Mario

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Volevo volare

In Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 26 febbraio 2010 at 12:36

Non si può spiegare. Quando ero ragazzina avevo il mio bel da fare per riuscire ad armonizzare le mie gambe lunghe e formate, come quelle di un adulto, con i calzini di cotone corti che dovevo indossare. Oggi è facile, i genitori vestono i figli con le cose giuste. Insomma mica sempre, ma generalmente i ragazzini superano l’età del disagio con degli abiti adeguati addosso. Ai miei tempi invece essere alta 1,70 e avere un fisico da donna, pur se acerbo, non aveva fatto pensare ai miei che i calzini corti di cotone, non erano proprio la soluzione per farmi sentire a mio agio. Pazienza quello, anche se per me era già troppo. C’era dell’altro, dovevo anche subire il taglio dei capelli. Per la mia famiglia era un rito che mio padre imponeva. Servizio a domicilio. Ogni mese si presentava a casa il signor Nube. Tagliava i capelli a mio padre, a mio fratello e anche a me e che fossi donna non faceva nessuna differenza. Era un taglio netto, maschile, quasi militare, addolcito solo da una specie di vezzo che mio padre chiamava la “mascagna”. Ecco come si fa ad odiare di nascere donna in un mondo maschile. Successivamente, quando avevo trovato la forza della ribellione, sottraevo i miei fratellini minori al taglio di famiglia. Ogni volta quando arrivava Nube, io e i miei fratellini uscivamo alla chetichella con qualche falsa scusa o giustificazione per non subire la tosatura. Ero diventata brava, avevo trovato il modo per far crescere tutti i capelli rossi di casa. Sì, perché da me in poi il colore dei capelli si era manifestato anche nei miei fratelli in tutti gli ori del rosso ed era proprio una pena vederli tagliati. Così incominciarono le mie battaglie per contrastare mio padre e per difendere i miei fratellini dalla sua irragionevolezza.
Insomma nell’età dei brufoli, che io non avevo, non era di quelli che mi vergognavo, ma era di come andavo vestita. Insomma proprio il modo di andare per strada coperta, senza la minima idea di poter apparire graziosa o piacere. Forse era da lì che mi portavo dietro l’imbarazzo del mio corpo e anche un’idea di disagio nei confronti di quella che alcuni definivano bellezza. Qualcuno sosteneva che lo fossi, ma io non mi vedevo bella. Non dico che non fossi carina, per piacere piacevo, ma non mi sentivo affatto bella e sentirmelo dire mi imbarazzava oltremisura. Mi sembrava falso e ruffiano. Non riuscivo ad accettare di avere un aspetto che mi distingueva dagli altri. Non sopportavo di essere agevolata dal mio aspetto fisico. Di questo provavo imbarazzo, incredulità, senso di colpa. Non è giusto che le persone vengano valutate per il loro aspetto fisico e che questo determini anche differenze di trattamento e di qualità della loro vita. Testardamente quando mi accorgevo di conquistare il ragazzo che piaceva anche alla mia amica più bruttina, oppure che mi si perdonavano più cose che ad altre, mi sentivo umiliata ed in colpa. Provavo la sensazione di essere chiusa in una gabbia che non volevo. Avrei barattato questa qualità con mille altre nelle quali credevo di più.
Ecco perché quando superai l’età dei brufoli e raggiunsi lo stato di ragazza il mio desiderio più forte, il mio sogno più intimo era quello di “volare via”. Desideravo staccarmi da una famiglia troppo ingombrante, desideravo una libertà che i tempi e le condizioni sociali non mi permettevano. Sognavo di trasformarmi in una donna diversa in una società diversa. Volevo essere uomo e con questo non sottostare alle regole che venivano applicate alle donne. Voler volare significava uscire dal quotidiano, uscire da me stessa e dal mio involucro indesiderato, significava liberarmi dell’educazione e delle imposizioni che mi imprigionavano. Sinceramente un giorno io presi il volo. Mi accorsi subito che non stava solo in quello il mio atto liberatorio. Volare non bastava. E se io incominciai a volare era un volare basso, radente il suolo. Uno svolazzare senza grazia e senza fortuna. Ormai non avevo più i calzini a rendermi la vita difficile. Avevo un ruolo di cui non riuscivo a liberarmi. Vivevo a contatto con uomini che sapevano solo camminare. I miei sogni non appartenevano agli altri e in troppi mi hanno obbligato ad accettare la gabbia che la vita imponeva. A volte penso di aver sbagliato generazione. Ma non mi sembra proprio che i giovani d’oggi abbiano potuto volare più alto. Forse non è ancora venuto il mio tempo. Forse sto ancora aspettando di trovarlo. Certamente oggi ho trovato una dimensione tutta mia e non sogno più un volo libero. Mi sarebbe difficile se non altro per la stazza. Ma ho imparato che i sogni non si devono svendere mai. Spesso di notte mi libro ancora a qualche metro sotto il settimo cielo.

Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi….

