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Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

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Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

Il sabato pomeriggio

In amore, Donne on 14 ottobre 2010 at 15:59

Un sabato pomeriggio dopo L’Addio.
Fine settimana. Finalmente niente impegni di lavoro, solo qualche faccenda in casa. Solita solfa. Da quando sono sola non esco nemmeno per andare al mercato. Che ci vado a fare? Tanto per metter su qualcosa per la cena, basta una corsa al supermercato, quattro cose in croce. A mangiar da sola ci perdo pure la voglia. E pensare che sono sempre stata di appetito. Tutti mi guardavano con gli occhi fuori dalla testa. “Ma quanto mangi?” e io ci pensavo e mi rendevo conto che ero un pozzo senza fine, ma mi pareva normale. A casa mia tutti mangiavano così e nessuno ingrassava. Un metabolismo veloce. Invece mio marito mi diceva… beh, mio marito… a dir la verità non lo è più, quindi dovrei dire il mio ex marito, pertanto le cose dette da un ex marito non fanno testo.
Però è dura il sabato. La domenica magari no. Esco e vado in chiesa dove trovo quelli che conosco, si fa un po’ di chiacchiere, tanto per far suonare mezzogiorno e poi torno a casa che tra lo stiro, la TV e la visita a mia madre, mi passa veloce. Ma il sabato… se poi pensi che hai davanti la domenica, tutto fa ansia.
Magari stasera chiama Martina. Lei e la sua mania del risparmio… e io intanto aspetto attaccata al pc, che poi aspettare è la cosa che mi viene meglio. Almeno il sabato. A volte penso che potrei chiamare Carlo, ma non saprei che dirgli. Una scusa qualsiasi. Dargli le foto. Me le aveva chieste. Magari gli fa piacere. Ma poi perché dovrei dargli le cose mie, in fin dei conti lui non ha più nessun diritto. L’ho eliminato dalla mia vita. Se ne è andato… beh! insomma sono stata io che… non ne potevo più, ma era per colpa sua. Come si fa a vivere con un uomo che pretende la tua attenzione, come quando si era ragazzi. Le cose cambiano. Io avevo i miei impegni. E poi è finita che non si è più fatto vivo. E io che gli ho regalato la mia gioventù. Io che ho fatto crescere Martina. Io che ho pensato a prendere questa casa. A fare risparmi. Lui senza il minimo amor proprio. Sempre lì a guardarci come se fossimo bestie rare e a ruminare i suoi pensieri.
Mi domando come ha fatto a sopravvivere senza di noi? Non ci avrei investito un soldo bucato. Mi sarei aspettata che tornasse a pregarmi in ginocchio. Eppure da quando è uscito dalla porta non si è più fatto vedere. Bell’amore che millantava per noi. Lontano dagli occhi… lontano dal cuore. Certo qualche volta lo vedo. Mi saluta in quel suo modo falsamente gentile. Ha sempre finto di essere gentile, da dare la nausea. Ma non si ferma mai a parlare con me. Che avrà da fare in giro. Quando stava qui, non si muoveva mai. Sembra che si sia scordato di noi.
Beh! Martina ormai vive fuori. A me sicuramente non pensa più. Mi sembra di essere diventata trasparente. Martina mi ha detto che si vede con un’altra. All’inizio non ci potevo credere. Non era cosa da lui. Troppo abitudinario, troppo scontento, troppo esigente con la sua famiglia. Perché qualsiasi cosa faccia siamo noi la sua famiglia. Lo siamo sempre stata. Insomma alla famiglia non si rinuncia mai, guarda cosa faccio io per la mia. Giusto amore filiale e fraterno.
Comunque un giorno l’ho pure vista, che a guardarla mica ho capito cosa ci trovasse in lei. Camminavano mano nella mano per la strada, neanche fossero due ragazzini. Noi non lo facevamo mai, ci sembrava di essere ridicoli. e avevamo anche un’altra età. Ridevano. Di cosa poi? Cosa c’è da ridere a sessant’anni? Lavoro, stanchezza, tristezza e vecchiaia. Ecco cosa c’è. Ho visto pure che lui era ingrassato. Ma era vestito in un modo che con me non si sarebbe mai permesso. Sotto sotto mi sono sembrati più che ridicoli. Lei non è per niente bella, anzi, è dozzinale, chissà che ci trova in quella donna. Solita superficialità maschile, lui è il classico tipo che aveva giurato di amarmi, al di là del tempo e delle traversie e io ci avevo pure creduto. Io avevo creduto che la mia famiglia sarebbe stata per sempre, anche se fossimo stati separati. Comunque. Di questo ero certa, ma è bastato poco…
