: “Bravo Prezzemolino” e tanto meno “Bravo, bravissimo” e in proporzione al rendimento che scendeva, la popolarità di Prezzemolino, presso i suoi compagni di classe aumentava, perchè tutti erano preoccupati per lui, insomma finalmente sembrava anche lui un bambino come gli altri.

Un pò alla volta il nostro superbone se ne accorse e malgrado la stanchezza per le notti agitate, prese a giocare e a parlare con gli altri ragazzini e alla fine si accorse che gli piaceva avere amici e che agli amici, incredibilmente, piaceva averlo come compagno di scuola.

Un giorno il compagno di banco maltrattato, che ormai era diventato il suo amico più caro, gli chiese come mai al mattino fosse così stanco e provato, allora Prezzemolino spiegò l’arcano, ogni notte cercava quel maledetto foglio che mai riusciva a trovare in mezzo a quella marea di fogli appallottolati. Il compagno rimase un momento perplesso, ma poi fece un grande sorriso , mise una mano nella tasca e fece uscire come d’incanto il foglio lisciato del disegno cestinato alcuni  giorni prima da Prezzemolino e con un gesto di invito a prenderlo glielo restituì.

Il bimbo rimase di sasso: “Ecco dov’era!”  Ma che importava, ora gli interessava  solo che il suo compagno di banco gli fosse amico e così il resto della classe. Restituì il disegno tanto cercato al ragazzino e contraccambiò il sorriso.

Inutile dir che da quella notte il vecchietto della carta straccia non si fece più vedere . Prezzemolino dormiva profondo, come un ghiretto e alla mattina si alzava felice di andare a scuola certo di ritornare ad essere un bravo scolaro, ma anche di rimanere un ottimo compagno di giochi per i bambini della scuola.

Si scordò per sempre la superbia che dalle mie parti a volte si chiama anche grande antipatia.

Morale della favola?

Non saprei!

Qualcuno mi suggerisce che forse non si dovrebbero mai buttare i disegni nel cestino dei rifiuti, ma a me sembra una morale un po’ restrittiva……. 😉

La favola di Angelo

In Amici, amore, auguri, Gruppo di scrittura, poesia on 22 gennaio 2009 at 1:35

C’era una volta un prato bellissimo, pieno di fiori e di piccoli insetti che intrecciavano i loro percorsi e le loro voci, con gioia e vivacità. Ogni giorno venivano le farfalle arcobaleno, che cercavano i fuori più belli che si intonavano con i loro vestiti.

I bambini che passavano non potevano fare a meno di rotolarsi sull’erba e di fare capriole, lì l’erba era davvero verde e morbida e l’aria profumava di sole e  i bambini si sentivano amati e felici.

Un giorno passò lì vicino il Mago Boscoscuro, un tipo particolare, triste e molto invidioso. A sentire le voci allegre dei bambini e a vedere tutta quella luce e quei colori, decise di prendersi la sua soddisfazione e usando il suo peggiore sortilegio, decise di rovinare la bellezza e la gioia di quel prato.

Raccolse tutte le nuvole più tumultuose e nere del suo cielo e le imprigionò con un malefizio proprio sopra quel magnifico prato gioioso. La tempesta allontanò tutti i bambini di corsa, calpestò tutti i fiori più belli, spezzò tutti i fili d’erba, spazzò via  il ronzio degli insetti che si nascosero sottoterra e strappò le ali alle farfalle.

Per giorni e giorni il terribile temporale spezzò tutti i rami , strappò i germogli e la vita dal quel luogo che era stato così felice ed amato. Il buio si depositò sulla terra e nulla più poteva avere vita, nulla sarebbe potuto crescere ancora sotto la coperta del male.

Col passare del tempo i bimbi crebbero e si scordarono del prato felice che aveva fatto parte della loro infanzia.

Ma un giorno passò lì vicino un Angelo, un cosino davvero speciale,  due occhietti dolci e furbi nello stesso tempo, un sorriso contagioso e tanti riccioli neri. Vide il prato e si ricordò tutto….. pensò a quanto bello era giocare sull’erba morbida e profumata, fare le capriole, ascoltare musica, mordere una mela, pensò che lui su quel prato ci era già stato ed era stato molto felice.