In Amici, amore on 25 febbraio 2010 at 10:56

Dolce storia quella di Carmen, nondimeno anche Marinella ha la sua storia, pur se Fabrizio non fu di lei che cantò quella canzone.
Marinella era bellissima. Una pelle perfetta e un viso malizioso e allo stesso tempo austero che ricordava la grande Greta Garbo da giovane. Aveva anche quell’aspetto algido, da nordica, anche se non ne aveva affatto l’altezza. Alvise appena la vide la monopolizzo e non sapeva che sarebbe stato per sempre.
Alvise era un ragazzo di strada, ma a quel tempo non sembrava tanto diverso dagli altri. Portava i capelli lunghi e teneva insieme i vecchi jeans con lo spago. Per lui però non era un vezzo di moda, era il penultimo di quattro fratelli abbandonati dalla madre e in mano ad un padre distratto. Quando si decideva a lavare i jeans doveva restarsene nascosto fino a che non asciugavano. Marinella invece aveva solo la madre ed un fratello più piccolo. Sua madre però era una figura di altri tempi sempre con la sigaretta tra le labbra, e, malgrado la piccola statura, un’aria da donna fatale. Con Marinella si era amiche da sempre. Avevamo tutte e due la tendenza a non spettegolare e la nostra amicizia non subiva mai sbalzi d’umore.
Lei passava buona parte del suo tempo libero da me. Era più libera e condividevamo la mia obbligata prigionia tra pannolini da cambiare e mocci al naso da pulire. Il mio destino sembrava legato indissolubilmente ai miei tre fratellini piccoli. Mio padre era un cerbero che non pensava mai che una ragazza avesse bisogno di un po’ di tempo per stare con le amiche. Comunque io avevo il telefono, seppur condiviso con una famiglia di vicini, e Alvise lo sapeva. Telefonava tutti i giorni e chiedeva di lei. L’amore non ha età e loro erano davvero piccoli, lei aveva 17 anni e lui due di più. Nessuno poteva pensare che avrebbero avuto un futuro. Avevano litigate epiche perché lei voleva che lui imparasse ad essere una persona responsabile. Insisteva per farlo andare al lavoro al mattino, ma lui restava a dormire un giorno su tre. Non era cattiveria e neanche poca buona volontà era solo che nessuno gli aveva insegnato di rispettare gli impegni.
Alvise partì per il militare che a quel tempo durava un bel po’ e a Marinella cresceva una pancia spropositata per il suo fisico da ragazzina. Non è che c’era molto da dire, a quel tempo un bambino se non passavi per le mani di una mammana, nasceva e basta. La mattina che nacque Giulia cadeva una neve fitta e il vento ululava tra le case. Il mio telefono, anche quel giorno, fece il suo servizio. Corsi all’ospedale e fui la prima a vedere quella piccolina. Fu lei stessa a ricordarmi la cosa, quarant’anni dopo, il giorno del suo compleanno.
Da allora è passata una vita, sia per Marinella che per me, Giulia è una donna ed è sempre stata socievole e affettuosa, solare, Alvise si è preso velocemente le sue responsabilità. Oggi pure io ho un figlio che guarda i miei vecchi amici con tenerezza e si chiede se pure lui sarà in grado di far resistere i suoi per tanto tempo.
Lo so, non è una grande storia. Non ci sono effetti speciali e colpi di scena, tutto quello che rende una storia indimenticabile. E’ solo una storia normale, come tante, quotidiana. E’ una storia che, guardata dall’oggi, mi regala ancora e ogni volta un gran senso di pace e di serenità. Che mi fa sentire ancora viva; persino giovane. Ho voluto raccontarla come si canta una vecchia canzone di Battisti, con molta semplicità e molta molta nostalgia.

Marialuce

In Amici, amore, Donne, La leggerezza della gioventù on 24 febbraio 2010 at 16:11

