Mario

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53) Comunisti al sole

In Una canzone al giorno on 31 luglio 2010 at 12:00

La Volvo è ancora là
è pronta per partire
idea di libertà
di una giornata al mare
chissà se partirà
se non si fermerà
Ci vuole volontà
E determinazione
E combattività
Per arrivare al mare
Chi ti fermerà
Verso la libertà
E nel tuo sogno cammini
Su una spiaggia privata
E non lo sai
Chissà se te ne accorgerai ..ai ai ai
Resta sempre uguale a come sei
Un comunista al sole
(Un comunista al sole…)
Non cambiare tanto resterai
Per sempre un sognatore
Per sempre un sognatore
Ma che golisità questa giornata al mare
Sublime voltuttà
Sentirsi un po’ Briatore
Chi ti fermerà verso l’ingenuità
E nel tuo sogno cammini
Su una spiaggia minata e non lo sai
Che forse te ne pentirai …ai ai ai …
Resta sempre uguale a come sei
Un comunista al sole
Non cambiare tanto resterai
per sempre un sognatore
Chi ti fermerà
Verso l’ingenuità
Amico mio che mi cerchi
Sotto l’ombrellone
Nel tuo sogno ritroverai la mia generazione

Un comunista al sole
Un comunista al sole
Non cambierai tanto resterai per sempre un sognatore
Per sempre un sognatore

Soluzione
Titolo: COMUNISTI AL SOLE
Cantautore: ANTONELLO VENDITTI

53) Il deserto dei Tartari

In Un libro al giorno on 31 luglio 2010 at 8:00

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Soluzione
Titolo: IL DESERTO DEI TARTARI
Autore: DINO BUZZATI

Trama: Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questo, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.
La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, è rimasta solo una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.
Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, ne rimarrà affascinato, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.
Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.
Nell’attesa della “grande occasione” si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani o ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i nemici, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione.
Drogo, infatti, crederà di riconoscere, nei suoi ultimi istanti di vita, la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo non ha quindi centrato l’obbiettivo della sua esistenza ma ha sconfitto il nemico più grande: la morte.

52) Amico fragile

In Una canzone al giorno on 30 luglio 2010 at 12:00

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta?”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

Soluzione
Titolo: AMICO FRAGILE
Autore: FABRIZIO DE ANDRE’

