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Nessuno mette una bambina in un angolo

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù on 30 novembre 2010 at 18:56

Foto BN: la neonata Ross in braccia alla mamma in battelloPremessa alla seconda parte:
Se ho quell’aria accigliata una ragione pure ci sarà. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi e trovi la sensazione di aver sbagliato ruolo, momento, tempo, mondo. Ti guardano come un fenomeno. Con dispetto. Con quel sorriso. Con sorpresa. Con delusione. E poi non ho mai amato farmi fotografare. E ancora meno che gli altri parlino di me. Non ci vuole certo molto a farmi scaldare, vorrei vedere voi al mio posto. Gli occhi di mia madre che hanno già quell’espressione. Che sembrano implorarmi di stare zitta. Di risparmiarmela. Se il mondo mi dichiara guerra non sono certo io a tirarmi indietro. Per quanto mi riguarda meglio mettere tutto in chiaro subito: voi cominciate a tremare.

Mica nasco principessa, me ne accorgo subito. Quel gran padre, così preso dalle sue cose, altro non è che un ciabattino. Un tiranno con pochi sudditi da tiranneggiare e col sospetto per questi miei capelli rossi, così… diciamo così sospetti. Io da parte mia mi son data da fare. Il problema non è stato tanto nascere, ma trovarmi in un mondo che non ha idea di dove sta andando. Questa è la scocciatura. Sapere di doverlo drizzare e darci un costrutto. Tutto a me tocca fare! Che poi quando apri gli occhi e si presenta quel fratello… ti cadono le braccia. Se ho pensato di poterci contare per avere un contributo è stato tempo perso, lui è solo in grado di cercare di sostituirmi al seno materno. Che cavolo! Non può prendersi un bicchiere di sano latte vaccino? E poi non è esagerato quell’eccessivo attaccamento alla mamma? Edipo non risolto? Ma guarda se devo preoccuparmi di lui con tanto che ho da fare. Che poi se vuole il latte di mamma io glielo do. Una bella vomitatina e via. Magari non dal produttore al consumatore direttamente, come avrebbe preferito, ma per interposta persona. Che a far le cose a volte mi mette allegria. Vomitargli in testa e vedermi vicino Padre Vattelapesca nell’atto di esorcizzarmi mi ha fatto scompisciare dal ridere. E lui giù a piangere. Ah, questi fratelli che lagna! E poi la casa è piccola, troppo piccola. Non ci stiamo in tutti, soprattutto non ci sto io che ho bisogno di aria e di silenzio per pensare. Comunque a guardare Ernesto tutto pieno di vomito e disperato quasi quasi mi pare più carino, più sopportabile.
Beh! passiamo alla seconda parte perché il tempo passa ed io c’ho da fare.
Nella foto sembro dormire, tra le braccia di mamma. Una bambina normale, mica un’assatanata. Ma ho detto sembro non che lo sono. La cosa importante, come già detto, non è solo nascere, ma vivere in un mondo che non ha idea di dove sta andando. Ovvio che le prime cose da drizzare stanno in famiglia, soprattutto quel fratello senza qualità. La convivenza con lui è a dir poco oltraggiosa. Quello non accetta che abbia già le mie idee in fatto di stare al mondo. Lui contratta con mia madre di chiudermi nel cassetto del comò o di ficcarmi e dimenticarmi dentro all’armadio. Mia madre non gli dà ascolto completamente. Credo che qualche volta ci abbia pure pensato, se non altro per non sentirsi così osservata e a disagio con me. Fossi una tiranna! Intanto avesse chiuso lui, così me ne liberavo una buona volta! Poi tutto sommato a parlare di lui si spende solo tempo e fatica. Io so di essere nata figlia unica, malgrado Ernesto e gli altri tre bambini rossi che ho preannunciato per vendetta. D’altra parte mica tutti nascono con l’impronta della ribellione, no? Che poi nel caso mio non è un semplice segno fisico innocente come una voglia sul polso. A guardar meglio sembro un essere che ha tradito il suo bagaglio genetico. Una mutante.
Comunque, mi rendo conto che non è facile sopportare le mie autonomie che non promettono niente di buono. E mia madre non sa proprio da che parte prendermi.
La prima volta che si distrae e mi lascia zompettare da sola, finisco diretta e spedita dentro al mastello del bucato, pieno d’acqua e sapone. In verità come l’ho visto mi ci sono buttata con voluttà, ma senza secondi fini. Non ha niente a che fare con la ribellione che mostro io e che avrebbe mostrato in futuro la mia generazione. In questo momento è prevalso in me il gusto dell’esperimento. Il piacere di fare qualcosa di nuovo ed eccitante. Non mi ci vuole molto a capire che l’acqua sarà sempre l’elemento naturale che mi ci vuole un po’ come la libertà e la giustizia che mi sono necessari per sentirmi viva. Ovvio che mi sono opposta strenuamente quando sono venuti a togliermi di là. Ma lasciate un po’ vivere questa povera bambina! appena uscita è già così controllata. Nell’acqua sto come il pisello nel suo baccello. Comunque non me ne sarei mai uscita dal mastello ci stavo che era una meraviglia.
Ernesto ride di me e io lo snobbo perché a giocar con lui non ci penso proprio, non lo farei per tutto l’oro al mondo. I suoi sono giochi insulsi, privi di mordente, mentre io già voglio l’avventura, voglio la strada e l’imprevisto. So già cosa diventerò. Mia madre nicchia. Teme, e a ragione, che in strada, con gli altri ragazzi del quartiere, potrei capeggiare presto una banda. E’ sempre stata quella la mia indole. Non corro mai per i secondi posti. Gli altri sembrano tenermi a debita distanza. Anche se sono solo questo soldo di cacio. Anche quelli che mi sovrastano per età e per altezza, proprio come il fratello che mi è capitato in sorte. Perché mica ho potuto scegliere, lui già c’era e a malincuore ho dovuto farmene una ragione. E il quartiere è quello che è. King’s bay mi affascina moltissimo, ma per gli adulti sembra una giungla piena di pericoli. Ma che ne sanno loro dell’avventura? Come sempre dovrò spiegarglielo io.
Mia madre ha la strana sensazione che il mio essere bambina non limiti i miei movimenti e le mie ragioni, così mi chiude nel terrazzino, come un felino in gabbia a guardare il mondo tra le sbarre. Pensandoci bene non devo essere un bel vedere piegata sulle ginocchia con la gonna tirata su sulle gambe e le mutande in bella vista. Nemmeno il mondo è granché, spiaccicato lì sotto. Con quei ragazzini, che sembrano dei nanetti da giardino, che ci giocano liberi e guardano con la testa all’insù i miei mugolii d’animale ferito. Avrei potuto invidiarli sennonché so che da lì evaderò presto. Mi avvinghio alla ringhiera che fa le sbarre della mia prigione. Sono certa di poterlo dirigere, quel mondo che è fin troppo piccolo. Mutande all’aria e digrignamento di denti evidenzia la mia voglia di uscire e di possedere finalmente un paio di pantaloni.
Sono decisa come so essere decisa io sempre. Non proprio una bambina ma già un piccolo essere libero. Le idee ben chiare in testa e la testa già un cespuglio di capelli rossi. Tanto faccio e tanto ringhio che giocoforza mia madre si piega: mi cuce un paio di pantaloncini a pagliaccetto che odio fin nel profondo dell’anima e mi consegna alle cure di Ernesto per tenermi sotto controllo nel cortile di casa. Questa è bella! il controllato a tener sott’occhio il controllore. E’ da vedersi. Lui non è tipo da mettersi nei guai ma questi, i guai, sanno sempre trovarlo. I bambini sono così, vedono da lontano chi l’ha scritto in faccia il destino di vittima; l’annusano. In fondo hanno una loro semplicità nelle cose e una loro crudeltà. Sono radicali e tutti lo prendono a bersaglio di lazzi e dispetti e qualche volta pretendono di prenderlo a botte.
Me ne potrei anche fregare. Ma è, in questo momento, la sola possibilità di uscire in strada. E poi, per la miseriaccia, è pur sempre mio fratello. Nessuno me lo può toccare, tranne la sottoscritta. Ci devo buttare un occhio e riportarlo a casa aggiustato perché ogni ematoma e botta è sempre colpa mia. Se torno pesta, lui fa il santarellino. Sono caduta da sola. O mi sono messa a correre come una scema. Dà della scema a me… Tze! E’ sempre bravo in questo. Insomma… alla fine… vuoi per necessità e vuoi per orgoglio questo fratello sciocco non me lo devono toccare. Dove non può la mia forza può la rabbia, mani e denti e come capita, divento una belva, una vera furia. Credo che qualche segno dei morsi se lo portino a spasso ancora. Buona son sempre stata, mi pare chiaro. Ma quando c’è da lottare, soprattutto per una buona causa, o anche una causetta come lui, non sono mai capace di tirarmi indietro. Ricordo quella volta… ma non precorriamo i tempi, anche questa arriverà. Intanto la presunta iena impara a misurarsi con quello che ai suoi occhi è giusto e quello che non lo è. Insomma la bestiaccia comincia anzi comincerà a crescere dalla prossima puntata.

