Mario

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Donne che amano gli uomini

In amore, La leggerezza della gioventù on 30 settembre 2010 at 8:11


Compendio al post di amandoRoss su questo blog “E dietro niente”

Possibile che fosse arrivato il momento di capire? Ci aveva pensato tanto, ma non era mai giunta al punto. Cosa diventano le donne che amano? Come si comportano e perché? Dove sbagliano? E poi perché pensare alla sola possibilità di sbagliare?
Eppure lei aveva fallito. Così a lungo che non le sembrava neppure vero. Ma non era l’unica. Aveva molte amiche e come in una seduta di psicoterapia di gruppo, tutte si confessavano. C’era chi aveva annullato la propria vita cercando di tener vivo un rapporto con encefalogramma piatto. Ora parlava di quell’uomo come se si parlasse di un surgelato del reparto apposito di un supermercato. Cosa aveva trovato nel “Merluzzo”? Perché lei donna carina e spiritosa si era trovata a smazzarsi una vita schizzata e piena di preoccupazioni e due sconcertati figli piccoli?
Poi anche l’altra, che appare a tutti come un porto sicuro. Lei donna strutturata che fa una figlia con quello che, bonariamente, ma a ragion veduta, chiamano “Attila”. Perché anche per lei c’è stato quell’amore che rasenta l’irresponsabilità di una dilettante? Perché tanta sofferenza senza un minimo di soddisfazione? Perché tanto dedicarsi?
Poi telefona la terza, con quell’uomo scappato di casa, mica per colpa di altre donne, no, a volte si direbbe: magari! No lui scappa per i debiti che ha messo in piedi. Come avrà fatto? Lei se lo chiede e dà fondo ai suoi risparmi per riempire il buco che ogni giorno diventa più grande. Ma amare perché? Ci sarà stato pure un momento in cui tutto andava bene? Perché farci un figlio e perché doversi prendere tutte le responsabilità?
Pensa anche alla quarta. Lei è giovane, dovrebbe vivere guardando il futuro, ma per lei è solo solitudine. Aveva il fidanzato che è scappato con un’altra. Almeno questa volta una ragione c’è. Quell’altra aveva sicuramente qualche cosa di più. Se lo racconta e ci pensa. Sa che alla fine ne verrà fuori con le ossa rotte. Perché a suon di confronti sa bene che si distruggerà. Eppure anche lei è carina, molto, e forse per un uomo anche troppo intelligente. Una che si adatta poco, sicuramente, certamente non si adatta a fare la ruota di scorta quando lui, già sposato, la richiama per rivederla. Ma come? Non l’aveva capito? Non si era accorta che era un uomo attratto dalle comodità? Un superficiale che se fa male fa male e ci prova pure gusto?
No alle donne queste cose sembrano piccoli difetti superabili, vezzi della natura umana, pensano di essere loro la forza per superare ogni difficoltà.
Per non parlare poi di lei. Perché i suoi non erano stati proprio degli amori facili, ma, pazienza le difficoltà, erano stati amori dolorosi e nel migliore dei casi deludenti. Ecco perché. Se le cose vanno bene mica ci si pensa. E poi non sembra di navigare nella stessa barca delle altre. Sì perché le sue amiche non stavano navigando meglio di quello che aveva fatto lei. A momenti le veniva di dirlo, ma poi si tratteneva. Chi era lei per dare consigli? Quale credibilità aveva in più di loro? Esperienza ed età sarebbero bastate?
Almeno della sua vita aveva preso più appunti e per forza ne sapeva di più. Per ogni uomo una diversa ragione, un motivo diverso per amare, un alibi, una scusa ballerina. Che poi a parlarne, sapeva che anche le altre avrebbero capito. Condiviso. Se l’erano già detto. La ragione era una sola: il bisogno di essere amate. Ma allora perché sbagliare così clamorosamente? A volte diceva a se stessa: “devi aver avuto una grande considerazione di te, se hai potuto pensare di non aver bisogno di nessuno. Amare anche senza essere amata, amare per due senza ricevere che poco o nulla, nemmeno il fantasma di un sentimento”.
La cosa peggiore era essersi privata del gusto di abbandonarsi all’amore, ma non solo a quello, anche ad altro, come l’amicizia, l’intimità, i sogni. No i sogni erano privati e quelli bene o male se li gustava, da sola, in silenzio. Amare quegli uomini. Diversi tra loro. Seppure accomunati dagli stessi difetti. Vero comunque che essendo passato tanto tempo, almeno del primo, in ordine di tempo (speso inutilmente), non si portava appresso molti ricordi. Eppure avrebbe dovuto. Non solo per la sua prima volta, ma anche perché avevano fatto un lungo percorso assieme. Insomma più che lungo, intenso. Erano gli anni della crescita e dell’emancipazione, almeno sui libri. Solo per quello. Certo era nato tutto da una carognata. Lei ne provava vergogna. Giusto perché non si erano comportati correttamente con un amico.
Veramente un amico che era molto di più, almeno per lei. Che poi questo inizio aveva condizionato tutto il resto. Lei non aveva mandato giù il suo atteggiamento infantile e vigliacco, e poi proprio con quella persona che, su certe cose, era come rubare le caramelle ad un bambino. Che tristezza. Comunque lo aveva assecondato. A quel tempo lo aveva anche giustificato. Sì, l’aveva accudito e gli aveva dato sicurezza. Non che volesse niente in cambio. Non aveva mai fatto niente per tornaconto. In questo caso lei non voleva cambiarlo, solo perché pensava di non esserne capace, voleva solo aiutarlo a sentirsi meglio. Solita sindrome da crocerossina, anzi no, si era trasformata, purtroppo, in sindrome di Stoccolma. Quella gelosia complicata dalla presunzione di essere lui il Pigmalione, l’aveva messa alle corde. Ma c’era voluto tanto, troppo tempo per accorgersene. Aveva dovuto fare i conti con i suoi malumori, i suoi raggiri e poi le minacce. Ma c’erano altre cose che non andavano. L’impossibilità di parlare e di confidarsi, di avere fiducia, di sentirsi amata. E rieccolo di nuovo il problema. Lui era disposto ad insegnarle ad essere migliore, ma non era migliore di lei. Si dedicava a trasformarla nella donna che desiderava, ma non ad apprezzare come veramente lei era. La invitava ad ascoltare le sue parole, mai a parlare. Comunque bene o male aveva trovato il coraggio di chiudere.
