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Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Tempo senza pietà

In Amici, Anomalie, personale on 9 luglio 2013 at 8:43

Marylebone Cricket Club members wait in a queue outside the ground before the second Ashes test cricket match between England and Australia at Lord's Cricket Ground
La percezione del valore del tempo credo sia soggettiva. Io col tempo ho avuto sempre un discreto rapporto, direi quasi buono. Ho accettato i cambiamenti che ha portato sul mio corpo, un po’ meno su quelli che cercava di portare nel mio modo di pensare e di agire. Involontariamente, però, il tempo agisce sul corpo delle persone in modo tale che non si riesce più a farcela a sostenere i “principi fondanti” del proprio essere.
Esempio è che per carattere vorrei dopo una stressante giornata di lavoro, farmi una doccia veloce e andare a quel benedetto cineforum culturale che tanto aspettavo, anche se contemporaneamente potrei passare a quell’incontro irrinunciabile sulla “green-economy”, senza contare che alla fine, prima di tornare a casa potrei, trovarmi con qualche amico al pub per parlare un po’ di politica o degli ultimi eventi in Egitto o Turchia.
Ovviamente ho la testa che è pronta a tutto, anzi ancor prima di pensare ho già fatto, ma non così il mio corpo che batte in ritirata e che mi ricorda che sono troppo vecchia per tutte queste attività.
Certo è che ho l’età per essere in pensione, per strafottermi una quantità di televisione per una buona parte della mia giornata, per non occuparmi dei mali del mondo: in fin dei conti io, personalmente, per età e condizione non posso farci veramente niente e poi di mali ne ho pure io in quantità industriale.
Ma allora perché non mollo l’osso e schiatto dietro a tutto o almeno a una buona parte di quel tutto, senza ammettere che a volte proprio non ce la faccio più?
Presenzialismo? No, non direi, non mi importa di quello che dicono gli altri, mi importa solo che vorrei sapere e conoscere di più, vivere di più. E se questa è una malattia, allora sono certa, io sono molto malata.
Il problema comunque non è quanto io riesca a voler fare e quanto poi nella realtà io faccio, ma il corollario di amici e conoscenti che non riescono a uscire dalle maglie di una vita di persone di mezza età e in pensione.
Incontro un gruppo di amici seduti al bar davanti al loro caffè decaffeinato (almeno questi non giocano a carte, come quelli del Bar Sport) che mi guardano passare con un po’ di commiserazione negli occhi. Ma dove va quella? Cosa corre a fare? Ma non ha proprio niente di meglio che correre qua e là piena di impegni, perchè non si gode la vita come facciamo noi?
Che poi a me della loro vita non invidio niente. Poche cose da dirsi, niente di nuovo su nessun fronte…
Una coppia di amici: il tempo scandito in risveglio, colazione al bar, lettura di quotidiani, pranzo, pennichella, televisione e cena. Lei che spera che lui vada a letto per riprendersi il telecomando.
Altri due: loro sono sportivi, vanno in barca, e questo è bello almeno per la parte dell’anno che si può fare, ma non si parli delle cose del mondo perchè sono cinici e prevenuti, hanno già visto tutto e non credono più a niente.
Poi c’è l’amica vedova che non sa dove andare e cosa fare da sola, e per fortuna che ha i nipoti di cui occuparsi quando la figlia esce con le amiche o con il marito. Per fortuna i nipoti sono la sua vita.
E via di questo passo, tanta gente stanca, disinteressata, che per veder gente va al bar e per sapere del mondo legge il quotidiano e che già va bene così, visto che c’è anche chi si rintana in casa a guardare la televisione e che televisione.
Il tempo davvero è senza pietà se trasforma la gente, sia i volenti che i nolenti, riducendogli sia i pensieri che i movimenti. Non ha pietà perchè oltre al peso degli anni, dei ricordi e del proprio vissuto, un essere umano deve portarsi addosso anche il peso della sconfitta di non poter più essere un vero attore nel mondo e solo una semplice comparsa. Certo ti consente di esserci, malgrado tutto e comunque, ma perchè non poter essere ancora padroni della propria vita? Oppure perchè pensare che essere vecchi pretenda il prezzo di volare basso, anzi di poter tentare solo dei saltelli che al volo non anelano più.
E non datemi quelli che se li incontrate vi raccontano tutti i loro malanni, come se a saperli tutti, per te, possa essere il viatico che ti accompagna nella vita. Che noia pazzesca.
Sarà per quello che ho trovato un compagno che mi somiglia un po’ e che malgrado una pigrizia atavica, alla fine mi segue o mi anticipa in una corsa divertente che non ha vincitori.
Sarà per questo che da qualche anno mi rifiuto di sedermi in un bar e di portare l’orologio al polso. Un vezzo per sdrammatizzare il passare del tempo e per non perdermi in chiacchere inconcludenti. Un ritorno al vecchio sistema di controllare la posizione del sole o il colore della luce. Chiedetemi che ore sono e vedrete che sbaglio solo di pochi minuti. Chiedetemi la direzione e vedrete che i miei occhi indicheranno sempre: adelante, avanti chiaramente con nessuna voglia di restare indietro. Incapacità di accettare che tutto ha un termine, una scadenza, anzi forse proprio perché la scadenza si fa sempre più vicina, non penso di doverla assecondare mai.
Insomma, non accontentarti mai finché avrai tempo di sognare.