Quelle notti…

In Amici, musica, personale, Venezia on 30 luglio 2010 at 10:10

Stava ascoltando quella canzone e pensava che a volte anche le sue notti non avevano meta. Oppure se un posto c’era dove finire quello era arrivato dopo. Succedeva spesso d’estate, quando non c’era un filo d’aria a muovere dolcemente le tende della sua stanza, a casa di Nichi. Per anni era stata sola in quella casa. Nichi non trovava pace e si spostava di città in città a seconda del suo umore. Era un’ottima amica per condividere l’appartamento, ma non c’era mai. Non che a stare sola si trovasse male, ma a volte… appunto, ci sono certe notti che non ce la fai.
Ti prende quella smania, quel languore, un formicolio dentro ai polmoni, se non proprio lì, almeno nella cassa toracica, in un luogo più vasto del cuore, che proprio non ce la fai a stare ferma e devi uscire, incontrare, parlare o anche solo tacere ed ascoltare. Ecco “quelle notti” Rossana usciva a perdersi e trovarsi nel chiaroscuro della strada.
Rossana non aveva un bel carattere. Non amava dipendere da qualcosa. A volte rinunciava persino al caffè del mattino, non lo voleva se diventava un’abitudine. Ecco, come le sigarette, non ci aveva mai preso il vizio, sempre per la sua mania di controllo. Ma certe notti il controllo non lo voleva più. Usciva e andava all’avventura. Niente di perverso s’intende. Non andava in cerca di uomini sconosciuti, non sapeva che farsene. Non voleva essere notata, di quello ne poteva avere di giorno. Ma la notte era diverso. Lei voleva vivere e respirare la notte. Lei voleva essere protagonista, come in genere le ragazze non potevano essere mai.
Se proprio avesse dovuto pensarci, uscire per strada da sola di notte, nessuno lo consigliava. A parte i suoi, che l’avevano tenuta segregata sempre, tanto per non sbagliare. Ma adesso che dalla sua famiglia aveva preso le distanze, ad uscire ci provava proprio una grande soddisfazione. Nella sua città poi, la notte era magica. C’era il solo pericolo di perdere la voglia di rientrare.
Andare per strada senza meta era liberatorio. Era talmente curiosa e desiderosa di “vedere” che non le sfuggiva nemmeno un’ombra o una luce o un rumore antico o nuovo. Ma non sempre era così. A volte non voleva vedere nessuno e prendeva le strade meno frequentate e più buie. Ma quelle erano notti estreme e disperate, dove nessun coraggio ti potrebbe aiutare. A volte invece passava a vedere se c’era qualcuno da Marga. Non che Marga fosse la persona più socievole che esistesse in città, ma lì da lei si conoscevano tutti, alcuni si fermavano a mangiare e poi si stava ore a parlare. Almeno finché lei non si preparava per tornarsene a casa. Faceva tintinnare le chiavi: “Ragazzi, per stanotte chiudo.” E non c’era da protestare. Lei su quello era rigida. Se era stanca chiudeva e se ne andava. Se non aveva voglia, manco apriva, così non si doveva sbattere per i nottambuli come noi.
Rossana sapeva che se vedeva la luce accesa c’era qualcuno nel “club”. Voleva dire che Marga ti apriva la porta e ti offriva, se erano rimasti, gli avanzi della cena. Voleva dire che c’era del vino sul tavolo e qualcuno seduto attorno a parlare. Molto spesso era interessante ascoltare. Altre volte Rossana aveva voglia di intervenire, di essere protagonista.
La prima volta c’era stata con Carlo. Lui di notte aveva dei posti fissi. Se li passava tutti prima di andare a dormire. Abitudine. Marga era un luogo segreto che voleva condividere con lei, appunto il “club”. A volte, quando la proprietaria ne aveva voglia, preparava uno strano Mussaka con tutto quello che trovava nel frigo. Una ricetta tutta sua che non si era vista mai, ma che incontrava i gusti di tutti.
Rossana ci era tornata al “club” anche senza Carlo, con i suoi vecchi amici. Erano proprio le serate più strane. Quelle notti che per un improvviso temporale, ti trovavi a doverti riparare dalla pioggia, oppure perché la strada era diventata insopportabilmente vuota.
Insomma c’era notti e notti… diverse solo per l’umore che Rossana aveva oppure solo insonni perché così la gioventù impone o solo perché in certe notti dormire è un’offesa all’insostenibile voglia di vivere.
Quelle notti avevano una musica dentro. Un ritmo che assomigliava al battito del cuore.
Rossana a quelle notti era incapace di dire di no.

52) La mamma del sole

In Un libro al giorno on 30 luglio 2010 at 8:00

Paura vera.
La paura dei bambini.
Infatti aveva sei anni ed era estate.
Agosto, un sole che ammazzava i cani.
Da un quarto d’ora picchiava i piedi per terra, frignava, voleva uscire, andare a giocare per le strade di Siliqua. Per giunta stava disturbando anche gli altri che, dopo il pranzo, erano saliti nelle stanze di sopra per schiacciare un sonnellino.
Allora zia Ninna aveva smesso di lavare i piatti, gli si era avvicinata, s’era ingobbita, gli aveva parlato all’orecchio.
“C’è la mamma del sole fuori.”
L’alito di zia Ninna sapeva di brodo di pecora, il tono della sua voce di mistero. Gli era sembrata una strega. Aveva incassato la testa tra le spalle. Non aveva osato chiedere come fosse fatta la mamma del sole, cosa facesse di tanto cattivo. Gli era passata, però, la voglia di uscire.
E s’era arreso al consiglio di zia Ninna, tentando di sonnecchiare, come, Tonfando della grossa, stavano facendo tutti gli altri.

Soluzione
Titolo: LA MAMMA DEL SOLE
Autore: ANDREA VITALI

trama: Ancora un’ altra storia ambientata a Bellano per Andrea Vitali; in questa ci presenta un classico intrigo di paese, sullo sfondo una rovente estate che accende gli animi dell’assai nota cittadina sulle sponde del lago di Como.
Inizia con la scomparsa di una vecchina in un paesino alle porte di Bellano, nessuno l’ha più vista ufficialmente, tranne una persona che è convinta di averla incontrata.
Si occuperà di risolvere il caso il Maresciallo Maccadò e i suoi aiutanti… Il tutto mentre sono alle prese con una lotta tragicomica con un vetro rotto ed una lettera, scritta da ignoti, che metterà un pò di zizzania tra le lenzuola della piccola città.
«Come riesca Vitali a ricavare da un paesello sul lago di Como tante storie e tanti personaggi, è un mistero glorioso che possiamo solo celebrare.»
Mariarosa Mancuso, «Il Foglio»
L’autore Andrea Vitali è un medico di base, laureato in Medicina che per far piacere al padre continua ad esercitare, senza abbandonare però la sua vocazione di scrivere romanzi. Autore pluripremiato e tradotto in mezza Europa, ha all’attivo più di venti libri.