Marialuce ha un nome che è tutto un programma. Era una mia amica, che per quanto abbia frequentato con assiduità, cercando si aiutarla nei suoi momenti difficili, molto spesso mi sono sentita in colpa di averla, in qualche strano e involontario modo, usata per mio tornaconto. Seguendo un minimo di ordine, tutto era nato dalle parole di Chiara. Lei era un’amica saggia che mi aveva rimproverato di stare un po’ troppo isolata dagli altri. Mi diceva che non si trattava certo né del mio aspetto, né del mio carattere, che erano, senza alcun dubbio, piacevoli, secondo lei avrei dovuto invece tener conto del mio atteggiamento snob. Mica mi mescolavo facilmente. Lei assicurava che con quell’atteggiamento mostravo un grosso limite, perché pensare di essere migliore degli altri? Perché non accorgersi che ogni persona ha sempre qualcosa da trasmetterti per arricchire il tuo spirito? Qualche volta la saggezza di Chiara sconfinava con un certo atteggiamento da samaritana convinta. Ecco allora perché iniziai ad uscire spesso con Marialuce. Da un lato, avrebbe dovuto essere più divertente uscire con lei che restarsene a casa a leggere solitariamente un libro. Sicuramente andare al cinema con qualcuno invece che da sola avrebbe potuto garantire uno scambio di idee più proficuo. Fare una visita turistica ad una città artistica con Marialuce avrebbe dovuto arricchirmi di più eppure… Le domeniche le passavo ad ascoltare i suoi monologhi su tutto il suo parentado, di cui avevo perso da un bel pezzo le fila, dei piccoli discorsi e degli accadimenti di cui, a me, non avrebbe potuto fregare di meno. Al cinema poi era tragicamente difficile seguire il film mentre lei mi parlava incessantemente di tutt’altro. Non ti dico poi girare per musei con una che un’opera d’arte non sapeva nemmeno da che lato guardarla. Qualcuno diceva che a vederci per strada assieme eravamo proprio un bel vedere. Lei nera di capelli, con le forme al posto giusto e con la pelle scura ed io longilinea, bionda con la pelle diafana e il naso punteggiato di lentiggini. Non si passava di certo inosservate. Spesso trovavamo accompagnatori nelle nostre uscite, ma dopo un po’ le presenze diradavano. Lei di questo se ne faceva cruccio. “Non capisco che hanno i ragazzi d’oggi. Sembrano interessarti a te, ma poi si stancano subito. Non vogliono mai impegnarsi. Pensa che con un amico di mio cugino, che poi è meridionale, sai come sono i meridionali…” E da qui in poi l’ascoltavo solo a tratti e mi chiedevo cosa mi avrebbe arricchito sapere la storia dell’amico di suo cugino, però poi mi sentivo ingrata perché lei sicuramente mi stava dando molto mentre io mi annoiavo a morte.
Poi venne il tempo che l’andavo a prendere dopo il lavoro, alla fermata dell’autobus. Non era proprio del tutto disinteressata la cosa perché accompagnandola a casa trovavamo sempre quell’uomo che mi piaceva tanto. Lui era più grande di noi e aveva il fascino dell’uomo vissuto e pratico della vita. Spesso si fermava a parlare con noi e ci invitava a bere l’aperitivo da qualche parte. A me piaceva davvero molto, ma non riuscivo ad essere rilassata quando c’era lui e Marialuce lo sapeva. Per lei non c’era problema. Una certa logica avrebbe dovuto imporle di avere un ruolo defilato, almeno per mostrare rispetto dell’amicizia con me, invece gli si strusciava addosso come una gatta in calore. Una sera il tipo ci invitò a cena tutte e due con la scusa che doveva provare un nuovo ristorante di cui aveva sentito parlar bene e nel dirlo mi aveva guardato lungamente come per farmi capire che avrebbe gradito che fossi stata solo io ad accettare. Ma forse questo era sembrato solo a me perché Marialuce aveva continuato a raccontare le sue storie, ammorbandoci di luoghi comuni e di particolari irrilevanti e accettò, anche lei, di buon grado l’invito.
Quella sera lei era in splendida forma, parlava così tanto che non so come avesse avuto il tempo di mangiarsi tutto e con particolare appetito. Personalmente invece mi ero sentita piuttosto imbarazzata per lei, ma anche per me, si comportava in modo così platealmente civettuolo che se avessi potuto mi sarei scavata una buca e mi ci sarei nascosta a smaltire la vergogna per un anno. Lui mi guardava e sorrideva, ma allungava contemporaneamente la mano per toccarle un braccio. Mi faceva ogni tanto qualche domanda gentile, ma lei richiamava la sua attenzione con una vocetta petulante da bambina capricciosa. Uscirono dal ristorante un attimo prima di me. Se ricordo bene avevo bisogno di “incipriarmi” solo un attimo il nasino. Li trovai abbracciati nel buio del parcheggio. Senza fare una piega, li scansai, finsi di non averli visti e raggiunsi l’auto, aspettandoli con indifferenza. Lui arrivò imbarazzato chiedendomi scusa con un filo di voce, aprendomi la portiera e facendomi salire davanti. Lei che era montata dietro si sporse tra i due sedili pronta ad intrecciare ancora le sue molteplici storie di saghe familiari.
Lo so, sono una terribile snob e non amo perdere tempo in chiacchiere inutili, mi annoio profondamente a sentir parlare di luoghi comuni e di gente che non solo non conosco o conosco poco, ma soprattutto non mi interessa niente di conoscere. Sono tra l’altro convinta che un uomo si conquisti più con l’intelligenza e la simpatia che con un corpo perfetto e un’aria da bambola senza cervello. Sono tra l’altro certa che non ho nessuna voglia di farmi arricchire dagli altri, perché mi basta la ricchezza che c’è in me o se non altro mi accontento della mia povertà. In quanto a Marialuce… ho imparato che dai nemici mi guarda Dio ma dagli amici ormai mi guardo io.

Ma che effetto fa?

