Mario

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Gli occhi della montagna

In poesia on 31 gennaio 2010 at 19:32

All’alba la montagna innevata ti fissa
con i suoi occhi estatici
e poi, uno stormo di passeri
la attraversa
donando quel piccolo movimento
che la riporta a fluire
col mondo

poesia di Lorenzo Mullon

Vittime dentro

In Anomalie, Pietas on 29 gennaio 2010 at 15:59

Incontrando alcuni blog e sopratutto leggendo post come questo: Vittime tra le vittime mi trovo a riflettere sull’animo umano e sull’inspiegabile capacità di adattamento degli esseri umani alle condizioni più atroci. Qui non si parla solo delle vittime riconosciute da tutti (tranne qualche negazionista idiota), ma anche di quelle che si fecero carnefici con i carnefici. Di quella parte di vittime che li aveva assecondati e serviti nella loro opera di annientamento, qualsiasi fosse il motivo che le spingesse a tanto. Parlare dei Sonderkommandos, ossia quegli ebrei che venivano usati, in cambio di piccolissimi seppur vitali, in quel momento, privilegi, a “lavorare” per i carnefici contro il loro stesso “popolo” (intendendo con questo non solo gli altri ebrei, ma anche a volte i loro amici, conoscenti e le loro stesse famiglie), è quanto di più difficile si possa fare. Troppo facile sarebbe darne un giudizio morale, dove la moralità non può per ragioni contingenti essere applicata. La cosa che più di tutto mi è difficile capire, a parte le emozioni e le sensazioni di questi “zombie del male”, è come reagirei io o le persone che amo, di fronte a questa scelta forzata.
Ricordo con angoscia il film  La scelta di Sophie che raccontava la vita che fece una donna, per l’appunto Sophie, dopo che era stata rinchiusa in un lager  e che fu costretta alla scelta obbligata di “salvare”  uno solo dei suoi due figli. Alla fine  non si salvò neppure quel figlio che lei aveva prescelto abbandonando la bambina più piccola nelle mani del carnefice. Di fronte a questa scelta: la sua prigionia, gli stenti, le violenze e la prostituzione che dovette subire dai suoi carnefici non le erano sembrati importanti.
La domanda è come sia possibile sopportare così tanto. La risposta forse è che in certi momenti di pura follia, solo l’annientamento della ragione e successivamente quello della memoria può tentare di redimere.
Che io pensi oggi che avrei tentato un’altra strada è solo frutto della mia presunzione. Di una cosa però sono certa ed è che se mi fossi macchiata di tale infamia la mia vita che più correttamente chiamerei morte non avrebbe avuto ritorno.