Mai più con un uomo che volesse metterla in gabbia. E invece in gabbia c’era capitata ed era stato molto peggio. Dopo il terrore di ritrovarsi stritolata nel ruolo di moglie, relegata in casa, aveva scelto la pericolosa strada dell’uomo che non l’avrebbe mai potuta sposare. L’uomo che l’avrebbe dovuta lasciar libera di vivere, ma che invece la lasciava solo libera di morire. Bel cambio, complimenti. Tutte le responsabilità solo su di lei. Lei lo sapeva e ci era finita dentro come una scema. Ancora una volta un tempo infinito di attese. Tristezze che portavano il suo nome. Negazione di ogni diritto, anche solo quello di essere veramente donna. Delusioni. E ancora silenzio. Parole mai dette, e mai richieste. Giorni e giorni che si accumulavano inutili e senza senso. Aveva percepito persino il rumore assordante del tempo che passava. E non c’era niente per lei, niente che potesse chiedere o pretendere. Quell’uomo non era suo, ma pretendeva che lei rimanesse ad aspettarlo.
Piccole gocce di olio nel mare in burrasca. Lotta per non farsi sopraffare. E’ difficile lottare contro l’uomo che si ama, ma lei lo fece, con tutta se stessa. Poi improvvisamente rinunciò. Venne il momento che prese qualcosa per sé. Rinunciava a lui a favore di un amore ancora più grande e questa volta sì, corrisposto. Lei guardava quel bambino che era solo suo ed era pronta a lottare come una tigre. Fu quel piccolo che la salvò. Niente l’avrebbe affondata ora. Se non aveva avuto amore, almeno avrebbe amato, e senza riserve, questa volta.
Le parole col bambino non mancavano mai. Era incredibile come sapessero comunicare. Era la natura che parlava; l’amore. E venne il tempo che quell’uomo capitolò, ma venne troppo tardi, forse era passato troppo tempo e troppe delusioni c’erano state in mezzo. Non era più possibile essere un uomo e una donna innamorati. Il tempo e la tristezza avevano rovinato tutto. Ma cosa importava, tanto la morte era in agguato e non avrebbe consentito nessun futuro. Tutto rimase sospeso. La vita spezzata. Ancora una volta ad aspettare qualcosa che non viene, che non poteva venire. I sogni malati. Assidui compagni. Reminiscenze di colpe commesse. Lei da sola. Ancora madre e padre insieme. Fatica dopo fatica. Passo dopo passo. Ma la vita non era ancora finita. Lei era troppo sola e troppo ferita, ma il suo silenzio raccontava un’altra storia.
Lei, l’immagine di una donna forte, volitiva, madre infinita, comprensiva, generosa. Immagine meravigliosa e comoda per un uomo debole e ferito. Non era colpa sua. Quell’uomo era stato ferito davvero, non meno di quanto lo fosse stata lei, ma lei sapeva rimboccarsi le maniche ed andare avanti, lui no. Mai mettersi con l’uomo di un’altra, ma neanche mai mettersi con un uomo depresso e senza volontà. Rideva quando ci pensava. Una storia da film. Lei che si sacrifica per salvare lui. Una chicca per donne abituate alla solitudine. Niente da chiedere, ma tutto da dare. Affetto, accoglienza, comprensione e, malgrado lo sfinimento, un sorriso caldo. Non si può salvare nessuno se non si salva prima se stessi. Non si può salvare nessuno se non vuole essere salvato. Ancora un mondo di pazienza assieme al tentativo di cambiare quella vita misera senza stimoli. Quelle continue depressioni che lo facevano rintanare, lontano da tutto e tutti.
Ormai la lezione l’aveva imparata, mai fare conto su nessuno. Mai disperdere le proprie risorse totalmente. Non si aspettava neppure un grazie. Non voleva niente che lui non fosse in grado di dare. E così lui si prese le sue scuse ed i suoi alibi e cercò quello che lei non poteva più dare, altrove. Nuova illusione. Nuova chimera. Beh! per fortuna, almeno stavolta, lei se l’aspettava. Non fu nemmeno dolore, quasi neanche delusione. Sapeva troppo bene che non c’era riconoscenza per tutto quello che c’era stato. Neanche una piccola parola. Nemmeno quel piccolo coraggio di ammettere di desiderare di cambiare nascondiglio.
A questo punto si era presa il tempo di ascoltare con calma le sue amiche. Tutte donne che amavano gli uomini, e tutte ugualmente squassate. Mai pensare di cambiare un uomo. E’ come maneggiare esplosivo, prima o dopo ti si rivolta contro ed esplode. Se lo dicevano tutti i giorni. Lo sapevano bene tutte. Eppure… tutte si erano impegnate, avevano tentato e ci avevano sbattuto la faccia. Ma perché queste donne amavano così? Perché lei stessa aveva amato così? Niente e nessuno poteva spiegarlo. Non c’erano ragioni. Ossia non era razionale. Le donne non sono razionali. Quasi mai.
Si chiedeva come una ragazzina alle prime armi. “Ma gli uomini sanno amare anche loro così? Con tanta dedizione e pazienza? Con tanto coraggio e generosità”?
Alla fine lei quella risposta l’aveva trovata. L’aveva incontrato. Ora conosceva un uomo che pensava come una donna. Che i suoi uomini trascorsi avrebbero guardato come un alieno e forse avrebbe anche stimolato il loro sorriso di compatimento. Forse pure il Merluzzo, Attila, il Fuggiasco e il Maneggione l’avrebbero guardato con un che di superiorità. Lui era un uomo sensibile, gentile e generoso. Lui le assomigliava e lei finalmente aveva capito come per amare bisogna amarsi e che l’amore di un uomo è il modo migliore per crederci fermamente. Ora non aveva coraggio di raccontarlo alle sue amiche, perché si sentiva fortunata e pensava di non meritarlo più di loro. Ma per amare un uomo bisogna avere la fortuna di essere ricambiati; coraggiosamente; intensamente. Solo così l’amore non si trasforma in dolore e distruzione.