In Anomalie on 23 febbraio 2010 at 14:44

Qualche volta mi chiedo se, per caso, non abbia certi comportamenti più che suggeriti da vero autentico menefreghismo piuttosto da una sorta di antipatico snobismo culturale.
Tutto sommato non ho avuto nessuna difficoltà o rimpianto a non aver seguito le serate che ci sono state elargite dalla televisione, relative al Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Ovviamente il mio tempo l’ho speso facendo altro e non sempre, questo altro, era più valido culturalmente della kermesse stessa ed è proprio su questo, però, che baso la certezza di non essere un’inguaribile snob. Ora però sorge una difficoltà e bella grossa per giunta. Come farò a reggere i discorsi che si terranno nelle mie serate con gli amici se non so niente, e ripeto proprio niente niente, di Sanremo?
Dovrò far decantare l’interesse per un mesetto almeno, sperando che, nel frattempo, le discussioni si siano arenate bellamente nella noia. Una cosa però devo chiedervi e so che si tratta di un piccolo aiutino, almeno fatemi sapere il nome del vincitore o vincitrice, altrimenti finisco veramente col fare la figura dell’aliena e, a ragion veduta, non sarebbe nemmeno la prima volta.

Assenza

In Amici, amore, Anomalie, uomini on 20 febbraio 2010 at 5:39

Tu sei un principe”. Questo avevo pensato quando ti avevo conosciuto in quel bar. Avevi quell’elegante noncuranza che è tipica di chi gli viene naturale e che non si deve dar troppo da fare per sembrare sempre a posto. Avevi accavallato le lunghe gambe in una posa quasi languida, ma tenevi eretto il busto come se ti portassi dietro un’educazione fatta di imposizioni e posture. Ovviamente eri alto, più alto della media, e magro, più magro della media, e i tuoi vestiti ti cadevano addosso come fossero stati cuciti su di te. Infatti era questo che mi aveva colpito per primo. Non che fosse vera avvenenza, anzi il tuo viso sembrava sgranato e solcato da mille piccoli avvallamenti e gli occhi erano scuri e seri. Stavi attento a non sporcati col giornale i calzoni. Allora non sapevo che non sopportavi di avere gli abiti sporchi e sgualciti. La tua attenzione era meticolosa per evitarti ogni spiacevole imprevisto. Avevi teso la mano asciutta e avevo notato le tue dita sporche di nicotina. La stretta era nervosa. Ero convinto di essere capace di capire tutto solo da una stretta di mano. Ma la tua stretta sigillava un mistero. La voce era profonda e roca, effetto delle stesse sigarette sicuramente. Le tue parole misurate rotolavano dalle tue labbra con gentilezza e parsimonia. Avrei conosciuto poi il tuo parlare erudito, la tua memoria di ferro, l’entusiasmo del tuo conoscere. Tu mi raccontavi la Storia come se fosse stata parte del tuo vivere quotidiano. Era strano per me; da subito io ti amai. Fui affascinato dal tuo abito impeccabile, dai tuoi modi signorili, dalle tue abitudini un po’ sorpassate. Desiderai fin da subito l’attenzione del tuo sguardo interessato e il tuo tocco lieve. Guardavo come tenevi in mano le tue immancabili sigarette, sembravano parte di te. C’era qualcosa di naturale ed eccitante sull’incurvatura del tuo polso, su come facevi uscire il fumo da quelle labbra ancora affascinanti e generose. Quella tua figura seduta al tavolino del bar in quella giornata di sole mi aveva conquistato e tu mi avevi donato la tua benevola considerazione. Ci incamminammo insieme verso casa tua, con una naturalezza che non avevo mai provato. Non mi ero chiesto nulla e nulla avrei preteso. Provavo solo un brivido quando mi sfioravi il braccio per sottolineare una parola. Mi ero trovato a sperare che la tua mano si soffermasse un poco di più, così da farmi esondare il cuore. Da quel giorno ti amai e tu diventasti il mio re. Mi donasti la tua cura e mi prendesti nella tua casa. L’amore dovrebbe durare all’infinito e non dovrebbe perdersi mai. Avrei voluto ritrovarti ogni giorno seduto a quel tavolino con la tua aria compunta e riservata. Avrei desiderato respirare ancora l’aria fumosa che fluttuava intorno a te. Invece oggi che non sei più io muoio della tua assenza.