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Non picchiateli sono nostri figli

In Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 27 novembre 2010 at 14:28

Ho tratto da Facebook questo post che riporto integralmente qui:

Hanno picchiato anche oggi. Che potevamo fare. Dovevamo obbedire. Faccio parte della Polizia di Stato. Si, anch’io ho una figlia all’università che protestava. Mi sono messo in malattia. Non c’ero.  Ho protestato anch’io.
Hanno picchiato anche oggi. Ma non dovevamo fare male. Fare finta, come nei film. Caricare e adagiare il manganello. Sei feriti. “Per Bacco!!!”.
Anche mio figlio c’era oggi e non potevo chiedere malattia. Che orrore, mi ha visto. Il kefiah !!! Noi, in famiglia, siamo comunisti.
Io ho sempre adorato il corpo di Polizia.
Gli ho mandato messaggi per spostarsi, per evitargli il casino.
Sono rimasto fermo. Il mio superiore lo sa. Ho visto ragazzi che ci credono. Ho visto ragazzi che lo fanno solo per moda.
Ho visto altri ragazzi che sperano davvero che il 14 dicembre, Berlusconi si dimetta. Ma si sa, si faranno operazioni al naso, lifting, mal di pancia, diarrea, mal di testa, vomito, febbre, cause di divorzio.
Tanto non cade.
Hanno picchiato anche oggi.
Luigi, col tamburo della banda musicale, Maria Luisa col flauto. Gli hanno picchiati perché davano fastidio. Il regime dice che si deve stare in silenzio. Però col mio collega gli avevamo appena regalato sorrisi.
Erano pacifici, e che cazzo!!! Fischio d’attacco. Ordine superiore.
“Attaccooo!!!” Non era Mazinga Zeta, eravamo noi.
Il flauto di Maria Luisa  è volato, il labbro insanguinato. Il tamburo di Luigi, bucato. Ma che fastidio dava. Dava fastidio al regime. Ai suoi ultimi giorni di Pompei.
Pompei, Gela, Napoli, ma quante città stanno nella merda quotidiana? Pensava Marco mentre manganellava. Ci tolgono soldi, e noi manganelliamo. C’inchiniamo allo stato, perché poi, perdiamo il posto. E c’è crisi. E poi non rientro più nel corpo di Polizia.
Che faccio?
Sarebbe bello rimettere in funzione la gelateria di mia madre. Torno a Castrovillari e ogni giorno vado a trovare mio padre al cimitero.
Hanno picchiato anche oggi.
Mentre il governo era battuto sugli emendamenti e c’era un caos tale che persino il ministro della Pubblica Istruzione votava contro la sua riforma. Che ridere. Non lo diranno al Tg1, lo diranno al tg3. Il 13 dicembre qualcuno spera in una cena avvelenata  e alcuni deputati saranno in missione. Alcuni si sposeranno.
Ad altri morirà il cugino di terzo grado, non potrà mancare all’evento funebre. Deve scegliere, quello dalla quale si guadagna di meno. No?
I tuoi occhi con chi saranno il 13? A chi penseranno il 13?
Intanto una nuvola ha coperto il sole. Ho scoperto un paese dove fanno cento gusti di gelato diversi. Forse vedrò il mare da sud a nord. Hai un cannocchiale? 🙂

Giandonato De Cesare

Cordone ombelicale

In Cultura, Disoccupazione, La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 18:38

