Mario

Archive for the ‘Libri’ Category

Cuore di brigante

In amore, Libri on 31 marzo 2012 at 23:18

Mai avrei potuto vivere l’intera mia esistenza dove sono nato e cresciuto, mi diceva Nikolaos il greco. Conta assai poco quanto è bella la terra che ti è patria: Roma, Mosca, Atene o Costantinopoli, nessun luogo può bastare se la vita è una sola, mi diceva. Mai avrei potuto accettare di morire nel medesimo angolo di mondo in cui sono nato, mai avrei potuto riunciare al piacere di cozzare la mia testa con quelle altrui, i stupire della bellezza di Firenze e Parigi, di svegliarmi sotto le stelle in mare aperto, di arrivare all’alba nei porti di Napoli e Genova, mai avrei rinunciato alle cavalcate nelle terre di Sicilia, a incontrare lo sguardo di certe donne di Palermo, alle notti nei palazzi di questa città di Venezia, sempre senza riposo. E maledette siano le distanze e maledetti i trasporti faticosi e le dogane e i muri e i confini che impediscono agli ingegni di ogni terra di incontrarsi e pensare e di sognare insieme. E viva la vita, amico mio, e sia dato spreco di ogni energia subito e ora per la gloria di qui e adesso che soltanto conta, cento e mille volte meglio la mia sorte di quella di chi deve ammuffire nei palazzi imperiali governando i popoli. Cento e mille volte meglio, immensamente meglio bruciare in una fiammata che consumarsi lentamente.

(da Il cuore dei Briganti di Flavio Soriga)

Semplicemente perfetto…

Handala (erba amara)

In Amici, amore, Anomalie, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 4 dicembre 2011 at 21:11

Handala (o Hanzala), dall’arabo حنظلة (“erba amara”) è un personaggio creato dall’artista palestinese Naji al-Ali (morto assassinato nel 1987).
È un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata.
Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non d’accordo con la situazione attuale (mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà); lo sguardo è rivolto ai villaggi, al mondo; è rimasto bambino, perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.
Su di lui, il suo autore ha scritto: «Inizialmente era un bambino palestinese, ma il suo significato si è sviluppato con un orizzonte prima nazionale, poi globale e umano. È un semplice bambino povero, e questa è la ragione per la quale le persone lo hanno adottato e lo sentono come simbolo della loro coscienza».
Questo è ciò che ci riporta wikipedia.
Questo personaggio mi è venuto in mente molte volte in questi giorni, sia perchè appariva come uno dei simboli nel manifesto della “giornata internazionale per la Palestina” che abbiamo organizzato in collaborazione con i Ragazzi di Ca’ Tron Città Aperta (giovani svegli ed attivi sul territorio, i quali si sono opposti alla vendita, a privati, di un palazzo sul Canal Grande sede della facoltà di Urbanistica dello IUAV di Venezia, occupandola) sia per la mostra “Post Traumatic Stress Disorder – I bambini disegnano il conflitto” che abbiamo ugualmente organizzato in una prestigiosa sede del centro storico.
Parlare dei disegni dei bambini di Gaza  e proprio di quei bambini che vivono nella situazione più difficile di tutte le zone del Medio Oriente, mi ha fatto davvero pensare ad Handala. Mi ha fatto fare un salto letterario anche  al piccolo Oskar che nel “Tamburo di latta” di Gunter Grass, si era rifiutato di crescere a causa dell’avvento del nazismo. Così Handala continuerà a guardare i villaggi, mostrandosi di spalle, proprio quella terra che è stato costretto ad abbandonare da piccino ed il suo rifiuto di crescere per diventare adulto è lo stesso che impose questa scelta  al piccolo Oskar durante gli anni bui del Terzo Reich.
Vorrei parlarvi della soddisfazione di vedere tanti giovani uniti e sorridenti, tutti partecipi e pronti a sostenere una causa e vorrei anche farvi apprezzare l’impegno di una mostra estremamente difficile e anche di grande impatto per la sua evidente denuncia sociale. Vorrei parlarvi di quei disegni incredibili di bambini che hanno perso la possibilità di vivere come tali. Di soli e case che piangono, di carri armati e buldozer che distruggono ulivi che nell’immaginario di quei bambini sono assimilati alla vita, di compagni di giochi lasciati nella polvere, di aerei ed elicotteri che bombardano case, scuole e ospedali, di donne che piangono la perdita dei loro cari, di muri alti e di corsi d’acqua proibiti, disegni di paura e di rabbia, ma mai rassegnandosi al proprio destino. Vorrei potervi trasmettere l’emozione che mi ha dato leggere i loro acerbi pensieri, le paure, la voglia di vivere, comunque, malgrado tutto e pure il sogno della rivalsa: “Quando sarò grande diventerò il Presidente della Spagna, sarò amato e benvoluto, tutti diranno che grande Presidente ha la Spagna. Poi metterò su il mio esercito e andrò a liberare la Palestina.”
Handala è un’erba amara e la mia speranza è che sia anche una pianta molto vitale e difficile da sradicare, solo questo può permettere ad un popolo di resistere al di là di ogni sventura e costrizione umana. Un giorno Handala mostrerà il suo volto di bambino e guarderà intono a sè, con occhi ridenti, la sua terra liberata e riconquistata, felice di essere tornato e anche di sentirsi finalmente libero di essere bambino e di poter diventare adulto, come è giusto che sia. Anche Oskar dopo tanto e forse troppo tempo aveva ricominciato a crescere ed era diventato uomo, dopo tanta sofferenza e puntigliosa resistenza aveva deciso che un nuovo mondo gli veniva promesso e che non gli serviva più il rullo del suo tamburino di latta per  fermare il tempo. Il tempo gli era stato riconsegnato di nuovo intatto e così  Oskar  ha potuto dimenticare. Riuscirà Handala a fare lo stesso? Avrà vita a sufficienza per attraversare la diaspora del suo popolo? Avrà forza sufficiente per non soccombere perdendo la sua identità?
Io non posso che dire queste parole, che spero diventino una realtà molto presto: Handala vive in una Palestina libera.