Amore e corazze – Una storia difficile

In amore, Donne on 4 settembre 2012 at 15:39

Difficile scegliere le parole per questa storia. Ce ne sarebbero molte da dire e anche molte da tacere, forse come tutte le altre storie e forse, in questo caso, di più. Mi scuso fin d’ora con gli attori, ma non posso essere precisa e nemmeno completamente informata, ma è una storia e come tale va raccontata, con la sua parte di verità e l’altra parte di fantasia come io penso ogni storia debba mantenere.
Anche stavolta c’è una lei. Una creatura fragile e riccioluta, non che le due cose: fragilità e riccioli non possano convivere insieme, ma quei riccioli si confanno più a una creatura ribelle e decisa, cosa che lei non è. Almeno oggi non lo è più, forse ieri lo era, un ieri un po’ lontano purtroppo.
Lei aveva avuto dei sogni. Già, direte, tutti hanno sogni, soprattutto da giovani, ma i suoi erano sogni un po’ troppo… come dire?… sognanti se mi passate il gioco di parole. Lei sognava di trovare affetto e protezione, una sua famiglia, quella del tipo straordinario, insomma la famiglia che vedi nelle pubblicità in televisione, in poche parole “quella del mulino bianco”. Per realizzare questo sogno l’Italia era poco e lei, riccioli in testa, come suo unico lasciapassare, era partita per un paese lontano.
Lì la famiglia l’aveva fatta, ma sai com’è, sarà stata la distanza o il fatto che di “mulini bianchi” non si dovrebbe mai parlare, quella famiglia era stata una terribile delusione e alla fine lei si era trovata, invecchiata e scacciata da quel paese, divorziata con due figli (difficili) a carico.
Cosa fa una donna fragile, per non soccombere ad un destino patrigno e disdicevole? Beh… si organizza, torna nella sua città di origine, cerca casa, lavoro e scuole per i suoi figli, sperando che ormai il peggio sia passato. Si mette una bella corazza dura per non sognare più e per non chiedere più a nessun uomo di entrare nei suoi sogni. Si rimbocca le maniche e si butta nella nuova avventura, dentro al territorio che l’aveva vista ragazza e che tutto sommato era la sua terra originaria, il suo substrato. Ma quella terra non è la terra dei suoi figli, quella terra e una terra matrigna e non accogliente per loro. Sì, certo, le scuole sono belle, disponibili, accoglienti, ma sono scuole italiane e per questi ragazzi stranieri, sono quanto di più difficile e complicato si possa trovare, soprattutto in una fase d’età difficile e, ad essere generosi, poco gentile.
E il primo a dare forfait è il ragazzo, forse solo per meno voglia di sbattersi in un paese diverso e per dei risultati dubbi.
La ragazzina più giovani invece, un po’ per curiosità e un po’ per compiacere la madre e poi più testarda come ogni donna sa essere, si è fermata e ha frequentato la scuola, con tutte le difficoltà del caso, riuscendo anche a conquistare una lingua nuova, un esito scolastico discreto e anche delle amichette da frequentare.
Lei, la fragile madre ha strappato in due il suo cuore. Quando è partito il figlio la sua corazza si è fatta più dura e il cuore le si è sfaldato come neve al sole. Ne aveva tenuto un po’ di quell’amore per rendere migliore la vita alla figlia che ormai pensava di aver portato oltre la fase del non ritorno.
Ma a volte basta un granello di sabbia e la bilancia pende dove non avresti pensato avesse potuto pendere mai.
Era estate e il figlio maggiore era tornato per una vacanza e il cuore di madre massacrato dal distacco aveva iniziato a sperare. Lei aveva parlato ancora di scuola e di futuro, lo aveva blandito con l’idea di ridiventare famiglia, magari non del “mulino bianco” ma almeno quella parvenza di famiglia dove l’amore tutto supera ecc. ecc. ecc.
Ed invece il risultato da qualche giorno era diventato un incubo, il peggiore che lei avesse sognato: pure la figlia aveva deciso di partire, di ritornare nel “suo” paese, ovviamente con dispiacere di lasciare la madre, ma con il desiderio di riconquistare il padre. Vuoi vedere che pure lei sperava di ritrovare la famiglia del “mulino bianco” dall’altra parte del mare?
Che fare??? Se l’era chiesto mille volte in quei giorni, ma non aveva scelta, sapeva che doveva dire di sì alla partenza anche della figlia, non c’erano “santi che la potessero aiutare” o la figlia partiva oppure sarebbe scappata di casa… e, che senso aveva imporre una volontà che non sarebbe servita che ad allontanare i suoi figli da lei?
I figli ora sono partiti… non si sa, perchè la storia non lo dice, con che pensieri in testa e con che tristezza nell’animo. Tutto sommato, in genere, ai figli interessa poco delle necessità umane dei genitori, loro vogliono avere le loro comodità e se ogni genitore, non ha il buonsenso di rinunciare alla propria vita per il bene dei figli… beh viene da sè, che non è un buon genitore, e che deve fare conto con tutti i suoi sensi di colpa.
Quindi lei, la fragile donna con la corazza, era rimasta a guardare l’aereo che si allontanava, incredula, sconfitta.
Ormai con l’involucro durissimo, ma completamente vuoto d’amore. Ora sì che non sapeva più che fare, ora sì che vedeva davanti a sè il fallimento, ma dove aveva sbagliato? Doveva forse per caso lasciare tutto quello che era riuscita a costruire in quell’anno passato e seguire i propri figli in un paese che non l’aveva voluta e che l’aveva fatta sentire una reietta? Avrebbe dovuto subire il ricatto dei figli che la volevano dove, per lei, e lo sapeva bene, sarebbe stata la fine, come donna ed essere umano?
Belle domande non vi sembra? Ognuno di noi avrà una bella ricetta da proporre sicuramente, ma, chi ha ragione non c’è verso di saperlo.
Lei è rimasta, per ora, con i suoi riccioli scompigliati e incanutiti precocemente e con la sua corazza vuota e senza amore… con la fragilità e la voglia di nascondersi nella depressione.
Mi spiace, stavolta nessuna favola bella con il suo luminoso finale rischiarerà questa storia. L’ho detto che era una storia davvero difficile, che a volte quello che succede è ingiusto ed inacettabile, e non esiste corazza per salvare un po’ di amore per se stessi. Ecco cosa mancava dentro quel cuore, cosa faceva restare vuota quella corazza inacessibile: un po’ di stima e un po’ di considerazione per se stessi… e forse se ritrovasse quella goccia d’amore per sè, alla fine, malgrado tutto, lei sarà salva.