Era partito. Era normale, una delle tante volte. Doveva fare la sua vita. Da qualche anno era studente fuori sede, come succede a molti. Questa cosa, abitudinariamente, non la metteva troppo in agitazione. Ormai era grande e sempre molto autonomo. S’era preoccupata, giustamente, quella volta che era partito per l’Inghilterra, così, all’avventura, per starsene via un anno. Quella volta sì che aveva avuto paura. Era ancora ragazzino e di per sé sempre impreparato e tendente alla disorganizzazione. Neanche a dirlo, quella volta, era stata lei, dall’Italia, a trovargli una stanza per dormire, dopo la sua telefonata allarmata: “Qui piove a dirotto, mi si è rotta la valigia e mi hanno dato via la stanza che mi aveva promesso una ragazza.” Robe da non crederci, si era fidato della parola di una ragazza che nemmeno conosceva. Robe classiche, robe da lui.
C’erano state altre volte che le aveva vissute con una certa agitazione, ma tutto sotto controllo, perché a quelle due manifestazioni c’era andata pure lei, senza che lui sapesse niente e si era pure presa i lacrimogeni e le cariche della polizia. Poi c’era stata anche quella volta di Genova, ma, per fortuna, non era partito, perché era sotto esame di maturità. Era stata una fortuna perché sarebbe morta di paura, mentre seguiva per TV, passo a passo, quella maledetta manifestazione, fino al suo terribile epilogo. Certo che avere un figlio all’Università non dovrebbe essere pericoloso. Queste cose se le diceva per consolarsi. Il pericolo più evidente era avere un figlio che non aveva voglia di laurearsi, ma non era il suo caso. Magari, pensandoci bene, l’altro pericolo era vederlo laureato, senza un futuro davanti, ma ormai con quest’ultimo problema ci aveva già fatto il conto. Un nuovo laureato in Storia, c’era proprio da star tranquilli; no? Un altro ragazzo colto e serio a girare le strade.
Lei non è che lo vedesse migliore o peggiore degli altri, sapeva bene quali erano i suoi pregi e i suoi difetti, non lo aveva mai difeso a priori, anzi. Ma adesso i tempi si mettevano male. Non solo per i tagli all’Università, ma anche per una miope politica sul lavoro e sul valore dell’istruzione e della cultura. Non potevano accusarla di essere di parte, lei queste cose le aveva sempre difese. Salute ed istruzione (pubblica) erano primarie, in qualsiasi tempo e in qualsivoglia paese. E adesso c’era pure suo figlio ad affrontare il problema, muro contro muro.
La sua Università era già occupata come molte altre e gli studenti invadevano le strade per protestare. La polizia li fronteggiava, e li menava, sempre più incattivita da stipendi da fame e lavaggi del cervello. Tutto come 42 anni fa. Tutto uguale, niente diverso. Ma oggi c’era suo figlio tra quegli studenti e lo vedeva in ogni ragazzo ripreso nei video amatoriali su youtube, come vedeva, in loro, anche tutti i suoi amici che bazzicavano per casa da sempre.
Cuore di mamma. Cordone ombelicale non ancora del tutto reciso. Si rimproverava lei, poco convinta. In fin dei conti se la prendeva anche per gli altri e non li aveva mica partoriti tutti quei ragazzi che combattevano quella giusta guerra, eppure di tutti si sentiva madre. Poi quel giorno che era partito si sentiva strana, aveva come un presagio, tentava di trovare le parole per fermarlo, anche se solo per un momento di più. Che voleva dire? Solo paura oppure premonizione? Lui era partito e lei avrebbe voluto dirgli: perché non ti fermi un po’ di più con me? Ma non l’aveva fatto. Mai mostrarsi troppo apprensiva. Temeva di condizionare le scelte del figlio e questo non lo voleva proprio. Pertanto se ne stette zitta e ingoiò la sua preoccupazione.
Era sera, accese la televisione per sentire il telegiornale, per avere qualche notizia in più. Non sapeva in che canale era sintonizzata perché le immagini di una manifestazione l’avevano ipnotizzata, poi sentì la voce e riconobbe il direttore di quel telegiornale, uomo che ormai chiamava da tempo il “pronista”. Diceva: “Un popolo civile, come siamo noi,… dovrebbe menare questi studenti.” Affermazione che faceva il paio con quella del ministro: “Qui ci scappa il morto”.
Il suo cervello ebbe un black-out improvviso. Dalla bocca le uscirono le parole ancora prima che le pensasse: “State attenti, grandi pezzi di merda, se ne toccate uno solo, ve la dovrete vedere anche con me!” e in quel momento non era solo una banale minaccia.

Il tempo delle fragole

In La leggerezza della gioventù on 26 novembre 2010 at 11:07

Era già tardi e sua madre non era ancora ritornata. Brutta domenica anche questa. Non sarebbe potuta uscire visto che doveva accudire ai suoi fratellini. E domani si tornava di nuovo al lavoro. Veramente un gran brutto fine settimana, ma non si poteva lagnare, ora che la nonna stava male. Doveva aiutare in casa. Doveva sollevare dalle fatiche sua madre.Che senso aveva sperare di uscire per vedere Michele. Uscire col suo ragazzo mentre nonna soffriva su quel letto d’ospedale. Si sentiva egoista, incapace di dare priorità alle cose. Voleva vedere Michele sopra ogni altra cosa, ma era una stupidaggine, se ne convinceva. Michele avrebbe aspettato. E non la consolava certamente che c’erano due settimane ancora prima della sua partenza. Era troppo poco tempo per loro. Michele sarebbe partito. Chissà quando sarebbe tornato e chissà se per allora sarebbero ancora stati insieme. Com’è strana la giovinezza, hai così tanto tempo davanti eppure ti sembra che il tempo a momenti ti sfugga via come sabbia fra le dita e altre volte che diventi pesante come una pietra.
Il fratellino più piccolo era caduto in uno dei suoi giochi complicati, ora correva da lei con le lacrime agli occhi. Piangeva perché la mamma non c’era e perché lei lo prendesse in braccio e lo coccolasse. Rossana lo sapeva fare proprio bene. L’aveva preso in braccio e lo baciava sulla fronte e sugli occhi e gli diceva paroline dolci. In fin dei conti pure lui si chiamava Michele e la guardava adorante con due meravigliosi occhi verdi.

18 maggio 19..