La loro libertà, la nostra civiltà

In Anomalie, Donne, Gruppo di discussione politica. on 28 gennaio 2010 at 13:59

Sarà perché sono donna e perché sono per natura sensibile all’argomento delle libertà femminili, oggi mi sono decisa ad avventurarmi su questo campo minato esponendo, spero con molta chiarezza e pacatezza, le mie opinioni sul contendere, perché è di questo che si tratta.
Tratto questo argomento proprio nel momento in cui una nazione come la Francia propone di vietare il velo integrale e il burqa per le strade delle sue città, in concomitanza ai fatti che hanno portato, in Italia, al rapimento di una ragazza Almas, ospitata in un centro di accoglienza, da parte dei suoi genitori per costringerla ad “abbracciare” a tutto pieno, la legge degli usi e costumi della propria famiglia, e dopo l’assassinio delle due ragazze Saana e Hina, sempre da “mano amica” per la loro disobbedienza, nonché alle costrizioni di innumerevoli giovani che vivono in suolo italiano a riti e mutilazioni che con la nostra civiltà e il nostro paese non hanno niente a che vedere.
Ne parlo oggi dopo aver letto questo articolo di Marta Meo sull’Unità perché credo fermamene che prendere posizioni permissive e moderate nei confronti di questo argomento sia solo un atteggiamento ipocrita e falsamente libertario che può trovare una collocazione trasversale a tutte le posizioni politiche sia di destra che di sinistra.
Vorrei capire come mai ci si astiene da prendere una posizione di fronte al tradizionale velo integrale o Burqua, perché viene attribuito ad una libertà personale della donna e si pretende di intervenire quando una bambina viene mutilata nelle sue parti intime per un rito tribale a mio avviso inconsulto? Esistono davvero delle imposizioni di tipo A e altre di tipo B? Le gravi e le meno gravi? O la libertà della donna di autodeterminarsi è un diritto oppure non lo è. Non si può delegare la decisione alle idee della comunità in cui vive.
In un paese libero la legge civile deve essere uguale per tutti, non esistono leggi superiori che danno deroga al vivere civile. A parte il fatto che nessun velo può essere propedeutico all’integrazione e nessun uso e costume tendente all’isolamento, anche non imposto apertamente, può essere accettato. Non comprendo come si possa farsi paladini della conservazione di un atto di barbarie perpetrato sulle donne anche se queste donne lo invocassero quale sacrosanto loro diritto. Ovviamente non si può intervenire sugli usi dei paesi da cui provengono queste comunità, ma si può intervenire negli usi e costumi che vanno in contraddizione con i diritti umani del nostro paese.
Io credo di non poter essere tacciata di simpatizzare con la “Lega” perché ciò che mi spinge a strappare il “velo” è qualcosa di ben diverso dall’odio razziale e dall’ignavia sociale, ma è un’affermazione dei diritti primari delle persone che deve andare a braccetto con l’impegno a rendere fattibile la convivenza tra le varie comunità e soprattutto la fusione delle loro abitudini con quelle del paese che le ospita. L’obbligo all’istruzione scolastica sia maschile che femminile tendente a portare ad una “integrazione sociale condivisa” e con l’intervento di una vera e radicale mediazione culturale dovrebbe dare i frutti voluti con in prospettiva donne libere che sanno interagire liberamente con l’ambiente che le circonda e la cui libertà viene garantita dallo Stato in cui vivono e in cui intendono operare.

Quel tatuaggio…

In Pietas on 27 gennaio 2010 at 22:08

Quel tatuaggio ci ha tatuato l’anima…

il mio piccolo tributo al giorno della Memoria.

Sono anime senza pelle, i blogger

In Amici, Giovani on 27 gennaio 2010 at 18:46

Strana cosa quando ci sono giorni che leggendo post su altri blog ti accorgi di non saper dire bene le cose che vorresti dire. Oggi Mario ha scritto un post  che parlava del mondo dei blog e da questo, dopo la segnalazione di Ifigenia, mi sono trovata a leggere di splendidiquarantenni il post  “Anime blogge”. Comincia con “Sono anime senza pelle, i blogger…” e insiste con “Sono tutti delusi, i blogger…” e ancora “Sono sognatori, i blogger…” “Sono compulsivi e monotematici…” “Sono poeti e poetici…”. Nello sviluppo del post si percepisce questa potente passione di svelare le loro anime sperse e descrivere la loro parvenza priva di sostanza, che pur nell’aere si trasforma in anima blogge che di sostanza ne ha molta ma molta di più.
Durante il tempo che io ho tenuto malamente due blog, uno gestito a più mani con presunti intenti “didattici”, Lettere al Futuro, e questo mio povero blogghino, ho avuto modo di “conoscere” molte anime affini, che ho scelto nella solitudine delle mie serate stanche, quando anche la tivu diventava un impegno troppo  difficile da sopportare, quando anche la parola detta era un peso troppo gravoso per le mie povere forze.  E’ vero, ho composto un blogroll nel mio sito, dove con un semplice click attingevo linfa vitale per la mia anima e passo dopo passo arrivavo molto lontano, in altri mondi blogge  che spesso hanno parlato al mio cuore.
Oggi so che questo mondo cela ma non nasconde completamente persone il cui aspetto poco importa perché fanno parte degli essere composti di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e se per caso succede che li incontrate allora vi accorgete che non li guardate più come esseri in qualche modo umani “Perché conosci di loro già l’anima e non ti curi del loro aspetto. Perché gli sei già amico, pur non avendoli mai visti. E spesso non dici ciao, o piacere. Dici: finalmente!”

Il senso della vita.