Gli uomini non sanno sacrificarsi mai. Hanno uno strano concetto di famiglia. Pensano solo a loro stessi. Me l’ha detto pure mia sorella: “Ma che te ne fai tu di un uomo simile”. Lui mi diceva che un uomo ha le sue esigenze, e che avrei dovuto averle pure io. Ma ormai è passato il tempo delle esigenze. perché non starcene tranquilli in famiglia? Tanto, se era per lui, avremmo dovuto chiuderci in camera e fare all’amore anche quando Martina dormiva nell’altra stanza. Vero che da Martina non ci siamo mai separati, ma quando era una bambina, se ci avesse sentiti come avremmo potuto spiegarle? E poi da grande avrebbe anche peggio. Ma adesso che non c’è…. A lui queste cose sembravano sciocchezze. Ah! gli uomini… D’altra parte non mi interessava più passare il tempo con lui. Mi chiedeva troppo impegno, troppa attenzione. In fin dei conti una donna ha ben altro da fare: il lavoro, i figli, i genitori anziani e i parenti e poi la casa… Che poi oggi è anche troppo grande. Martina che vive lontano e lui che vive con un’altra. Chissà come ha fatto a incontrarla. La mia vicina mi ha detto che li hanno visti pure a teatro e che ha saputo che viaggiano molto all’estero. Ma quando mai?
Noi siamo stati solo a Parigi per il viaggio di nozze. A lui viaggiare non piace e poi con la bambina piccola mica si può viaggiare. E poi c’era la scuola e dopo ancora ci sono gli impegni famigliari. Fosse venuto mai con me, alla domenica, quando andavo a curare mia madre. D’accordo a lui non era simpatica, tanto meno era simpatico lui a lei, ma almeno per accompagnarmi. Così passavo tutte le domeniche da sola. Tanto che lei, mia madre, si è abituata a non vederlo e non mi ha più chiesto dov’era finito e io non gli ho mai detto che ci siamo divorziati. Sì, perché questo l’ha voluto lui.
Chissà che se ne fa del divorzio, non vorrà mica sposare quella? Che poi non mi sembra il suo tipo. Quella c’ha una faccia che il lavoro non sa nemmeno cos’è. Ma non sarà che lo fa per interesse? Per rubargli i soldi? Beh! questo non è possibile, con lo stipendio da miseria che ha lui. Ovvio per un uomo senza ambizioni. Anche su questo ho fatto le mie belle lotte. Ma lui è refrattario agli impegni, si perderebbe tra libri e musica , ad oziare… con tutto quello che c’era da fare. Se non avesse avuto me a guidarlo. Mai che abbia pensato di ridipingere la casa o a fare quello che fa in casa generalmente un uomo. Avrebbe vissuto d’arte e d’amore, se non fosse che io c’ho la testa sulle spalle. E alla fine era tutta una battaglia. Non c’era più niente dal salvare. Possibile che non sapesse adattarsi al fatto che era invecchiato e che io non avessi più la pazienza di stare a ragionarci…?
Quant’è lungo il sabato pomeriggio. Potrei uscire e sedermi al bar per prendere un caffè e chiacchierare un po’ con le cameriere e se poi lui passa e mi vede da sola? Non mi va di dargli questa soddisfazione. Magari pensa che non posso vivere senza di lui quando invece è il contrario. Se l’ho mandato fuori di casa una ragione c’era, anche se adesso non la ricordo bene, ma ha a che vedere con il fatto che lui non si è mai adeguato E’ lui che deve tornare con la coda tra le gambe, e mi deve dire che avevo ragione. Sarà orgoglio il mio, ma… è stato lui che non si è adattato. Non si può vivere lontano dalla famiglia, perché la famiglia è tutto. Ci si potrà pure adattare e sacrificare per questa benedetta famiglia. Altrimenti che razza di famiglia è… ma che razza di famiglia è, dico io?
Ed è sabato pomeriggio di un giorno di sole.

