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Dalla Francia con amore (di Brigitte e Jean-Marc)

In amore, Viaggi on 21 gennaio 2015 at 19:44

cuore

Possiamo dire soltanto che quest’immersione nell’apartheid e nella dittatura israeliana ci hanno colpito dolorosamente, siamo ancora oggi fuori di noi per la rabbia e l’emozione; soprattutto per Jean-Marc che ha vissuto la stessa guerra di colonizzazione in Algeria fino all’età di 15 anni. La vostra calorosa compagnia ci ha aiutato, grazie mille a tutti.
Grazie a Luisa che ci ha permesso di vivere quest’esperienza.
Quando la valigia di Jean-Marc è arrivata, una settimana fa, l’abbiamo aperta e abbiamo avuto nel naso il profumo delle spezie palestinesi, abbiamo trovato le madonne in legno d’olivo (grazie ancora a Luisa), abbiamo le lacrime agli occhi per i ricordi emozionanti dei bambini nei campi profughi
Pensiamo a quel muro della vergogna, nella storia nessuno muro ha potuto impedire la vita, la libertà e, anche, garantire la protezione…neanche quel muro del pianto ha protetto il tempio di Salomon ! ! !
Com’è possibile che il popolo ebreo possa ancora vivere nel ghetto ?
Come sarà possibile la Pace ?
Senza l’aiuto delle persone come Luisa, l’opinione internazionale, il boicottaggio, la volontà del governo USA ?…

Noi faremo di tutto per informare i nostri parlamentari (che vedremo venerdì)e per rispondere alle domande di nostri amici palestinesi che Luisa ci farà sapere .

Qui, possiamo fare delle passeggiate come ci pare, senza check-point, senza soldati dietro, nessuno che verrà a distruggere o a prendere la nostra casa, dove abbiamo l’acqua tutti giorni. Allora la rabbia arriva quando sentiamo i francesi lamentarsi con la crisi e della vita dura…
Certo abbiamo 4 milioni di disoccupati, 2 milioni di persone che vivano con poco; ma la guerra, l’occupazione, l’apartheid sono situazioni peggiori.
In Francia abbiamo avuto attentati terroristici mentre 2000 persone in Nigeria venivano barbaramente uccise.
Pensiamo che per una parte questo jihadismo è generato dal conflitto israeliano-palestinese.

Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Hebron, questa è la mia terra, questa è Palestina…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 25 gennaio 2013 at 21:43