116) Margherita Dolcevita

In Un libro al giorno on 30 settembre 2010 at 8:00

Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon.
Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolario, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. I miei genitori mi hanno chiamato Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita …

Soluzione
Titolo: MARGHERITA DOLCEVITA
Autore: STEFANO BENNI

Trama: La protagonista è Margherita, una ragazzina di 14 anni e sei mesi (o, come si definisce lei stessa, “una bambina in scadenza”) che pensa in modo leggermente diverso rispetto ai coetanei, è una ragazzina con qualche chiletto in più e i capelli ribelli che si piace così com’è. Vive con la madre Emma, ossessionata dalla serie televisiva “ETERNAL LOVE”, il padre Fausto, che ripara qualsiasi oggetto, il fratello minore Eraclito, ossessionato dai videogiochi, il maggiore Giacinto, il nonno, che ha paura di morire avvelenato ed infine il cane Pisolo un cosiddetto “bastardino”. La sua è una casa al confine tra la periferia cittadina e la campagna. La vita scorre tranquilla finché non arrivano i nuovi vicini, la famiglia Del Bene. Ricchi, influenti ed eleganti, a poco a poco affascinano i genitori e il fratello maggiore di Margherita, rendendoli sempre più simili a loro. Margherita, suo nonno e suo fratello minore Eraclito però non sono convinti da quella famiglia “perfetta” ed indagano sui segreti che sembrano circondare i DelBene. Scoprono molte cose sconcertanti sul loro conto che pare il loro papà condivida da quando li ha conosciuti. Scoperti quasi tutti i segreti dei nuovi vicini, non ne conoscono solo uno utile per sapere tutto su di loro, ma incontreranno i padri delle due famiglie sulla loro strada. Gli faranno dire cosa stanno facendo realmente ma una bomba esploderà nel capannone che si trova vicino alla casa di Margherita e i suoi due fratelli, il padre e il loro vicino muoiono. Ambigua è l’interpretizione del finale: sembra che il fantasma di Margherita veda i corpi dei morti, la polizia, sua madre che piange e vorrebbe poterla consolare ma non può fare altro che condividere con lei un immenso dolore; puo’ essere anche interpretata in altri modi, ma questo dipende dal lettore e dalla sua FANTASIA… (da wikipedia)