In Donne on 25 gennaio 2010 at 23:38

Stasera il mio umore è virato dal fuoco incandescente della rabbia covata ad un sentimento che improvvisamento si è infilato dentro alle mie vene in un fluido viscoso che mi ha intorpidito l’anima. Volevo parlare della mia avversione verso una piccola persona del mondo politico che si muove con arroganza e presunzione (so bene che non sapete distinguere di chi volevo parlare, ce ne sono troppi che rispondono alla descrizione), poi girando tra i miei blog preferiti ho trovato questo meraviglioso post di Samaya.
Indiscutibilmente qualsiasi parola aggiungessi sarebbe eccessiva. Samaya ha detto tutto e, assieme alla lettera di Gino, è la più bella testimonianza d’amore per una donna che ha lasciato profondamente il segno.

“Adesso morte puoi ben vantarti: hai in tuo possesso una ragazza senza pari.”
Shakespeare – Antonio e Cleopatra

Ciao Teresa

Emergency

La casa buia

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, musica on 25 gennaio 2010 at 15:42

Era la sua casa, quella che tanto le era costata in sacrifici. Lì aveva vissuto con suo marito, almeno per il tempo che aveva potuto… lì era nato il suo bambino, lì era diventato uomo. Dentro a quella casa tutti i suoi ricordi. Quello che aveva raccolto nei viaggi, quello che abbelliva la memoria , quello che a lei piaceva. Era una casa che ne aveva viste di cose: belle e brutte. Ma era la sua casa, la loro casa. Scintillanti feste di Natale con l’odore del pino che si scaldava al centro della stanza e quelle divertenti fatte di musica e risate di Capodanno. Cene sul terrazzo d’estate, luci accese fino a notte fonda, tante parole e tanti pensieri. Era stata anche il ritrovo di torme di ragazzini. Tutti sapevano che a casa di Carlo era possibile andare a rifugiarsi, che il frigorifero era sempre pieno e un letto sempre pronto. Lei non avrebbe messo il naso nelle loro cose, lei era una mamma diversa, non si intrometteva mai, stava in disparte a guardare.
Quella casa era stata luce ed allegria. Aveva sentito pianti e risa di bambini. Aveva ospitato. Aveva accolto. Aveva racchiuso anche un barlume di felicità. Ora Carlo aveva un’altra vita in un’altra città. Ora lei era sola ed era spaventata di quella grande casa buia. Non che Guido la tormentasse con il suo ricordo. Quella casa, da quando lui non c’era più, aveva scacciato la sua presenza. Lui non era stato più e basta. Strano che non sentisse la sua mancanza. Strano che quella casa l’avesse protetta anche dai ricordi più dolorosi. Poi la vita era corsa troppo velocemente. Lei aveva dovuto accantonare la solitudine per riuscire a sopravvivere. Ora era sola, finalmente sola, definitivamente sola. Guardava pensosa la finestra del terrazzo, la tenda leggera smossa dalla brezza primaverile e dietro di essa la notte. Strana riflessione le procurava vedere quella profonda notte stellata che alla fine era meno buia della sua stessa casa. Allora aveva profondamente capito cosa fosse l’abbandono.
Nel buio della notte aveva deciso. Se ne sarebbe andata via, avrebbe lasciato quella casa buia per sempre, sarebbe finalmente partita per un viaggio verso oriente dove sperava di incontrare la gioia e la luce di un eterno nuovo mattino.

Troppa felicità

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria, uomini on 23 gennaio 2010 at 13:05

