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Archive for the ‘Venezia’ Category

Il muretto

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, poesia, Venezia on 8 novembre 2012 at 17:15

Se lo ricordava bene, ma per tanto tempo aveva fatto finta di non vederlo.
Era li sotto ai suoi occhi ogni volta che usciva dal lavoro, non era proprio facile far finta di non vederlo, ma solo raramente, quando era molto stanca e faticava a tornarsene a casa, lo sfiorava con lo sguardo e sentiva un vago calore dentro allo stomaco. Che poi non era lo stomaco a scaldarsi, ma un altro organo del corpo, che si trovava in quella zona lì, ma al quale lei non dava da tanto tempo più valore.
Difficile credere che un muretto avesse questo potere, però quell’angolo della sua città aveva per lei un senso speciale. Era solo un muretto basso di mattoni con il suo solito sovrapiano in pietra d’Istria che finiva perpendicolare ad un grande portale della stessa pietra, chiuso, e ricoperto come da un tettuccio creato da una grande pianta di vite americana. Era un angolo poco illuminato, costeggiato da un canale secondario, silenzioso e poco frequentato. Lì sotto la vite seduti sul muretto avevano passato tutto il loro tempo, quello che si erano riservati per stare da soli. Poco a dir la verità, ma diciamo intenso per parole e anche silenzi.
Ma era roba passata, talmente passata che lei, a volte, dubitava e pensava di essersela solo immaginata. Una piccola storia, fatta di parole e di silenzi, tutto platonico s’intende. ma d’altra parte…
Poi era ridicolo tornare sui propri passi, pensando a uno dei suoi amori, così indietro nel tempo e propabilmente troppo idealizzato. Lei era cambiata e tanto, chi avrebbe mai detto che una volta era quella ragazzina lì e, poi suo padre non c’era più, non aveva più nessuno che la controllava, ormai aveva una età che le consentiva qualsiasi cosa… e poi chissà… lui, quel ragazzino, che faceva? dov’era finito?
Il muretto era il posto dove si fermavano a parlare e a baciarsi, pensava che ci avevano provato lo stesso gusto, erano primariamente grandi amici e poi uscivano insieme, e la cosa non guastava. Avevano scelto quel posto perchè suo padre non avrebbe mai potuto vederla e forse nemmeno i vicini di casa, e non c’era il rischio che glielo racontassero. Quella era una stradina davvero buia e quasi nessuno passava di lì. Il bello era che al suono di Carosello lei poteva correre e in due minuti suonare il campanello di casa. Carosello era il suo limite invalicabile. D’altra parte aveva solo 16 anni e i suoi non la lasciavano libera mai. Suo padre l’avrebbe menata se l’avesse vista a manina o a baciarsi con un ragazzo e poi… quel ragazzo lì. Insomma niente di tragico, ma aveva i capelli lunghi e vestiva strano, una mezza via tra un figlio dei fiori e uno studente squattrinato. Sapeva come la vedeva suo padre e quanti pregiudizi avesse.
Lui era… non proprio bello, ma aveva un sorriso scanzonato e a lei piacevano i suoi occhi verdi… aveva i capelli lunghi con un ciuffo che ravviava spesso. Probabile che a lei piacessero gli occhi verdi, anche suo figlio aveva gli occhi verdi e pure il padre di suo figlio, ma questo non c’entrava niente col suo sogno, anche questo era cosa passato. Troppe cose erano passate per lei, ed era proprio assurdo incantarsi davanti a quel muretto e poi non capiva la ragione che la spingeva, qualche volta, a passare di li. Ma lo sapeva che indietro non si torna?
Forse rimpiangeva i sogni di quando era giovane, forse era perchè s’illudeva che non tutto fosse così… effimero, ecco la parola giusta: effimero. Anche se molte cose di quel tempo era stata lei a volerle buttare, come se ne avesse troppe o non fossero importanti.