E dietro niente

In amore, La leggerezza della gioventù on 29 settembre 2010 at 8:20

Foto colori di Ross in barca a PonzaE’ come se avesse vissuto un’altra vita. A guardarsi indietro non fa che interrogarsi. Non trova domande. Trova solo altri perché. Fantasie e sogni. Nessuna spiegazione. Ma tutto si fa ovattato. Sfuggente. E’ come se i ricordi si stessero sbiadendo. Scolorando. E si fanno polvere. Come se l’intera vita si stesse dissolvendo. Non riesce nemmeno più a rimproverarsi. Non l’ha mai fatto con gli altri. E poi che colpa avevano loro? Se era solo quello che volevano? Eppure non aveva mai chiesto nulla. Non aveva mai chiesto certo di più. Le sarebbe bastato perdersi in un abbraccio. Si sarebbe accontentata di una bugia. Di una illusione.
Lei scorre le foto. Oggi vede come era bella. Non vuole ancora crederci. Nessuno gliel’ha mai detto. Gli sembra di vedere un’altra. E ritrova posti. Amici. Momenti. Ma la spina è staccata. Continuano a non appartenerle. Le chiama passato, quelle foto. Le mette in un cassetto. Se ne libera. Non vuole ricordare. Ogni verità ha il suo prezzo. Non vuole più pagarlo. Adesso tutto è solo oggi. Cosa importa cercare un ordine? Si accontenterebbe di non avere rimpianti.
Eppure non vorrebbe avere l’aspetto che ha. Non per rincorre anni cosiddetti felici. La gioventù. Quella che doveva essere e non è stata la spensieratezza. Una qualche leggerezza. Semplicemente vorrebbe essere bella. Vorrebbe esserlo per lui. Per regalarlo a lui. Per lui che oggi glielo dice. Ma lui è diverso. Tutto è diverso. Se dovesse glielo chiederebbe. Sa che non è vero ma vuole credergli. Ha bisogno di credergli. Non è nemmeno importante. La fa star bene. E lui le prende la mano. La guarda negli occhi. E lei si sente debole.
Ma lui aggiunge che è sempre stata bella. E anche di quella bellezza che non teme il tempo. Lui non ha paura di dire le cose. Non ha mai avuto paura delle parole. Delle verità. Ma forse sono solo diversi gli occhi con cui le ha insegnato a guardare. E sembra tutto un altro giorno. E se cerca il desiderio è certa di non averlo trovato prima. La curiosità della vita la prende. Si sente ragazza. Forse come non lo è mai stata. Leggera. Ora si crede. A momenti le lacrime cercano di impossessarsi dei suoi occhi. E’ tornata a sognare. E’ così… incredibile.
Per sapere lei cose le aveva sempre sapute. Aveva amato senza chiedere. Niente, nemmeno un po’ di gentilezza. Di stupida riconoscenza. Aveva amato aspettando. Credendo che amare fosse solo dare. Rinunciare. Sacrificare. Essere donna. E aveva lottato. Aveva sempre dovuto lottare. Per quello che credeva. Per tutto. Persino con se stessa. Soprattutto con sè. Perché aveva vissuto una vita che non era sua. Perché non lo poteva dire. Perché gli altri sembravano non poter capire. Per suo figlio. Per il suo futuro. Soprattutto per quel presente. E tutto ormai le sembrava niente. Ma era amore quello?
Quello che aveva sempre sognato non era mai accaduto. La vita non era così. Ma erano sogni i suoi? Aveva dovuto aspettare tutta una vita. Fin quasi ad essere stanca di aspettare. Fin da perdere qualsiasi speranza. Da capire che la sua era solo una illusione. Non c’era nessun conforto tra le braccia di un uomo. Non c’era rifugio. Non c’era tenerezza. Forse era solo lei ad aver bisogno di tutto quel tempo per capire, finalmente. Per sapere che non si era sbagliata. Forse i suoi erano solo sogni di ragazza.
Non poteva che prendersela con se stessa. Ma come puoi spiegare il tempo? E un momento? Dopo? Ciò che governa il mondo è un’emozione. Un battito di ciglia. Un dubbio confuso. La sete di andare. Di scoprire. Di provare. La noia. Il niente. Non c’è nessun disegno preciso. C’è solo quel piano che scivola verso il basso. Il passo che vuole essere seguito da un altro passo. La tentazione e lo sbaglio. Il viaggio intrapreso. I doveri del quotidiano. L’abitudine. L’assuefazione.
Non ricordava nessuno che glielo avesse detto. Forse nella sua vita non aveva mai sentito prima un Ti amo. Non ci aveva mai pensato. Non le sembrava importante. Aveva voluto convincersi che non lo era, importante. Che la vita è fatta di altre cose. Ma in verità quell’essere donna non le era mai piaciuto. Come avrebbe potuto? Amare non può essere solo accudire. Fin da bambina aveva implorato una tenerezza. L’aveva fatto in silenzio. In fondo aveva fatto tutto in silenzio. Di quel silenzio dove è impossibile aprire il proprio cuore. Lei.
Ma nemmeno lei l’aveva mai detto. Ma perché avrebbe dovuto farlo? Per chi? Non possedeva che la propria pazienza. Forse avrebbe dovuto saperlo. Non sono le parole a fare le cose. Ma cosa aveva dato? Non aveva saputo abbandonarsi mai completamente. Mai aveva trovato quella serenità. Quel torpore. Quella intimità. Quel piacere così intenso e così completo. A volte non riusciva a crederci. Si era nascosta un sentore di frustrazione. In fondo si era sempre mentita. Ora aveva voglia di gridarlo. Aveva un mare di parole in bocca.
Ricordò con tenerezza quel ragazzo. Lui l’aveva detto. Le aveva sussurrato che era “troppo bella”. Non aveva potuto crederci. Non l’aveva voluto. E poi quel troppo non avrebbe potuto capirlo. Era arrivato a dirle che era meravigliosa. Aveva pensato che si stesse prendendo gioco di lei. Ad uno scherzo. Però non l’aveva scordato mai. Ed era rimasto un angolo di tenerezza. Non era cambiato. Si sentiva strana, ora che capiva che era tutto vero. Strana e frastornata. Eppure era tutto così semplice. Era così bello essere solo se stessa. Era così bello sentire che sussurrando la pregava: lasciati amare.
Ed è così bello sentire la propria voce dire: Ti amo.