Risposta ad una lettera anonima sullo stupro

In Anomalie, Donne, uomini on 19 febbraio 2010 at 14:45

Cara ragazza, come puoi pensare di non essere capita? Come puoi sentirti al di fuori della comprensione umana. Credimi se ti dico che ogni donna nel cuore, in qualche modo sa quello che provi. Anche se non dovessimo aver subito mai quell’insulto, la nostra anima e la nostra mente si ribellano a quello che ti è successo, anche al solo pensiero.
Se ti senti sola ad affrontare questo frangente e se pensi che non saprai come convivere con questa ferita nell’anima e nel corpo, non ti consolerà il sapere che molte altre hanno vissuto come te, per leggerezza o per sfortuna, la tragica esperienza di una violenza sessuale. Certo, lo sappiamo, non è l’unica violenza che può distruggere una donna. Serve tener presente che ci sono altri tipi di violenza ingiustificata, per esempio la violenza fisica continuata e la violenza psicologica, che alla fine, a lungo andare, distruggono in egual misura la psiche di una donna.
Tu sei stata sincera con me. Hai raccontato che per una leggerezza porterai il segno per la vita. Uno stupro non può che segnare per sempre. Ti chiedi anche se è successo per colpa tua, per una tua ingenuità o per faciloneria, ma non è così. Nessuno mai, può forzare la volontà di un altro essere umano. Un “no!” è no ed un “sì!” è sì, non ci sono interpretazioni. Gli uomini devono imparare ad essere uomini. Le donne devono imparare che ogni offesa che ricevono non fa parte integrante del loro destino di donna.
So come ci si sente quando si è giovani. So quanto si è spavaldi e pronti ad affrontare spensieratamente la vita, ma questo non può diventare una colpa. Non è possibile trasformarsi in persone diffidenti e spaventate perché la vita ti costringe ad esserlo. E’ la libertà un diritto inalienabile e non si può rinunciare a questo diritto solo perché gli altri, in questo caso gli uomini, possono comodamente fraintendere e trovare giustificazioni ad un operato che nemmeno l’istinto brutale può giustificare.
Chi lo dice che una donna che si esibisce poco vestita, o che esce di sera oppure che è più estroversa di altre, deve per forza aspettarsi o desiderare di essere violata? Chi dà il diritto ad un uomo qualsiasi di pensarlo? Di ritenersi in diritto di farlo? E’ questo che una società civile deve riuscire a cambiare, non solo reprimendo in modo significativo ogni gesto che viene fatto in questo senso, ma soprattutto attraverso un’informazione capillare e una battaglia culturale rivolta a tutti i livelli e i generi sociali.
Non credere che la razionalità che mostro non sia anche rabbia che provo, non pensare che ne parlo solo per sentito dire. Riesco ad appartenere allo sparuto gruppo che può dirsi di non aver subito uno stupro, solo perché in un caso, quando avevo probabilmente la tua età, sono riuscita, senza spiegarmi come, a venirne fuori. Forse io ero troppo arrabbiata e determinata o forse, solo, lui si era spaventato della mia reazione e non ha avuto la forza o il coraggio di continuare. Sono soltanto stata fortunata ed è molto triste dover pensare così. Non è normale, non è naturale.
Vorrei poterti dare un consiglio, ma so che comunque non servirebbe a renderti più accettabile quello che è accaduto. Però di aiuto hai bisogno. Informati e rivolgiti se puoi ad un Centro Donna, ce ne sono molti dislocati nel territorio, lì ci sono assistenti sociali, psicologhe e avvocati donne che possono esserti di supporto e farti percorrere questo cammino nel modo meno doloroso. Sai tutto questo non può passare sotto silenzio. Il mondo deve imparare il rispetto. Può impararlo con intelligenza, riflettendo sul valore della dignità umana, o con una posizione di ignoranza e menefreghismo che però dovrebbe venire socialmente punito in modo esemplare. So che tu non vorresti che altre vivessero quello che hai vissuto tu, ma so anche quale prezzo dovresti pagare per rivendicare il diritto per tutte. Pertanto qualsiasi decisione prenderai, sappimi vicina, forse non totalmente d’accordo, ma pur sempre completamente solidale.
Tua amica Ross