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Ultimo giorno di viaggio e l’anima ci pesa assai e non aiuta certamente il fatto che ci aspetta l’anomalia di Hebron. Se fossimo in un favola diremmo che è la ciliegina sulla torta, ma ciliegina non è per niente e ce ne accorgiamo subito.
A Hebron si decide il destino della Palestina, perchè questa città è palestinese o almeno lo è stata fino a che un manipolo di coloni, ispirati da un dio annoiato e senza senso dello humor, si sono spinti ad occupare delle case a destra di Shuhada street, l’antica strada commerciale di Hebron, ma che adesso vogliono anche la sinistra di quella strada. Così i coloni occupano i piani superiori, espongono la stella di David e iniziano a bombardare di sporcizia quelli che passano e vivono sotto o che espongono le merci.
Ma vediamo più da vicino il “casus belli”: a Hebron vivono 200.000 palestinesi e negli ultimi anni si sono installati 700 ebrei venuti recentemente dall’Europa che hanno requisito, occupato a “tutto diritto”, a parer loro ovviamente, quello che era l’antico quartiere ebraico della città, a questi si devono aggiungere i circa 7.000 ebrei della contigua Qiryat Arba, la solita colonia dall’animo gentile. La questione è che gli ebrei che si sono installati, confiscando case e facendo sloggiare in malo modo i residenti, ovviamente supportati dall’esercito, rendono impossibile la vita dei palestinesi di tutta la città. Adesso comunque sono quasi a posto (ammesso che si accontentino, il che non è), si sono appropriarsi della strada centrale e commerciale, in modo da collegare liberamente le case di destra con quelle di sinistra e continuando così a trasformare la città in una nuova colonia.
Metodo fantastico per far morire d’inedia i commercianti dei piccoli negozietti e le loro famiglie. Ma ancora peggio, quei palestinesi che non si sono fatti cacciare, non solo non possono mai lasciare la casa incustodita perchè gliela occupano, come è successo ad una famiglia che era andata ad un matrimonio, ma anche si trovano le porte di uscita sbarrate e saldate con la fiamma ossidrica e sono costretti a mettere le griglie di protezione alle finestre. Per poter uscire usano i tetti delle abitazioni dei vicini o aprono un varco nelle altre abitazioni… Ma ti sembra vivere questo?
Sai che bello per un bambino che deve andare a scuola ogni mattina scavalcando, spaventato, i tetti e tremando quando deve rientrare, senza sapere mai davvero cosa troverà?
E così è stata chiusa Shuhada street, la colorata e allegra via del centro. Le porte sono state saldate e chiuse con i catenacci, le protezioni che erano state messe per proteggere la popolazione dal lancio di immondizie degli israeliani, dall’olio usato ai pitali di piscio, dai mattoni alle bottiglie di vetro, dagli avanzi di cibo ai vestiti smessi, ecco quelle restano a decorare il soffitto in modo da indicare a chi volesse riaprire la strada che non è un processo reversibile e che la strada rimane chiusa in mano all’esercito di occupazione.
E i palestinesi hanno spostato il mercato nella strada parallela, anch’essa difesa da reti di protezione, hanno riaperto bottegucce e banchetti e i colori si moltiplicano e gli odori di spezie e di falafel si diffondono ovunque. L’attivista che ci accompagna ci incoraggia a comperare per spingere questa gente a fare di più oltre che ad amare il loro paese al di là di ogni possibile dubbio. Non è stato facile spostare il mercato, la paura serpeggia, ma non è facile convivere con i coloni fianco a fianco.
Sono talmente aggressivi questi qui, che allevano i loro figli a sputare, dare calci, tirare pietre e a prendere a male parole e minacce i palestinesi. Metodo educativo molto sofisticato, che garantisce ai propri figli apertura mentale e capacità di stare nelle cose del mondo in modo adulto.