115) La casa degli spiriti

In Un libro al giorno on 29 settembre 2010 at 8:00

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.

Soluzione
Titolo: LA CASA DEGLI SPIRITI
Autrice: ISABEL ALLENDE

trama: Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore prematuramente. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, che riporta in auge dopo anni di decadenza. Lì, però, sente la mancanza dell’amore. Chiede la mano di Clara del Valle, la quale accettando la proposta rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Con loro va a vivere Férula Trueba, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara. Dall’unione coniugale nascono tre figli: Blanca, Jamie e Nicolás. Blanca sfida l’autorità del padre innamorandosi del ribelle Pedro Terzo García. Jamie diventa medico. Nicolás se ne va in Nord America dove apre un luogo di ritiro spirituale orientaleggiante. Esteban Trueba, con la sua mentalità all’antica, è quindi deluso dal comportamento dei suoi figli. La sua delusione, però, si risolleva quando Blanca dà alla luce Alba, alla quale Esteban dedicherà molto affetto, specie dopo la morte di Clara. Anche Alba, da ragazza, si innamora di un ribelle: Miguel. Questi sono però gli anni del colpo di stato. A causa di questa relazione Alba viene arrestata e maltrattata, poiché i militari vogliono sapere dove si nasconda il suo amante. Esteban Trueba riesce a liberarla, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto. Blanca e Pedro Terzo García vengono spediti, seppur in tempi diversi, al sicuro in Canada. Alba, infine, scopre i vecchi quaderni dove sua nonna Clara annotava minuziosamente la sua vita. Esteban Trueba, sul punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara. (da wikipedia)

Presuntuosa è la donna.

In Donne, Senza Categoria on 28 settembre 2010 at 8:09

Presuntuosa è la donna che crede di essere diversa dall’uomo in quanto + qualcosa e – qualcos’altro. Inutile cincischiare,  la donna, a differenza dell’uomo, veste i suoi desideri di più alti alibi e riesce a vendere meglio questa fantasia.
Fantastica è la donna che riesce a farsi passare per tale, senza essere né bella e né bona (cioè generosa delle sue intimità). Questa capacità si chiama fascino e lo possiede pure l’uomo.
Selvaggia è la donna che non sottostà a regole di comportamento o di vita che sia. Nel caso in cui non sottoponesse, essa stessa, gli altri a regole frustranti ed incomprensibili, può diventare una donna mito, irraggiungibile.
Tenera è la donna che ama il suo uomo come donna e non come madre, né come sorella, né come altra appendice parentale o amichevole.
Focosa è la donna che mostra di non averne mai abbastanza di amore appassionato e fisico. Per una donna così gli uomini mostrano potenzialmente un morboso interesse e successivamente una certa preoccupazione. Esistono anche uomini focosi che raramente incontrano donne focose, e per fortuna. Nel qual caso ne risentono le attività sociali e l’alimentazione. Qualche volta ne risente pure l’attività lavorativa, causa stato comatoso.
Ingenua è la donna che pensa di essere al centro dell’universo maschile e che esponendo la sua avvenenza pensa di essere apprezzata per la sua intelligenza.
Confortevole è la donna che sa stare al mondo, senza interventi esterni e senza creare problemi. Le donne confortevoli sono capaci in varie attività come lavori domestici e ottimi pranzetti. Sono ancora più confortevoli se rimangono anche la notte per eventuali necessità. Sono ancora più confortevoli se se ne vanno quando è l’ora.
Intelligente è la donna che rinuncia alle sue qualità tipicamente femminili e segue percorsi logici e fa speculazioni mentali come gli uomini. Pochi uomini apprezzano donne intelligenti per paura di essere accusati di omosessualità. Le donne intelligenti tendono a fingersi cretine per passare inosservate. Da ciò ne deriva che l’intelligenza femminile è inversamente proporzionale al successo.

114) Io sono Dio

In Un libro al giorno on 28 settembre 2010 at 8:00

Inizio a camminare.
Cammino lento perché non ho bisogno di correre. Cammino lento perché non voglio correre. Tutto è previsto, anche il tempo legato al mio passo. Ho calcolato ce mi bastano otto minuti. Al posto ho un orologio da pochi dollari e un peso nella tasca della giacca. È una giacca in tela verde sul davanti, sopra il taschino, sopra il cuore, una volta c’era una striscia cucita con un grado e un nome. Apparteneva a una persona il cui ricordo è sbiadito come se la sua custodia fosse stata affidata alla memoria aututnnale di un vecchio. È rimasta solo una leggera traccia più chiara, un livido sul tessuto, sopravvissuto all’affronto di mille lavaggi quando qualcuno
chi?
perché?
ha strappato via quella striscia sottile e ha trasferito il nome prima su una tomba e poi nel nulla.
Adesso è una giacca e basta.
La mia giacca.