In effetti quell’Angelo si ricordava della sua vita terrena che era stata luminosa e piena di amore, ma adesso quel luogo era triste, era arido e senza vita e il piccolino non poteva accettare di passare e di lasciare così tanta distruzione dietro di sè.

Pensa e ripensa, si ricordò che quando da piccolo le cose non andavano per il loro verso,  la mamma e il papà gli avevano insegnato che un sorriso avrebbe risolto tutto, sgarbugliato un terribile malefizio e allontanato le nuvole nere dei pensieri disperati.

Il piccolo Angelo s’illuminò del suo sorriso migliore quello che usava  per la sua mamma e il suo papà, il sorriso che parlava da solo, senza usare neanche una parola. E il cielo si squarciò, i lembi neri delle nuvole si sciolsero al sole che fece capolino da un lato del cielo, gli uccelli si misero a cantare e le api laboriose svolazzarono in cerca di fiori. Ma quel prato era ormai un pezzo di terra fredda e abbandonata….. l’Angelo sorridente non si scoraggiò e con i suoi piedini nudi saltellò sulla terra inerte ed ad ogni passettino questa  riprese vita e l’erba ed i fiori sbucarono con i loro mille colori brillanti.

L’Angioletto rideva  e rideva, ormai sapeva che il prato sarebbe diventato un luogo speciale, bellissimo, sapeva che la vita sarebbe tornata e che avrebbe parlato a tutti anche di lui, le sue alucce si stesero nella calda luce del sole, il suo volo che somigliava a quello di una farfalla indecisa,  lo portò in alto nella luce dorata del giorno.

Una polvere scintillante discese sul mondo e molti occhi si girarono verso quella luce, una mamma e un papà si presero per mano  e pensarono ad un bimbo dai riccioli scuri, sentirono il gorgoglio della sua risata,  e tra le lacrime compresero che quella vita che era in loro era il dono di quell’Angelo sorridente, mai fu fatto dono più bello, mai ci fu una storia più bella che parlasse  dell’eterno ritorno.

Angelo ormai aveva il suo posto, il suo giardino era il luogo più bello perchè era stato pensato e curato per lui, Angelo posò il capino sull’erba e si addormentò,ormai il più era fatto, ora poteva riposare.

Paura e precarietà

In Gruppo di discussione politica., politica, Sinistra e dintorni on 21 gennaio 2009 at 23:44

GLOBALIZZAZIONE LIBERISTA E PRECARIETA’ SISTEMICA

Nel corso degli ultimi trenta anni, con una accelerazione potente sostenuta sul piano del simbolico dalla caduta del muro di Berlino, si è affermata una sorta di “mistica” della libertà e del futuro meraviglioso per tutti.

Questo “futuro” si è rapidissimamente affermato come terreno di realizzazione di processi che, per semplificazione, definiamo della deregolazione e della privatizzazione.

L’evoluzione delle tecnologie digitali e della comunicazione, simbolicamente rappresentate dalla diffusione di internet che passa da tecnologia di “rete militare”, per il collegamento dei diversi siti militari USA collocati nei diversi paesi, degli anni ’60 a rete planetaria, hanno progressivamente consentito una crescita esponenziale delle potenzialità dell’economia basata sulla finanziarizzazione (transazioni finanziarie senza alcun limite, speculazione finanziaria senza alcun controllo). Contemporaneamente la applicazione delle tecnologie digitali alla produzione (dalla meccatronica alla robotica) ha favorito diverse collocazioni produttive senza drammatici cali della qualità delle produzioni (delocalizzazioni produttive).

La crescita delle speculazioni finanziarie, il ruolo crescente degli azionariati tesi solo alla distribuzione dei dividendi, ha contribuito al diffondersi della nuova “aristocrazia manageriale” iperpagata e particolarmente aggressiva nei confronti dell’occupazione (più licenziamenti più dividendi più benefit per manager).