La sconfitta

In amore, Donne, uomini on 23 luglio 2010 at 14:22

Mentre le cose succedevano non si era accorto di invecchiare. Capita sempre così: la battaglia ti rende vivo, ti fa pensare che hai molto tempo davanti per risolvere quel problema. Ogni giorno hai qualcosa per cui vivere. Ed era stato così per tantissimi anni. Quanti? Più di trenta. Ma era sbagliato vederla da quel punto di vista, se non proprio sbagliato almeno non era corretto. C’era stati anni in cui tutto era stato bello e se non proprio bello, almeno piacevole. Quanti anni? Almeno una quindicina. Che strano modo di pensare al passato, si sentiva come il contabile della sua vita. Era certo, comunque, che la colpa maggiore fosse sua. Del suo pessimo carattere. Sì, certo, aveva cercato da sempre di essere un uomo migliore. Aveva fatto della coerenza e della responsabilità il suo credo. Aveva anche provato ad assecondare le necessità degli altri, ma alla fine che cosa era rimasto? Un bel niente. Non era valso nemmeno a potersi scambiare un semplice grazie e arrivederci.
Sì d’accordo il matrimonio è una cosa seria. Dovrebbe durare per sempre se le persone fossero disposte a collaborare. Ci si dovrebbe voler bene, magari anche solo come fratello e sorella, ci si potrebbe adattare. Ma allora perché non era stato possibile? Perché malgrado i suoi tentativi, malgrado sapesse quali fossero i possibili errori, era finito in quelle discussioni senza fine?
Lo dicono in tv che le separazioni si moltiplicano più il tempo passa, non è difficile capire che alla fine non ci si sopporta più. Eppure si era attrezzato per avere una pazienza infinita, si ero proposto di non farsi provocare e di accettare, se possibile, tutte le condizioni che lei avesse posto. Ed invece no, non ce l’aveva fatta. Aveva sbottato, forse anche aveva trasceso, questo non se lo ricordava bene, e lei aveva detto “Basta!” Ecco, un semplice basta e si era trovato fuori. Lei non aveva avuto neanche la pazienza di fargli trovare una sistemazione dignitosa. Fuori voleva dire fuori subito e a lui non era restato che accettare.
Aveva trovato quell’afoso appartamentino sgangherato. Niente che appartenesse alla loro vecchia vita: mobili tristi, utensili sbeccati, un caldo atroce. Sapeva di doversi accontentare, anzi doveva dire grazie all’amico che glielo aveva fatto affittare in un tempo così minimo. Ma la cosa più dura e difficile da affrontare era quella vita passata piena zeppa di ricordi e quella vuota vita nuova, senza prospettive, senza il più piccolo sogno a fare compagnia.
Era entrato quella mattina con due valigie piene dei suoi vecchi abiti. Per fortuna non doveva andare a lavorare ancora per qualche giorno e avrebbe avuto il tempo di sistemarsi alla meno peggio. Nell’appartamento il frigorifero ronzava in modo assurdo e il rumore del traffico faceva da sfondo. Nella piccola cucina c’era odore di chiuso e di vecchio, ma non aveva voglia di aprire la finestra. Voleva solo sdraiarsi a letto per mettere ordine nei pensieri, ma il caldo era atroce, levava il fiato. Appoggiò le valigie a terra vicino alla porta, e si stese sul vecchio copriletto scolorito messo sopra quel letto sconosciuto.
Una mosca stanca girava pigramente attorno a quello stupido orrido lampadario. Questa sarebbe stata la sua nuova vita e attorno a quel pensiero si era posizionato il vuoto. Ma perché era andata a finire così? Perché non aveva voluto accettare le condizioni che lei aveva proposto? In fin dei conti bastava fregarsene. Bastava mantenere in piedi quel tran tran famigliare, senza pretese, senza slanci. Lei avrebbe avuto il suo lavoro e i suoi impegni, lui avrebbe avuto la tv, le partite di calcio, gli impegni del suo lavoro. Bastava fingere che niente era cambiato. Cosa gli sarebbe costato fingere? Niente. Si trattava solo di rinunciare agli entusiasmi che ormai erano un ricordo lontano, alla passione che, se c’era stata, ora aveva lasciato solo una cenere sottile, quasi impalpabile. Bastava adeguarsi alla monotonia di tutti i giorni. Ed invece no! Ogni giorno uno scontro, una battaglia, senza la consolazione di una resa ristoratrice. Le parole dure e senza appello che si erano scagliati, ogni giorno della loro vita, ogni momento in cui si dovevano incontrare, per forza.
Eppure lei era una brava donna, una che faceva il suo lavoro con dedizione e cuore, una che si occupava degli altri con abnegazione, sempre, anche troppo. Perché non aveva avuto desiderio di occuparsi di lui? Lui aveva provato tutto. Le aveva preso i fiori anche se non era il suo compleanno. Aveva tentato di sussurrarle nel buio le parole della loro passione, ma quasi sempre lei era già addormentata o fingeva di non sentire. In fin dei conti io sono un uomo, si diceva. Ma niente era servito. Lei viveva un’altra vita e ora lei era nella loro casa, tra le loro cose, forse stava stesa su quel divano che ora godeva tutto per sè. Forse aveva acceso il condizionatore e si godeva il fresco in quel pomeriggio infuocato. Forse aveva scelto quella donna perché era così concreta, forse proprio perché con lei si sentiva a casa. Ed ora era tutto perduto. Quella donna e pure la sua casa, forse più la sua casa che la sua donna. Ma che modo idiota di pensare, non era mai stato uomo attaccato alla proprietà, a lui sarebbe bastato poco, il resto lo tenesse pure lei, tutto sommato se lo meritava. Pensandoci bene non provava odio, nemmeno rabbia. Non è che considerasse quello che era successo con fatalismo, ma probabilmente era naturale che i rapporti si trasformassero e che chi non si adattava si trovasse “fuori”.
Pensò per un momento alla pagina bianca che era il suo futuro. Ma quale futuro? Era ormai troppo vecchio per avere un futuro. E non sarebbe stato meglio un sano futuro conosciuto e telecomandato? Ma che andava a pensare? Se negli ultimi quindici anni non si era adattato, l’avrebbe mai potuto fare? Certo che avere niente in cambio di tutto era davvero una bella conquista.
Si era levato i vestiti perché il calore glieli aveva fatti appiccicare al corpo ed erano tutti sgualciti. Chissà poi se c’era un ferro da stiro in quell’orribile appartamento? Si guardò il corpo nudo steso sul letto. Dio, come era smagrito! Si vedeva il bacino scheletrico, il pube svuotato e in fondo i piedi che sembravano enormi e poi quel pallore ammalato… era come un morto in prestito alla vita. Ma quale vita?
Un poco alla volta un incomprensibile gelo gli si annidò nelle viscere. Faceva un caldo africano eppure tremava come una foglia. Non era uomo che aveva dato spazio alla paura, se era per quello non sapeva neppure che odore avesse, ma la vista di quel corpo e il suo odore acido e sconfitto gliel’aveva fatta venire alla mente: ecco cos’è la paura, ecco, si disse, ora lo so com’è.
Chiuse con forza gli occhi, cercando di scacciare quei pensieri che si avvitavano in una spirale senza fine. Era spaventato come non mai e il vuoto che gli stava intorno lo teneva sospeso sopra un baratro di nulla, proprio per quello cercò con caparbietà nella sua mente, gli bastava trovare un piccolo, dolce, ricordo, un niente rassicurante che lo potesse tenere in vita. E, stranamente ed inaspettatamente, lo trovò.