Soluzione
Titolo: IO SONO DIO
Autore: GIORGIO FALETTI

trama: Il libro narra la storia di un uomo sopravvissuto alla guerra del Vietnam, riportando però delle gravissime ustioni sul viso e su tutta la superficie del corpo a causa di un attacco aereo con il napalm. Tornato in patria, viene visto con curiosità e a volte con disgusto dalla gente che lo circonda per le sue ustioni e decide così di vendicarsi. Si dedica negli anni immediatamente successivi al suo rientro all’edilizia facendosi assumere da alcune società per la costruzioni di alcuni edifici, è proprio con quegli edifici che inizierà a tramare la sua vendetta contro il mondo che lo circonda piazzando delle cariche esplosive unite al napalm e collegando le cariche ad un telecomando a frequenze radio per farle esplodere non appena lui lo avesse voluto. Alla sua morte degli altri finiranno il lavoro da lui iniziato causando disordini e paura nella città. Solo l’investigatrice Vivien Light del 13º distretto di Manhattan, insieme ad un reporter con un passato discutibile, Russel Wade, riusciranno ad unire gli infiniti pezzi di questo puzzle fermando così quest’onda assassina che ha colpito la città. (da wikipedia)

113) L’uomo dei cerchi azzurri

In Un libro al giorno on 27 settembre 2010 at 8:00

Mathilde tirò fuori l’agenda e scrisse: “II tizio seduto alla mia sinistra mi prende per i fondelli”.
Bevve un sorso di birra e lanciò un’altra occhiata al vicino, un tizio immenso che da dieci minuti tamburellava con le dita sul tavolo.
Aggiunse sull’agenda: “Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io non l’ho mai visto. Sono sicura che non l’ho mai visto. Non c’è molto altro da dire su questo tizio che porta un paio di occhiali neri. Sono seduta all’aperto al Café Saint-Jacques e ho ordinato una birra alla spina. La bevo. Mi concentro sulla birra. Non trovo niente di meglio da fare”.
Il vicino di Mathilde continuava a tamburellare sul tavolo.

Soluzione
Titolo: L’UOMO DEI CERCHI AZZURRI
Autore: FRED VARGAS

trama: A Parigi si fa un gran parlare di un buontempone filosofo che ogni notte disegna per terra dei cerchi col gesso azzurro. All’interno del cerchio c’è sempre un oggetto dimenticato, un tappo di birra, una chiazza di vomito, un cono gelato e la frase “Victor, malasorte, il domani è alle porte”. Si appassionano al caso illustri psichiatri e giornalisti nonché un’eccentrica oceanografa che ama pedinare le persone per studiarle come fa con i pesci. Intanto il commissario Jean-Baptiste Adamsberg è stato appena trasferito al commissariato del V arrondissement di Parigi dopo aver risolto sorprendentemente un numero impressionante di casi ed è apparentemente l’unico a prendere sul serio la faccenda dell’uomo dei cerchi azzurri. Quando all’interno di uno dei cerchi viene scoperta una donna sgozzata i suoi sospetti cominciano a farsi concreti. (da wikipedia)

Chi non risica non rosica

In Anomalie on 27 settembre 2010 at 0:10

Me lo dicevano le mie amiche: A caval donato non si guarda in bocca. Figurati se ad Ottavio guardavo in bocca, mica solo perchè quello dei denti era il suo lavoro, ma era che la bocca non la apriva mai. Si sa che: Il silenzio è d’oro. E me lo ripeteva che: Un bel tacer non fu mai scritto. La cosa poi non era così piacevole. Perchè ad andar con lo zoppo s’impara a zoppicare e invece a me piace un casino parlare. Pertanto ho deciso di lasciar la strada vecchia per la nuova anche se mia madre sostiene che si sa quel che si lascia, ma non si sa quel che si trova. Poco male perchè Ottavio non se l’è presa troppo e mi ha detto: restiamo amici come prima di conoscerci. Si sa che chi trova un amico trova un tesoro, ma di amici come lui ne faccio volentieri a meno, sarà stato dentista però gli puzzava l’alito e io su queste cose non so chiudere gli occhi, anzi non so tapparmi il naso. Comunque è vero dai nemici mi guardi Dio che dagli amici mi guardo io. Così appena lasciato Ottavio mi sono messa con Antonio, un tipo alto e ben piazzato e nel suo genere bello, perchè altezza è mezza bellezza, ma con una testa da terrone. Con lui però, non è stata cosa facile, mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco, non voleva saperne di diventare il mio ragazzo, lui voleva una donna dalle sue parti perchè donne e buoi dai paesi tuoi, ed io ero troppo settentrionale per i suoi gusti. Ma tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, dagli oggi e dagli domani gli ho fatto capire che è nella botte piccola dove trovi il buon vino. In verità io sono qualcosa più di piccolina, qualcuno direbbe che sono un metro e niente, ma donna nana tutta tana e io piaccio e faccio tendenza. Così mi sono creata un look personalizzato, e il colore che preferisco indossare è il verde. Lo so che chi di verde si veste di sè troppo si fida, ma ho sempre pensato che,  come dice sempre mia mamma, chi non mi ama non mi merita.
Così con Antonio, tra alti e bassi, le cose sono andate avanti, che poi è inutile dire che se son rose fioriranno, con lui non fiorivano nemmeno le pratoline. Che poi le mie amiche me l’avevano detto che non filava dritto, che lui si prendeva le sue libertà. Allora ho preso a controllarlo. Dove ci sono le voci ci sono le noci, e così l’ho beccato con una spilungona di Forlì.
Quindi ho deciso: lontano dagli occhi lontano dal cuore e sono partita per una vacanza e sono andata ospite da parenti a Cesenatico. Era una noia perchè si era fuori stagione, ma magari niente spiaggia, ma almeno ho mangiato fino a scoppiare. Che poi a dirla tutta è vero che parenti serpenti perchè dopo qualche giorno me l’hanno fatto capire che l’ospite come il pesce puzza dopo tre giorni. Ma mio cugino Alfio, ha preso a portarmi in balera ogni sera, e poi si finiva sul lungomare a parlare in macchina fin quasi al mattino. Che poi a dirla tutta chi in famiglia non traffica in paradiso non naviga e con lui malgrado fosse di poche parole, si parlava proprio bene. Si fa presto a dire che che l’appetito vien mangiando, con lui mi era venuto una fame da lupi, che poi anche lui diceva: chi mangia torna, ma ad un certo punto me ne sono dovuta tornare a casa perchè ogni bel gioco, dura poco.
Alfio prima di partire mi ha detto, ma lo sai che se gallina vecchia fa buon brodo tu sei una giovane pollastra di allevamento. Sarà stato un complimento? Non lo so mica. Ma per carità adesso che sono tornata a casa mi faccio quattro conti. Mi cerco un ometto come si deve e mi sistemo. Spero solo che non sia un uomo troppo scontato, perchè odio la gente che parla senza costrutto, usando i soliti luoghi comuni. D’altra parte chi non risica non rosica ed io non voglio restare a bocca asciutta. Ma è chiaro che per me è impossibile restare al palo, perchè lo sapete vero che donna paffuta sempre piaciuta?