Ci dicono di stare attenti anche a noi e di non girare per le strade laterali del mercato vecchio, andate avanti dritti e non girate da soli… bel modo di vivere, così ad un certo punto veniamo affiancati da una ronda dell’esercito, armata come per la terza guerra mondiale, uno di loro capisce che siamo italiani e ci guarda con disprezzo e dice a voce alta, forse le uniche parole che gli hanno insegnato nella nostra lingua: “Italiani… terroristi!” Si allontanano pieni di boria ridendo, un altro di quei ragazzotti strafottenti, dalla pelle nera come il carbone, si tira il passamontagna fin sugli occhi. Si vergogna? Non lo so, io lo farei, mi vergognerei davvero di far parte di un esercito razzista che impone con le armi le catene ad un altro popolo, e poi mi vien da dirgli: pensaci bene, anche a volerlo non diventerai mai, tu ragazzo di colore, una persona che accede alle alte sfere del comando in questo paese, guardati la pelle, è del colore sbagliato, che ci fai in un paese simile? Sarà vero che il 70% degli israeliani vorrebbero abitare da un’altra parte, se potesse scegliere? Ma tengo ovviamente le cose per me anche perchè dall’alto ci arriva improvvisamente addosso una bottiglia, lanciata da una finestra della casa vicina. Fossi stata nei pressi avrei rilanciato il “pezzo” gridando “porci, riprendetevi la vostra spazzatura”, ma forse ha ragione Luisa, è tutto inutile, non è gente che ragiona.
Oggi, che sono in Italia apprendo la notizia che hanno sparato in faccia ad una ragazza di 21 anni, uccisa così stupidamente, dalle pallottole di un esercito di offesa, non di difesa, come usano dire. Hebron è una polveriera che tutti fanno finta di non vedere. Ed io provo rabbia sorda e profonda e mi chiedo: cosa farei per riavere la mia terra?
Come reagirei se mi uccidessero un figlio? Riuscirei ad essere generosa e altruista come il genitore israeliano che ci raccontò la sua storia il primo giorno di Palestina? Non credo, non so, devo ancora troppo metabolizzare.
Comunque ci mettono in allerta, ci dicono che è pericoloso, e allora ci infiliamo nei negozietti e io trovo delle kufije ancora più belle, tra le quali una nera e bianca pesante che mi salverà dal diluvio universale. Una bianca e rossa e una tutta bianca che non avevo mai visto prima. Una bella sciarpa di lana dai colori dorati e tante collanine con Handala, guardo le collane e gli orecchini che trovo bellissimi, ma che non userei mai, li guardo e ne vengo ammaliata, ma giro gli occhi e me ne dimentico, invece le sciarpe sono la mia passione, d’inverno ne cambio una al giorno a seconda dell’umore che ho. Sciocchezze di viaggio, mi vergogno di aver avuto dei momenti di debolezza così superficiali, ma almeno spero di aver contribuito all’economia dei miei fratelli palestinesi.
Alla fine della strada ci troviamo di fronte ad un check point, dobbiamo passare uno alla volta con gli zainetti a mano, superato il “gate” ci sono altri 200 metri di città svuotata e di negozi chiusi. Un altro punto di controllo e si entra nella realtà della colonia vera e propria. Ci fanno passare i soldati e bloccano i ragazzi palestinesi che avevano seguito Luisa, restano dall’altra parte delle transenne e ci salutano e ci chiamano, ma i soldati li cacciano via, qui siamo nella terra del padrone colono, di cui abbiamo davanti un vero rappresentante, che porta a spasso la sua arma raccontando le sue storie a un po’ di turisti americani (ebrei probabilmente). Un tipo barbuto e nero, con il fucile mitragliatore a tracolla. Rassicurante davvero, ma gli americani non ci fanno caso, sembra normale anche per loro.
La strada è percorsa da ragazzi con le basette a tirabuscio’ e con la kippah o zucchetto incollato sul cucuzzolo della testa, meticolosamente rasata.