Erano così imbranati, così carini, così stupidi… e lui si atteggiava a uomo vissuto, con l’eterna sigaretta in bocca, ma aveva solo 19 anni, che ridicolaggine, un uomo vissuto di 19 anni… Si sedeva sul muretto con il libro in mano, quanti libri si erano passati, e quante storie le aveva raccontato, lui scriveva storie e poesie bellissime che non parlavano mai d’amore, e lei continuava a leggerle cercando un accenno, una sola parola che fosse dedicata a lei. Sciocca davvero, l’arte non segue le rime delle poesie d’amore; è davvero un’altra cosa.
Qualche volta era lei a trovarsi al posto del libro e allora era bello perchè potevano baciarsi. Era l’unica volta che si era sentita fantastica e che era certa di saper baciare benissimo… con gli altri, successivamente si era sempre sentita inadeguata e poi non ci provava lo stesso gusto… o almeno così le pareva.
Era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva dato un bacio, di quelli che si ricordano e che mettono le farfalle allo stomaco.
Ma che andava a pensare? Erano passati talmente tanti anni che lui, il ragazzino del muretto, poteva essere diventato una persona qualsiasi, uno che non scriveva più poesie e che non ricordava più i tempi passati, uno in poltrona con le pantofole, magari era diventato nonno, nel frattempo. Però chissà perchè quel ricordo la scaldava dentro.
Adesso, però quel posto era solo un muretto e non c’erano più due ragazzi a fermarsi a parlare e a raccontarsi storie, avevano pure messo una luce forte che si accendeva quando ci si avvicinava… chissà a chi davano fastidio i baci sotto quel tetto di vite americana, certamente gente che non aveva cuore.
Se pensava a lui, ne aveva di ricordi eppure l’ultimo, il più nitido, si fermava lì, a quella volta che si erano incontrati per la strada e che lui le aveva detto che lei gli sembrava davvero invecchiata e stanca, in effetti erano passati parecchi anni e molta acqua sotto i ponti, ma no.. non era stato proprio un complimento… no davvero. Lui le aveva raccontato, con allegria, che aveva conosciuto una brava ragazza e che si era sposato, che avevano una figlia fantastica, che era la cosa più bella che avesse avuto dalla vita. Lei invece era sola, no, anzi aveva il suo bel bambino e ormai in mezzo c’era stato più di un uragano e l’amore non era amore o almeno così le sembrava, ma tanto che contava quella storia adesso non c’era più. Le dispiaceva di essere invecchiata e anche di non essere più la ragazza di un tempo, ma d’altra parte non poteva farci niente, le cose erano andate come dovevano andare ed era giusto che fosse lei quella a cui erano rimaste meno cose se non altro per la carognata che gli aveva fatto.
Fece un sospiro e riprese la sua strada, doveva tornare a casa anche se non c’era nessuno ad aspettarla. Chissà lui cosa stava facendo in quel momento? Ma lei aveva diritto poi di chiederselo? Era come fare la guardona nella vita di un altro. Era come invadere l’intimità di una coppia o…. insomma che ci pensava a fare? Chissà se le sue poesie adesso contenevano l’immagine della moglie o della sua bambina? Sarebbe stato giusto no? Magari non sarebbe state poesie famose, ma almeno sarebbero state poesie d’amore.
Ma non era che stava diventando gelosa di un ricordo? Aveva rabbrividito a quel pensiero, come, proprio lei che non era stata gelosa mai. Allora si era trovata a sorridere di se stessa, mentre fantasticava di un uomo immaginario, che nel ricordo era fin troppo giovane, con un ciuffo anacronistico sulla fronte. Già i capelli così non si usano più e nemmeno le camicie a fiori… e poi non c’è niente che possa far sorridere ancora in quel modo. Nel suo sogno ad occhi aperti c’era pure un bambino piccolo, biondo, con gli occhi verdi, che teneva quel ragazzo per mano, e lo guardava con tanta ammirazione e che con una vocetta tutta allegra lo pregava: “Dai… dai nonno raccontamene un’altra, raccontami un’altra storia…”