La lotta di classe

In Guerra, Ironia on 10 giugno 2010 at 21:39

A scuola era sempre andata bene, mica perché studiasse, no, quella era un’abitudine che nessuno incoraggiava, ma era curiosa, percettiva e intuitiva e questo faceva la differenza. Andare bene a scuola aveva le sue controindicazioni. Lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. La cosa peggiore era che, sebbene la sua fosse una famiglia povera, in altri tempi si sarebbe detta proletaria, sua madre faceva i salti mortali per mantenerla alla scuola privata. Chissà cosa pensava di ottenere. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto quelle suore possano essere piene di pregiudizi. Innanzi tutto odiavano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. Insomma non era facile frequentare da povera una scuola di ricche.
Non che come lei non ce ne fossero altre. Anzi sembrava un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Infatti assieme ci stavano bene come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembrava che le suore amassero vederle in contrapposizione. Un anno furono organizzate in due gruppi che si contendevano il primato dei voti e delle lodi a suon di punti concessi con benevolenza dall’insegnante. Ogni fine settimana scolastica veniva tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa dovevano pure concedere l’onore delle armi: un applauso molto sportivo. E qui il criterio di attribuzione della carica di Capo e poi della scelta del gruppo dei Carbonari o dei Garibaldini era ovviamente fatto in base alle simpatie. Una cosa era avere la responsabilità di essere sempre il Capo, ma lei non si sarebbe mai presa tra le sue fila nessuna, anche se si fosse dimostrata svogliata e inutile dal punto di vista del punteggio, che non fosse appartenuta alla sua classe sociale. E sinceramente la scelta era un po’ complicata. Le prime erano le figlie di operai, poi quelle degli artigiani fino a quelle dei bottegai, ma mica quelli di lusso però. Dall’altra parte c’era la bella Gabriella, figlia di bancario, che formava il suo gruppo con figlie di medici, figlie di farmacisti, musicisti e professori, insomma, l’altra metà del cielo scolastico femminile di quegli anni.
Era inutile cercare di spiegarlo, le differenze c’erano e si vedevano ad occhio nudo. Le povere sembravano anche meno belle, erano malvestite, sciatte e anche sinceramente un po’ sporche e i loro genitori non le accompagnavano mai. Le ricche erano bionde, luminose, se non belle almeno carine, capelli puliti, abiti impeccabili e le insegnanti si facevano in quattro per arruffianarsi i loro genitori. A lei questo non piaceva, ma era indiscutibile che guardando le sue mani e quelle di Gabriella, si accorgeva chiaramente di quello che non andava e le riparava prontamente nelle tasche del suo grembiule. Sia chiaro lei le mani le lavava spesso, ma non c’era niente da fare, sembravano passate, per troppo tempo, nella polvere delle cantine frequentate dai Carbonari. Le mani di Gabriella invece erano angeliche, come lo erano i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro colorato. Pensandoci bene questa Gabriella abitava anche lei nelle case popolari nel rione vicino a scuola e successivamente era finita ad abitare in periferia, ma a quell’età certi particolari non erano importanti, valevano molto di più quelli legati all’aspetto fisico e agli abiti.
La guerra tra le due fazioni era naturale e congenita, tra l’altro era anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. I libri delle ricche avevano belle copertine colorate e così i quaderni, mentre le altre prendevano punti di demerito per il disordine, lì le “orecchie” sulle pagine dei libri e dei quaderni non si contavano, come non si contavano le macchie e le ditate di inchiostro. Tutto sommato era una guerra destinata ad un unico epilogo: la sconfitta.
Poi venne il giorno della recita. Come ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non mancava mai. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita con le vettovaglie fornite dai genitori resta immancabile. Quell’anno il tema era stato libero. I due gruppi avrebbero presentato un loro pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. Forse le insegnanti non avevano capito il potenziale della cosa, perché se lo avessero fatto, ci avrebbero pensato due volte prima di concedere quella libertà.
Su queste cose lei si trovava a proprio agio. Aveva una bella voce, era intonata, aveva fantasia da vendere e sogni da realizzare. Col suo gruppo scalcagnato aveva messo giù un’opera in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga e inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate che avevano primariamente conquistato le sue compagne. La cosa era così entusiasmante che a differenza che per lo studio scolastico le ragazzine si erano impegnate oltre ogni misura. Chi canticchiava la canzone ripetendo caparbiamente le nuove parole, chi saltava come un grillo per imitare alcuni personaggi della commedia dell’arte, o almeno quello che pensavano fosse l’atteggiamento di alcune maschere. C’era persino il vecchio Pantalone che borbottava cupamente di avarizia e vecchiaia. Una sola cosa mancava: le maschere. Certo di soldi non ce n’erano per la bisogna. Anche su questo s’ingegnarono, usando abiti vecchi e colorando mascherine di carta.
Gabriella e le ricche compagne guardavano l’operosità delle Carbonare con occhio critico, ma anche magnanimo, certe che la loro scelta sarebbe stata la migliore. Loro stavano preparando un pezzo sulle Bambole che facevano corte attorno alla loro Regina. Sarebbe stato bellissimo indossare quegli abiti messi a disposizioni dai genitori compiacenti, tanto che alla Regina si palesò l’idea di essere generosa verso l’altro gruppo e prestò all’autrice il suo bell’abito da arlecchino. Anche le altre belle Garibaldine pensarono di fare altrettanto così si poté racimolare un minimo di pezzi che avrebbe sostenuto meglio lo spettacolo in maschera.
Quella sera le Bambole furono giustamente stucchevoli mentre le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, ebbero un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Le povere Carbonare avevano avuto un loro momento di gloria. Lei era così fuori di sé per quella banale vittoria che rimase di stucco quando la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual era, disse: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume.” Lei non ci mise un attimo, in palco, davanti ad una platea esterrefatta si levò, senza metterci tanta cura, la maschera prestata, restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti, fece un bel fagotto dell’abito e lo gettò contro la faccia trionfante della Regina delle Bambole. Lei era troppo gasata per sentirsi in imbarazzo quindi fece la sua uscita trionfale e dopo un inchino profondo improvvisò: “Mi sò arlechin batocio orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora, vado via, saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…” Il pubblico era in deliquio, sembrava una recita messa su apposta. Le suore erano sconvolte e non sapevano come prenderla. Ma visto che i genitori si scapicollavano a fare le congratulazioni anche a loro, alla fine la presero sul ridere e gongolarono della loro audacia.
Dopo molti anni ho incontrato quella ragazzina, quella Carbonara ingegnosa, era diventata una bravissima insegnante di italiano molto amata dagli allievi, era ovviamente nubile, atea e comunista e aveva mantenuto la sua verve e un po’ di quella pazzia che l’aveva resa celebre altre volte nella sua vita.
Gabriella, finita alla periferia della città, aveva studiato senza onore, ma sposato un piccolo imprenditore cafone che le aveva assicurato un’esistenza agiata di soldi e di corna. Non era mai stata portata per il teatro, e nemmeno per altri spettacoli, ma aveva gli abbonamenti di ogni tipo di rappresentazione, così com’era giusto per una persona che voleva mostrarsi colta. Una cosa però non sopportava ed era assistere ad uno spettacolo in costume, sapete quegli spettacoli dove personaggi in maschera poetano saltellando sulla scena. Li trovava stupidi, deprimenti e terribilmente… popolari. 😉