INVICTUS

In poesia on 29 luglio 2010 at 13:02

Dalla notte che mi avvolge,
nera come la fossa dell’inferno,
rendo grazie a qualunque dio ci sia
per la mia anima invincibile.
La morsa feroce degli eventi
non m’ha tratto smorfia o grido.
Sferzata a sangue dalla sorte
non s’è piegata la mia testa.
Di là da questo luogo d’ira e di lacrime
si staglia solo … l’orrore della fine,
ma in faccia agli anni che minacciano
sono e sarò sempre imperturbato;
non importa quanto angusta sia la porta,
quanto impietosa la sentenza:
sono il padrone del mio destino,
il capitano della mia anima.

(Invictus – Nelson Mandela)

51) Certe notti

In Una canzone al giorno on 29 luglio 2010 at 12:00

Certe Notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei.
Certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai.
Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei.
Certe notti somigliano a un vizio che tu non vuoi smettere, smettere mai.
Certe notti fai un po’ di cagnara che sentano che non cambierai più.
Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.
Certe notti c’hai qualche ferita che qualche tua amica disinfetterà.
Certe notti coi bar che son chiusi al primo autogrill c’è chi festeggerà.

E si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così così.
Certe notti o sei sveglio, o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è.
Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.
C’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma un po’ porca com’è.
Quelle notti da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è.

Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così.
Certe notti son notti o le regaliamo a voi, tanto Mario riapre, prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti….
Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi
quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai.

Non si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così, così.
Certe notti sei sveglio o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui

soluzione
Titolo: CERTE NOTTI
autore: LUCIANO LIGABUE


51) Il giovane Holden

In Un libro al giorno on 29 luglio 2010 at 8:00

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo,quella roba mi secca, e secondo, a miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre.