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù on 24 novembre 2010 at 12:06

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaIo sono nata il 18 maggio 19.. (scusatemi la civetteria al femminile). E’ per tutti un giorno normale. Già! non c’è ancora la televisione. Mica possono darne notizia. Allora le cose erano vere e non era necessario fossero trasmesse in tv. E anche i giornali erano un lusso. L’Italia ancora non era il paese felice che ci sembra oggi. Non aveva ancora un principe cantante e per venir fuori dalla palta ci si doveva dar proprio da fare. Non ci voleva molto a capirlo, bastava guardarsi in giro. Così la mia nascita sarebbe passata quasi sotto silenzio. Senza fanfare. Senza bandiere.
Intanto il paese è attraversato da una calma piatta. Sono anni bui e giorni movimentati. Tutti gridano e gridano i giornali: «A Caltanissetta, la Celere disperde un capannello di persone che, in piazza Garibaldi, ascoltano il giornale parlato del “Blocco del popolo”, riguardante il processo di Viterbo e le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta. E’ disturbato anche un comizio della comunista Nadia Spano a Siracusa. E’ arrestato a Milano Primo Borghini, componente della Volante rossa. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna Israele per l’attacco alla Siria, e ingiunge allo Stato ebraico di far rientrare gli abitanti espulsi». Era ora, dico io, dopo più di tre anni di guerra. La forma delle notizie è presa naturalmente da Wikipedia. Come potrebbe essere diversamente oggi, nell’epoca della rete. Ma le ricordo bene. Dico io, una non può nascere tranquilla. Il mondo non è ancora pronto. Forse nemmeno la mia famiglia è proprio pronta a ricevermi. Eppure avevo avvertito da circa nove mesi che stavo per arrivare.
Loro mi guardano con occhi allibiti. Forse non vogliono una bambina. Anzi ne sono certa. Anche se pare una bella fortuna fare la coppia con un numero così esiguo di tentativi. Il primo è nato maschio, come si conviene in ogni famiglia che si rispetti. Che poi maschio o femmina per me è sempre stato un problema secondario. Almeno mi pareva ininfluente. Comunque sono nata proprio io. C’era da immaginarselo. E non gli ho dato soddisfazione: piuttosto che piangere ho preferito da subito digrignare i denti. Doveva essere chiaro e non lasciare dubbi. E c’è un’altra cosa strana, anche se, se ne sarebbero accorti un bel po’ di tempo dopo: sono rossa. Indubbiamente rossa. Indiscutibilmente rossa. Inaccettabilmente rossa.
Cosa c’è che non va in me? Cosa fa storcere il naso ai miei famigliari? Mio fratello ha giustamente i capelli scuri. Nessuno è rosso in famiglia, né mamma né tanto meno mio padre. Sembro un ufo per quanto il concetto di oggetto non identificato sia loro sconosciuto. Sicuro è che i loro sguardi sembrano accusarmi. Nei loro occhi c’è sospetto e incredulità. Sembro sbagliata. Sono certa che i due bambini che zompano maleducatamente nel cortile comune non hanno nulla a che fare con la nostra famiglia. Senza negare che a mia madre i rossi fanno impressione. Che a dirla tutta, guardando me, si sente in colpa. Sono sua figlia e non le piaccio proprio per niente. Lei l’ha sempre detto che sono bruttini. Che i rossi… Ora non può rimangiarsi quello che ha detto anche ai vicini. A parte il promettere di diventare bruttina, già ero diversa prima ancora di affermarlo. E’ stato così che ho deciso che se avrò altri fratelli saranno tutti rossi. E con i rossi, si sa, non è facile trattare; lo sanno tutti, persino la saggezza popolare. Comunque così ho già messo in chiaro le cose. Fin da subito. Una volta per tutte. Non mi potranno dire che… non lo sapevano. Ma neanche che erano impreparati. Potevano capirlo, ma sembrano far finta che il problema non sia loro.
Eppure sembra tutto così semplice. Io sono io. Le mezze misure non mi piacciono. Tutto sommato farò sempre i conti con la mia incapacità di scendere a compromessi. Mica che non ne accetterò. So bene che sarà impossibile, ne andrebbe della mia sopravvivenza… ma adattarmi, che fatica! Che poi alla fine è una inutile fatica perché prima o dopo schizzo fuori come da una pentola di acqua bollente. Per esempio io non imparerò mai  a dire bugie. Per me le cose sono come sono. Sono certa che ne sono già al corrente, anche per quel nome che mi hanno legalmente attribuito. Certo poteva essere semplicemente un caso. Che poi se fai un figlio lo battezzi con un nome che significhi qualche cosa. Così almeno credo io, ma forse mi sbaglio. Glielo avrei anche detto, solo che ancora non parlo come loro. Benedetta ignoranza degli adulti. Quando una bimba nasce te li trovi lì, e sembrano capire tutto di te. Le somiglianze. Il destino. Sono loro i grandi e sei tu che devi imparare la loro lingua, il loro stupido modo di comunicare.
Mio padre poi mi ha sempre preso sottogamba. “E’ nata una femmina? Un’altra seppiolina!” Con quello mi ha marchiata. E a fuoco, direi io. La cosa mi dà un casino di fastidio. Mi brucia proprio sulla pelle. Dire a me che sono un pesce tra tanti e che per di più lascio in giro una scia di nero, per l’appunto “seppia”… Insomma questo già me la sono appuntato. Io non sono una seppia. Io glielo farò vedere bene cosa sono. Certo che a dirla così mi si potrebbe prendere per una presuntuosa. Cosa che per la verità non è nel mio stile. A rigor di logica non dovrei nemmeno chiedermi cosa voglia dire essere bambina, femmina. Tanto meno cosa significhi essere femmina in mezzo a tante. E in verità non vorrei nemmeno sapere. Sono qui per spiegare a tutti che non sono né maschio né femmina e che non mi si deve confondere. Io sono solo persona e la persona che sono. E tanto per cominciare che mi levino queste scarpette rosa ridicole. E si tengano pure i sonaglini e queste loro paroline incomprensibili, mica hanno a che fare con una mentecatta. Insomma io sono solo realista e se devo essere sincera, mica me li sarei mai aspettati così sprovveduti e impreparati.
Mia madre, quella santa donna, mi guarda con occhi incerti e apprensivi; come sempre rattristati. Lui, quel padre, non si è nemmeno fatto trovare all’appuntamento. Io arrivo puntuale, vado direttamente a casa e lui nemmeno c’è. Che impreparazione. Che poi non sarà l’unica volta. Io intanto, anche questa me la sono segnata. Tutti i nodi verranno al pettine, prima o poi, e so che in qualche modo la sconteranno. Anche se non gli ho promesso una vera vendetta ma segnarmi “la pagherai e ti costerà cara” ha il sapore di un piccolo editto; di un impegno. Non è solo un banale slogan politico. Mi ero impegnata a sistemare fin da subito quella vita. Non posso rimandare quello che va fatto. Ho bisogno del mio spazio e della mia autonomia. Mica basta dipendere per un cambio di pannolini sporchi. Se era per me l’avrei detto subito: “faccio da sola!”.
Mica è colpa mia se ci sono difficoltà di comunicazione. E poi non sopporto questi ritmi. Le poppate all’ora stabilita. Ma chi l’ha stabilita quell’ora? E poi le ingiustizie, mica le puoi avere sotto gli occhi, e stare zitta. Non devono parlare di me senza di me, senza la mia partecipazione. Un attimo di tempo suvvia. Poche pippe. Lasciatemi per cortesia il modo di organizzarmi. E’ stressante. In questo mondo c’è fin troppo da sistemare. Bisogna cominciare subito, e dalle cose minime e più immediate; indispensabili. Gli impegni non mi hanno mai messa in ginocchio. Anzi la lotta mi dà l’adrenalina. E se mia madre fa la vittima non ho intenzione di farlo io. E se lei ama farsi compiangere io preferisco compiangere e lottare perché la mia filosofia è: “la miglior difesa è l’attacco”. Meglio una donna risoluta che essere assunta come domestica, ancor prima di cominciare. Poppo latte e autodeterminazione. Magari non sono ancora una vera marxista e il mondo non è solo bianco o nero cioè rosso. Sia detto per inciso che considero già l’uso del biberon molotov. E alla tetta preferisco… beh! lasciamo andare, sarei troppo piccola per pensare già al bello della vita. Comunque preferisco il dito.
Non che provi solo rabbia, anche se…. Che poi di seno sono stata sempre scarsa fin ad oltre la mia maggiore età. Ma di certe cose se ne può fare a meno. Poi arriva un momento che capisci che può esserti utile. Allora decidi. Lascia che cresca pure quello, che male non fa. E ti trovi con un paio di tette che non sono né troppo piccole né troppo grandi. Giusto per non dover invidiare niente a nessuno. Dal punto di vista fisico mi voglio organizzare due o tre cosette, niente di speciale. Innanzi tutto una faccia che non lascia adito a dubbi. Tanto per far capire subito che non ho tempo da perdere in fronzoli inutili. Due occhi che parlano ancora prima che lo faccia la mia bocca. E poi ancora questi capelli usati come una bandiera.
Mio padre, come già detto, non ne azzecca una. Assente quando deve esserci e presente quando tutti potrebbero farne a meno. Poi mia madre, la vittima predestinata, grande narratrice di silenzi. Così fin da subito ho deciso che in famiglia un ordine lo devo fare io, altrimenti nessuno ci pensa. Escludo a priori mio fratello, il primo nato, fin dall’inizio un inetto. Più grande di me solo perché nato prima. La testa da… da… insomma da neonato, e neonato per di più maschio. Nato per rompermele e per essere geloso. Di cosa, mi chiedo, che non abbiamo nulla. Lo guardo torvo e lui, pensando di dispiacermi, mi ruba il ciuccio. Ci vuole ben altro per preoccuparmi. Mai stata capace di prendermi una brutta abitudine. Per me niente ciuccio, niente alcool, niente fumo e tanto meno spinelli. Robe da ragazzini. Ma basta alzi la voce che me lo restituisce, con quegli occhi da non sono stato io. E’ facile prevedere che non combinerà mai niente di buono. Se un uomo pensa che basti una cuccia per conquistarti dimostra da subito che non capirà mai nulla delle donne. E’ destinato ancor prima di cominciare ad essere vittima e servo. E poi a guardarlo bene non sembra avere gli occhi così svegli. Non posso certo contare sul suo di aiuto. Così quando comincio a usare il suono della mia voce non è certo per dare una bella prova di canto né per intrattenere la platea. Non sono solo urla minacciose ma già le mie giuste e sacrosante rivendicazioni: “libera in un mondo di liberi”.
Il problema è che fin dai primi giorni mi son fatta fregare dagli slogan che si stanno preparando nell’aria; cose come: l’amore libero. Io sarei d’accordo, come si può non esserlo, ma che cavolo vuole dire? Mica mi è chiaro. In fin dei conti non ho che pochi giorni. Cosa vuol dire ancora non lo so. Uno può essere convinto e abbracciare una giusta teoria anche se è una schiappa con la pratica, no? Io il cuore ce l’ho, qualcuno dice che ne ho fin troppo. E il troppo, come si sa, stroppia. Chi ne ha troppo, di quello, è sempre come una barchetta in un mare in tempesta. Tu dai e gli altri si prendono e poi si prendono anche quello che non dai. E’ una legge di mercato, semplice semplice. Così il mio fratellino si ciuccia il mio ciuccio e a me non resta che succhiare assieme al mio dito pollice pure la rabbia che gira nell’aria. Forse, come detto, sarà proprio questo la causa di tutto. Questo fratello inadatto spera di togliermi il coraggio con le sue sopraffazioni ed io divento sempre più radicale: mi batterò per i più deboli; sempre. E’ questa la mia missione.
Mi capiterà di imparare, successivamente, che a prendere a schiaffi il mondo da sola, un po’ è anche come prendere a schiaffi me. Non accetterei comunque mai di essere un’altra. Non che non ci sia di meglio. Ci sono certe mammolette piene di moine. A quelle si perdona tutto. A me fanno un po’ di ribrezzo. Mai che si possa fare una bella scazzottatura con loro. Ché a fare a pugni non è cosa da bambine. Io, ad essere bambina, ci ho rinunciato da mo’. Ma poi chi l’ha detto che basta una faccia da fesso per fare un maschio? Magari, come dirà lui: vinci qualche battaglia ma perdi tutte le guerre. Ma l’importante è combattere. Meglio se dalla parte giusta. Peccato non sia quasi mai quella del vincitore.
Tanto per la storia chiamerò questo mio fratello Ernesto, perché chiamarlo con il suo vero nome mi sembrerebbe una parolaccia. E’ offensivo per tutti quei poveretti che hanno avuto in destino la sfortuna di vedersi imporre lo stesso nome senza avere nessuna colpa. Per di più sono convinta che nessun nome dovrebbe essere imposto senza l’avvallo del suo possessore. Soprattutto quel nome. Primariamente perché in Italia la monarchia è assente da un pezzo. Persino lontano dall’anno della mia nascita. Senza scordare che nessuno nasce più re come nessuno nasce suddito. Ora capite perché quella bambina, ritratta nella foto il giorno del suo genetliaco, ha deciso fin da allora che da grande avrebbe tenuto un blog? E che non le avrebbe mai mandate a dire?