Non voglio sentire

In La leggerezza della gioventù on 9 febbraio 2010 at 22:56

“Lalalalalaaaaa. Tacete, tacete non voglio sentire” borbottava Arianna tappandosi con forza le orecchie con tutte e due le mani. Non c’era sera che a cena non si scatenasse il putiferio. Arianna non capiva proprio. Quando babbo tornava e non era tutte le sere, la cena diventava una pena. Veramente anche la mamma aveva sempre una faccia assente e le rughe in mezzo alla fronte. La breve memoria di Arianna aveva cancellato, se c’era, un tempo in cui la mamma sorrideva e il papà tornava a casa presto. Forse lo facevano quando lei non era ancora nata, ecco perché non se lo ricordava. Betta, la sua compagna di classe, raccontava sempre che i suoi genitori erano belli come quelli della pubblicità dei biscotti, e più Arianna ci pensava e più trovava che i suoi genitori le ricordavano… cosa le ricordavano?… non lo sapeva nemmeno lei. Aveva imparato a fare sempre piano quando si alzava da tavola, nessuno se ne accorgeva, spesso si chiudeva in camera sua e serrava gli occhi e le orecchie in modo che niente potesse entrare. Qualche volta si addormentava così. Non si accorgeva nemmeno se mamma entrava per levarle le scarpe e infilarla sotto le coperte. Mamma spesso piangeva. Mamma spessissimo faceva telefonate e non la finiva più. Mamma spesso la mandava a giocare lontano e quando si dimenticava di comperare qualche cosa si arrabbiava con lei. Arianna sapeva che aveva fatto qualche cosa che non andava bene, ma non capiva cosa. Suo papà invece le faceva paura. Sarà perché aveva quella voce da orco. Aveva anche un odore forte che non le piaceva affatto. Mamma diceva che fumava come una ciminiera, ma lei non sapendo cos’era una ciminiera se l’immaginava come un mostro che sputava fuoco e fumo. Arianna pensava che forse tutto sarebbe cambiato se lei si faceva piccola piccola e se i suoi genitori si fossero dimenticati di lei. Allora papà sarebbe tornato a casa dal lavoro con dei fiori per la mamma e lei lo avrebbe aspettato con il grembiule, come quello di Filippa che veniva ad aiutare per pulire casa. Filippa invece le piaceva un sacco. Aveva un buon odore di pane. La guardava con un’aria seria seria e le diceva: “Come sta oggi la mia principessa?” e le faceva un buffetto sulla guancia come a provare se c’era sufficiente carne da stringere. Arianna la seguiva come un cagnolino mentre Filippa con decisione preferiva farla sedere sulla poltrona dove si doveva sedere una principessa come lei.
Eppure non si sentiva principessa, non si sentiva per quello nemmeno una bambina normale. Avrebbe dato il suo giocattolo preferito, che era Roro il suo orsacchiotto, per potersi rifugiare in un posto dove ci fosse stato silenzio. Dove avrebbe potuto far muovere i suoi pensieri senza tenerli stretti tra le mani dentro alle orecchie e dietro agli occhi strizzati. Ma questo posto non c’era, e se c’era lei non lo sapeva immaginare. Pensò a quello che le aveva detto Betta e immaginò la sua mamma mentre preparava i biscotti, il posto era tutto bianco di farina e il sole illuminava i suoi capelli. Nell’aria c’era un buon odore di pane e Arianna pensava che doveva esserci anche Filippa in quel posto lì. Babbo non c’era, era rimasto a lavorare anche se era un giorno di festa, magari avrebbe combattuto e vinto quella terribile Ciminiera. Mamma rideva impastando la farina con le mani e tirandosi dietro il ciuffo sbarazzino che le solleticava il naso. Il sole entrava dappertutto. Arianna usciva nel giardino e si trovava in un grande prato di erba appena tagliata. Sentiva soltanto il rumore dell’acqua del ruscello e il cinguettio degli uccellini… ora avrebbe sentito anche la voce di Filippa che cantava sottovoce “Che fretta c’era.. maledetta primavera… che fretta c’era se fa male solo a meeee“. Certo che era un bel posto quello, e sicuramente era lì che voleva vivere. Betta sarebbe rimasta con tanto di naso. Sarebbe stato un bel vivere, lì, al Grande Mulino Bianco.