L’ultimo rifugio

In amore, Donne, Irlanda on 18 febbraio 2010 at 18:25

Lei lo aveva fatto spesso di pensarci. Forse era solo un modo per scaramanzia, oppure era per poter dire, nel caso fosse successo, che lei si era preparata. Ma sinceramente nessuno è preparato mai. Se per un banale accertamento medico, vedi alcune facce rannuvolarsi, vedi cambiare l’atteggiamento e come per un improvviso cambio del tempo, l’aria raffreddarsi, hai due possibilità o far finta di niente oppure chiedere cosa c’è. E se lo chiedi, te lo dicono. Questa è la nuova filosofia. Il malato deve sempre sapere. Lei l’aveva sempre detto che avrebbe voluto sapere. Non poteva essere che così, visto che non c’era nessuno che potesse condividere con lei anche solo l’annuncio di una notizia così. Certo c’erano molti accertamenti e test da fare. Ma la cosa era quella, a parte un miracolo. E lei ai miracoli non ci credeva. Già, quella storia della consolazione di Dio, non era certo nelle sue corde. Cos’aveva questo dio da consolare? Poteva fare a meno di incasinare la vita agli esseri umani, visto che lui poteva questo e altro, non si capiva il gusto che ci provava. Non era per quello che la riguardava, ma per tutte le persone che quel male e il dolore si erano prese nella sua vita. Per i bambini poi non avrebbe mai potuto perdonare. Che colpa ne avevano loro. Perché colpire crudelmente così troppe persone, che gusto ci trovava quel dio. Non poteva sentire chi diceva che era un suo progetto. Bella cazzata. Lei era d’accordo sul fatto che, se c’era, si sarebbero pur trovati faccia a faccia una buona volta e lei gliene avrebbe cantate quattro. Quei bambini non li avrebbe mai potuti accettare.
Chiese al medico la prognosi, una parola avara, chiusa in se stessa. Non rispose, ma aveva scosso la testa. Era sempre così, si rimandava tutto al dopo, nessuno si prendeva la responsabilità di esprimersi prima, ci volevano tante altre piccole delusioni. Bisogna prepararsi, diceva la medicina classica, ma nulla è certo se non ti analizzano ogni centimetro dentro a macchine spaventose. Lei la certezza l’aveva avuta da subito. Le bastava. Non che le piacesse rinunciare alla battaglia, ma aveva visto anche troppo. Persone care ridursi a larve umane. Nessuna dignità. Nessuna pietà. Fece le sue riflessioni. Chi e cosa lasciava? Che fosse sola dimezzava il problema. Certo c’era suo figlio e la sua famiglia. Lui avrebbe sentito la sua mancanza, se non altro perché sarebbe rimasto orfano definitivamente. Ma quello era un percorso naturale. Forse era il sentiero che meno avrebbe fatto male. Sua nuora e il suo nipotino invece li conosceva appena. Stavano lontano e non avevano, nella loro vita, mai cercato di comprenderla. Loro di lei avevano solo l’immagine della donna che si era fatta da sola e che si era ritirata in una torre di avorio. Quanto sbagliavano. Quanta sofferenza e assenza le era costata quella torre.
Ora stava a lei decidere. Non sapeva molte cose, ma di una sola cosa era certa: non si sarebbe sfasciata davanti a nessuno. Qualcuno avrebbe detto che lo faceva per stupido orgoglio, altri che il male aveva già offuscato i suoi pensieri. Lei lo faceva per non dover piangere su se stessa e probabilmente per un altro milione di motivi sconosciuti. Telefonò al notaio per sistemare alcune formalità. Ripassò i cassetti delle sue carte, solo per gettare via tutto quello che faceva parte del suo passato. Non aveva troppi rimpianti. Ormai il suo cuore aveva varcato la soglia dell’inverno. Ma quante cose aveva dimenticato nei meandri di quella vita. Quanti ricordi aveva accumulato. Documenti, biglietti, foto, ritagli di giornale, lettere… Con cura infilava nel cestino ogni orpello della memoria. Cosa serve accumulare tanta carta straccia, se poi alla fine non la puoi portare con te? Pensò con un certo rimpianto ai suoi libri, a tutte le emozioni che le avevano dato. Loro sì, i migliori compagni del suo tempo. Ma non poteva certo portarli con sé.
In mezzo ai ricordi più antichi trovò quelle lettere e trasalì. Le aveva cercate una vita e solo adesso le tornavano in mano. Maledette coincidenze. Era la storia di quell’amore di adolescenti che l’aveva fatta tanto sognare. Ed era una storia ancora viva, ancora dolente. Dopo tutto quel tempo. Chissà dov’era finito quel ragazzo dai dolci occhi color di foglia? Non lo sapeva e non lo voleva scoprire proprio adesso. Chissà il tempo quanti altri danni aveva provocato e in quante altre vite si era intrufolato per degradare tutto. Quelle lettere non ebbe animo di buttarle. Almeno non ancora. Solo quelle e niente di più avrebbe portato nel suo ultimo rifugio. Facendo quell’ultima valigia, infilò il libro che stava leggendo e quel pacchetto di memorie tra pochi abiti raccolti tra quelli più monacali avesse. Il biglietto aereo l’aveva prenotato per internet e dopo una breve ricerca aveva anche trovato in affitto un piccolo cottage sulla costa ovest dell’isola. Lì tutto era estremo, la costa scoscesa, il mare oceano, il vento tempesta e il fuoco che sapeva di torba. Voleva soltanto respirare l’odore del vento che veniva dal nuovo mondo, voleva perdersi guardando l’orizzonte, con le nuvole che rotolano basse nel cielo. Tutti sanno come sono i cieli dell’isola. Lei lo sapeva e per quello era diretta lì, per tirare i conti della sua vita. Unici compagni l’ultimo libro che stava leggendo e quelle lettere da un’altra vita. Sarebbe durato giusto il tempo per chiudere quel libro e per leggere quelle parole che le erano state dedicate molto tempo prima. Avrebbe ricordato l’amore. Voleva lasciarsi indietro tutto, senza rimpianti, senza dolore, senza nessuna riserva.
Lei lo sapeva che avrebbe aspettato sera, quando tutte le formalità sarebbero state compiute, lei lo sapeva che quelle lettere non le avrebbe potute rileggere mai, le avrebbero fatto troppo male. Per lasciare la vita bastava non amarla e non era certa di saperlo fare con quelle parole nel cuore. “La solitudine non fa male se sei in pace con te stessa.” e lei la pace l’aveva trovata, anzi l’aveva pretesa. Aveva gettato il pacco di lettere al vento e dopo un lungo tragitto, come una cosa senza valore, si erano inabissate nel mare. Stava facendo buio anche se il crepuscolo sarebbe durato ancora a lungo, succedeva così a quelle latitudini. Ora non c’era più niente che la tenesse legata ancora alla vita. Era arrivato il momento. Rientrò in casa con l’odore del sale tra i capelli scompigliati dal vento, era tutto quello che aveva chiesto. Era l’unica cosa che si era ripromessa. Mai nessuno avrebbe deciso per lei.

La bambola di pezza

In Anomalie, Donne, uomini on 17 febbraio 2010 at 18:42

Racconto ispirato al post “Il significato di no” tratto da “è solo un blog“.

Non era questo che volevo. Maledetto vigliacco. Non erano quelle stronze mani di maiale che mi aspettavo. E adesso che farò? Non posso chiedere aiuto a nessuno. Nessuno mi potrebbe credere. Ma come puoi pensare di essere creduta e di essere aiutata? Mamma se lo viene a sapere, mi accoppa. Mio padre poi, se glielo dico, ce le dà di santa ragione a me e anche a lei, anche prima di andare al bar e farsi i suoi soliti cicchetti con quei puzzoni dei suoi amici. Ma non c’ho colpa io. Ero solo uscita con l’Enio. L’ho fatto perché Manolo me l’ha data buca. Certo che c’eravamo detti tutte quelle cazzate. Cose che se continuava avrei mosso anch’io le mani. Ma lui è uno stronzo ed è stato più veloce. Mica sono stata lì a prenderle, che credeva? Possibile che finisca sempre così? Ci deve essere un motivo perché tutti gli uomini ci prendano tanto gusto. Prima fanno i carini che a te sembra di essere una principessa e poi ti mettono le mani addosso, mica solo nel senso che… Anche mio padre, anche se non ha bevuto. Basta che gli giri storta. Ma di Manolo io lo pensavo diverso. Pensavo di piacergli davvero ed invece alla fine se l’è fatta con la Dori. Quella baldracca. Lei mostra tanta di quella merce e poi la fa provare a tutti. Io con Manolo ci sarei anche stata. Non che proprio ci avessi voglia. Un po’ mi faceva paura, ma per amore ci avevo pensato. Lo so che con lui c’ero vicina, mica abbiamo fatto i santarellini, ci siamo toccati e baciati e poi ho anche provato a…. ma questo non vuol dire che l’Enio doveva passarmi sopra come un treno. Stupida scema, che ci sei andata a fare al cinema con lui? Pensavi che Manolo lo avrebbe saputo e ci sarebbe rimasto di merda, ci godevi. Non potevo pensare che sarebbe finita così. Ma d’altra parte cosa ti aspettavi? Che ti servisse il the con i pasticcini? Non hai visto che gli era girata così. Lui ti aveva guardata come se a pagarti il cinema, fosse diventato il tuo padrone e tu come pensavi di tenerlo sotto controllo? Già era difficile lì nel buio, avresti dovuto capire che ti forzava in modo esagerato. Non dovevi farlo. Già ma ti pareva di fare la donna vissuta, tanto tu gli uomini li giri con un dito eh? Non ti accorgevi che più ti davi da fare e più lui… Certo che me ne sono accorta, cosa credi? Avevo sperato che capisse che non l’avevo mai fatto e che, malgrado tutto, era Manolo il mio ragazzo e che l’avevo fatto solo per fargli dispetto. Quel disgraziato, non avesse usato le mani, non mi avesse chiamata puttana, Adesso non sarei qui. Perché gli uomini sono tutti stronzi uguali. Non sanno aspettare. Non hanno da offrirti che parolacce e schiaffoni, mai un bacio, mai un po’ di tenerezza, mai una carezza. E l’Enio peggio degli altri. Lui voleva toccarmi, voleva prendermi senza chiedere, senza neanche sapere se a me faceva schifo. Perché a me quel maiale faceva schifo e adesso mi schifa ancora di più. Voleva che lo pregassi in ginocchio e intanto mi metteva le mani dappertutto. Si sentiva nel suo diritto e per quanto gridassi di no… sembrava fargli ancora più piacere. Mi ha tappato la bocca e mi ha detto: “Ti piace puttana, eh?” ma io non volevo, non sapevo, non era così che pensavo finisse. Certo che dietro allo stadio non ci dovevo proprio andare. Era buio e faceva un freddo cane. Io gliel’ho detto che non volevo, che doveva ascoltarmi perché non l’avevo mai fatto, ma era impazzito. Mi ha gridato che ero una troia e che non facessi tanto la difficile. Mi ha bloccato le mani e mi si è buttato sopra di peso e l’Enio è un maiale non solo come peso. Mi ha fatto male e mi ha morso le tette che credevo… Mi ha strappato le mutandine, quelle di pizzo che avevo preso per Manolo. Già! Manolo che se la spassa con quella vacca della Dori. Lei mica si fa mettere in questa situazione. Lei prende quello che vuole. E ora Manolo cosa dirà? Non glielo posso dire. Mi ammazza se lo sa. E poi l’Enio se parlo è capace di venirmi a trovare e di… No, ancora; non lo sopporto… è già troppo così. Ma a chi posso chiedere aiuto? Devo tornare a casa e non riesco quasi a stare in piedi. Mi fa male in ogni parte… mi viene da vomitare e se poi io dovessi… oddio non posso pensare. Mi sento sporca, imbrattata. Che schifo. Devo pulirmi almeno un po’. Devo rimettere i vestiti in ordine. Magari un bar. E quel porco mi ha fregato anche il cellulare e l’ha buttato lontano in mezzo ai rovi. Racconterò che me l’hanno rubato, no, meglio che l’ho perduto, così almeno non faranno domande. Quella bestia mi diceva. “Io sono un uomo vero. Te ne accorgerai.” e non si è accorto che mi faceva sanguinare, non si è accorto che era la prima volta e che mi faceva troppo male. Ma tanto cosa capiscono gli uomini? E io adesso cosa farò? Non dovevo uscire con quel farabutto. Dovevo immaginarmelo. Dovevo mandare tutti a farsi fottere. Manolo e la Dori e quello schifoso dell’Enio. Devo riuscire a trovare un passaggio. Qui fa troppo freddo e potrei fare qualche brutto incontro. Brutta cretina, che incontro hai fatto questa sera? Peggio di così. Ti sei messa anche la gonna nuova che magari adesso è tutta macchiata. Ti sei messa anche la maglietta scollata almeno così non aveva dubbi. Mica si va a passeggio conciata come una battona. Me l’aveva detto mia mamma di levarmi il trucco che parevo una di quelle. Me l’aveva detto anche la Sonia che prima o dopo l’avrei dovuta dare e che ci avrei trovato gusto. Ma quale gusto… che schifo. Però è vero, stasera, non ho saputo neanche difendermi. Inutile fingere di essere una bambola di pezza. E’ la mia carne che voleva, ci godeva del fatto che non volevo. Ci godeva a farmi male. Forse aveva ragione però l’ Enio quando mi ha detto che l’avevo fatto apposta. Forse mi piaceva farmi prendere di brutto. Tanto a tenerla per Manolo non ne valeva la pena. Ma da stasera so che non c’è gusto a pensare ad un uomo. Sono tutti uguali gli uomini. Vale la pena prendersi quello che si può. Tanto loro lo fanno senza chiederti come e se lo vuoi. Forse ho detto no e volevo dire di sì. Forse tutte le donne sono puttane ed io sono la più puttana di tutte. Forse è solo perché le donne non sanno davvero mai cosa vogliono.