Una vita senza rimpianti

In amore, Donne, Libri, personale on 16 settembre 2011 at 0:15

Esiste una vita senza rimpianti? Me lo chiedo così, senza metterci troppo pathos, perchè la risposta la so. Le domande a cui sai già come rispondere non ti sconvolgono mai, almeno a me succede così. Non è solo perchè sto leggendo questo libro nel quale la protagonista femminile, Orah, durante la sua fuga dalla realtà, in un lungo viaggio a piedi per la Galilea, legge le pagine del suo quaderno che sono state riempite dei rimpianti di altri.
Se avessi anch’io un quaderno blu, cosa ci troverei scritto dei rimpianti degli altri? e quali sarebbero i miei? Forse sono troppo testarda per ammettere che qualche rimpianto ce l’ho e che qualcosa cambierei nella mia vita, se questo mi fosse possibile.
Probabilmente tornerei alla mia infanzia e cercherei di vincere la freddezza di mio padre, anche se so di averlo già tentato e di non esserci riuscita nemmeno allora.
Forse non mi lascerei mettere in un angolo, ancora prima di tentare di fare quello che ho sempre sognato di fare. Probabilmente rimpiango la mia giovinezza, che non fu facile, ma che è stata l’unica giovinezza che ho avuto e che forse ho un po’ sprecato. Forse avrei amato senza nascondermi e senza quello stupido orgoglio che mi ha, comunque, tenuto in vita. Forse, avrei avuto quattro figli, uno diverso dall’altro, ma tutti stupendi (che poi si sa: ogni scarrafone è bello a mamma sua…) avrei studiato per poter fare la reporter nelle zone di guerra e avrei sofferto di quello che vedevo, ma vissuto come sognavo di fare. E più guardo dentro la mia vita è più vedo occasioni perse e rimpianti in agguato. Vedo sogni irrealizzati e tristezze impalpabili. E poi i grandi rimpianti sono solo piccole cose, la vita comunque è una grande avventura, e io di vite ne ho vissute molte, una sull’altra, spesso cambiando direzione o per amore o per forza.
Di questa vita mi sono rimaste poche, ma dolcissime cose. Almeno di questo non ho rimpianti. Se ho sbagliato ho pure pagato fino in fondo, eppure ho conservato tesori dentro di me che non sono stata capace di dimenticare mai. Cose che mi sono tornate indietro assieme alla possibilità di ricomporre i sogni. Non esiste una vita senza rimpianti, sarebbe insulsa e priva di mordente, sarebbe di una noia mortale e fredda come l’Alaska.
E io sono piena di passioni anche se mi sono nascosta bene per il timore di farmi saccheggiare troppo in fondo. Se poi ho un rimpianto grosso è quello di aver sofferto in silenzio, senza che nessuno capisse e se ne curasse. Ecco, ho il rimpianto di non aver tenuto vicino chi si sarebbe potuto prendere cura di me, perché se aspettavo la mia volontà di volermi bene, beh… allora sarei ancora qui ad aspettare.