Troppa felicità

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria, uomini on 23 gennaio 2010 at 13:05

Non capiva le ragioni del suo malumore. Certo, a pensarci bene, faceva sempre parte del carattere burbero che lo aveva accompagnato tutta la vita. Aveva voglia di scherzare con gli altri, ma mica sempre riusciva a farglielo capire. Qualche volta addirittura era lui il primo a non riuscire a credersi.
Certo che la sua vita era cambiata negli ultimi tempi. E cambiata in meglio, anzi sembrava un sogno. Vuoi mettere quando si era trovato sulla strada senza un soldo in tasca e senza più un tetto sulla testa? Non che con Claudia la vita fosse stata un ballo di carnevale, ma per un po’ era andata bene, mica aveva niente da rimproverarle. Non che Claudia comunque fosse il suo ideale di donna, era carina e si dava da fare, ma alla fine si era stufata di tentare di piacergli e di fare le cose che voleva lui. D’altra parte a lui era rimasta nel cuore Veronica. Forse glielo aveva anche fatto capire, a sua moglie, ma per fortuna lei non era gelosa e poi Veronica chissà dov’era finita. E lui quel cuore glielo aveva dedicato, ma come si dice sempre: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e la vita comunque andava avanti e lui la vita la voleva vivere.
Poi era successo. L’aveva trovata sul treno per Roma. Certe cose non si possono prevedere. Ci aveva sperato certamente e poi, senza averlo premeditato, avevano prenotato, su quel treno, il posto uno di fronte all’altra.
Casi della vita. Ritrovarsi dopo più di venti anni che non si vedevano. Che emozione. Lei era cambiata, ma lo era pure lui per questo. Non era più il fiore delicato che lui aveva avuto tra le mani. Ora era una donna matura e sensuale, ma anche se cambiata restava sempre il suo sogno, e lo era, comunque, malgrado Claudia. Aveva provato un po’ di senso di colpa, quel tanto che bastava a farlo sentire un verme, ci si sente così quando si è sicuri di comportarsi male, quando si sa di far soffrire qualcuno, ma alla fine sapeva che non avrebbe ascoltato niente e nessuno. Lei era lì e lui poteva dissetare la sua sete alla fonte o almeno avrebbe potuto tentare di farlo. E la fonte era stata generosa, aveva quietato volentieri la sua sete. Malgrado il tempo passato erano ancora gli amanti che erano stati e lui non voleva tornare indietro. Veronica era ridiventata il centro del suo mondo e lui non avrebbe potuto farne a meno, neanche l’avesse voluto.
Per questo Claudia, ad un certo punto, gli aveva buttato in strada due borse di biancheria infilate alla rinfusa e aveva cambiato la serratura di casa.
Era stato difficile quei primi tempi, ma lui aveva ritrovato la donna amata, il suo sogno da sempre e il nuovo inizio del loro amore era stato travolgente ed intenso. I loro giorni e le loro notti erano teneramente e appassionatamente indimenticabili. Lui aveva ripreso a lavorare di gran lena per creare un nuovo paradiso per loro due. Le cose andavano bene, anzi benissimo. Ora era davvero felice. Una sola cosa rovinava il loro accordo, ed era lui, cominciò a chiedersi dove li aveva passati quei vent’anni la sua Veronica. Non è che lei non fosse generosa di particolari, ma a lui non bastavano mai. Voleva sapere e più sapeva più non gli bastava e più non gli bastava più si adombrava. Non che Veronica fosse stata a rigirarsi i pollici. Lei aveva sempre vissuto intensamente, aveva viaggiato, aveva conosciuto gente, cambiato partners, lei era libera e non si creava problemi. Mica come Claudia che si poneva problemi per tutto e per tutti. Non ti dico poi sui giudizi della gente o sui doveri che riteneva di avere nei confronti dei familiari. Una noia mortale. Ma anche quelli erano valori. I suoi. Chi era lui per giudicare? Era stata una brava moglie e una compagna paziente. Niente di eclatante dentro al letto, ma era un’abitudine rassicurante a cui difficilmente aveva rinunciato. In fin dei conti, quando si comincia ad invecchiare, fa piacere trovare un porto sicuro e delle acque chete ad accoglierti.
Ma lui era felice, come aveva sempre sognato di essere. E tutto nella sua nuova vita era estremo ed elettrizzante. Ma ora erano iniziati i suoi malumori. Si sentiva stanco e stressato. Dava la colpa al lavoro che lo prendeva troppo. Veronica era spesso assente e questo lo infastidiva, ma quando tornava era una gioia degli occhi e del cuore. Eppure a lui il malumore non passava. Pensava spesso ai suoi libri che aveva lasciato nella sua vita precedente. Aveva nostalgia della sua musica e dei suoi amici del biliardo che si trovavano al solito bar. Pensava spesso alle domeniche davanti alla TV a vedere la domenica sportiva. Adesso con Veronica erano uscite per il cinema e per cenette al lume di candela. Avrebbe dovuto essere felice, molto felice. Tutto era come aveva sognato. Era il suo sogno che si era realizzato. Eppure il malumore lo rendeva nervoso e rispondeva in modo urtato alle gentilezze di Veronica. Lei ci stava male e chiedeva perchè. D’altra parte cosa gli avrebbe potuto raccontare? Nemmeno a lui era chiara la cosa. Era lei la luce dei suoi occhi, ma di notte, quando la teneva tra le sue braccia, riusciva solo a chiamarla “Claudia, unico amore mio“.

Questione di pudore

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 22 gennaio 2010 at 14:56

“Mamma non essere ridicola!
Ma ti rendi conto dell’età che hai?
Non pensi a quando sarai sola e noi figli avremo i nostri impegni e… e poi… non pensi a papà?”
“Lascia stare quel vecchio sclerotico di tuo padre.
Mi sono stufata e non lo reggo più.
Se ne vada dove vuole, ma non starà un momento di più sotto questo tetto.”
“Ma non pensi a quello che dirà la gente?
In fin dei conti sono quasi cinquant’anni che state insieme, non ti sembra un comportamento un po’ eccessivo?
E poi… hai settantanni, non ha senso che ti riprenda la tua libertà? Per farne cosa? Ma hai pensato a noi figli?”
“Non vedo proprio cosa c’entrate voi figli, avete le vostre vite ed io mi sono già sacrificata abbastanza.
E poi la gente… la gente mica gli lava le mutande la gente, mica svuota i suoi posacenere e pulisce il water quando lo ha usato neh! Io sarò vecchia, ma lo sono meno di lui, ho diritto di vivere pure io o no?”
“Ma papà è confuso, dove vuoi che vada?
Non posso mica ospitarlo a casa mia, lo sai che abbiamo solo la stanza di Carletto e poi Mimma ha i suoi impegni, non posso farle carico di papà e delle sue manie.”
“Ecco lo vedi? Anche tu sai che è un uomo impossibile.
Io ci ho sprecato la vita con lui.
Mai una soddisfazione, mai una carineria. Io sono una donna che ha i suoi bisogni e lui non se n’è mai accorto.
Ma lo sai che mi prendevano per sua figlia quando lavoravo da lui? Avrei avuto anche io le mie belle soddisfazioni, mica ero come adesso, ad un uomo avrei potuto far perdere la testa.
Invece avevo la famiglia, dovevo pensare ai figli, ma adesso non serve più, rivoglio indietro il mio tempo perduto.”
“Ma cosa farai da sola?
Non pensi che potresti aver bisogno di compagnia? Di qualcuno con cui parlare e che si occupi di te quando stai poco bene?”
“Tuo padre? Ma se non c’era mai quando ho avuto bisogno di lui.
Mica fa differenza… anzi la fa solo perchè avrò meno impegni, meno seccature, non sono la sua infermiera, non sono la sua serva, si trovi una badante, una di quelle extracomunitarie che se lo ripassino per bene. Magari con quelle si comporta da uomo, a meno che non se lo sia completamente dimenticato com’è fatto un uomo.”
“Ma mamma… che dici? Alla tua età, ma non hai un po’ di.. un po’ di… pudore…”
Lei aveva alzato le spalle con un’aria da bambina ostinata. Che ne sapeva suo figlio di cosa volesse dire per una donna come lei una “questione di pudore”.

Uno speciale atto d’amore

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, uomini on 5 gennaio 2010 at 10:45