Non capiva le ragioni del suo malumore. Certo, a pensarci bene, faceva sempre parte del carattere burbero che lo aveva accompagnato tutta la vita. Aveva voglia di scherzare con gli altri, ma mica sempre riusciva a farglielo capire. Qualche volta addirittura era lui il primo a non riuscire a credersi.
Certo che la sua vita era cambiata negli ultimi tempi. E cambiata in meglio, anzi sembrava un sogno. Vuoi mettere quando si era trovato sulla strada senza un soldo in tasca e senza più un tetto sulla testa? Non che con Claudia la vita fosse stata un ballo di carnevale, ma per un po’ era andata bene, mica aveva niente da rimproverarle. Non che Claudia comunque fosse il suo ideale di donna, era carina e si dava da fare, ma alla fine si era stufata di tentare di piacergli e di fare le cose che voleva lui. D’altra parte a lui era rimasta nel cuore Veronica. Forse glielo aveva anche fatto capire, a sua moglie, ma per fortuna lei non era gelosa e poi Veronica chissà dov’era finita. E lui quel cuore glielo aveva dedicato, ma come si dice sempre: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e la vita comunque andava avanti e lui la vita la voleva vivere.
Poi era successo. L’aveva trovata sul treno per Roma. Certe cose non si possono prevedere. Ci aveva sperato certamente e poi, senza averlo premeditato, avevano prenotato, su quel treno, il posto uno di fronte all’altra.
Casi della vita. Ritrovarsi dopo più di venti anni che non si vedevano. Che emozione. Lei era cambiata, ma lo era pure lui per questo. Non era più il fiore delicato che lui aveva avuto tra le mani. Ora era una donna matura e sensuale, ma anche se cambiata restava sempre il suo sogno, e lo era, comunque, malgrado Claudia. Aveva provato un po’ di senso di colpa, quel tanto che bastava a farlo sentire un verme, ci si sente così quando si è sicuri di comportarsi male, quando si sa di far soffrire qualcuno, ma alla fine sapeva che non avrebbe ascoltato niente e nessuno. Lei era lì e lui poteva dissetare la sua sete alla fonte o almeno avrebbe potuto tentare di farlo. E la fonte era stata generosa, aveva quietato volentieri la sua sete. Malgrado il tempo passato erano ancora gli amanti che erano stati e lui non voleva tornare indietro. Veronica era ridiventata il centro del suo mondo e lui non avrebbe potuto farne a meno, neanche l’avesse voluto.
Per questo Claudia, ad un certo punto, gli aveva buttato in strada due borse di biancheria infilate alla rinfusa e aveva cambiato la serratura di casa.
Era stato difficile quei primi tempi, ma lui aveva ritrovato la donna amata, il suo sogno da sempre e il nuovo inizio del loro amore era stato travolgente ed intenso. I loro giorni e le loro notti erano teneramente e appassionatamente indimenticabili. Lui aveva ripreso a lavorare di gran lena per creare un nuovo paradiso per loro due. Le cose andavano bene, anzi benissimo. Ora era davvero felice. Una sola cosa rovinava il loro accordo, ed era lui, cominciò a chiedersi dove li aveva passati quei vent’anni la sua Veronica. Non è che lei non fosse generosa di particolari, ma a lui non bastavano mai. Voleva sapere e più sapeva più non gli bastava e più non gli bastava più si adombrava. Non che Veronica fosse stata a rigirarsi i pollici. Lei aveva sempre vissuto intensamente, aveva viaggiato, aveva conosciuto gente, cambiato partners, lei era libera e non si creava problemi. Mica come Claudia che si poneva problemi per tutto e per tutti. Non ti dico poi sui giudizi della gente o sui doveri che riteneva di avere nei confronti dei familiari. Una noia mortale. Ma anche quelli erano valori. I suoi. Chi era lui per giudicare? Era stata una brava moglie e una compagna paziente. Niente di eclatante dentro al letto, ma era un’abitudine rassicurante a cui difficilmente aveva rinunciato. In fin dei conti, quando si comincia ad invecchiare, fa piacere trovare un porto sicuro e delle acque chete ad accoglierti.
Ma lui era felice, come aveva sempre sognato di essere. E tutto nella sua nuova vita era estremo ed elettrizzante. Ma ora erano iniziati i suoi malumori. Si sentiva stanco e stressato. Dava la colpa al lavoro che lo prendeva troppo. Veronica era spesso assente e questo lo infastidiva, ma quando tornava era una gioia degli occhi e del cuore. Eppure a lui il malumore non passava. Pensava spesso ai suoi libri che aveva lasciato nella sua vita precedente. Aveva nostalgia della sua musica e dei suoi amici del biliardo che si trovavano al solito bar. Pensava spesso alle domeniche davanti alla TV a vedere la domenica sportiva. Adesso con Veronica erano uscite per il cinema e per cenette al lume di candela. Avrebbe dovuto essere felice, molto felice. Tutto era come aveva sognato. Era il suo sogno che si era realizzato. Eppure il malumore lo rendeva nervoso e rispondeva in modo urtato alle gentilezze di Veronica. Lei ci stava male e chiedeva perchè. D’altra parte cosa gli avrebbe potuto raccontare? Nemmeno a lui era chiara la cosa. Era lei la luce dei suoi occhi, ma di notte, quando la teneva tra le sue braccia, riusciva solo a chiamarla “Claudia, unico amore mio“.