Ogni mattina a Jenin

In amore, Donne, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 29 luglio 2011 at 22:19

Copertina libroPotrei dire che racconta la storia di un popolo, ma non  sarebbe corretto. Sarebbe meglio dire che racconta una storia di donne che a loro volta raccontano la storia di un paese perduto. Questo è il contenuto del libro di Susan Abulhawa   “Ogni mattina a Jenin”.  La poesia dei risvegli di una bambina, prima dell’alba che corre tra le braccia di un padre generoso e gentile, che la cresce nella poesia di un mondo doloroso, ma fantastico. I racconti di una terra perduta che tante lacrime e sangue ha richiesto come contributo. La vita di donne troppo esposte all’amore e proprio per questo chiuse in se stesse e nei loro corpi di pietra scura. Dishdashe colorati e bimbi dalla bellezza fiera addolcita da occhi smisurati. Sogni e speranze nel profumo speziato dei fuochi accesi per cucinare. E poi la guerra… assurda come lo è ogni guerra, ma a volte assurda anche di più. Una realtà che esclude un’altra. Un paese senza pace. Un popolo scacciato dalla propria terra che non riesce più tornare. Donne  e madri sconfitte, derubate dei figli e degli sposi, senza più casa e focolare, deprivate anche della loro memoria.

Raramento ho letto un libro più avvincente e poetico di questo. Leggerlo mi ha fatto amare la Palestina non con la mente come facevo prima, bensì con i sensi e con il cuore. Se parla di ingiustizia e negazione dei diritti lo fa solo passando attraverso i moti dell’anima, mai attraversando il territorio gelido del giudizio, dell’odio e della vendetta. Non sarebbe possibile comprendere come Amal figlia della bella Dalia, nata nel campo profughi di Jenin, dopo il dolore delle sue infinite perdite, voglia tornare alla sua terra per poter ritrovare se stessa. Ma il suo è sempre stato un territorio di mezzo. Le sue radici sono state estirpate. Non c’è un luogo che la possa accogliere amorevolmente. Non l’America dove vive sotto controllo dal FBI. Non il Libano  che accoglie solo i campi profughi palestinesi, senza garantire le loro vite. Non la Palestina perchè occupata da uno stato che vuole escludere dal territorio conquistato, gli arabi. Ma Jenin per Amal e il ricordo dell’abbraccio di suo padre all’alba di ogni mattina. Jenin è il luogo della sua infanzia e dei suoi sogni. Luogo dove poter ritrovare quello che rimane dei rapporti che le riportano gli affetti di quella famiglia estesa che fu il villaggio ai suoi inizi. Amal dopo tanti anni incontra il fratello rapito ancora prima della sua nascita e cresciuto in Israele: David o Isma’il per la sua metà araba. Ma anche questo legame incerto non riuscirà a salvarla. Alla fine il fratello maggiore Yussef, creduto morto come terrorista suicida perchè fattosi esplodere contro l’Ambasciata Americana, scrive alla sorella perduta un’ultima lettera che mai spedirà e che lei mai più potrà ricevere:

“Carissima Amal, con la vocale lunga di speranza.
A volte l’aria mi riporta il sospiro dei ricordi. L’aroma degli ulivi e del gelsomino tra i capelli del mio Amore. A volte porta il silenzio dei sogni infranti. A volte il tempo è immobile come un cadavere, e con lui giaccio nel mio letto.
E così dormo, aspettando di rendermi onore quando sarà il momento.
Perché non ho tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità
…e l’Amore non mi sarà mai strappato dalle vene.”

L’impegno è vita

In amore, Libri, personale, politica on 9 luglio 2011 at 19:52

Da giorni io e Mario stiamo cercando di capire perché non sappiamo fare altro che essere impegnati. Ovviamente non si tratta solo degli impegni quotidiani legati al lavoro, o alle amicizie o alla cultura. Parlo di impegno “impegnato” ossia di quello che ci vede presi da questioni legate al sociale e alla politica di casa nostra e di quella internazionale.
A volte ci chiediamo come mai, pur restando separati per più di 40 anni, abbiamo sviluppato lo stesso tipo di caratteristiche e di elaborazioni mentali. Non è solo il fatto che abbiamo trovato, per esempio nelle nostre librerie, in buona parte, gli stessi libri e nel cuore le stesse passioni, ma per qualcosa di più: invecchiando abbiamo radicalizzato i nostri interessi.
Il problema è proprio questo perché gli anni ci incoraggerebbero ad essere più defilati, di non prendere più le cose di petto e di non metterci dentro tutte le energie rimaste. Cerchiamo insomma di fare i vecchietti come si deve, praticamente ci alleniamo per fare i nonnini sebbene i nostri figli non abbiano, per ora, alcuna intenzione di darci questo impegno, ma la cosa ci riesce piuttosto male.
Io, a volte, tendo a provocare, senza comprendere che già di mio schizzo come un razzo e gli chiedo di aiutarmi a organizzare una cosa o l’altra. A lui viene un coccolone perché sa che se parte è quasi peggio di me. Non potevamo essere più ben assortiti di così, anche se proprio questa simbiosi ci crea alla fine dei problemi.
Ci piace frequentare gli amici, anche quelli di un tempo, e mai avremmo il coraggio di confessarci che non abbiamo ormai più lo stesso linguaggio e lo stesso amore per la conoscenza e la lotta. Insomma non riusciamo a parlare di figli e nipotini, di nuore, generi e matrimoni traballanti o fortunati, siamo dei pesci fuori dall’acqua in queste stanze. Ma nessuno ci batte se troviamo le anime gemelle. Se le discussioni diventano stimolanti e piene di incognite. Se torniamo a parlare di impegno in prima persona, o di libri e di nuove teorie, di analisi politiche, di cinema e di qualsiasi cosa che non sia le nostre piccole vite. Ma l’impegno è vita e sappiamo che per il lungo periodo che eravamo rimasti separati e che a nessuno interessavano i nostri pensieri più profondi, abbiamo rinunciato a una grande parte di noi stessi. Anche l’inusitato amore per la rete che ci ha visto da singoli autori di due piccoli blog che sono nati a distanza di un mese uno dall’altro, rete che è stata il luogo del nostro fortunato nuovo incontro, anche questo interesse era il frutto del nostro impegno e della nostra voglia di non accontentarci e impigrirci in una vecchiaia senza merito.
Se è vero che l’impegno è vita, mi sa che la nostra sarà una vita lunga e piena di imprevisti.