Magica è la vita

In Amici on 16 febbraio 2010 at 13:54

 

Magica è la vita come Magica è la notte.
Esistono persone che rendono migliore quello che ti circonda, il genere umano, i piccoli oggetti di tutti i giorni, la visione delle cose, l’arte stessa. Ci sono persone  che rendono migliore il mondo.
Il mio amico Bobo non c’è più. Oggi molti di noi e il mondo stesso vengono privati di una persona straordinaria, dei colori e della vita dei suoi quadri, del calore e dell’amabilità della sua ospitale amicizia. Oggi Bobo non c’è più nella vita, ma rimarrà vivo nel mio cuore. Non so come farò a vedere la vita con gli stessi occhi di sempre perché la vita era magica quando lui raccontava, quando mi parlava con il suo linguaggio semplice, pieno di dolci metafore, abituato al colore dei ricordi e alla luce fantastica della “nostra” città. Non so se la vita avrà lo stesso sapore senza la sua presenza. Non so come farò a consolare Hélène per la perdita di un così dolce compagno, ma lei è una fragile donna forte e anche solo uno sguardo ci basterà. Oggi sono dolente perché la mia città, come me, perde una grande parte di sé, perché non ci sarà più nessuno ad amarla in quel modo, nessuno più saprà rappresentarla in pennellate di colori e di vento. Oggi ti piango Bobo e con te piango tutte le memorie che avremmo ancora potuto avere nelle nostre serate conviviali.
Non scriverò nessun’altra parola, perché le mie ora saranno solo parole sussurrate col cuore, ma ti canterò un’ultima volta con la voce del  grande poeta, Pablo Neruda:
“Bobo Ferruzzi, veneziano, scoperse questa America dolorosa, la sentì, la visse e la espresse con energia e tenerezza. Perché c’è amore nella visione di questo veneziano amareggiato. Ha dipinto con colori classici, gli stessi che lucevano nelle vesti degli angeli, la tristezza degli anfratti remoti, degli uomini maltrattati e dimenticati.
Che l’intenso messaggio di Bobo Ferruzzi racconti e canti nel mondo, perché la verità della sua pittura ci scopre la tragica bellezza che gli dei transitori vogliono nascondere. E non perché i popoli non soffrano, ma perché non si sappia.
La pittura di Bobo Ferruzzi ha rotto le serrature e illuminato gli angoli con una luce azzurra”.

Pablo Neruda, Isla Negra, Dicembre 1966.

Ciao Bobo ti voglio bene.

Il nano no!

In politica on 15 febbraio 2010 at 13:48

Continua la mia campagna contro l’esposizione dei nani  nei giardini privati (appartenendo al FANG, Fronte Anti Nani da Giardino) e contro soprattutto alla loro nomina a Sindaci nei Comuni e dove la popolazione pensa con la propria testa, (appartenendo anche al FANSCoProRe, Fronte Anti Nani Sindaci Comuni, Provincie e Regioni).

Immagine attualissima, visto il periodo carnevalesco, trovata nel post Tutto fa governo del caro amico Mario.

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