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La “Grande Acqua”

In Le Giornate della Memoria, personale, Venezia on 1 novembre 2012 at 8:42

Che notte stanotte. C’è chi non se la ricorda, quell’altra volta, ma io la ricordo bene e ne provo ancora un forte disagio, forse paura, non so.
Era il 1966, e la notte era stata simile a questa notte, era il 4 novembre e ora è il 1 novembre, solito periodo, perché è proprio di questo mese le sfuriate di scirocco e qui l’acqua monta quando tira scirocco e la marea non se ne va, resta in laguna, la differenza è poca tra il massimo e il minimo e poi la marea rimonta e allora…
C’era l’acqua alta al mattino, abbastanza alta, da bloccare la città. Mio padre era uscito presto con gli stivali alti fino alle cosce, era partito presto perchè si sapeva che, quel giorno, l’acqua non avrebbe perdonato. Doveva andare al negozio a sollevare dal magazzino tutto quello che stava negli scaffali più bassi, un lavoraccio infernale: le stecche di sigarette, la cancelleria, i detersivi, tutto da alzare di un piano almeno, sperando che bastasse, ma alla fine non bastò.
L’acqua era alta davvero e la gente affacciata alle finestre guardava, in giù, la strada allagata, e i negozianti al lavoro per tentare di salvare qualche cosa. Il nostro cortile sotto casa, malgrado fosse più alto di un gradino, era già pieno e l’acqua lambiva il primo gradino di casa. Però la gente alle finestre l’aveva presa a ridere, tanto si sa, noi veneziani con l’acqua ci conviviamo bene, non ci fa paura, sale e scende come la fortuna nella vita, basta saperla prendere e lasciarla andare quando va, tutto qua.
Ad un certo punto, non so a chi venne in mente che proprio sulla strada, vicino al canale ci stava una casetta che al piano terra, ospitava due vecchietti, e lì l’acqua entrava anche con le maree meno preoccupanti. Il mio vicino, un signore piuttosto prestante, era partito con i suoi stivali da pescatore e aveva bussato alla porta. I vecchietti avevano gridato che stavano bene e che per il momento stavano riparati sopra il tavolo di cucina ad aspettare che l’acqua defluisse… Il vicino se ne tornò rincuorato, d’altra parte non era la prima volta.
A casa mia, a parte il pensiero per mio padre, le preoccupazioni erano minime, stavamo all’ultimo piano e non c’era davvero di che preoccuparsi. Però mio fratello più grande si era svegliato con un forte febbrone, e una guancia gonfia segno che aveva un ascesso al dente davvero considerevole, e si lagnava del male come fosse sulla graticola. A quel tempo gli antibiotici non si tenevano in casa in previsioni di catastrofi e ad uscire per andare in farmacia non se ne parlava proprio, troppo lontana e poi nella strada più bassa della zona. Non ci restava che aspettare che la marea si ritirasse, ma non fu così. La sessa aveva cominciato timidamente a scendere quando un nuovo attacco dello scirocco l’aveva mantenuta a quel livello fino al momento della sessa successiva e a quel punto l’acqua rimontò, veloce e aggressiva come noi sapevamo essere quando il mare s’incazzava.
Dalla radiolina di casa arrivavano le notizie: Firenze era sotto con l’Arno che era straripato e stava imperversando per le strade della città provocando morte e distruzione. E noi invece avevamo l’acqua che cresceva e cresceva sembrava non finire più. Adesso in cortile l’acqua lambiva il secondo gradino di casa. Avevano tolto la luce, il gas e il telefono e la città andava alla deriva.