Questione di pudore

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 22 gennaio 2010 at 14:56

“Mamma non essere ridicola!
Ma ti rendi conto dell’età che hai?
Non pensi a quando sarai sola e noi figli avremo i nostri impegni e… e poi… non pensi a papà?”
“Lascia stare quel vecchio sclerotico di tuo padre.
Mi sono stufata e non lo reggo più.
Se ne vada dove vuole, ma non starà un momento di più sotto questo tetto.”
“Ma non pensi a quello che dirà la gente?
In fin dei conti sono quasi cinquant’anni che state insieme, non ti sembra un comportamento un po’ eccessivo?
E poi… hai settantanni, non ha senso che ti riprenda la tua libertà? Per farne cosa? Ma hai pensato a noi figli?”
“Non vedo proprio cosa c’entrate voi figli, avete le vostre vite ed io mi sono già sacrificata abbastanza.
E poi la gente… la gente mica gli lava le mutande la gente, mica svuota i suoi posacenere e pulisce il water quando lo ha usato neh! Io sarò vecchia, ma lo sono meno di lui, ho diritto di vivere pure io o no?”
“Ma papà è confuso, dove vuoi che vada?
Non posso mica ospitarlo a casa mia, lo sai che abbiamo solo la stanza di Carletto e poi Mimma ha i suoi impegni, non posso farle carico di papà e delle sue manie.”
“Ecco lo vedi? Anche tu sai che è un uomo impossibile.
Io ci ho sprecato la vita con lui.
Mai una soddisfazione, mai una carineria. Io sono una donna che ha i suoi bisogni e lui non se n’è mai accorto.
Ma lo sai che mi prendevano per sua figlia quando lavoravo da lui? Avrei avuto anche io le mie belle soddisfazioni, mica ero come adesso, ad un uomo avrei potuto far perdere la testa.
Invece avevo la famiglia, dovevo pensare ai figli, ma adesso non serve più, rivoglio indietro il mio tempo perduto.”
“Ma cosa farai da sola?
Non pensi che potresti aver bisogno di compagnia? Di qualcuno con cui parlare e che si occupi di te quando stai poco bene?”
“Tuo padre? Ma se non c’era mai quando ho avuto bisogno di lui.
Mica fa differenza… anzi la fa solo perchè avrò meno impegni, meno seccature, non sono la sua infermiera, non sono la sua serva, si trovi una badante, una di quelle extracomunitarie che se lo ripassino per bene. Magari con quelle si comporta da uomo, a meno che non se lo sia completamente dimenticato com’è fatto un uomo.”
“Ma mamma… che dici? Alla tua età, ma non hai un po’ di.. un po’ di… pudore…”
Lei aveva alzato le spalle con un’aria da bambina ostinata. Che ne sapeva suo figlio di cosa volesse dire per una donna come lei una “questione di pudore”.

Il ricordo più bello

In amore, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 19 gennaio 2010 at 18:14