Globalizzazione autoritaria

Questo enorme processo di riorganizzazione, forse persino rivoluzione, è stato potentemente sostenuto dalla cosiddetta globalizzazione autoritaria e guerrafondaia che, divenuta elemento costituente di un nuovo ordine mondiale, lo ha fondato sulla privatizzazione “del tutto”, dall’acqua, alla terra, al cibo (OGM e possesso dei brevetti), alla scuola, alla salute, ai diritti che, nei contesti occidentali, sono stati derubricati a privilegi e, conseguentemente, “privatizzati”, cioè divenuti patrimonio di pochi.

Insomma, si è sviluppato un enorme processo speculativo che ha coinvolto l’intera sfera del vivere e l’intero complesso dei “viventi” non solo gli esseri umani ma tutto ciò che è vivente sul nostro pianeta.

Un processo speculativo di questa portata non sarebbe stato possibile senza una formidabile destrutturazione dei diritti del lavoro.

Valore sociale del lavoro

Il valore sociale del lavoro, il suo riconoscimento, potevano rappresentare un antidoto potentissimo alle forme della speculazione (vedremo, poi, come sostanziare questa affermazione così perentoria).

Pertanto agire per destrutturare la rappresentanza del lavoro, disconoscerne il valore, persino farlo scomparire dall’immaginario sociale collettivo, derivava non solo da una “cattiveria genetica del capitale” ma dalla necessità contingente di sviluppare, in economia, un modello basato sulla finanziarizzazione e sulla speculazione, mentre ,sul piano politico istituzionale, si costruivano le condizioni per le derive autoritarie della democrazia e le forme di riduzione della rappresentanza che sono proprie delle società dell’incertezza e dell’insicurezza: le società della paura.

Fragilizzazione

La politica si è messa al servizio della speculazione e, per realizzare il mandato conferitogli, doveva dare corpo appunto alla società dell’incertezza e dell’insicurezza.

Se le persone, le cittadine ed i cittadini, di un territorio, di una nazione di un continente, del pianeta, vivono una condizione permanente di insicurezza ecco che si determina una sorta di fragilizzazione delle identità individuali e collettive.

Se sei fragile individualmente tendi ad una chiusura, vivi i processi in solitudine, abbandoni i terreni del confronto sociale, interpreti gli altri da te come una minaccia della tua sfera soggettiva.

Se intere collettività vivono il processo di fragilizzazione ecco che diventa possibile reinnestare la pianta del razzismo, della xenofobia, della cancellazione delle differenze, di genere, religiose, etniche, di preferenza sessuale: come per gli individui così per le collettività, gli altri non rappresentano una risorsa per la crescita sociale collettiva bensì una minaccia.

Il  fenomeno delle “piccole patrie”

Le “piccole patrie” diventano, allora, la forma migliore per dare corpo istituzionale alla società della paura.

La piccola patria è troppo piccola per garantire una efficace interdizione ai processi globali, è troppo piccola per garantire un sufficiente livello di intervento pubblico (sia in economia che di welfare), ha una dimensione ottimale per garantire in controllo autoritario del territorio.

Quale strada hanno intrapreso gli “imprenditori politici della paura” per dare corpo alla società dell’incertezza e dell’insicurezza?

Quella della PRECARIETA’ SISTEMICA: tutto, nella sfera del vivere ed in ogni parte del pianeta, andava reso precario.

La guerra permanente, il genocidio in Africa (dal Darfur al Congo passando per centinaia di conflitti come ad esempio in Somalia), rappresentano un “bel modo” di rendere precario il tutto: chi è più precario di chi prende le bombe sulla testa? o vive in una baraccopoli come quelle vissute da Zanotelli ed i frati comboniani?

Mentre qui, nell’occidente evoluto che le guerre le porta “fuori di se”, la strada è quella della precarietà del lavoro.

Queste nostre società si sono caratterizzate come “società lavoristiche”, interamente “messe al lavoro”.

Il lavoro ha permeato di sé tutti i contesti: oltre che quello economico in senso stretto a quello sociale (se lavori sei incluso socialmente, se lavori esci dalla condizione di povertà) fino ai sistemi territoriali occupando e stravolgendo stabilmente il paesaggio e determinando, anche per questa via, quella sorta di “spaesamento”, parafrasando Andrea Zanzotto (alle volte i poeti aiutano a capire più degli economisti, di perdita del senso di se che si realizza nella relazione con gli altri.

Precarietà

La precarietà del lavoro è per nulla derivante da fattori economici tanto è vero che il cosiddetto lavoro precario si sviluppa su lavori permanenti: ad esempio le cassiere dell’ipermercato che si alternano ogni tre mesi sono precarie mentre il lavoro alla cassa è un lavoro stabile, gli interinali nelle aziende o nella pubblica amministrazione si alternano su funzioni lavorative stabili, persino definite come compiti istituzionali nella P.A…… e si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi.

Tranne pochissime eccezioni i lavori sono stabili, è l’occupazione che è stata resa precaria: il lavoro è stabile, sono le persone che sono state rese precarie.

In questo quadro, elemento non secondario, la precarietà incide da un lato negativamente sulla sindacalizzazione e sul potere sindacale cancellando, o indebolendo drasticamente, la sindacalizzazion tra i precari soggetti ai ricatti, e dall’altro, sulla trasformazione della natura e del ruolo del sindacato stesso che si posiziona su rive corporative e su modelli di servizio più che di contrattazione.

Se le persone sono precarie, vivono la propria condizione economica in modo precario, la loro occupazione è precaria, l’intera loro vita diventa precaria, ed ecco, allora, l’emergere dei processi di fragilizzazione, individuale e collettiva, a cui mi richiamavo precedentemente.

Siccome non ci si fa mancare nulla ecco che, per essere ben sicuri del lavoro da fare, gli imprenditori politici della paura affiancano, alla precarietà del lavoro in senso stretto, altre forme di precarietà che si ricavano dal lavoro precario: infatti il nostro è un welfare cosiddetto contributivo, basato, cioè, sui contributi a carico del lavoro (sanità, pensioni, persino le politiche per la casa si richiamano, in qualche forma, al lavoro), ed è intuitivo che, ad occupazione precaria corrisponda un sistema sociale a “protezione sociale” precario.

Se le persone, e le collettività, attraverso le guerre e/o le diverse forme della precarietà, sono rese fragili è più semplice, per il potere nelle sue articolazioni economiche e politico/istituzionali, orientarle verso modelli culturali, istituzionali, politici e sociali fondati sulle esclusioni sociali e su piattaforme principalmente culturali basate su forme di razzismo e xenofobia che, pur in presenza di minori asprezze rispetto al passato (nessuno vorrebbe rivendicare il modello nazista come quello di riferimento oppure l’apartheid sudafricano come meta a cui tendere), tendono a dare corpo ad una struttura sociale con scarsi ascensori (il blocco della mobilità sociale verticale) e con conseguenti strutture “di casta” molto rigide.

La precarietà sistemica non è, allora, una scelta economica alla quale non si può sfuggire bensì una scelta politica lucidamente perseguita in ossequio ad un primato ideologico: quello della privatizzazione del tutto.

Se la precarietà non è un “obbligo” bensì una volontà allora si può cercare di contrastarla e realizzare, nelle forme e nella qualità dei lavori del “terzo millennio”, una nuova stagione di riconoscimento del valore sociale del lavoro che, a differenza del passato, deve riconoscersi anche in una diversa qualità della relazione tra lavoro e territorio, inteso non in termini geografici bensì come luogo di relazioni sociali complesse.

In questo tempo sento particolarmente la necessità che la sinistra ricostruisca una sua autonoma “teoria del lavoro”.

Teoria del lavoro

Cos’è il lavoro oggi, quali sono i lavori oggi, come si rappresenta, quale diritto del lavoro è rimasto.

Senza una teoria del lavoro la sinistra semplicemente non esiste.

E’ come se, dopo la figura dell’operaio massa [che aveva plasmato su di se non solo le forme della contrattazione e quelle della rappresentanza (il sindacato dei consigli, il gruppo omogeneo), ma le stesse forme istituzionali (i consigli di zona ed i consigli di quartiere nascono sull’onda del sindacato dei consigli)], la sinistra avesse perso il rapporto con i lavori, non li sapesse più riconoscere e , di conseguenza, rappresentare.