Il vicino ormai con gli stivali alti fino alle ascelle, era ripassato alla porta dei vecchietti che si erano rifugiati sopra l’armadio. Ormai l’acqua aveva invaso tutta la casa e aveva superato il tavolo in cucina. Ma come aprire la porta? Il vicino si era portato un po’ di arnesi e aveva scassinato il portoncino, per fortuna non troppo sicuro e aveva portato in salvo i due sfortunati. Ma cosa ne era della mia amica Marinella che stava pure lei in balia dell’acqua? E ora c’erano le 4 famiglie del primo piano di casa nostra, per il momento l’acqua era in casa, per qualche centimetro. Né luce in casa e nemmeno per le strade e al buio l’acqua faceva ancora più paura. Non funzionava il telefono e mio papà non tornava e nemmeno il dottore per gli antibiotici si poteva chiamare per quel maledetto dente di mio fratello. Allora mi era venuta un’idea, il dottore abitava nell’edificio di fronte, abbastanza distante, ma a tiro di voce, l’avevo chiamato gridando dalla finestra e si era affacciato e, dopo aver saputo il problema, si era detto disponibile a calare il cestino dalla finestra per fornirci l’antibiotico. Allora, per fortuna, ero una ragazza alta e agile, mi misi gli stivali alti, quelli che arrivavano alle ascelle e scesi in strada per raggiungere la casa del medico. E’ terribile trovarsi in mezzo all’acqua, al buio con detriti di tutti i tipi ed animali morti a galleggiare e anche qualche topo vivo alla ricerca di un posto dove rifugiarsi, perchè i topi nuotano, e pure bene, e in quella traversata non ero sola. Presi le medicine e tornai a casa da vera eroina, ma dentro mi era rimasta quella sensazione di sventura e abbandono che si prova quando puoi trovarti immersa nell’acqua, senza punti di riferimento e senza sapere se tutto questo sarebbe finito, ogni passo la sensazione che l’acqua poteva superare la tuta degli stivali e allora mi sarei trovata ancorata sul fondo della strada e non mi sarebbe rimasta che la possibilità di uscire dagli stivali e mettermi a nuotare. Ore 18,30 +194 cm. dal livello del mare il che voleva dire tutta la città allagata e chi stava ai piani terra era scappato come un profugo ai piani superiori; e i negozianti? Mio padre? Ormai c’era poco speranza per la merce del negozio, ma lui dove stava?
E si stava lì tutti seduti, sui gradini della scala di casa, a guardare l’acqua alla luce tremolante delle candele e con il terrore che anche la terza marea sarebbe montata sulle prime due. Allora la città era persa davvero, per la prima volta nella sua lunga vita vissuta nel mare, sarebbe andata sotto definitivamente. Allora si calcolava: come fa una marea salire sull’altra? Ed è possibile che non scenda? Non scenda più? Un rumore sulla porta e mio padre si affaccia: “Sono tornato!” Accidenti come ha fatto? Stava su una barchetta che andava alla deriva e lui ci era salito e spingendosi sui muri era riuscito ad arrivare a casa. Idea geniale, ma chi conosce la città sa che non era stato facile, certo aveva preso in barca la strada, ma c’erano dei punti in cui dovevi prendere per i canali bui e ritrovare la strada perché i ponti non ti consentivano di continuare. E l’acqua stava lì, minacciosa e nello stesso tempo amichevole, e noi stavamo a guardare ossessivamento il suo livello sul muro…
Dalla radiolina arrivavano le notizie di Firenze… a noi sembrava di essere fortunati, almeno l’acqua ci invadeva senza spazzarci via, ma comunque l’acqua non scendeva. Dalle case dei piani superiori arrivava da mangiare, per tutti quelli che stavano sulle scale. Quello che c’era a disposizione, un po’ di salame e un bicchiere di vino, tanto per scaldare gli animi e pure i corpi, infreddoliti da una giornata a bagno.
Poi un urlo: “Cala, sta calando!!!!!” Ed era vero, l’acqua si ritirava, lo si vedeva dal segno sul muro, scendeva lentamente ma scendeva… avevamo buttato un pezzo di carta e si vedeva che lentamente prendeva la strada della porta d’uscita.
Forse il vento era cambiato, forse si era calmato ed il mare stava ritrovando la strada. Non sapevamo ancora che quel mare incazzato aveva superato le difese a mare sul litorale. Aveva superato ed allagato il Lido ed era entrato con tutta la forza in laguna. Ora ritirandosi portava con sè tutto il suo carico di sporco, oggetti abbandonati e paura, lasciando una città che sembrava una discarica di cose da buttare, ma comunque viva, comunque pronta a ripartire.
E stanotte è così una marea di +140 cm sul livello del mare, una breve discesa e poi fra poco una nuova risalita… e tira vento e c’è la stessa pioggia uggiosa… speriamo davvero di non dover  raccontare di una grande acqua un’altra volta ancora.