112) Addio alle armi

In Un libro al giorno on 26 settembre 2010 at 8:00

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.

Soluzione:
Titolo: ADDIO ALLE ARMI
Autore: ERNEST HEMINGWAY

Trama: Frederic Henry è un giovane americano che è venuto in Italia per partecipare alla guerra spinto (probabilmente) da motivazioni idealistiche e da una visione romantica del conflitto. Scopre però che la realtà della guerra è molto meno affascinante di quello che aveva creduto.
Nella primavera del 1917 Frederic conosce una giovane infermiera inglese, Catherine Barkley. Tra i due nasce un rapporto che dapprima sembra occasionale, ma si fa rapidamente intenso e passionale.
Nel frattempo Frederic coglie i segni della stanchezza e della sfiducia tra i suoi commilitoni italiani: la guerra va avanti da due anni, centinaia di migliaia di soldati sono morti, ma la vittoria è ancora lontana, nonostante la propaganda. Frederic, in una conversazione con gli altri autisti del suo gruppo di ambulanze, scopre anche che non tutti gli italiani sono a favore della guerra.
Il 24 ottobre del 1917 il fronte italiano crolla a Caporetto. Il gruppo di ambulanze di Frederic si trova travolto dalla massa di soldati in caotica ritirata, tanto che gli autisti devono abbandonare i mezzi. Affrontano diversi incidenti, tra cui l’incontro con un gruppo di soldati ammutinati che malmenano tutti gli ufficiali che incontrano. Al momento di attraversare il ponte sul Tagliamento, Frederic viene fermato dalla “Battle Police”. Si salva rocambolescamente tuffandosi nel fiume.
Frederic riesce avventurosamente a raggiungere Catherine, e i due decidono di abbandonare l’Italia. Dopo una fortunosa traversata del Lago Maggiore, la coppia raggiunge la Svizzera, e una felicità che sarà però di breve durata: Catherine infatti muore nel tentativo di dare alla luce il figlio di Frederic. Quest’ultimo si ritrova solo e privo di uno scopo nel mesto finale del romanzo e se ne va amareggiato. (da Wikipedia)

111) La cruna dell’ago

In Un libro al giorno on 25 settembre 2010 at 8:00

All’inizio del 1944 il Servizio segreto tedesco stava mettendo insieme le prove della presenza di una gigantesca armata nel sudest dell’Inghilterra. Gli aerei da ricognizione ritornavano con le foto di baracche e campi di aviazione, e di flottiglie di navi nella baia di Wash; fu visto il generale George S. Patton, nei suoi inconfondibili calzoni rosa da cavallerizzo, che portava a spasso il suo bulldog bianco; nella zona furono captate tracce di un’intensa attività via radio, segnalazioni fra reggimenti; dalle spie tedesche in Gran Bretagna giungevano messaggi di conferma.
Non esisteva alcuna armata, naturalmente. Le navi erano false sagome di gomma e di legno, le baracche non erano più reali di uno scenario cinematografico; Patton non aveva un solo uomo al suo comando; i segnali radio non avevano alcun significato; le spie erano agenti che facevano il….