Il bosco degli uomini-libro

In Cinema, Libri, poesia, Senza Categoria on 25 maggio 2011 at 22:50

Stasera zappinando di canale in canale mi sono trovata a rivedere con uno stupore tutto nuovo un vecchio film: “Fahrenheit 451” di François Truffaut. Vecchio film del 1966 tratto dal romanzo fantascientifico e distopico di Ray Bradbury. Per chi non conosce la storia si tratta di una società futuribile (o forse no) che per consentire alla gente di essere felice proibisce di leggere i libri che per questo vengono bruciati in grandi falò. I libri insomma rendono la vita triste e vengono eliminati come strumenti di contaminazione. Montag, che fa il pompiere, viene avvicinato alla lettura da una donna che, come molti altri, nasconde i libri nella propria casa per salvarli dallo sterminio. Montag si appassiona alla lettura finché un giorno, tradito dalla moglie, viene costretto a bruciare i suoi libri pur salvandone uno. Proprio per questo libro uccide il suo Comandante e si dà alla fuga. Raggiunge nel suo pellegrinare un bosco, alla fine di una strada ferrata. In questo bosco vivono gli uomini-libro che conservano i libri nella loro memoria. Non importa che il libro di carta vada perduto l’importante è conservarlo nella memoria e tramandarlo ad un altro che si prenderà la cura di salvarlo per il resto della sua vita. Non ricordo Montag che libro avesse salvato, ma mi è venuto subito in mente il libro che vorrei essere e che vorrei salvare. E’ un libro corto che lessi in due ore durante un viaggio in macchina verso il sud. In effetti più che un libro è un monologo, non un romanzo, ma la sceneggiatura di un film. L’autore non è nemmeno uno di quelli che preferisco, anche se il primo libro che lessi di lui “Seta” mi aveva oltremodo toccato. Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco e mi piace l’idea di passeggiare dentro al bosco raccontandomi e ripetendo agli altri la storia di quel bambino dal nome strano che nacque su una nave da crociera e da lì non scese più.

MetriCubi

In Blog, Cultura, Gruppo di scrittura, Ironia, La leggerezza della gioventù, Libri, musica on 3 dicembre 2010 at 10:59

Spinoza - Libro serissimo a Metricubi

Come detto in altro luogo, io vivo in una città bellissima, ma ormai composta solo di vecchi. Non posso che ammettere di appartenere a questa categoria, e di aver faticato per resistere qui. Contemporaneamente questa città di vecchi ospita molti giovani: studenti in e fuori sede. E’ bello per noi vecchi, che ci ricordiamo bene cos’è la gioventù, trovarli per le strade e confonderci assieme in qualche occasione felice. Così sabato sera ci siamo mescolati con loro a  MetriCubi. Questo circolo di cui io posseggo la tessera numero 3, è un luogo minimo, più alto che capiente, ma con molta voglia di esistere e di contare. Un circolo ARCI che promuove la cultura giovanile. Gran bella cosa! Perché sapete non è che tutti i giovani guardano solo il Grande Fratello. Qui ci si tira su il morale. Questo è un altro mondo giovanile da quello che viene sfruttato dalla società dei consumi e dalle televisioni commerciali. Insomma sono giovani com’ero giovane io una caterva di anni fa.
Insomma dicevo: sabato io e il mio compagno ci siamo andati, complice l’occasione di accompagnare la nostra amica Galatea ottima blogger che vi doveva leggere un suo raccontino. A parte il fatto che noi due eravamo ovviamente talmente tanto over che non ci saremmo stupiti di essere tenuti fuori per raggiunto limite d’età. Ma si sa che i giovani sono tolleranti, anzi alla porta c’era un amico di mio figlio che non ha neppure voluto vedere le tessere. Bene, è stata una serata brillantissima.  L’associazione Luoghi Comuni presenta il FESTIVAL DELLA PAROLA CREATIVA IN RETE. Come primo intervento c’erano tre “splendidi trentenni” scrittori sul Blog Spinoza – Un blog serissimo (con Alessandro Bonino, Alessandro Clemente “Serena Gandhi” e Emanuele Vannini “Van Deer Gaz”) che presentavano il loro nuovo libro Spinoza – Un libro serissimo. Lettura molto divertente, ma anche che aiuta anche a pensare ad un nuovo modo di prendere le cattive notizie che ci martellano quotidianamente.