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

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Profumo di una notte di fine estate

In Amici, amore, Disimpegno, musica, personale, Venezia on 29 agosto 2011 at 23:03

Succede raramente, ma succede. Sarà che il mese di agosto è stato lungo, forse solo perché non sono in vacanza. Ma la cosa non mi dà fastidio, anzi mi piace. Sarà pure perché mio figlio è tornato per lavorare alla Mostra del Cinema e quindi è a casa e mi sento serena. Insomma ieri mi sono alzata presto, ormai ho ripreso i ritmi e anche la domenica mi piace andare in cucina a prendermi il caffè senza dimenticare la pillolina per tenere bassa la pressione. I malanni dell’età, che accetto ormai senza alcun fastidio. Lui si è alzato, i cappelli arruffati e l’abbronzatura dorata sul torso nudo. Fa caldo, ma l’aria è diversa, come la luce lo è. E’ semplicemente una splendida mattina di fine estate. Agosto sta per finire e ormai le giornate si accorciano, la luce diventa di oro fulvo, e io … io mi sento felice. Lo guardo e sorrido, non gliel’ho mai detto ma a guardarlo mi scappa sempre un po’ da ridere. E mi fa tenerezza e trattengo la voglia di prendergli la faccia tra le mani e di scoccargli un bacio sui capelli o su quello che ne resta. Se devo essere sincera non lo faccio nemmeno con mio figlio, che bambinone lo è sempre stato, e che a farsi sbaciucchiare ci sta sempre neanche che i baci gli fossero mancati. E’ bellissimo quando un uomo ti fa tenerezza, lo dico perché altri uomini mi hanno ispirato altri sentimenti, ma tenerezza mai.
Lui si siede vicino a me e mi racconta tutto trafelato il sogno che ha appena lasciato tra le coperte. Ormai lo so che buona parte dei suoi sogni gli trasmettono ansia: o lui mi ha perso in qualche luogo affollato oppure io me ne sono andata lontano e lui è certo di avermi perduta per sempre. Lo guardo con quella tenerezza e gli vorrei dire che sono solo bubbole. Possibile che non si renda conto che non siamo più due ragazzini scapestrati? Gli metto in mano una tazza di caffè e cominciamo a parlare. Di cosa? Un po’ di tutto come sempre. Le nostre colazioni domenicali non finiscono mai. Parliamo saltando di palo in frasca e il tempo vola e lui torna al sogno: “Ma lo sai che sono proprio arrabbiato con te?” “Perché non te l’ho detto, che mi allontanavo?” “Non fare la furbetta, tu non me lo volevi dire e te ne sei andata, come al solito mi hai lasciato solo!”. Rido. Ancora questo gioco. “Ma dai ti ho lasciato solo una volta e tu fai così il difficile!” “Sì, è vero, ma mi hai lasciato solo per 40 anni, credimi non ne posso aspettare altri 40, non ho più l’età!” “Beh, ma comunque sono tornata”… Se badassimo a noi, il discorso non finirebbe mai. Allora cerco di distogliergli l’attenzione. “Sai ho visto per televisione una puntata della “Grande Storia” su Monsignor Romero.” “Chi? quello che faceva i film horror?” “No, quello che li ha vissuti.” E lo scambio di battute prosegue, fino a che lui si fa conquistare dall’argomento. “Lo hanno ammazzato!” Già, come tanti altri. Io parlo mentre preparo il pranzo. Lui precisa ogni mio discorso. Non gliene scappa una. Ogni tanto conto sul fatto che la memoria gli fa cilecca e io ne so una in più di lui o almeno tento. Ridacchia. Ridacchio. Squilla il telefono. E’ una coppia di amici, più giovani di noi, che abbiamo ospitato questa estate al mare. Ci piacciono e noi piacciamo a loro. In questo caso la differenza di età non vale. Vogliono passare con noi il pomeriggio e la sera. Ok, a tutti fa piacere. Ci prepariamo di corsa e usciamo. Lui dice: “Mai visto una donna più veloce di te a prepararsi per uscire.” “Beh, che dovrei fare? Il restauro della Capella Sistina? A me non serve, fortunatamente sono nata bella!” Ridiamo. E’ bello avere sempre un motivo per ridere. Ci scorazziamo gli amici in giro per la città, loro vengono da fuori e a guardarla è sempre un bel guardare. Ormai sono pratica. Ne conosco di storie e aneddoti. Conosco anche cose che non so più dove le ho lette e pure io mi stupisco di conoscerle. Lui completa la lezione. E parla anche troppo bene della città perché la ama quasi di più che si trattasse della più bella donna che abbia mai incontrato. Non sono gelosa, almeno non lo sono di Venezia. I ragazzi rimangono incantati. Gli faccio provare l’ebbrezza del tentativo di superare la colonna della piazza, un po’ troppo panciuta, che sbilancia fino a farti cadere. Ovviamente non ce la fanno, ma si divertono come bambini. “Che facciamo stasera?” “Ho un’idea, stasera è la serata finale dell’Estate Village, ve la sentite di mangiare alla “Sagra della salamella” e ad ascoltare o ballare un po’ di “liscio?” Mi guardano con gli occhi sgranati, non ci credono, e fanno bene, nel “liscio” non ci riconoscono. Ci godiamo il tramonto dorato dal Canal Grande e partiamo per l’avventura… notte e musica alla “sagra della salamella”. Ovviamente non era una vera sagra e di salamella nemmeno l’ombra. Abbiamo mangiato paella e cous-cous e delle coke belle fresche. Abbiamo incontrato gente che conoscevamo, scambiando baci e abbracci. Anche i musicisti sono amici nostri e la musica, soprattutto la musica è il massimo. De Andrè, Battiato, Paoli, De Gregori, Guccini, e un ricordo infinito di Rino Gaetano (già trenta anni che è mancato, però sembrava meno!). Una serata dove il profumo delle spezie esotiche si confonde con quello dello zafferano, dove la menta s’incontra con l’aranciata e le nostre voci si fondono in un karaoke allegro, stonato e senza impegno.
Io lo guardo il mio vecchio compagno, non sa star fermo né con le mani né con i piedi. Ha gli occhi socchiusi come se gustasse un cibo sopraffino. Certo la nostra musica, certo le nostre dita che si intrecciano, e ancora qualche parola gridata nell’orecchio più che per parlare, per sfiorarci con le labbra. Lui dice: “E’ una serata magnifica. E’ perfetta!” Anch’io sono d’accordo e pure la nostra coppia di amici. E’ davvero una splendida serata, ma tutto è perfetto se si è capaci davvero di amare la vita. O forse basta solo capire che quel che succede oggi è il massimo che possiamo sognare, quello che sarà domani è ovviamente un’altra storia.

Orfeo, 93 anni, due gambe e un bastone

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 29 aprile 2011 at 8:09


Stamattina l’ho conosciuto: Mario Dalla Venezia, Brigata Garibaldi, compagnia F. Biancotto, classe 1915, 93 anni, due gambe stanche ed un bastone… abbiamo parlato insieme per un lungo tratto del “Percorso della Memoria”, che si snoda per Venezia toccando luoghi legati alla Resistenza fino a raggiungere il Campo del Ghetto, il primo ghetto ebraico purtroppo, che nacque proprio qui in questa città.
“Orfeo” mi racconta che il 25 aprile lui era in carcere già da un mese e mezzo e quando fu liberato, dovette imbacuccarsi dentro ad una sciarpa perché le sevizie che aveva ricevuto gli aveva sfondato un timpano e sbriciolato uno zigomo rendendogli un occhio quasi inservibile. “Mi picchiavano da dietro, sulle orecchie, con un sacchetto di sabbia, fino a farmele sanguinare, avevo due bistecche, vede come sono grandi e schiacciate?” Me le mostra ridendo. Penso: strano lo racconta come se questo non fosse successo a lui.
Mi racconta anche chi l’ha tradito, ma non porta rancore, dice che a quel tempo la gente faceva qualsiasi cosa per mangiare. Mi racconta che i partigiani di Venezia avevano una situazione diversa, molti non potevano nascondersi in montagna, dovevano comunque e sempre mostrare la loro faccia oppure nascondersi dentro a case di parenti e amici, al massimo in campagna. Mi racconta che nelle nostre montagne vicine, nel Cansiglio, c’erano molti combattenti che si nascondevano, ma che mancavano delle cose più elementari, per esempio avevano un paio di scarpe in due, quindi venivano usate solo da chi faceva la sentinella.
Un giorno venne a sapere che suo padre, ignaro, doveva trasportare un carico di scarpe (di una grossa ditta della provincia), pertanto loro come se fossero in un gioco, incaricarono un “ladro” di mestiere a rubare le scarpe, senza però far scoprire la merce che mancava, anche per non mettere in difficoltà il padre. Riuscirono a fornire scarpe per tutta la compagnia, mandando le staffette donne con un paio di scarpe alla volta su in montagna.
Ridacchia divertito ai suoi ricordi, chissà quante storie mi potrebbe raccontare ed io non mi stancherei di ascoltarle. Ma il percorso è lungo e oggi fa caldo. Lui suda, si vede che è stanco, ma non vuole mollare. Io dico: “Signor Mario, non esageri, si tenga in vita il più a lungo possibile, anche questo vuol dire resistere. Ricordi sempre e non smetta mai di parlarne!” Mi fa cenno di sì, mi guarda e mi sorride, col suo viso pieno di rughe, mi dà la mano e mi dice: “ Arrivederci!” e tutti e due ci diciamo “Grazie!”, ma io ho più ragioni per ringraziare, davvero molte di più.
Eravamo partiti in trecento (giovani e forti?), un numero sparuto per una festa del 25 di Aprile, alcune bandiere di varie provenienze, tutte dietro alle “colonnelle” dell’ANPI, ma, incredibile, lungo la strada la gente affluiva, a decine, a centinaia, un fiume umano allegro e canterino si snoda per la città. Ora mi ricordo un’altra importante ragione per cui io amo tanto Venezia. “Ciao…” “Ciao…” Tanta gente si conosce, si mescola, chiacchiera, i bambini si rincorrono, l’aria è festosa, amichevole…
Si arriva in Campo al Ghetto dove c’è la Sinagoga, si depone una corona d’alloro, si alzano le bandiere, si applaude, qualcuno parla dal palco: una ragazza giovane. il Rabbino capo, anche il nostro Sindaco che fa un discorso così appassionato e accorato che restiamo lì, basiti. Ma come, dov’è finito il distacco del filosofo? Quello dell’intellettuale cinico? “Ehi! è tornato il nostro Sindaco… è tornato e noi ne andiamo fieri, perché ha parlato come uno di noi, ha parlato a noi e tutti lo abbiamo capito” (ha detto una sola parola difficile “metafisica”, ma la sapevo e quindi l’ho perdonato. ;-))
Adesso è finita la gente resta a parlare alcuni vanno… “Dai andiamo a prendere uno “spritz?”, “Come no!” “E’ bello trovarsi, almeno fino a che questa festa non viene annullata”, “Seeehhhh hai voglia!”
Prendo la strada di casa con il sole nel cuore, chiamo mio figlio a Firenze, risponde: “Sono anch’io in piazza con l’ANPI, mamma, e siamo in tanti… torno domenica, a presto, ti voglio bene.”

25 aprile 2008

questo Link riguarda il fondo: convitto scuola F. Biancotto che si prodigò per raccogliere e far studiare i figli dei partigiani:
http://iveser.it/index.php?option=com_content&task=view&id=215&Itemid=62

quest’altro Link riguarda la Beffa del Teatro Goldoni di Venezia, Brigata Garibaldi, F. Biancotto.
http://anpispinea.blogspot.com/2010/07/la-beffa-del-teatro-goldoni.html
Vedi anche questa testimonianza di uno dei protagonisti.

Che bello che sarebbe il mondo

In musica, Nuove e vecchie Resistenze, Venezia on 13 febbraio 2011 at 0:16

Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.
Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.
E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.
Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.
Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.
In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.
Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.
Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.
Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.
Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.
Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.
Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo (Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.
Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
alla salute dell’Imperatore.
Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.
Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.
Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua,
si asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.
Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.
Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.
Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.
Credevo di morire e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello il 48 è arrivato
Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.
Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.
Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.
Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.
Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.
Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

Ridate a Shylock quello che è di Shylock

In Cultura, musica, Senza Categoria, Venezia on 30 gennaio 2011 at 2:04

Stasera sono andata a teatro. Come già dissi non ci vado spesso. Anzi per la verità scelgo gli spettacoli con molta accortezza. Il guaio è che stanca o non stanca, se il pezzo non mi acchiappa, mi addormento quasi subito e mi risveglio alla fine. Stasera ho visto la centesima replica di Shylock il Mercante di Venezia in prova di Roberto Andò e Moni Ovadia. Ovviamente non mi sono addormentata. Ottima regia e ottima scelta di attori e musicisti. Nel caso vi capitasse di vedere questa rivisitazione dell’opera shakespeariana, vi prego di andarci conoscendo bene la storia del Mercante e del suo “bond”: contratto. Vi servirà a capire perché il regista nell’opera tenta di dare l’opportunità all’ebreo di ottenere la sua libbra di carne umana. Finalmente non più deriso, e dileggiato. Finalmente autore ed esecutore della sua vendetta.

Lo spettacolo di teatro dentro al teatro stimola davvero molte emozioni e non ultime quelle relative alle musiche e alle voci magistralmente mescolate e scandite passo dopo passo. Grande la bravura dei due Shylock: Moni Ovadia e Shel Shapiro (sì, sì, proprio lui, il musicista dei Rokes). Non meno bravi tutti gli altri.

Buona visione e buon ascolto.