Si aprono discussioni su come piantare la Kippah sulla testa per non farla cadere… io sostengo che la fissano con i chiodi… ma non tutti sono d’accordo.
Intanto si aprono le cateratte del cielo e ci infiliamo tutti in un negozio arabo sedendoci su sedie di cortesia messe sotto la tenda davanti al ceck point e alla garritta che si riempie subito del verde dell’esercito. La strada si allaga e l’acqua corre come un fiume in piena. Io sono quasi allegra, a parte i danni che questo acquazzone può causare, sto pregando che piova sulla valle del Giordano per giorni e giorni e che la terra riesca a fare tesoro di tutta quest’acqua, invece di essere incredula e talmente secca da essere diventata quasi impermeabile e di farsi scorrere addosso rivoli di fango.
Piove ancora, ma noi abbiamo un appuntamento. e attraversando guadi di fango e acqua che ci arriva alle caviglie, ci avviamo nella parte alta della città.
In tutto il percorso che abbiamo fatto, in questi giorni di viaggio, ci siamo resi conto che eravamo continuamente sotto controllo. In ogni dove le telecamere ci tenevano sott’occhio tanto che a volte ci veniva la voglia di mandare un salutino al controllore. A Hebron il controllo è totale, viene fatto dall’esercito e dai coloni stessi che si prendono l’arbitrio di giudicare cosa e come si deve andare per la “loro” città.
Così sotto una pioggia scrosciante arriviamo alla base di una lunga scalinata stretta interrotta da sentierini fangosi che tagliano la montagna e che consentono di risalire la collina faticosamente, ma in fretta. Alla base troviamo una camionetta dell’esercito che manovra davanti all’inizio della salita. Ci stringe sul ciglio della strada in modo da renderci impossibile la salita. Ma dai? Ma con chi credete di avere a che fare? Ci vien da sorridere sotto i baffi da terroristi italiani… e così, un per uno, passiamo la strettoia appoggiandoci sulla jeep con le mani, con i gomiti e con i piedi…. penseranno mica di fermarci vero? Sono loro che stanno in mezzo al nostro cammino mica noi…
Alla fine passati tutti e visto l’inutilità della loro presenza, decidono di andarsene, poveri cocchi, sarà mica questo che ci spaventa no? Ci stiamo facendo le ossa.
Arriviamo in alto in una casupola in mezzo ad un oliveto di piante millenarie, bellissime. Lì c’è il Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements), un gruppo di ragazzi coraggiosi che ci raccontano la loro storia, a volte con tristezza, a volte con ironia, ci parlano della loro vita aa Al Khalil – Hebron. Ma prima di metterci a parlare, quando salgo al piano superiore e mi siedo a riposare fuori della porta, mi incontro occhi ad occhi con un soldato piazzato nel giardino di fronte a difesa dei coloni che vi abitano. Ha una tettoietta come riparo e sembra un burattino di pezza. Lo guardo e mi fa pena e pure tanta, chissà lui cosa pensa. Forse si sente un eroe a fare da palo nel giardino dei vicini. Sai che noia guardare negli occhi una vecchierella come me, che potrebbe essere tranquillamente sua nonna? Pevero soldatino di piombo, non ti senti un tantino ridicolo? Non pensi che l’unica arma che potrei usare è quella di buttarti le noccioline come si fa con le scimmiette allo zoo? Se sei tu la forza di Israele, inevitabilmente prima o poi una risata vi sepellirà.
Ma non è così facile, i racconti che seguiranno sono storie di normale follia, di un popolo senza legge che sta in mano ad un manipolo di coloni, ignoranti e razzisti, arrivati da altri paesi, che si fanno padroni anche della vita degli altri. La vedo dura per Israele di diventare un paese democratico e civile. La vedo ancora più dura di diventare un paese che ama se stesso… ma per questo ci vuole un particolare senso della giustizia e di umanità e qui purtroppo non ne è ancora nato il seme.
E il viaggio continua nel Centro di Resistenza Popolare sotto gli occhi di un soldatino intirizzito dal freddo.