Soluzione
Titolo: LA CRUNA DELL’AGO
Autore: KEN FOLLETT

Trama: Durante la seconda guerra mondiale la migliore spia nazista dell’Abwehr, soprannominata “Die Nadel“, l'”Ago”, sia per la capacità di essere praticamente invisibile al servizio segreto britannico sia perché utilizza uno stiletto come arma preferita per uccidere, è infiltrata a Londra. Percival Godliman, uno storico medievale richiamato dal Military Intelligence, assieme al suo stretto collaboratore Frederick Bloggs dà la caccia agli agenti dell’Abwehr. Uno di questi, direttamente giunto da Amburgo poche settimane prima del D-Day, ha l’incarico di recapitare gli ordini del Führer all’Ago: il compito di quest’ultimo sarà valutare la consistenza del primo gruppo d’Armata degli USA agli ordini del generale Patton radunato nell’Anglia orientale; se scoprirà che quell’armata realmente esiste ed è assemblata in quella regione, allora non ci saranno dubbi sul fatto che lo sbarco avverrà a Calais.
Una serie di omicidi che Die Nadel si è lasciato alle spalle (fra i quali quello della stessa spia che gli ha recapitato il messaggio) nel corso della sua permanenza sul suolo britannico, portano alla sua identificazione da parte di Godliman e Bloggs, i quali riescono anche a dargli un volto con il rinvenimento di una sua foto risalente a qualche anno prima, ritrovata negli archivi dell’MI. Intanto Die Nadel, che ha per l’ennesima volta cambiato identità spacciandosi ora per un ornitologo, percorre un fiume nel tentativo di trovare segni dello stanziamento della forza degli alleati destinata allo sbarco. Giunto nei pressi di una zona recintata capisce che al suo interno è raccolta la forza da sbarco e decide di penetrarvi; ma viene a conoscenza di una scioccante realtà: quella radunata all’interno della zona riservata non è altro che una armata fittizia, costituita da aerei di compensato e alloggiamenti della truppa dei quali è stato messo in piedi solo lo scheletro. Con in mano le foto dell’armata fantasma, che costituiscono una inoppugnabile prova della strategia alleata il cui scopo è mettere fuori strada il Reich inducendolo a convincersi che il luogo dello sbarco è Calais e non la Normandia, considera conclusa la sua missione e decide di recarsi a Aberdeen, una città scozzese sulla costa orientale, le cui acque sono luogo predesignato dell’appuntamento con un U-Boot che ha il compito di tradurlo in Germania.
Scampato il pericolo della cattura sul treno che lo ha condotto da Londra a Liverpool (organizzata da Godliman e Bloggs e che ha comportato la morte di un militare inglese ad opera di Die Nadel, tra i pochi ad averlo conosciuto nei primi anni del conflitto sotto un’altra identità) l’Ago è in viaggio su una auto rubata, diretto ad Aberdeen. Giuntovi, in serata si appropria di un’imbarcazione dotata di radio con la quale, una volta spostatosi a poche miglia dalla costa, potrà segnalare la sua posizione all’U-Boot. Ma i piani dell’agente nazista vengono sconvolti ancora dall’imprevisto: una tempesta infernale lo coglie quando ha percorso poche miglia dal porto. La forza del mare ben presto rende il mezzo inservibile, capovolgendolo e spezzandolo in due tronconi. Saldamente aggrappato ad uno di essi Die Nadel, ferito e in stato di choc, è sbattuto sulle rocce di un’isola, chiamata Isola della Tempesta, abitata dai coniugi Rose e da un vecchio facente parte del Corpo avvisatori di Sua Maestà. Miracolosamente approdato sull’isola, la spia è accolta e curata da David e Lucy Rose assieme al loro figlio Jo.
Nel corso della breve permanenza sull’isola nasce una relazione sentimentale tra Die Nadel e la giovane donna Lucy, il cui marito, ora sulla sedia a rotelle a causa di un incidente stradale, era stato un pilota della RAF. La scoperta dei negativi delle foto (queste ultime non più in possesso di Die Nagel in quanto impiegate nella speranza che raggiungessero l’Abwehr ad Amburgo attraverso un canale diplomatico all’ambasciata portoghese a Londra e tuttavia cadute nelle mani di Godliman e Bloggs grazie alla collaborazione di un funzionario), custoditi nella giacca dell’Ago, da parte di David Rose e il suo conseguente tentativo di fermare quella che aveva intuito fosse una spia tedesca, si rivelano infruttuosi e al culmine di una colluttazione con l’agente lo stesso David rimane ucciso. Ammazzato anche il vecchio avvisatore Tom, Die Nadel è ora solo con Lucy, la quale ha nondimeno scoperto il cadavere del marito sulla spiaggia dell’isola, fatto precipitare in mare dopo che aveva trovato scampo appigliandosi alle rocce del precipizio. Solo lo straordinario sangue freddo della donna e il sentimento di amore che l’Ago ha scoperto di nutrire nei confronti di Lucy, che più volte gli impedirà di ucciderla, risultano infine determinati ai fini della risoluzione dell’intricata storia.
Ken Follett, interpretando in modo fantasioso e personalissimo l’atmosfera che si sarebbe potuta cogliere tra i fedelissimi di Hitler, offre nel corso della narrazione scene esclusive nelle quali si trovano a discutere sul possibile luogo dello sbarco personaggi del calibro di Adolf Hitler, Erwin Rommel, Heinrich Himmler, Joseph Goebbels, Hermann Göring, Wilhelm Keitel, Alfred Jodl. Nella cerchia di generali del Führer è percepibile la forte indecisione su quale sia la strategia da adottare per fronteggiare l’invasione alleata, ma soprattutto appare chiaro come la decisione definiva sullo stanziamento delle armate della Wehrmacht dipenda dall’arrivo di Die Nadel e delle sue preziose informazioni, le quali se fossero riuscite a passare per la cruna dell’ago avrebbero potuto determinare un cambio tattico all’interno dell’OKW, dal momento che si sarebbe smentita l’opinione diffusa secondo cui meta dello sbarco fosse Calais e non la Normandia. (da Wikipedia)

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