Cos’è il lavoro oggi? E’ quello dell’operaio specializzato di mestiere? E’ quello dello specializzato dequalificato dalla meccatronica? E’ il lavoro cognitivo? E’ il lavoro di genere? E’ il lavoro migrante? E’ quello pubblico? E’ quello dei servizi? E’ quello precario? A tempo indeterminato? A termine? Interinale?

Credo sarebbe opportuno superare il concetto di universo del lavoro per ragionare su di un “PLURIVERSO del LAVORO”.

Un pluriverso che ha bisogno di vedere ridefinite le forme della rappresentanza, quelle della rappresentazione di sé, un nuovo diritto del lavoro.

Senza una nuova teoria del lavoro non saremo in grado di costruire una nuova riconoscibilità per il lavoro, i lavori, una nuova valorizzazione sociale del lavoro.

Con il sindacato dei consigli il lavoro “parlava” al territorio.

Dalla grande “città fabbrica”, anche simbolicamente definita dalle cinta murarie, il lavoro plasmava anche le scelte dei territori, delle collettività civili.

La difesa della salute in fabbrica diventa, velocemente, le medicine del lavoro e la riforma sanitaria, le 150 ore per la crescita culturale degli operai diventano la riforma della scuola e dell’università con la possibilità della mobilità sociale per i figli degli operai che possono diventare medici e ingegneri ed altro ancora, la difesa del salario e del reddito diventano l’equo canone e le tariffe agevolate dei trasporti.

Questa relazione tra lavoro e territori si è come volatilizzata.

La grande fabbrica non c’è quasi più, il lavoro è uscito nel territorio, attraverso le forme di parcellizzazione produttiva, ed è come scomparso, ha perso visibilità e ruolo sociale, non è più portatore dei connotati fondamentali dell’identità.

Solo fino a pochi anni fa il lavoro ci connotava. Chi sei? Sono un operaio, sono un medico, un infermiere, un insegnante e così via.

Oggi il cittadino lavoratore si connota attraverso una pluralità di condizioni: sono un precario, laureato, disoccupato, donna, migrante ecc.

Questa “connotazione plurale” equivale ad una non connotazione.

Il lavoro oggi è senza identità sia dentro i luoghi di lavoro che fuori, nei territori.

Ed un lavoro senza identità smarrisce le forme del confronto capitale lavoro e diventa, invece, parte del sistema territoriale: viene, per usare una categoria marxiana, sussulto dal territorio che diventa il collante identitario ed il legame sociale.

Credo che una delle ragioni del “successo” della Lega tra i lavoratori, oggi, sia, almeno in parte, riconducibile a questa forma di sussunzione.

E allora, nella necessaria costruzione di una nuova teoria del lavoro, questa relazione tra lavoro e territorio va ricostruita, da sinistra, a partire dagli articoli 1 e 3 della Costituzione.

Da un lato, art. 1, la relazione tra diritti del lavoro e diritti di cittadinanza (la Repubblica si fonda sul lavoro significa che esiste una relazione intima, inscindibile, fondativi, tra diritti del lavoro e diritti civili con gli uni che non esistono senza gli altri) e, dall’altro, art. 3, l’obbligo, per la repubblica, di garantire le forme della emancipazione delle donne e degli uomini.

Significano, questi due articoli, in un “combinato disposto” tra loro, che bisogna partire da una piattaforma comune di cittadinanza, il salario sociale e/o reddito di cittadinanza, che ognuno/ognuna percepisce a prescindere dal fatto che lavori o meno.

Questo salario sociale potrebbe costituire una sorta di piattaforma sociale generale comprensiva dei diritti per tutti/e.

Una piattaforma sociale in grado di eliminare il ricatto della precarietà e del sottosalario in quanto se si percepisce un salario sociale si possono rifiutare le offerte immorali.

Insomma il meccanismo concettuale devastante del “piuttosto di niente è meglio piuttosto” perderebbe ogni capacità di condizionamento reale delle persone.