Il tempo delle fragole

In La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 11:07

Era già tardi e sua madre non era ancora ritornata. Brutta domenica anche questa. Non sarebbe potuta uscire visto che doveva accudire ai suoi fratellini. E domani si tornava di nuovo al lavoro. Veramente un gran brutto fine settimana, ma non si poteva lagnare, ora che la nonna stava male. Doveva aiutare in casa. Doveva sollevare dalle fatiche sua madre.Che senso aveva sperare di uscire per vedere Michele. Uscire col suo ragazzo mentre nonna soffriva su quel letto d’ospedale. Si sentiva egoista, incapace di dare priorità alle cose. Voleva vedere Michele sopra ogni altra cosa, ma era una stupidaggine, se ne convinceva. Michele avrebbe aspettato. E non la consolava certamente che c’erano due settimane ancora prima della sua partenza. Era troppo poco tempo per loro. Michele sarebbe partito. Chissà quando sarebbe tornato e chissà se per allora sarebbero ancora stati insieme. Com’è strana la giovinezza, hai così tanto tempo davanti eppure ti sembra che il tempo a momenti ti sfugga via come sabbia fra le dita e altre volte che diventi pesante come una pietra.
Il fratellino più piccolo era caduto in uno dei suoi giochi complicati, ora correva da lei con le lacrime agli occhi. Piangeva perché la mamma non c’era e perché lei lo prendesse in braccio e lo coccolasse. Rossana lo sapeva fare proprio bene. L’aveva preso in braccio e lo baciava sulla fronte e sugli occhi e gli diceva paroline dolci. In fin dei conti pure lui si chiamava Michele e la guardava adorante con due meravigliosi occhi verdi.

La favola più vecchia del mondo

In amore, Donne, uomini on 21 luglio 2010 at 21:59

L’estate era passata in un soffio. Una delle tante estati che Francesca era abituata a vivere. Si prendeva un po’ di vacanza lontano dalla sua città, magari andava nella sua isola a perdersi in lunghe nuotate in quel mare di smeraldo. Ma non era quella la parte più bella della stagione calda, erano invece quelle notti passate per strada a bighellonare qui e là, con i suoi amici.
Certo era un tempo che per vivere bastava poco, lei era brava ad adeguarsi alle contingenze della vita. Calcolava il ritmo dei suoi giorni sulle sue possibilità. Certo aveva un lavoro che non era pagato granché, ma le lasciava molti pomeriggi liberi. Pertanto aveva trovato degli altri lavori che la tenevano occupata solo nelle ore libere, così da poter sbarcare meglio il lunario. Pagava la sua stanza nella casa con altre ragazze con le quali divideva l’affitto. Lei era l’unica a lavorare e, per questo, apprezzava molto la libertà che si era guadagnata col sudore della fronte.
Francesca era una bella ragazza, socievole e piena di amici, amava andare a teatro, al cinema e ai concerti rock, ma si permetteva questi divertimenti solo quando poteva farlo. Per la maggior parte del suo tempo libero si accontentava di sedersi in qualche bar all’aperto o in qualche angolo di strada per suonare la chitarra e cantare in compagnia di quegli amici. La sua era una vita semplice e senza troppe complicazioni. Poi arrivò, con l’odore della terra bagnata, e delle prime foglie cadute, un settembre diverso dagli altri, una stagione che non aveva mai conosciuto che fece vivere anche a lei la stagione dei segreti.
All’inizio le era sembrato di vivere in una favola, che si trasformava di giorno in giorno nella sua favola. Paolo era un noto docente di Diritto che attraverso un suo giovane assistente l’aveva contattata per farle trascrivere i suoi articoli e i sue lezioni universitarie. Quando lei l’aveva conosciuto si era sentita intimidita dalla personalità di quell’uomo. Non solo per il fatto che fosse un famoso cattedrattico, ma anche perché dopo averla conosciuta l’aveva trattata con la gentilezza e l’affettuosità di un padre. Quel padre che a lei era sempre mancato. Del padre aveva anche l’età e pensandoci bene forse anche quella del nonno, ma il suo modo di fare era così… così bonario e alla mano che, malgrado la soggezione, lei ben presto si era sentita rasserenata e piacevolmente coinvolta.
Le sue mansioni si limitavano, inizialmente, alla battitura delle sue cose scritte che velocemente diventò la trascrizione dei suoi convegni e dei suoi seminari. Si sentiva così apprezzata per il lavoro che faceva. A volte lui le chiedeva di andare nel suo studio per dettarle lettere e memorandum. Lei rimaneva frastornata dalla sua amabilità e dalla qualità e importanza dei contatti. Scriveva lettere a personaggi importanti che lei non avrebbe mai pensato di poter conoscere e rimaneva basita dalla famigliarità con cui si rivolgeva a tutti. Spesso lui la tratteneva fino a tardi per parlarle del suo lavoro, ma anche della sua vita, come se lei fosse la migliore confidente. Raccontava dei suoi due figli, ormai adulti, che non riuscivano a trovare la loro strada nella vita e di una moglie rinchiusa nel suo orgoglio di nobildonna decaduta. Raccontava dei suoi viaggi, dei luoghi che aveva visitato, della gente che aveva frequentato, ma sempre con quel velo di tristezza che evidenziava la sua indifferenza verso quella che sembrava una fortuna per il mondo intero. Francesca non pensava affatto di essere una sprovveduta, ma certamente sapeva di essere un po’ ingenua, anche se cercava di mascherarlo con una certa dose di cinismo almeno apparente.
Paolo era un uomo molto esperto e la lusingava in tutti i modi possibili. Era bravissimo a solleticare l’interesse di Francesca dandole, di sopraggiunta, il desiderio di intervenire e di avere un ruolo nella sua vita dorata ma infelice. Lui sapeva che ogni donna ha un punto debole e quello della ragazza era sicuramente il bisogno che aveva di essere amata e vezzeggiata, in più, il bisogno di amare anche lei senza chiedere niente in cambio. Per lui conquistare quella ragazza era un punto di orgoglio, già pregustava l’invidia che avrebbe sollevato tra i suoi colleghi, che si stavano scapicollando per accaparrarsi anche loro i servizi della giovane segretaria.