L’associazione Luoghi Comuni profilo su Facebook ha promosso anche la partecipazione dei ragazzi della rivista tascabile L’INUTILE Opuscolo letterarioTEFLON dove trovano ospitalità i raccontini di autori giovani ed inediti, nonchè altre attività come la raccolta di libri per le biblioteche delle carceri ed altro.

Ancora la proposta “Resistenza a motore” scritti per bocca, musica e rivoluzione, letti dagli autori nonchè dai ragazzi che gestiscono il blog “Schegge di liberazione“. Qui sale tra gli altri lettori la nostra piccola amica Galatea e racconta della sua nonnina minuta che teneva testa i gerarchi fascisti. Ancora Mitia legge del partigiano morto che ricorda la sua donna, il suo amore. Altri del nonno che nascondeva i figli partigiani dentro il letamaio. Che storie strane, così lontane dal nostro tempo e ancora così vive nei nostri cuori. Confesso che spesso mi sono commossa evitando di guardare lui che avrebbe mostrato la mia stessa commozione.
Contemporaneamente sul palco due ragazzi con contrabbasso e ukulele accompagnavano la lettura intervallando con canzoni di Fabrizio De Andrè, proprio niente male per le nostre orecchie.

Galatea legge il suo racconto

Alla fine la presentazione da parte dell’autrice del libro di racconti “La 128 rossa” di Elena Marinelli.

Una bella serata tra  giovani pieni di idee e di nuove proposte. Chissà come mai mi sono sentita giovane pure io.

E la luna bussò…

In Amici, amore, Donne, Giovani, Gruppo di scrittura, Libri, uomini, Venezia on 8 luglio 2009 at 16:30

lunatica
Non erano più quei tempi.
A dire il vero quei tempi erano belli solo nei ricordi, poi a guardarci bene era stato un vero massacro di sentimenti e di affetti. Lei ci pensava ogni volta che c’era la luna a imbiancare le sue notti. Pensava a quell’angolo vicino al ponte dove una sera d’inverno di molto tempo prima, lui disse “No…”. Un poco prima di Natale. In un tempo dove i Natali si stavano trasformando da una festa degli occhi di bambini stupiti ad un’occasione di false speranze. Proprio quella sera lì. Davanti ad una luna vigliacca, lui disse “No!”. Ma non era proprio il No definitivo di chi parte senza lasciare nessun rimpianto. Era una parola che negava il respiro, ma che preludeva al sogno.
Lei lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Non era quello che volevano dire. Non era la luna puttana che era al centro dei loro discorsi. Lo sapeva che a partire ci voleva lo stesso coraggio che a rimanere. E loro quel coraggio non l’avevano ancora. Sarebbe arrivato, certo, e come no, si sarebbe presentato quel coraggio, per azzerare il conto.
Non era proprio un No definitivo e questo li aveva rincuorati. La sera dopo si scambiarono quel bacio che si erano negati. Non un semplice bacio, quello era il padre dei baci. La dolcezza assoluta. La parola che non avrebbero detto mai. Almeno non allora. Il dolore di sapersi persi. Il presagio della fine. E la fine era venuta, al suono della loro canzone. La loro grande occasione perduta. Sotto la luna. Sempre sotto una luna bugiarda.
Lei partì senza voltarsi indietro, neanche il tempo di riprendersi quel poco che credeva di avere. Lui la vide partire, da lontano. Sembrava che tutto sarebbe stato come prima, ma niente sarebbe stato più come prima.
Avevano con loro solo la memoria di un sogno. Ognuno l’aveva sognato da solo, ridisegnando sulla propria pelle la vera storia. Quella storia. Fasulla, ma comunque, sempre, l’unica vera loro storia.
Il tempo non lascia scampo. Tante lune a cui lei aveva rivolto le sue preghiere. Luna trasformata in divinità. In giudice severo. In dolore e smemoratezza.
Era tornata dai suoi viaggi. Dalle peregrinazioni di un’anima in pena. Ogni luogo era il suo luogo. In ogni luogo lei non c’era davvero. Almeno non tutta. Almeno non integra.
Di lui aveva saputo poco e male. Ma non voleva davvero sapere. Ogni suo passo lo portava lontano. Troppo lontano, Il dolore era sordo e cieco. Si poteva confondere con una piccola gelosia dozzinale. Non era cosa per loro. Non li avrebbe resi migliori. Ma lui diventava uomo sui corpi di altre donne. Lei non ricordava più dove avesse perso la gioia di vivere. Nessuno disse perché quella luna avesse loro strappato il cuore.
Tanto chi sapeva che erano stati loro ad inventare quella luna. Chi voleva sapere che quel “No” sarebbe stato come un “Sì… per sempre”.
Lei sentì bussare alla porta. Rumore inopportuno. Piccolo fastidio della vita. Perché disturbare i suoi pensieri? Non aveva voglia di sapere. Non voleva esserci. Non poteva ricominciare la noia di tutti i giorni. Non ora. Non quella sera. Non con quella luna infida.
Il tocco si fece più deciso. Un pensiero come un’onda improvvisa nella notte. Una carezza di vento.
Un sospiro d’amore. “sono io, sono qui, sono tornato…”. Il suo volto scavato nel marmo. Le sue mani nervose attorno ad un libro. Un vecchio libro sciupato, consumato dal lungo viaggio. “Sono qui… Te lo dovevo rendere, da tanto tempo, forse da troppo…” un sorriso, attinto dalla dolcezza di un sogno, appena velato dal tempo e dalla fatica di andare.
Lei senza vedere gli tolse il libro dalle mani e lo posò. Mosse le dita in una carezza delicata e incerta su quel viso segnato. Tracciò un disegno di memoria attorno a quegli occhi verdi che sapevano sorridere.
Allora un raggio di luna bussò e non attese più il permesso di entrare.