Soluzione
Titolo: IL GIOVANE HOLDEN
Autore : JEROME D. SALINGER

Trama: Holden Caulfield è un adolescente figlio di una famiglia benestante di New York, composta dal padre e dalla madre di Holden, dal fratello maggiore e dalla sorellina Phoebe, a cui Holden è molto affezionato. Il fratello minore di Holden, Allie, poco più piccolo di lui, è morto circa tre anni prima di leucemia.
Il romanzo si apre con il protagonista che comincia a raccontare di questa sua esperienza avvenuta circa un anno prima.
Holden si trova a Pencey, un college in Pennsylvania; la sua situazione scolastica è alquanto disastrosa: Pencey è la quarta scuola che cambia e anche qui non ha ottenuto risultati soddisfacenti; sulle cinque materie presentate è riuscito ad ottenere la sufficienza solo in inglese. Il ragazzo non sembra affatto preoccupato del suo rendimento scolastico e lo stato d’animo che presenta è quello di serenità, anche durante un colloquio informale con il professor Spencer, professore di storia, materia in cui Holden viene, peraltro, bocciato. Dopo questo incontro con il professor Spencer, che lui tenta di portare al termine il più velocemente possibile, il giovane torna in camera per poter preparare le valigie, visto che dopo le vacanze natalizie non sarebbe più dovuto tornare a Pencey.
Il compagno di stanza di Holden è Stradlater, un ragazzo che a volte irrita il giovane protagonista. Il giovane viene a sapere che il suo compagno di stanza esce con Jane, una ragazza a cui tiene molto, e per lei i due si mettono a litigare in modo violento: quello che ha la peggio è Holden.
Il mattino seguente lui decide che aspettare la chiusura del college non sarebbe servito a niente, quindi scappa alla volta di New York, la sua città natale. Tuttavia non avrebbe dovuto far sapere a nessuno della sua famiglia che era stato cacciato per l’ennesima volta da scuola. Arrivato in città Holden trova alloggio presso un hotel di bassa categoria. Dopo un po’ esce dalla sua stanza e va in un locale, nel quale conosce tre ragazze, con le quali si intrattiene per quattro chiacchiere e balli. Finita la serata nel locale Holden si sente tutt’altro che assonnato; così prende un taxi e va in un altro locale della città. In questo locale incontra una vecchia conoscenza del fratello maggiore, in compagnia di un ufficiale della marina, che gli propone di sedersi al loro tavolo; Holden però rifiuta e torna in albergo. Qui Maurice, l’addetto all’ascensore, propone ad Holden un incontro con una prostituta; Holden accetta e torna in camera. Nella stanza si chiede se avesse fatto bene ad accettare la proposta, essendo lui ancora vergine. Mentre rimuginava su questo fatto, Sunny, la giovane prostituta, bussa alla porta. Dopo una breve conversazione con la ragazza, Holden le dice che non aveva più voglia di fare niente, ma che le avrebbe dato lo stesso i cinque dollari che le sarebbero spettati. Dopo alcuni minuti passati da solo in camera risente bussare: si tratta di Maurice, protettore di Sunny, che chiede altri cinque dollari. Holden si rifiuta di darglieli, ma viene malmenato da Maurice che riesce infine a prendersi lo stesso i soldi.
Il mattino seguente Holden lascia l’hotel e ripone le valigie negli armadietti di sicurezza in stazione; quindi telefona a Sally, una vecchia conoscenza, e si mette d’accordo per vedersi nel pomeriggio. Con lei Holden passa un bel pomeriggio; vedono uno spettacolo, vanno a pattinare ed infine a mangiare qualcosa; tuttavia le cose tra i due non funzionano e, in seguito ad una discussione sulla probabilità che i due potessero stare insieme che si trasforma in litigio, Sally scoppia a piangere e Holden si allontana.
Dopo questa disavventura Holden chiama un’altra conoscenza, Carl Luce, col quale si dà appuntamento in un bar. I due parlano a lungo, tuttavia Carl non ritiene opportuno fare discorsi seri con un tipo come Holden. Dopo che Carl se ne va Holden resta solo nel bar e si ubriaca. Smaltita la sbronza Holden decide di tornare a casa per far visita alla sorellina Phoebe, senza, però, farsi scoprire dai genitori. Entra in casa e si dirige, cautamente, nella camera della sorella, che sveglia e con la quale parla a lungo. Lei gli dice che i genitori non erano presenti e che nell’appartamento c’erano soltanto lei e la governante sorda; poi capisce perspicacemente che Holden è stato ancora una volta espulso da scuola. Inizialmente si arrabbia molto per questo fatto, ma poi si mette a ballare con lui. Ad un tratto però entrano in casa i genitori; Holden si nasconde nell’armadio, mentre la sorella distrae la madre per non farlo scoprire.
Dopo essere riuscito ad uscire dall’appartamento, Holden si dirige verso la casa del professor Antolini, a cui aveva chiesto precedentemente ospitalità. Prima di andare a dormire il professore si intrattiene per ascoltare le recenti avventure del ragazzo. Ma durante la notte Holden si sveglia perché si sente accarezzare la nuca: è il professor Antolini. Prendendo l’episodio come un tentativo di approccio sessuale, Holden, spaventato, si riveste ed usa come scusa l’aver lasciato le valigie alla stazione per poter andare via. Mentre va alla stazione pensa che sarebbe dovuto partire da solo verso l’Ovest degli Stati Uniti, andando alla ricerca di un lavoro per poter vivere in una capanna in montagna e metter su famiglia.
Prima di partire sente il bisogno di salutare un’ultima volta la sorellina; le dà così appuntamento all’ingresso di un museo vicino alla scuola della bambina, ma questa si presenta con una valigia ed il desiderio di partire con il fratello a cui è molto affezionata. Questo tipo di comportamento provoca in Holden molti turbamenti, che fanno sì che il suo desiderio di lasciare la città svanisca; così passa un pomeriggio in compagnia della sorella, allo zoo. Al termine della giornata Holden ritorna a casa. Nell’ultimo, breve capitolo viene accennata l’insorgenza di una malattia che porta Holden a essere ricoverato in una casa di cura, seguito da uno psicanalista. Questi gli chiede se a settembre si metterà a studiare di nuovo, ma Holden non sa rispondergli. Il romanzo si chiude sulla malinconia del protagonista, dovuta alla mancanza dei personaggi dei quali ha parlato durante il suo racconto. (da wikipedia)

50) Salvador

In Una canzone al giorno on 28 luglio 2010 at 12:00

Salvador era un uomo, vissuto da uomo
morto da uomo, con un fucile in mano.
Nelle caserme i generali, brindavano alla vittoria
con bicchieri colmi di sangue, di un popolo in catene.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame,
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

Mille madri desolate, piangevano figli scomparsi
l’amore aveva occhi sbarrati di una ragazza bruna.
Anche le colombe erano diventate falchi,
gli alberi d’ulivo trasformati in croci.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame,
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

Ma un popolo non può morire, non si uccidono idee
sopra una tomba senza nome, nasceva la coscienza.
Mentre l’alba dalle Ande rischiara i cieli,
cerca il suo nuovo nido una colomba bianca.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame,
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