Tanto per essere chiari la sua vita non era un enorme schedario. Non era facile ricordare tutto, benché avesse comunque conservato molti ricordi. C’erano stati periodi che aveva totalmente dimenticato o forse solo comodamente rimosso. Ora che ci pensava non riusciva a capire quegli anni della sua gioventù dei quali non aveva quasi più nessuna memoria. Si era detta che, forse, c’era poco da ricordare, eppure era stato un tempo di così grande fermento e di lotte, anche personali, che l’avevano portata ad autonomie impensabili a percorsi veramente intricati. Insomma aveva lavorato duro, questo lo sapeva. Aveva cercato di uscire dalla vischiosità del destino che l’avrebbe voluta più succube dei lacciuoli che la legavano a quel suo mondo. Avrebbe dovuto scegliere una strada più comoda e non l’aveva fatto. Questa era la cosa buona, ma sul prezzo pagato poco ricordava. Per quanto cercasse di capire quanto quelle scelte e quel tempo l’avesse ferita, non ne aveva memoria.
Per questo quando Stefano, mentre lei lo assisteva in ospedale, tanto per parlare delle loro vite passate e per impegnare il tempo, le aveva chiesto quale sarebbe stato il ricordo che avrebbe salvato della sua vita, dopo il primo pensiero vuoto e che le mostrava apparentemente la sua mente come una tabula rasa, ebbe un’immagine: una potente luce solare negli occhi… In genere lei non si raccontava storie. La luce del sole faceva parte della sua vita. Adorava stare al sole porgendo il viso alla luce e al calore con un trasporto sincero. Eppure quel ricordo era qualcosa di più, molto di più. Attorno a lei si materializzava una giornata d’inverno. Era stesa in un mare di neve inviolata. Il sole era violento ed il cielo di un azzurro profondo. Non era sola. Loro stavano lì, distesi forse sopra la giacca a vento, ma erano così giovani che il freddo non li spaventava. Lui le teneva la testa appoggiata sul suo petto e le sfiorava con le labbra i capelli. Giornata strana quella. Strano che i suoi l’avessero lasciata andare in montagna con gli amici quella domenica. Non era scontato, ogni permesso era estorto sfoderando le unghie e i denti, lei lo sapeva. Andare in montagna con lui era la cosa in assoluto più straordinaria che a quel tempo potesse sperare. Lui aveva la febbre. Neanche questo lo aveva scoraggiato. Non avrebbe mai rinunciato ad uscire con lei. Aveva risicato un po’ di materiale in giro. I mutandoni di lana del nonno e i pantaloni di velluto di suo padre, il maglione a righe glielo aveva fatto sua mamma, lei era brava a ferri come tutte le brave donne di una volta. Rossana portava invece quel maglione azzurro di lana grossa, con la cerniera davanti. Non è che le piacesse molto, ma non aveva niente di meglio da usare contro il freddo, e poi i pantaloni glieli aveva prestati Diana che in montagna ci andava spesso. Com’erano arrivati dentro quel mare di neve lei se lo ricordava, era stata una faticata immane, sprofondando fino al ginocchio nella neve fresca, avevano abbandonato la pista e raggiunto uno spuntone da cui vedevano tutta la valle.
Michele era silenzioso e neanche Rossana aveva voglia di parlare. Era troppo bello ed importante quello che stava iniziando tra di loro. Avevano così tanto calore dentro agli occhi, così tanti sogni dentro al cuore. Lei ricordava che ad occhi semichiusi per ripararsi da tutta quella luce aveva pensato al suo futuro, a tutto quello che la vita le prometteva, a tutto quello che avrebbe sognato e realizzato, aveva toccato quel cielo con un dito, aveva avuto la totale coscienza di esistere e di avere diritto di vivere e di amare. Aveva il cuore e la mente aperti verso spazi che non aveva mai conosciuto e che le si palesavano in tutta la loro magia e unicità. Non era mai stata così cosciente e felice e non lo sarebbe stata mai più, almeno non più così. Stefano le aveva chiesto scherzando “Ehi, ma chi era quel “coso” lì? Qualcuno di cui dovrei preoccuparmi ed essere geloso?” la sua era uno domanda senza senso, la loro era solo amicizia, ma talmente tanto antica che non richiedeva ormai più alcuna espressione sentimentale di inutile gelosia. Rossana l’aveva guardato anche lei sorridendo e rispose imbarazzata. “Era il mio ragazzo. Una storia dolcissima di tantissimi anni fa. E’ durata un po’ e poi ci siamo persi e mentre lo diceva sentiva dentro di sé una nostalgia così potente che la lasciò scombussolata. Era facile scambiare tutto per rimpianto verso la sua gioventù perduta. Era facile cancellare le implicazioni di quel ricordo anche se quel ricordo era accompagnato dalla colonna sonora che non poteva esistere nella realtà, ma che apparteneva a quel loro tempo, quella canzone che l’aveva tormentata ben oltre ogni logica e ogni pensiero razionale. Quella che lei credeva la sua canzone-tormentone e che non poteva essere di nessun altro.
Rossana non sapeva che di lì a qualche giorno avrebbe riascoltato commossa quella canzone ballando teneramente tra le braccia di quell’uomo che ormai pensava di aver perduto per sempre.

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