Le amiche

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 18 gennaio 2010 at 19:24

Era il solito incontro annuale delle Amiche. Sinceramente non era vero che lo avevano fatto tutti gli anni. E’ sempre così. Ci si promette ma non si riesce quasi mai a mantenerlo. Così era qualcosa che si organizzava in fretta e furia se almeno due delle quattro si incontravano casualmente. “Era ora che ci ritrovassimo.” “Ma dove eravate finite, ragazzacce!” Se lo ripetevano per poi finire per raccontarsi le ultime svolte della loro vita. Ma ormai, col tempo, le “svolte” non erano più così frequenti. C’erano stati anni, durante la scuola superiore e poi all’Università, che avevano molte cose da raccontare. Inevitabilmente avevano avuto le loro storie anche se avevano percorso vite parallele e abbastanza simili. Tra loro solo Monica non si era sposata però come le altre condivideva l’esperienza di aver avuto un figlio maschio, e tutte quello stesso anno. Di quei figli parlavano spesso. Cuori di mamma. Raccontavano le grandi qualità di quei loro ragazzi senza pensare che alla fine diventava una noia mortale, l’argomento veniva sicuramente sopravvalutato.
Luisa era sposata ad un avvocato molto noto, ma altrettanto assente. Il figlio seguiva le orme del padre, anche se non con lo stesso profitto; mostrava una certa propensione per le ragazze e sopratutto per i vestiti griffati, ma era talmente bello che la madre stessa se ne meravigliava. Laura invece si era sposata con un cardiologo che le aveva permesso una vita molto agiata, ma anche molto noiosa; era un abitudinario che organizzava i propri giorni e quelli della moglie come un orologio svizzero. Il ragazzo aveva preferito fare ingegneria, non intendeva seguire le orme paterne e forse era meglio così. Lei sosteneva avesse un altro carattere e che gli piaceva solo divertirsi, diversamente da quella lagna del padre. Serena aveva sposato un costruttore edile. Dei tre era sicuramente il meno colto, si era fatto da sé ed aveva la presunzione che il denaro potesse comprare anche la cultura. Lei era tra le amiche la più fragile, coltivava con amorevole compiacenza i difetti del figlio assieme ad una periodica depressione che la conduceva spesso oltre le porte di costose “case di cura”. Quel marito era più grande di lei e a detta delle altre sembrava adorarla e vezzeggiarla come una bambina. “Beata te, che vivi una vita di favola!” sosteneva Luisa mentre Monica si dimenava sulla sedia pensando a cosa ci trovasse di così beato nel finire sotto psicofarmaci.
I soldi in fondo non sono tutto. Monica era quella che viveva meno agiatamente delle altre. Aveva avuto una vita sentimentale piuttosto movimentata. Per carattere non aveva mai veramente pensato al suo futuro. Aveva avuto un figlio a seguito di una breve e chiacchierata storia con un pittore promettente che prima di raggiungere la notorietà aveva preso il volo verso la Florida. Se la cosa l’aveva spiazzata non l’aveva mai dato a vedere, d’altra parte delle quattro era sicuramente la più bella, la più avvenente. Era sempre stato così, già quando da ragazzine misuravano il loro sviluppo ammirandosi il seno allo specchio a casa di Serena. Monica era la più precoce e il suo sguardo malizioso la rendeva preda facile di qualsiasi maschio in cerca di una donna vivace e senza problemi. Parlava poco del figlio perché viveva a New York e faceva una vita molto indipendente, sempre a corto di denaro e con velleità di grande attore senza averne probabilmente le doti.
Quella sera, parlando del passato, dei segreti e dei ricordi che valevano la pena di essere ricordati, si erano imbarcate in discorsi un po’ troppo “amarcord”. C’era un po’ di rimpianto nelle loro voci. Forse il tempo passava anche per loro. Luisa aveva trovato il coraggio di dire che a domandarsi qual era stato il giorno più bello della sua vita, non avrebbe saputo cosa rispondere. Aveva la sensazione che la cosa fosse poco credibile eppure non le veniva in mente nulla; nulla di particolare. Di giorni belli, certo, ne avrebbe potuti trovare, chi non li ha avuti? Ma uno più bello non riusciva a rammentarlo. Laura pensò al giorno della nascita di suo figlio, ma lo scartò subito, era una cosa così idiota e… e… banale, nessuna le avrebbe creduto, e poi era stata così male, e ancora il bambino era nato con una testa a pera orribile. Avrebbe voluto che fosse quello ma sapeva che non era e, in quel momento, le sembrava non avesse senso mentire e mentirsi; sarebbe stato inutile. Serena pensò alla sua prima comunione, ma le appariva davvero sciocco e infantile pensare a questo ricordo come il più bello per una vita, però ricordava che a quel tempo la sua famiglia era ancora unita; i suoi genitori si erano separati poco dopo e la sorella Matilde era partita per la Svizzera con suo padre. Ripiegò sul matrimonio, ma anche questo le sembrò banale e poi poco sincero. Alla fine le venne in mente “quell’uomo”. Poi pensò che quel ricordo avrebbe potuto far del male a Monica, forse era stupido dopo tanto tempo, eppure… ma parlare di “quell’uomo” avrebbe portato a galla una verità scomoda ed inconfessabile e questo all’amica non poteva proprio farlo.