Una sera lui le aveva raccontato del figlio che passava da una depressione all’altra e del modo esecrabile che aveva sua moglie di usare i figli come metodo di ricatto nei suoi confronti. Francesca era ormai troppo coinvolta e non riuscì a sopportare i suoi occhi lucidi e sfuggenti. Lei gli passo una carezza incerta sul viso che le sembrava bello malgrado le molte ingiurie del tempo. Lui l’abbracciò improvvisamente e le disse le più belle parole che mai lei avesse udito.
Così con piccole bugie o mancate verità, con mezze parole e sguardi languidi lui si prese la sua giovinezza. Francesca non era più la stessa. Disertava gli amici e non aveva più voglia di cantare. Lui le faceva regali assolutamente inutili, gioielli che lei non avrebbe indossato mai, vestiti che lei non avrebbe mai avuto occasione di mettere, e libri che avrebbero fatto bella mostra nella biblioteca di un principe. I suoi tascabili facevano a pugni con quelle edizioni rilegate in pelle. Lei si scherniva, ma ne provava piacere, anche se tutto quello non le poteva servire a nulla per renderle meno difficile il quotidiano. Facevano solo parte della favola. Lui le prometteva viaggi che non aveva mai il tempo o la possibilità di fare con lei. Lei organizzava ogni minuto in funzione delle esigenze di lui, ormai non aveva più tempo per la sua libertà e per andare al cinema o a teatro, tanto meno avrebbe mai potuto frequentare un esecrabile concerto rock. Paolo le stava insegnando come una donna avrebbe dovuto essere per poterla presentare come la donna del Professore. Francesca diventava sempre più triste. Si sentiva rinchiusa in una gabbia dorata, ma pur sempre si sentiva corteggiata e amata come non le era mai successo prima.
Lui prometteva anche se lei non chiedeva. Sapeva essere generoso, ma non la portava mai da nessuna parte. I loro incontri erano pieni di pathos, ma anche di malinconia; per lei era difficile non poter manifestare al mondo il suo amore. Passò l’inverno e tornò primavera, le giornate si stemperavano nel primo dolce sole dell’anno. Tutto intorno a Francesca si risvegliava dal lungo gelido letargo invernale, tutto riprendeva nuova vita e pure dentro di lei una vita nuova prendeva nuovi contorni. La cosa non doveva stupire, succede quasi sempre così, nelle favole più belle, prima viene l’amore e poi arrivano le gioie, se certe sorprese possono chiamarsi gioia.
Francesca timidamente l’aveva detto al Professore e a lui mancava poco che gli prendesse un coccolone. Eh no, non era possibile, sarebbe stato un duro colpo per la psiche dei figli e per l’orgoglio della sua signora. Lui non voleva far soffrire la sua famiglia, non se lo meritavano. Lui avrebbe fatto tutto per lei, ma quello no. Non glielo doveva chiedere. Francesca era confusa, pensava davvero di essere protagonista di una favola, ma non voleva far soffrire nessuno, certamente non quei suoi figli viziati e nemmeno quella donna austeramente infelice. Vagamente capiva che a lei nessuno ci pensava, ma che non era un suo diritto chiedere qualcosa per sé. Paolo partì troppo rapidamente per un viaggio di convenienza con la sua blasonata infelice famiglia.
Francesca, svegliata dal sogno, si ritrovò ad affrontare il suo incubo personale. La trafila di ambulatori e medici che la guardavano con compatimento, lei non voleva quel bambino che le avrebbe ricordato per sempre quel suo peccato di stupidità. Non voleva più essere amata da un padre che non era il suo, anzi da un uomo che poteva essere un nonno che le aveva rubato la sua vita. Certo le era sembrato tutto una bellissima favola che ora le veniva strappata via dal nido che lei aveva costruito nel suo corpo. Quel mattino aveva buttato, senza fare una piega, quegli inutili regali del Professore, dentro alle acque del fiume. Voleva liberarsi di quel peso, doveva liberarsi di ogni peso, pure quello che si portava dentro. Non le sarebbe rimasto più niente, o forse no, un’unica cosa, che avrebbe ricordato per sempre, una grossa e brutta macchia di sangue coagulato, sul candido lettino dell’ospedale.

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