Passo dopo passo

In La leggerezza della gioventù on 23 novembre 2010 at 11:59

Gabri era uscita di casa sbattendo la porta. Si era pure scordata di prendere su la chitarra. Era arrabbiata e delusa. Si sentiva incompresa e angariata da quei due che dicevano di essere i suoi genitori. Non facevano che dire: “Perché non ti vesti come Maria?” “Non vedi che è più carina di te, più curata.” “Non vedi che si fa voler bene da tutti e tu invece…” Lei non voleva farsi voler bene da tutti. Almeno non lo voleva più. Voleva andarsene di casa e finalmente liberarsi di loro e pure di quella sorella che non faceva che renderla antipatica ed insicura. Mary quella bella. Mary la bionda e volubile figlia di quella vecchia coppia.
Gabri si sentiva davvero un relitto. Lei era nata tarchiata e nera. Nessuna grazia. Ma non era stupida però, non come sua sorella. Un giorno gliel’avrebbe fatta vedere lei. Si sarebbero rimangiati tutte le loro critiche. D’altra parte a lei nessuno aveva dato niente. Nessun regalo nella sua culla. Niente fate che l’avrebbero cambiata in una dolce fanciulla e tanto meno niente principe azzurro. Ne aveva di che dormire prima di un bacio. Perché le cose dovevano andarle sempre così? Perché proprio a lei?
Piena di rabbia si era avviata in piazza. Magari avrebbe trovato qualcuno con cui sfogarsi, magari avrebbe trovato Michele, lui era sempre così disponibile… Sperava che non fosse con Rossana. Se Michele era con lei non l’avrebbe nemmeno degnata di uno sguardo. Ma perché gli uomini erano così scemi? Sempre pronti a rimanere folgorati dalla bella di turno, magari oca.
Michele sarebbe stato il suo ragazzo ideale se non ci fosse stata Rossana. Ne era certa, se lo sentiva dentro. Lui l’apprezzava e le parlava lungamente di poesia e di libri, come di musica e di amicizia. Se non fosse che aveva messo gli occhi sulla sua amica, l’avrebbe sicuramente conquistato… erano simili in fin dei conti, a parte Rossana a lui non interessava davvero la bellezza. Aveva come lei altri valori. Ma accidenti perché Rossana non si levava dalle palle? Tempi difficili per lei: desiderava ardentemente delle cose che non riusciva a raggiungere mai.

Avanti, verso un piccolo futuro

In La leggerezza della gioventù on 20 novembre 2010 at 21:57

Voglia di futuro. Sogni per il domani. Piani per il tempo che verrà. Io ne ho sempre. Non riesco a farne a meno. E’ più forte di me. Mi sbucano dentro come fiori del deserto. Mi bucano l’anima. Come funziona non lo so. Mi succede di giorno all’improvviso, ma più spesso di notte, nel buio e nel silenzio.
Oggi ho un buio e un silenzio diverso da prima. Ascolto il suo respiro, mai troppo invadente. Avvicino la mano e trovo la sua: calda, rassicurante che si chiude sulla mia. Allora il buio è un compagno benevolo. Il silenzio non è mai assordante. E io penso: Ho il tempo giusto; il respiro giusto.
I miei sogni si trasformano in embrioni di idee organizzate, mutandosi in piani e progetti che non aspettano che il giorno dopo per prendere voce.
Al mattino non vedo l’ora di alzarmi per fare qualcosa, per trovare il modo di testare quanto ho ragionato di notte. Mai prima di aver passato il nostro piccolo tempo a parlare, tra il caffè e la sua uscita per il lavoro. Abbiamo una piccola abitudine a cui non rinunciamo, neanche se siamo sfiniti da notti impegnative con amici o con noi stessi, perché anche noi sappiamo incrociare bene le nostre armi, con ragionamenti senza fine o con piccole o grandi dichiarazioni di “pace”.
Io lo so, lo leggo allo specchio al mattino, non abbiamo troppo tempo per organizzarci un futuro. Sul nostro viso c’è il tempo passato che la fa da padrone. Le rughe e la stanchezza si tracciano con le dita lungo le linee della vita. L’unica possibilità che ci resta è uno spazio di tempo che non può essere pensato in grande. Certo stare assieme il più possibile. Certo continuare a volerci bene, tentando di colmare tutto lo spazio che non abbiamo passato insieme. Ma questo fa più parte del presente che scorre sotto i nostri piedi e diventa velocemente passato. E il futuro? Il futuro è un prurito dell’anima. E’ la percezione che non è ancora finita. Che quello che siamo ha ancora un senso. Per noi di sicuro, ma anche per gli altri.
Io sono un vulcano che cova sotto la cenere. Lui lo sa e qualche volta si esaspera. A volte preferirebbe una vita più comune. Vorrebbe conservarsi per noi senza rischiare l’usura di nuove idee e di immani fatiche. Ma io erutto ed è difficile arginare quel fiume di lava incandescente. Sa che tento di tutto per andare al passo. Cerco di lasciar depositare le idee. Mi autoconvinco. Chiedo di condividerle. Per trovare un modo di progettare insieme… ma non ho pazienza, voglio tutto e subito e non riesco a frenare la corsa.
Pensandoci bene non è neanche uno dei miei peggiori difetti. E neanche il suo frenare è un difetto è solo che siamo vecchi per realizzare un sogno in grande. Anche se lui qualche anno fa c’è pure riuscito.
Si difende e abbozza. “Non sono un eroe.” sostiene. Eppure ci si era buttato anima e corpo. Aveva regalato sogni a centinaia di ragazzi. Ma lui si fustiga. “I sogni ce li hanno tolti. E’ stato un fallimento”. Io non ci credo, perché seminare dei sogni è sempre una gran bella cosa. “Tu sei di parte.” mi dice “Non capisci che per quel progetto ho dato così tanto che sono finito con un infarto all’ospedale!” Lo dice con rabbia, come se il suo corpo lo avesse tradito. Io lo capisco fin troppo bene e mi spavento delle conseguenze di altri nuovi sogni. Eppure mi pare che solo nella fatica ci possa essere vita.
E allora immagino un nuovo lavoro che lavoro non è. E mi dico, magari questo progetto lo abbozziamo solo. Magari lo facciamo partire e poi se ne occuperanno gli altri, quelli che hanno più tempo di noi. Quelli che hanno la gioventù dalla loro parte. Probabile che di questo progetto non ne vedremo completamente la realizzazione. I nostri figli forse sì. Alcune concretezze della vita le dovremo lasciare, volenti o nolenti agli altri. E io non riesco a farne a meno. E lui mi guarda preoccupato. Si sta chiedendo se troverà ancora la voglia. Se riuscirà a rimettersi in gioco e se riuscirà a dimenticare che qualcosa verrà inevitabilmente rubato al nostro di tempo. Perché di tempo noi non ne abbiamo molto.
Eppure in me la cosa prende forma e mi infiamma la fantasia e mi sembra che non sarebbe fatica e che non sarebbe nemmeno tempo sprecato e rubato a noi stessi. E penso che è quasi bello lasciare il mondo se lasci dietro di te un segno forte, una scia, un’aura personale. Forse proprio questo mi fa sentire giovane ancora una volta. Anche se non è così. La vecchiaia ti assorbe risorse. Ti sconsiglia di impegnarti. Scoraggia i sogni, perché non hanno domani. Ma non posso non rispondere a questo richiamo, è più forte di me. Non posso fare a meno di proiettarmi in avanti. E’ come un viaggio che, lungo o breve che sia, ti lascia sempre qualcosa dentro. Oggi che siamo insieme finalmente e che possiamo dare liberamente il meglio di noi, non posso fare a meno che sussurrargli: “Avanti amore, facciamolo assieme, io e te verso un seppur piccolo nuovo, nostro futuro!”

Passato

In amore, La leggerezza della gioventù on 19 novembre 2010 at 9:06

foto colori di un disegna di una città sospesaIntanto fuori si fa mattino. Chissà se piove? L’aria è sospesa in quel sopore. E’ un momento incerto. Dalle bugie chiuse non si vede il tempo. E si fa nuovamente, ancora; un altro giorno. Come tanti altri. Ogni volta diverso. Ed è bello incontrarlo con un sorriso. E lei è sempre lì, ad aspettarmi, col suo tepore. Pronta ad accogliermi. Tra le sue braccia. Con la voglia ancora di notte. Di buio. Di coccole. Di fermarlo, il tempo. E sotto le coperte siamo in un angolo solo nostro. Cullati di intimità. Affamati di noi. Di ancora. E ci incontriamo con amore. E il tempo si ferma; gentile.
Foto a colori di Rossaura a SpigoneIl presente è un giorno di novembre. Spegni, ti prego, la luce sul comodino. E’ lei quel sorriso. Quella tranquilla attesa. Che allunga i momenti. E’ lei la pigrizia. E’ lei sempre pronta, ad aspettarmi. Incerta se essere. Caparbia per essere. E tra noi non mancano le parole. Non sono mai mancate. Tutto comincia proprio da qui, da quest’ultima riflessione: non ci sono mai mancate. Ma oggi lei ha un discorso sospeso. Qualcosa che le preme, che urge. Forse rimasto da ieri. Me ne accorgo subito. Non riusciremmo a nasconderci, nemmeno volendolo. Glielo chiedo. E’ un piccolo problema da niente. Anch’esso ha la sua dignità. E’ qualcosa di irrisolto. Un frammento. Nulla di più. E’ il passato.
Non so, non credo; non volevo essere bella. Non ne ho profittato. Forse sì. Un po’. Inavvertitamente. Come succede. Non è una colpa. Vorrei vivere solo presente”.
Il passato appartiene ancora a noi che siamo fatti di ieri, di oggi e di sogni per domani. Di un progetto. Anche solo per il giorno che si appresta. Soprattutto noi. Noi con la nostra strana storia. Noi che siamo stati così a lungo distanti. E non ci siamo riusciti. Mai. Oppure solo poco. Della tua immagine indelebile. Sempre davanti agli occhi. Sempre fissa nella mente. Perché noi non siamo mai stati del tutto distanti. Non ne siamo stati capaci. Non io. Ancora e sempre noi. Noi in due vite diverse. In due mondi diversi. Per raccontarceli, oggi. E le restituisco il suo oggi. Ma non possiamo non darci anche quel ieri. E a volte il passato può essere invadente. Vorrebbe parlare d’altro. Forse persino averlo davanti.
Non so se è sempre così. Io certe risposte mica le ho. So solo quello che provo. So solo di quello che vedo e ho visto. I paesaggi in cui ho camminato. Le frasi sospese. Le pagine. I ricordi. Le foto. Quello che sono e siamo stati. Questo siamo. E dolci ricordi ci rendono dolci le ore. Forse potremmo farne senza. Ma ci hanno teso la mano. Aiutati. Spiegato. Cullato. Ci hanno lasciato parole in bocca. Ricordi la prima volta che ti ho stretta tra le braccia? Come posso non provare ancora, e di nuovo, tenerezza per quella ragazza? Erano belli gli anni, e i nostri anni. Di quello eravamo belli. E di sogni. Anche se oggi ci chiediamo dove sono finiti. Quanti ne abbiamo traditi. Come e perché siamo cambiati. E la vita ci ha cambiato.
Perché dovrebbe essere diverso?
Foto BN di rossaura nel 1969Il passato è la mia rabbia che si fa tuono
Il passato è un fuoco che brucia i pensieri
Il passato è un ragazzo che diventa uomo
Ma il passato è gioie e pazienze. Questo e quello. Asprezze. E ne abbiamo parlato. E molto. Delle prime e delle seconde. Ma più delle prime. Con gli occhi umidi di gioia, delle prime. Io sapevo chi era. E’ stato il passato ad aiutarmi a capire chi è. Questo frugare fra le cose. Fin dentro allo stomaco. Fino a farci male. Oggi ci sembra di capire. Ma non lo potevamo capire allora. E, ad essere onesti, nemmeno ora. Non certo completamente. Solo ci siamo dati delle risposte. Per quanto ci servivano. E sempre solo alcune. Parziali. Ed in fondo è anche bello sognarlo diverso. Di cambiarlo. Anche se non è possibile. E’ bello comunque. E’ bello pensarci assieme. Dividere ancora tutto. Ma non puoi scegliere. E’ lui a farlo. Lui torna con i ricordi belli. Ma anche con gli altri. In fondo amo anche quelli. Fanno tutti parte di noi. Di quello che ci unisce.
E forse è solo che non c’è nulla di cui chiedere scusa. Non c’è colpa nell’essere vissuti. Nell’avere avuto sedici anni. E quei sedici anni. E un viso grazioso. E un’aureola di lunghi capelli rossi. Di avermi colpito al cuore. Di averlo fatto lacrimare, quel cuore. Di avermi tolto il respiro. Insegnato la passione. Di aver relegato il mio mondo in un bacio. Di avermi fatto sospirare. E sperare. E sognare. E poi di avermi lasciato con un ricordo bellissimo. Niente è sbagliato in quello che era. Come non lo è in quello che è. Allora era il mio sogno. Non sapevo cosa voleva dire per sempre. L’ho imparato; anche dolorosamente. Lentamente. A mie spese. Come ciascuno paga da sè la propria ignoranza. Oggi è il mio presente.
E il passato è un molle rifugio. In cui può essere bello nascondersi. Ed è poco più di una manciata di foto. Solo una proprio nostra. Non so perché. Mi emoziono ancora. Mi emozionano ancora. Come allora. Torno ad innamorarmi. Ed è una scoperta sconvolgente. Non ho le parole giuste. Forse non sono ancora state inventate. Sei ancora davanti a me. Posso tornare a parlarti. Anche allora. E tu a sentirmi. Questo provo. Senza fiato. Questo è lo strano linguaggio dell’amore. Quello che so dire. Non mi chiedo perché. So che non lo troverei.
Io non posso vivere senza passato. Anche quando è rimpianto. Non posso essere senza quello che sono stato. Ma lei ha un dubbio. E il dubbio si fa strada. Vuole il suo posto. Eppure il passato è lì anche per lei. Forse di più ancora. Ed è anche rimorso. Assurdo rimorso. L’attimo che è rimasto sospeso sta per finire. Non sono diverso da quello che ero. Ancora con i miei dubbi, le mie angosce, le mie paure. Ancora alla ricerca di un nuovo sogno, per vivere. E la donna che è è nata da quella ragazza. E la amo per quella che è e per quella che è stata. E mi tengo stretti quei ricordi. E mi tengo stretto persino quel dolore. Perché tutto fa parte di questo profondo sentimento. E di questa comprensione. E della voglia di essere ancora noi. Ma guardo la sveglia. E’ ora di partire.

Fragole e sangue

In Anomalie on 18 novembre 2010 at 11:16

Era il 1968 e si protestava per una guerra lontana, ma non troppo, visto che uccideva i giovani di quella generazione.
Oggi nel 2010 esistono altre guerre anche meno lontane, ci siamo abituati, nessuno protesta più,  nessuno mette qualcosa in discussione.
Give Peace A Chance è solo una vecchia canzone.

Vivere le favole

In La leggerezza della gioventù on 16 novembre 2010 at 5:00

Non ci si pensa mai quanta importanza possono avere le favole nella vita dei bambini. Non pensandoci, poi, si rischia di usare questi raccontini fantastici per giocare con loro. Per farci belli delle loro paure e dei loro stupori. Io ci sono stata sempre molto attenta. Sarà che da bambina ero molto ricettiva. Sarà che da grande mi venivano in mente i timori che la magia delle favole mi trasmetteva.
Così evitai di raccontare a mio figlio alcune favole ansiogene e anche di fargli vedere dei cartoni animati struggenti. Poi in verità se le sceglieva lui e me le faceva ripetere fino allo sfinimento. Tutto sommato, le sue scelte, erano affascinanti. Come se avesse un radar incorporato si dirigeva sempre su racconti, favole e cartoni animati che vedessero elevare la condizione miserevole ad una condizione migliore. Amava la favola “I musicanti di Brema”. Certamente partecipava alla sorte di quei poveri animali stremati che “uniti nella lotta” per la sopravvivenza riuscivano a sconfiggere i briganti odiosi. Per televisione faceva scorrere sempre il film animato “Robin Hood” di cui conosceva tutte le battute dall’inizio alla fine e, in età adolescente, con il suo primo gruppo musicale, aveva trasferito, in una cover, la canzone “Robin Hood e Little John van nella foresta…” a ritmo ska.
Ma la sua favola preferita era la storia di un personaggio mitologico che risponde al nome di Ulisse. Conoscendo a priori l’esito del suo viaggio (in quel momento mi sono guardata bene dal citare l’Inferno dantesco), che a parer suo era felice e non lasciava dubbi, poteva abbandonarsi con curiosità alle avventure, sapendo che nulla avrebbe potuto sconfiggerlo.
Mi guardai bene dal fargli vedere la tristissima storia di Bambi, la fantastica storia di Alice nel Paese delle Meraviglie (che mi ha sempre spaventata), e l’ho sempre tenuto distante dalle zuccherose favole che contemplavano la presenza di un Principe Azzurro rincoglionito.
Io non avevo nella mia infanzia narratori di favole. E forse era anche un bene, perché io le favole le vivevo sulla mia pelle. Avevo solo un fratello maggiore che tentava sempre di spaventarmi con racconti estremi. Ci trovava gusto a farmi piangere, proprio perché non ci riusciva quasi mai. Piangevo lacrime disperate solo di fronte alla morte, concetto difficile da accettare per un bambino. Piangevo la perdita di madri di carta e animaletti di parole. Odiavo la cattiveria sia che fosse umana che fantastica, tipo streghe o maghi indiavolati. Non sopportavo chi ingrassava i bambini per poi mangiarseli o chi abbandonava i figli nel bosco, nella speranza che fossero divorati o persi. Non credevo nei cacciatori che recuperavano dalla pancia dei lupi nonne e nipotine. Ero schifata dalle principesse senza personalità che avevano bisogno di baci o nozze con principi stucchevoli per redimersi l’esistenza. Insomma come credulona non ero un gran che e poi non reggevo nemmeno lo stress di certi racconti. Ancora oggi davanti ad un film di grande suspence, mi devo alzare per cercare qualcosa nel frigo, che non è detto si faccia trovare.
Uno dei racconti che mi facevano singhiozzare di più nella mia infanzia era la lettura del ritorno di Peter Pan alla casa dei genitori. La finestra chiusa che non permette al piccolo Peter di tornare tra le braccia della mamma, ormai già occupate dal nuovo fratellino. Ma che crudeltà! Non vi sembra una spietata vendetta per il peccato minimo di un ragazzino scapestrato? Non ci stavo allora, come non ci sto neppure ora. Le ingiustizie non le ho mai digerite.
Così per i miei piccoli ascoltatori, figlio e nipotine varie, ero una narratrice innovativa, evitavo tutto quello che mi aveva offeso nell’infanzia e inventavo storie di folletti irlandesi un poco matti, beoni e simpatici e di fantasmini irriverenti e ribelli che finivano sempre per spaventare i “cattivi” e pronti a fare comunella con i bambini. Ridere era l’imperativo. La fantasia scabinata e l’immaginazione al potere. Sovvertire il sistema delle favole che “dominano” i bambini con una nuova democrazia dei sogni. Insomma, per dirla in breve, non avrei mai letto, a nessuno, niente del Maghetto Harry e dei suoi amici. Mica è simpatico. Lo trovo triste e gotico come un castello sperduto nelle nebbie della brughiera inglese. Insomma accendiamo il sole nelle notti dei nostri figli. Sai quante meno volte ti capitano a letto con le scuse più strampalate. Se sai vivere le favole perché non scegliere le più belle ed edificanti. Ci sarà la realtà ad angosciarti abbastanza. La fantasia è il rifugio per disintossicarsi da una vita insidiosa. Ricordo una cosa strana, da piccolo sentivo spesso mio figlio borbottare e sghignazzare, qualche volta addirittura ridere di cuore perduto nei suoi sogni. Questo suono mi rendeva serena, ma forse non c’era nessuna correlazione con le mie favole e le sue risate, o forse sì. Un giorno glielo chiederò. 😉

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