Quelle notti…

In Amici, musica, personale, Venezia on 30 luglio 2010 at 10:10

Stava ascoltando quella canzone e pensava che a volte anche le sue notti non avevano meta. Oppure se un posto c’era dove finire quello era arrivato dopo. Succedeva spesso d’estate, quando non c’era un filo d’aria a muovere dolcemente le tende della sua stanza, a casa di Nichi. Per anni era stata sola in quella casa. Nichi non trovava pace e si spostava di città in città a seconda del suo umore. Era un’ottima amica per condividere l’appartamento, ma non c’era mai. Non che a stare sola si trovasse male, ma a volte… appunto, ci sono certe notti che non ce la fai.
Ti prende quella smania, quel languore, un formicolio dentro ai polmoni, se non proprio lì, almeno nella cassa toracica, in un luogo più vasto del cuore, che proprio non ce la fai a stare ferma e devi uscire, incontrare, parlare o anche solo tacere ed ascoltare. Ecco “quelle notti” Rossana usciva a perdersi e trovarsi nel chiaroscuro della strada.
Rossana non aveva un bel carattere. Non amava dipendere da qualcosa. A volte rinunciava persino al caffè del mattino, non lo voleva se diventava un’abitudine. Ecco, come le sigarette, non ci aveva mai preso il vizio, sempre per la sua mania di controllo. Ma certe notti il controllo non lo voleva più. Usciva e andava all’avventura. Niente di perverso s’intende. Non andava in cerca di uomini sconosciuti, non sapeva che farsene. Non voleva essere notata, di quello ne poteva avere di giorno. Ma la notte era diverso. Lei voleva vivere e respirare la notte. Lei voleva essere protagonista, come in genere le ragazze non potevano essere mai.
Se proprio avesse dovuto pensarci, uscire per strada da sola di notte, nessuno lo consigliava. A parte i suoi, che l’avevano tenuta segregata sempre, tanto per non sbagliare. Ma adesso che dalla sua famiglia aveva preso le distanze, ad uscire ci provava proprio una grande soddisfazione. Nella sua città poi, la notte era magica. C’era il solo pericolo di perdere la voglia di rientrare.
Andare per strada senza meta era liberatorio. Era talmente curiosa e desiderosa di “vedere” che non le sfuggiva nemmeno un’ombra o una luce o un rumore antico o nuovo. Ma non sempre era così. A volte non voleva vedere nessuno e prendeva le strade meno frequentate e più buie. Ma quelle erano notti estreme e disperate, dove nessun coraggio ti potrebbe aiutare. A volte invece passava a vedere se c’era qualcuno da Marga. Non che Marga fosse la persona più socievole che esistesse in città, ma lì da lei si conoscevano tutti, alcuni si fermavano a mangiare e poi si stava ore a parlare. Almeno finché lei non si preparava per tornarsene a casa. Faceva tintinnare le chiavi: “Ragazzi, per stanotte chiudo.” E non c’era da protestare. Lei su quello era rigida. Se era stanca chiudeva e se ne andava. Se non aveva voglia, manco apriva, così non si doveva sbattere per i nottambuli come noi.
Rossana sapeva che se vedeva la luce accesa c’era qualcuno nel “club”. Voleva dire che Marga ti apriva la porta e ti offriva, se erano rimasti, gli avanzi della cena. Voleva dire che c’era del vino sul tavolo e qualcuno seduto attorno a parlare. Molto spesso era interessante ascoltare. Altre volte Rossana aveva voglia di intervenire, di essere protagonista.
La prima volta c’era stata con Carlo. Lui di notte aveva dei posti fissi. Se li passava tutti prima di andare a dormire. Abitudine. Marga era un luogo segreto che voleva condividere con lei, appunto il “club”. A volte, quando la proprietaria ne aveva voglia, preparava uno strano Mussaka con tutto quello che trovava nel frigo. Una ricetta tutta sua che non si era vista mai, ma che incontrava i gusti di tutti.
Rossana ci era tornata al “club” anche senza Carlo, con i suoi vecchi amici. Erano proprio le serate più strane. Quelle notti che per un improvviso temporale, ti trovavi a doverti riparare dalla pioggia, oppure perché la strada era diventata insopportabilmente vuota.
Insomma c’era notti e notti… diverse solo per l’umore che Rossana aveva oppure solo insonni perché così la gioventù impone o solo perché in certe notti dormire è un’offesa all’insostenibile voglia di vivere.
Quelle notti avevano una musica dentro. Un ritmo che assomigliava al battito del cuore.
Rossana a quelle notti era incapace di dire di no.

Nano da giardino

In politica, Venezia on 9 febbraio 2010 at 10:06

Pisolo

Come convivere nella mia città, in questi giorni, con la bolgia del Carnevale e le foto del candidato a Sindaco Renato Brunetta, esposte nei luoghi più disparati? Sinceramente è un esercizio difficile. Sarà che a vedere la sua facciotta da nano impenitente mi scombussola un po’. Sarà che non esiste un solo manifesto che si sia salvato da orde di vandali fantasiosi. Sarà anche che penso a dove avrà preso i soldi per una campagna pubblicitaria così costosa. Sarà che sbandiera ai quattro venti, ossia in Televisione, la sua venezianità e puranco i suoi umili natali. Sarà che solo a Venezia si sa quanto poco povera e umile sia la nascita in una famiglia il cui padre è venditore ambulante. Ma lui ci sguazza e non spiega che non esiste una casistica, nè di ieri nè di oggi, di dichiarazione dei redditi legate al quel lavoro. Non dice ancora che al tempo in cui a Venezia questa categoria lavorava per quattro mesi all’anno, per non parlare oggi che non ha periodi di riposo, gli altri se li passava a svernare, per i più modesti, minimo minimo in Tahilandia.
Continuando con il racconto dei bagni in canale, le torture ai poveri granchi e i giochi per strada il povero ministro ci raffigura il suo amore per questa città che vorrebbe governare nel fine settimana. Va bene tutto, a governare questo paese abbiamo un piccolo premier dalle discutibili virtù, a dargli man forte c’è pure un miniministro che pensa in base al suo sentimento di rivalsa, ma non è possibile accettare un mini sindaco part time.
Se non vi dà fastidio ve lo cediamo, generosamente, come nano da giardino.

La terza lettera

In Amici, amore, Donne, Gruppo di scrittura, musica, personale, poesia, uomini, Venezia on 8 settembre 2009 at 17:04

Caro Michele,
inutile spiegare a noi, proprio a noi, quello che è stato il nostro destino. Quale vita ci è stata concessa. Come abbiamo vissuto, visto che, alla fine , l’importante è poter dire: “ho vissuto”. Dove allora tu fossi e quali strade hai dovuto percorrere non era importante. Non ti ritrovai allora, non ti ritrovai per tutta una vita. E vissi, bene o male, anche senza di te. Poi un sera malinconica e rassegnata, improvvisamente, insperatamente ti ho ritrovato. Fu come un sole all’improvviso. Oggi so che la terza lettera non arrivò mai nelle tue mani. Ma a che serviva? C’era una lettera, la prima, quella che non mi apparteneva, che nessuno mi mostrò, letta troppo tardi, erano altre parole, altro tempo, qualcosa che ci apparteneva, ma non erano più parole che potevo possedere, qualcosa ormai perduto per sempre, qualcosa sempre negato. Qualcuno ci tradì. Io fui la prima.
Ora viviamo di ricordi e di futuro. Non siamo più vecchi, siamo anzi incredibilmente infantili, come lo possono essere solo i vecchi che non si fanno più domande e che non cercano più risposte. Ora è tornato il nostro tempo. Gli amici ci guardano come se fossimo tornati dall’aldilà. Degli zombie sorridenti. Noi fatichiamo a sciogliere le nostre dita intrecciate e sorridiamo. Sì! abbiamo l’aria un po’ ebete di chi ha combinato un gran casino, ma alla fine gli è andata bene lo stesso. Così è stato. Difficile perdersi in modo così totale e rendere impossibile il ritrovarsi. Eppure… Gli amici di allora sono ancora qui, mai perduti definitivamente, stupiti e assetati ci chiedono ancora di questa storia, la nostra storia, l’unica storia che sappiamo raccontare. Anche oggi come allora, noi siamo la coppia, il legante, il fattore di equilibrio, quelli che ridanno armonia alle cose. Ecco perchè sono nati nuovi sorrisi, ecco perchè questa storia passa di bocca in bocca e ci precede, ci annuncia e fa nascere curiosità e ancora sorrisi, invidie e incredulità.
Dopo più di 40 anni il tempo è tornato nostro. Le nostre lettere non servono più. Sono parole lasciate al vento. Che importa se allora avessimo saputo ciò che oggi sappiamo. Sarebbe cambiata la nostra vita? Forse sì. Qualche volta ci avventuriamo e raccontarci quella storia piena di se e di ma… Esercizio ridicolo. Ridiamo di noi. Ridiamo delle nostre scemenze, ma sappiamo che ricostruiamo una storia possibile. Una storia plausibile.  Una storia di allegria e affetti. Di figli maschi poeti e sognatori dai nomi più improbabili. Di figlie femmine dall’aria ribelle, alte, rosse e fiere. Di sogni condivisi, di poesia, letture e politica attiva, tu concretoio sempre meno moderata. Ma il tempo ha posato la brina su di noi. Sei tornato, smagrito e stanco dal lungo viaggio. Finisce qui, ancora nella tua città, il tuo pellegrinare. Hai svuotato lo zaino. Hai appoggiato il libro sopra il comodino assieme a quegli occhiali che non conosco, che per forza allora non avevi. Hai lavato la tua pelle dall’odore del sale, dei tuoi mari in burrasca. Ti sei spogliato dai ricordi degli abbracci e dei baci perduti nei porti nebbiosi. Hai svelato i tuoi segni del tempo. Le tue cicatrici, anche quella profonda di cui non sai ancora parlare.  Un’unica lettera  non è andata perduta. Una lettera che non voglio aprire. Una lettera che non ci appartiene più. Ora siamo noi e il passato si ridimensiona, si stempera e il giorno brilla della luce intensa di un tardo pomeriggio, ma la sera promessa profuma di alghe e giardini scaldati dal sole  e la notte, come sempre, si fa più magica.
Ora dietro al sorriso resta il colore della musica della nostra nuova colonna sonora e le nostre nuove parole e i nostri profondi silenzi assieme agli sguardi che non si perdono più.
Rossana

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