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Alessandro Sabiucciu – Assessore al Lavoro – Provincia di Venezia

Nasce LA SINISTRA

In La Sinistra, politica, Scissione on 21 gennaio 2009 at 20:48

COMUNICATO STAMPA

Si è costituita LA SINISTRA nella provincia di Venezia

Abbiamo dato vita a LA SINISTRA nella provincia di Venezia.
Nasce come associazione e si propone, in accordo con le scelte nazionali, di concretizzare il processo costituente di una nuova soggettività politica nel nostro Paese
Nel territorio della Provincia di Venezia LA SINISTRA si compone di associazioni, gruppi di cultura politica, soggetti delle organizzazioni sindacali, singole e singoli che non si rassegnano sia al riflusso moderato che alla chiusura identitaria, minoritaria e gruppettarista.
LA SINISTRA si compone altresì dal movimento di Sinistra Democratica e dall’area di Rifondazione per la Sinistra (l’area “Vendola” che esce dal PRC).

La scorsa settimana si è tenuta una assemblea generale e ieri la prima riunione del Coordinamento Provinciale quale organismo provvisorio appunto di coordinamento.
Provvisorio perché LA SINISTRA si impegna a sviluppare una fortissima campagna per le PRIMARIE delle IDEE, una campagna di ascolto e proposta con gazebo e banchetti in tutta la provincia, un ciclo di assemblee in tutte le aree della provincia per allargare il processo di coinvolgimento e partecipazione, in una raccolta di adesioni e contatti, che sviluppino un reale processo di partecipazione politica dal basso.

Questo lavoro di costruzione politica si concretizzerà in una grande CONVENZIONE PROGRAMMATICA PROVINCIALE che si terrà ai primi di marzo.
In questa “convenzione” si darà corpo alla “carta dei valori” ed alle priorità programmatiche in coerenza con le scelte nazionali, si nomineranno le figure di coordinamento non più provvisorie, si definirà il PROGRAMMA POLITICO de LA SINISTRA per il territorio della provincia di Venezia.
Noi de LA SINISTRA dichiariamo, da subito, che intendiamo costruire una forza in grado di svilupparsi sul versante della partecipazione e coinvolgimento popolare e di darsi una autonoma rappresentanza istituzionale.

Noi de LA SINISTRA dichiariamo, da subito, che intendiamo, sulla base del programma che verrà definito nella convenzione programmatica provinciale, presentare LA LISTA de LA SINISTRA alle prossime ELEZIONI PROVINCIALI, che non sarà composta prevalentemente da ceto politico tradizionale bensì da soggetti realmente rappresentanti i territori, il mondo del lavoro, i saperi reali, ed alle ELEZIONI nei COMUNI della provincia di Venezia che saranno chiamati al voto amministrativo.

LA SINISTRA nella provincia di Venezia nasce nel processo popolare di partecipazione e FONDA se stessa, nella rivendicazione e nella pratica della AUTONOMIA.
Noi de LA SINISTRA ci impegniamo alla costruzione di alleanze di sinistra e centro sinistra per tutte le elezioni che affronteremo.
Nulla però deve essere dato per scontato.

La volontà di sostenere Davide Zoggia quale Presidente della Provincia di Venezia DOVRA’ TROVARE RISCONTRO nella costruzione di un programma condiviso che rafforzi ciò che di positivo è stato fatto in questi anni (lavoro, politiche sociali, ambiente tra le altre cose) ma superi anche le contraddizioni ed ambiguità presenti, ad esempio nel Piano territoriale di Coordinamento Provinciale.
Infatti le OSSERVAZIONI al PTCP soprattutto in materia infrastrutturale (Veneto CITY, Romea Commerciale, Camionabile tra le altre) non potranno essere solo formalmente affrontate e, nella sostanza, archiviate. Esse rappresentano, per noi de LA SINISTRA, elemento costitutivo dell’eventuale alleanza.
In caso contrario noi de LA SINISTRA non daremo nessuna delega e la nostra AUTONOMIA si dispiegherà pienamente.

Noi de LA SINISTRA ci impegniamo a praticare il massimo livello di informazione, partecipazione e formazione condivisa delle decisioni.

A partire da oggi si chiude la fase propedeutica e si inizia la vita politica, sociale culturale, de LA SINISTRA ed è con questa denominazione che ci qualificheremo in tutti gli ambiti ed in tutti i momenti.

Coordinamento Provvisorio de LA SINISTRA

Venezia, 21 gennaio 2009

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