Monica se ne uscì con il solito sorriso malizioso; fu lei a interrompere il silenzio. Se lo ricordava bene il giorno più bello e non le mancava certo il coraggio di raccontarlo. Era il giorno che aveva conosciuto Amedeo a quella festa dopo la laurea che le aveva viste ancora una volta tutte assieme. Amedeo era il “famoso” pittore. L’aveva invitata proprio quella sera, per la prima volta, nel suo studio a vedere, cioè ad ammirare le sue ultime opere. Niente da dire: Amedeo era affascinante come può esserlo un uomo nel pieno della maturità. Aveva mani nervose e forti e un profilo da dio greco e quella sicurezza che a una donna fa piegare le gambe. Monica ne era rimasta subito folgorata e da quell’istante aveva anche scordato l’esistenza di qualsiasi altro uomo o donna presenti alla festa. Appena arrivati lui le aveva chiesto di posare per un quadro e lei si era spogliata immediatamente e tranquillamente si era languidamente distesa abbandonandosi sul letto, sotto il grande lucernario. Ritrovava quel ricordo vivo come appartenesse solo al giorno precedente, le venne quasi spontaneo alzare gli occhi al soffitto del ristorante. Allora, in tributo alla sua razionalità, si era chiesta che ci facesse una donna nuda in un quadro informale, e aveva finito col ridere così tanto da rimanere senza fiato mentre lui la baciava voracemente sul collo. Tornò a provare ancora quel languore e l’intorpidimento e quella stanchezza nel corpo. Non era mai riuscita a scordarlo. Era stata una notte di fuoco. Una passione che non aveva mai provato, che forse non aveva mai più ritrovato. Senza chiedersi e senza limiti. Ecco il suo ricordo più bello: l’inizio di una storia fatta di sesso sfrenato e di bugie impossibili.
“E’ stato Amedeo. E’ lui il padre di Pablo. Non me ne pento; lo rifarei. Non si può sempre pensare. A volte non puoi che fare, e seguire il cuore. Sarò stupida. Vi sembrerò una insulsa semplice romantica. Non me ne importa. Preferisco vivere con un ricordo nel cuore. Non gli ho mai chiesto se…”.
Le tornò un sorriso allegro davanti a quel ricordo vivido di “sesso appagato”. Gli occhi furono sul punto di inumidirsi, non gli rimproverava nulla. Si rese conto che oggi come allora avrebbe voluto dirgli solo grazie. Forse persino grazie al suo superficiale egoismo. A quelle parole Serena aveva sorriso stirando la bocca come il taglio di un coltello, Laura si era immersa dentro alla sua borsetta in cerca di chissà che, Luisa si era limitata a passarsi una mano tra i capelli neri che ormai erano striati di un bianco innaturale. Quelle tre donne senza ricordi, lucidavano la loro memoria: nessuna aveva mai scordato quel letto disfatto e la luce che scendeva dal lucernario. Luce da nord; la luce giusta per dipingere un quadro, ma, lì sotto, di notte, si potevano solo leggere le stelle o chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Ricordavano le mani belle e indiscrete di Amedeo e i suoi baci voraci. Ciascuna aveva sognato di essere la musa ispiratrice di quell’uomo che le aveva lusingate con le parole, le carezze, e le bugie; che le aveva illuse. Ciascuna aveva pensato di essere stata la sola ad aver rinunciato a quell’amore travolgente per non tradire Monica; di aver avuto il ruolo di eroina. Mentre lui, quando aveva saputo che l’amore con lei aveva avuto delle conseguenze, si era eclissato. Aveva lasciato un grande vuoto nella vita di ognuna di loro, ma almeno in loro era rimasto qualcosa di lui. Fortuna che erano donne concrete e che avevano saputo barcamenarsi e avevano risolto il loro problema nel solo modo che a quel tempo era dato loro: sposandosi. E ognuna se lo raccontava nel silenzio della propria mente a cui aveva cercato sempre di mentire.
Qualcuna cercò di por fine a quel silenzio imbarazzato. Stranamente il discorso languiva mentre il cameriere portava il conto. Serena, senza perdere tempo, lo prese al volo: stavolta sarebbe toccato a lei, non dovevano fare storie, in fin dei conti quel marito le concedeva molti lussi e lei ne approfittava; almeno quello. Lei era quella che aveva più bisogno di qualche svago, di evadere. Magari avrebbe fatto un viaggio da qualche parte, chissà. Mentre si salutavano riflettevano su ciò che avrebbero trovato a casa e nessuna avrebbe giurato che ci sarebbe stata un’altra volta tra di loro. Solo Monica pensava di non aver rinunciato a niente nella sua vita, e quella sera, dopo aver acchiappato il suo sogno felice, non trovava niente da rimpiangere, pensava solo al piacere di un tempo passato e al calore della loro storica amicizia. Tornare a casa le riusciva meno complicato di altre volte.

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