Formidabili quegli indiani….

In Libri on 5 settembre 2008 at 22:44

Non so a voi, ma a me molto speso succede che leggo un libro che tratta un determinato argomento che mi intriga e subito dopo leggo un altro libro che contiene lo stesso argomento e che mi intriga ancora di più. Così è successo durante la mia vacanza.

Avevo portato con me  “Formidabili quegli anni” di Mario Capanna sull’onda dei post scambiati con Riciard sul ’68. Un libro interessante, certo, che chiarisce e ricorda molti dei fatti salienti di quel periodo, se non che, gli ultimi capitoli sono dei racconti di fatti successivi al ’68, accaduti all’autore.

Ecco, mi imbatto in un capitolo dedicato all’incontro di Capanna con i capi Mohawk, uno dei popoli delle Sei Nazioni irochesi, insomma si parla di indiani d’America, i pellerossa. Sì, gli indiani dei film western, quelli di cui abbiamo una vaga idea e tra parentesi del tutto sbagliata. Mi bevo il racconto, ad onor del vero, più che per solidarietà con Capanna per interesse nei confronti della storia degli irochesi e delle loro vicissitudini e l’interesse antropologico  per i loro usi e costumi. Apprendo che i Mohawk occupano una piccolo territorio tra lo stato di New York e il Canada e che negli anni ’80 pur vivendo in una riserva di cui a seguito trattati avevano ottenuto il possesso, venivano ancora una volta spodestati del loro territorio perchè i bianchi ci avevano scoperto un ricchissimo giacimento di carbone.

Il popolo Mohawk (assieme ai Seneca, Oneida, Cajuga, Onondaga, Tuscarora) fu decimato dal vaiolo (uno dei primi esempi di pulizia etnica con guerra batteriologica), praticamente vennero regalate alle tribù coperte infestate del virus. Successivamente George Washington nel 1779 ordina che i villaggi indiani vengano totalmente rasi al suolo, catturato il maggior numero di indiani e devastati i raccolti affamando un popolo.