Iniziare un nuovo anno è sempre un’impresa complicata. In genere lei si accontentava di fare dei piccoli progetti. Aveva capito, nel tempo, che quelli grandi la scoraggiavano ancora prima di cominciare. Potenzialmente è bello iniziare con grandi progetti, magari scaraventando dalla finestra il gravame accumulato durante l’anno appena trascorso. Dell’anno passato aveva un’idea un po’ confusa, no, anzi, più che altro parziale. Era successo qualcosa durante quell’anno che l’aveva totalmente destabilizzata e questo interveniva così potentemente nella sua vita che ogni altro fatto, ogni altra avventura, fortunata o sfortunata, accadutagli, aveva perso di spessore. Il fatto era una cosa incredibile e strana. A pensarci sembrava quasi una storia inventata da uno scrittore di fantasy nel pieno della sua immaginazione. Poi, lei a queste cose non aveva mai creduto. Tutti sanno che la vita riserva sempre sorprese e che a volte accadono fatti che ti lasciano senza fiato. Lei lo sapeva bene, meglio di tutti gli altri. Spesso la sua vita era cambiata, spesso era ricominciata da uno zero assoluto. Non proprio uno zero che però avesse contemporaneamente provveduto ad azzerarle anche la memoria. In sostanza aveva ricominciato a ricostruirsi una vita, senza poter contare sul passato. Invece, questa volta, il passato le era caduto addosso con l’impatto di una meteorite. Mica una robetta piccola, no, una meteora di quelle che cambiano la storia del mondo. Beh, insomma non di tutto il mondo creato, ma almeno del suo mondo, quello sì.
Era stato un giorno di marzo dell’anno trascorso. Uno dei giorni più difficili del suo tempo. L’anniversario di un lutto che aveva cambiato la sua storia, un anniversario che cadeva in un momento in cui, ancora una volta, la sua vita era stata ribaltata sottosopra. Aveva solo visto un nome in un social network che frequentava a tempo perso. Quel giorno il tempo era più perso degli altri. Aveva incontrato proprio quel nome. Aveva provato una stretta al cuore, una specie di timore e ritrosia vagamente bordati di una sorta di sorda gioia, ma talmente nascosta da sembrare quasi sgomento. Quel nome per lei aveva un significato che nemmeno a lei era mai stato completamente chiaro.
A ragionarci su la cosa era semplice. Non servivano tutti quei timori. Era solo il nome di un ragazzo che aveva conosciuto nella sua gioventù. Ormai una gioventù che era da tempo perduta. Aveva fatto un calcolo, all’incirca si trattava del mitico ‘68. Aveva avuto con lui una storia finita in un modo che lei preferiva non ricordare. Lei ci aveva messo molto di suo e si era sempre sentita a disagio in seguito, quando si erano incontrati. Insomma vedere un nome e innescare tutto quel carico di ricordi a lei sembrava davvero esagerato. “Ma dai! Chi dice che è lui? E poi anche se fosse lui di certo non si ricorderà di me.” Si era detta con un po’ di apprensione nel cuore, ma anche certa che non poteva essere così. Sarebbe bastato chiedere l’età, bastava sapere se avesse un fratello di nome Enrico… Anche di lui si ricordava con precisione, era solo leggermente più giovane, ma per tutti era il “piccolo”. Lei rammentava di avergli voluto bene. Poi si erano persi tutti, o almeno quasi tutti. Non si trattava solo dei due fratelli, ma anche di tutti gli amici di allora. I sessantottini. Loro, assieme a tutti gli ideali che li avevano nutriti allora. Lei sapeva di essere stata la più colpevole. Lei era certa di aver avuto, proprio sullo scompaginare il gruppo, la responsabilità maggiore. E poi lui. No, non poi, diciamo prima di tutto lui…
Mandare quella semplice richiesta era stato facile e difficilissimo allo stesso tempo. Si era chiesta se fosse il caso e si era risposta che proprio non lo era, eppure non aveva resistito e gli aveva chiesto l’amicizia accompagnandola con un breve messaggio di chiarimento. Quella sera aveva continuato a raccogliere scorie della sua memoria. Sapeva di aver parlato di lui solo pochi giorni prima con un caro amico, sapeva di averlo messo tra i suoi pochi ricordi di massima felicità. Un puro caso, davvero. Quel ricordo era così chiaro e nitido nella sua memoria da farle paura. Tutto il resto era sepolto sotto una coltre limacciosa. Non che fosse stato necessario dimenticare, ma sicuramente era stato utile. Una vita a volte si sviluppa meglio senza il peso delle altre vite passate. E lei di vite ne aveva avute parecchie, forse troppe.
Non aveva voluto pensare all’eventuale risposta. Si diceva che non era poi così importante. Le ultime notizie che ne aveva avuto risalivano ormai a tanto tempo prima, ma la vita sembrava essergli stata almeno un po’ più leggera della sua. Una vita normale, concreta e serena per un ragazzo che… A pensarci bene si ricordava che tutta quella normalità e serenità intorno a lui le facevano uno strano effetto. Non che non gli aspettassero di diritto, solo che apparivano incongruenti. Gli si addicevano di più le cose eccezionali. Ma, ormai, era arrivata a pensare che anche la normalità era un gesto straordinario ed eccezionale. Difatti la normalità e la straordinarietà non erano cose per lei. Lei aveva sempre vissuto sopra le righe, qualche volta anche sotto, ma tra le righe mai, quelle non sapeva cosa fossero.
La risposta non tardò. Come già aveva intuito era quel ragazzo. Quello dagli occhi verdi. Il suo ragazzo del ‘68. Non avrebbe potuto essere qualcun’altro, il destino se gioca, sa giocare bene le sue carte.
La risposta aveva messo un carico da 90 alla sua memoria. Lui non aveva dimenticato. Aveva cercato di nascondere quei ricordi sotto il peso di altri, più sostanziali, anzi li aveva barattati con una vita piena di responsabilità e di piccoli grandi atti d’amore, coraggio e di ribellione che avevano minato, alla fine, la sua serenità.
A quel punto tutto era così strano e così precipitoso lo scrivere che a ragion di logica si sarebbe dovuta ritirare. Se lo proponeva, per infinite e valide ragioni. Non era più il tempo di rischiare, era troppo stanca, troppo dolente. Eppure le sue mani correvano alla tastiera e compilavano una risposta altrettanto diretta, anche se apparentemente più cauta. Non poteva succedere ancora, non poteva accadere un’altra volta che fra di loro le parole fossero così facili, immediate, e i significati così comprensibili a tutti e due. Erano passati più di 40 anni. Ora erano vecchi. I loro occhi certo non conservavano più l’antica luce. Almeno questo era quello che lei pensava. Almeno questo era quello che comunemente accade fra la gente comune. Alla fine si era arresa.
In quell’ultimo anno aveva capito che niente per loro due era mai stato comune. Aveva imparato che si tende a dimenticare solo quello che fa male. Gli atti d’amore non si scordano mai. Ecco perché all’inizio del nuovo anno lei si trovava a fare piccoli progetti per il futuro. Cose quasi di tutti i giorni, ma che serbavano una luce nuova, un nuovo sapore. Il suo progetto per il futuro l’aveva già fatto, le era cresciuto nel cuore, aveva occupato tutta la sua vita, le aveva ridato calore allo sguardo e movimento alle mani. Quel progetto aveva rimesso in moto il mondo intero ed il suo mondo, anzi il loro mondo. Aveva riportato alla luce i legami che era stati sciolti allora e che si erano riannodati. Aveva portato alle loro bocche nuove e antiche parole. Aveva ridato luce a quel tempo dove la luce era ritornata ad essere un sogno. Quel progetto per la verità era un antico progetto, era qualcosa di semplice e normale e senza timore poteva dire che si trattava di uno speciale atto d’amore.

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