Soluzione:
Titolo: SALVADOR
Gruppo: NOMADI

Altri percorsi

In amore, Cinema on 28 luglio 2010 at 11:29

La mia vita è andata come doveva andare. Certo che a pensarci bene avrebbe anche potuto andare diversamente. Bastava poco. Un niente. Eppure come si fa a dirlo, ad esserne sicuri. Forse bastavano delle decisioni diverse qui e là. Forse bastava solo che quel giorno piovesse oppure che avessi ricevuto una telefonata o una lettera. Avrebbe potuto andare bene anche che fossi uscita ed avessi comperato un giornale oppure che fossi entrata in una libreria o che il mio fratellino più piccolo avesse un po’ di tosse. Qualsiasi occasionale “incidente” avrebbe potuto rendere diversa la mia vita. Ed invece la vita era stata quella e non me ne lagnavo. Certo che avrei potuto prendere un’altra strada, se solo fossi stata più attenta, oppure meno disponibile, magari più docile, oppure meno orgogliosa. Chissà quali percorsi avremmo praticato?…
Se ne parlava l’altra sera con il mio compagno. Poi chiamarlo compagno a lui non piace: lo fa sentire provvisorio. Forse ha ragione, di compagni non ce ne sono più. Magari avrei potuto dire fidanzato, ma anche qui il termine è piuttosto anacronistico e poi c’è quel divenire che fra noi è già un divenuto. Beh insomma parlavo l’altra sera con Michele. Si parla sempre molto tra di noi e qualche volta si esce dal seminato. Anzi succede spesso. Qualche volta ci si abbandona a sogni che nascono dall’immaginare diverse opportunità nella propria vita. Il caso. Si diceva: “E se quella volta non fossi partito?… E se fra noi tutto fosse continuato, come era successo ad altri dei nostri amici? E se pur ci fossimo perduti allora. Se a quella festa io ti avessi parlato… oppure io ti avessi confessato o ancora se noi ci fossimo accorti?…” Che esercizio inutile. Ma siamo fatti così, io e Michele. Siamo dei sognatori incalliti. Ci piace inventare delle storie. Le nostre o anche quelle degli altri. Magari reinventarle.
Così abbiamo percorso quell’esile sentiero senza se e senza ma. Due ragazzi giovanissimi che vivevano la loro storia nata proprio alle soglie di quel lontano e tanto agognato o vituperato 68. Che poi fosse il 68 noi non lo sapevamo mica. Queste cose si sanno solo dopo. Quello per noi era un anno come tanti. L’avremmo ricordato come il nostro anno d’amore.
Era una storia tra due ragazzi che avevano molto, anzi troppo in comune. Eravamo ugualmente poveri, sognatori, generosi e disponibili. Coraggiosi, forse irresponsabili. Orgogliosi e testardi. Pronti a tutto. Forse no, questo è esagerato dirlo. Pronti a moltissimo, per una coerenza che ci avrebbe portato velocemente a sbagliare. Ma fino ad allora, gli errori erano stati lievi, marginali. Non era stato ancora il tempo delle “decisioni irrevocabili” quelle che avrebbero cambiato la nostra vita. Mettiamo che quelle decisioni non le avessimo prese. Che il destino ci avesse sorriso un po’ di più di quello che aveva già fatto nel metterci assieme. Mettiamo che io non avessi la paura di una sedicenne e lui l’insicurezza di un diciannovenne. Mettiamoci anche che non fossimo stati oggetto di proibizioni, costrizioni, invidia e quant’altro. Mettiamo che avessimo superato quello scoglio dei caratteri che s’incendiavano per ogni nonnulla. Che fossimo liberi di prendere le nostre decisioni e che fossimo stati supportati di un niente dalle nostre famiglie. Oggi dove saremmo arrivati?
E’ bello sognare un’altra vita se qualche volta la tua è stata avara. Senza aver da recriminare troppo. E’ fantastico proiettarsi un nuovo film. Vedere le trasformazioni che il tempo produce sui nostri corpi e sul nostro modo di pensare. I migliori anni della nostra vita. Una lotta che sarebbe stata comune. Un sentiero percorso mano nella mano. Degli abbandoni di cui solo allora eravamo capaci, ma che non avevamo ancora conoscuto. Un film che neanche a Hollywood se n’è mai sentito parlare. Gli attori principali: solo noi. Interpretazioni da Oscar. Diventare adulti sarebbe stato più facile. Alcune particolari decisioni solo nostre. Molti figli di molti colori. Che film stupendo. Noi ancora gli sceneggiatori e i registi. Avremmo imparato la leggerezza che non sapevamo trovare. La libertà di essere noi stessi. La forza di vivere in due. Il più bel film della nostra vita.

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