I Mohawk fu l’unico popolo che non fu sconfitto mai, distrutto sì, quasi annientato ma mai sconfitto.

Termino la lettura ed inizio la successiva eccomi in mano “Manituania” di Wu Ming il famoso gruppo composto da 5 giovani scrittori. Di nuovo i Mohawk e la loro storia, la loro grande civiltà, la lealtà, l’amore per le tradizioni e per i loro popoli.

Leggo tutto di un fiato la storia dei Mohawk che partirono dalla valle del S.Lorenzo e andarono a Londra per parlare con il Re per concordare la protezione delle truppe della corona dai Wings, gli inglesi ribelli a sua maestà, quelli che fondarono gli Stati Uniti rubando le terre agli indiani, amazzandoli di alcool e vaiolo. Popolo questi indiani con più onore degli inglesi, con più dignità, addirittura con il supporto di una cultura più grande e saggia.

Ma lo sapete che Friedrich Engels nel”L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, scrisse che “la gens irochese” aveva una struttura sociale comunistica molto  evoluta ? Ma ci credere che mi sono vergognata di essere bianca e di aver guardato i film western senza capire con quali e quante panzane ci stavano fasciando il cervello?

Americani….già tarati fin dai primi passi,  genocidio fin da subito, per interesse e con la scusa della loro soppravvivenza. Infausto destino per chi si trova sul loro cammino, per chi deve affrontare la loro democrazia….

Cito da Manituania: Nei loro volti “si rintracciava il tratto comune della materia che li plasmava. Terra scura della notte dei tempi, il volto dei vecchi. Terra rossa di roccia striata, quello degli ultimi guerrieri. Polvere bianca e marmorea, il viso delle giovani donne”.

Grandi uomini pellerossa, grandi uomini bianchi che con loro si erano mescolati ed assieme a loro avevano combattuto. Grande popolo coraggioso e leale. Insomma proprio formidabili questi indiani….

Autoritratto – La leggerezza della gioventù.

In Gruppo di scrittura, Libri on 6 luglio 2008 at 11:19

9 luglio 1994

“Territorio disorganico, a macchia di leopardo.” Così mi definirebbe l’urbanista se solo mi trasformassi in un grande terreno.

Paludi acquitrinose, mille vuoti incolmabili, picchi rocciosi, impervi, irraggiungibili, ma anche zone lacustri e acque dolci, parco di giochi sereni e grida di bambini. Chiostri ombrosi e sacre cattedrali le cui guglie salgono fino al cielo. Pulsano qua e là zone vaste di industrie ma poi penisole frastagliate penetrano il mare, salsedine e fruscii. Quindi gli echi sinistri di altopiani inesplorati, fitte nebbie, grigie, ombre, vortici ventosi, ma anche vivide città festose, paesetti sereni e illuminati a presepe, rapide e cascatelle sottili. In alto su, a nord, una rampa di lancio da cui comodamente si può spiccare il volo.

Ma pur sempre un leopardo è questo territorio che misura a passi ossessivi la gabbia trasparente che gli è concessa la spirale che disgrega, lo soffoca e lo fa annaspare. Su e giù per il recinto e poi ancora e ancora. Non si dà pace. Non si capacita di tanta difformità. Non si da tregua.

Difende e si difende, accarezza, ama e riconosce d’istinto le benefiche carezze, anche lontane, i pronti segnali di aiuto. A volte si confonde, digrigna i denti, inarca la schiena. Affonta il collo tra le spalle protendendo il muso. Guarda con occhi sgranati chi sta fuori. Potrebbe mille volte aver tagliato a vista tutti i pali e le reti del suo orizzonte e uscire.

“Posizione di guardia”, mai un abbandono.

E allora, strana forma di animale, insostituibile e unico per qualcuno, nasconde il muso nell’angolo più buio della gabbia, quando il pianto le dà sembianze umane pur deturpando quell’espressione altera e bella di cui, da sempre, si è sentita fiera.

Tratto da Disegni a matita di Rita Bacceghin – Editoria Universitaria Venezia

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: