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Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

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Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Lettera ad un papa appena nato

In Donne, Informazione, Ironia, Parola di donne, politica, Religione, uomini, Vaticano on 15 marzo 2013 at 16:34

papa francesco

Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.

Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?

Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
(Lidia Ravera)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/15/papa-francesco-ma-a-noi-donne-che-ci-manca/530997/

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

Libertà di pensiero ovvero un mondo senza limiti

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Religione, Viaggi on 20 aprile 2012 at 9:27

Ci stavo pensando, in questi giorni, a seguito dell’importante iniziativa denominata “Benvenuti in Palestina”, che ha portato più di 1500 attivisti,  da tutto il mondo, a prendere un biglietto aereo per l’aereoporto di Tel Aviv, l’unico aereoporto concesso da Israele, per raggiungere anche i territori palestinesi.
Sulla prevedibilità di come è andata a finire, si potrebbero scrivere trattati. In pratica Israele ha inviato agli aereoporti di partenza, in territori che non sono di diritto proprietà israeliana, a compagnie aeree di bandiera di altri paesi, una lunga black list, che ha obbligato (?) i funzionari aereoportuali a non far salire gli attivisti segnalati, o a cancellare, di fatto, il volo del 15 aprile verso Tel Aviv.
Le considerazioni sono molteplici, a partire da quale diritto e potere abbia uno stato straniero, ad imporre ad altri stati di diritto, di vietare la partenza su un volo di linea, verso un qualsiasi paese (democratico?) che abbia un aereoporto e che sia l’unica possibilità per raggiungere quel paese.
Le considerazioni vanno oltre e sono realmente preoccupanti. Per quale diritto internazionale un paese, tipo Israele, fa un’azione di spionaggio all’interno di un territorio straniero e predispone delle liste di “indesiderati” che vengono sostanzialmente fatte rispettare dalle forze dell’ordine dei paesi di partenza, su cittadini che non sono israeliani?
Ammettiamo che non si sappia che il Mossad la sa più lunga di qualsiasi altra intelligence al mondo e che nessun stato di diritto lo possa fermare, il controllo sugli stranieri “indesiderati” lo avrebbero dovuto fare a casa loro, ossia in Israele, avrebbero potuto non far entrare nel loro paese questi personaggi dubbi e conturbanti: è veramente terroristico chiedere di andare a visitare i territori palestinesi, si potrebbe pensare che la Palestina esista, cosa che Israele nega, sotto gli occhi distratti (?) del mondo intero. La questione è può Israele limitare la mia libertà di cittadina italiana, ossia di un paese sedicente democratico? Avrò ben diritto di decidere di andare in qualsiasi posto io voglia, senza armi o strumenti di offesa, pagando il mio biglietto e mostrando il mio passaporto? Chi dà diritto ad un altro stato, che non mi conosce, di dire che le mie idee non sono gradite e mi faccia trattare, dalle forze dell’ordine del mio paese, come fossi una terrorista? Per quale ragione io dovrei essere considerata indesiderata se chiedo di andare in un posto che mi interessa, passando per l’unico aereoporto funzionante in quel territorio? Quale paranoica esistenza la popolazione di quello stato vive, per vietare una banalità e un diritto simile? Perchè il mondo intero consente una simile ingiustizia senza nessuna critica e ritorsione? Io credo che queste domande siano lecite.
Io penso che a questo punto, ogni stato che abbia una dignità e ogni compagnia aerea di bandiera che non sia solo un servizio aereo da stato delle banane, avrebbe rifiutato e denunciato un simile dictat. Seriamente avrebbe dovuto avvisare Israele che i voli di linea verso Tel Aviv sarebbero stati sospesi fino a che non venivano garantiti i diritti di libera circolazione per i propri viaggiatori. I governi (se non fossero stati marionette in altre mani) avrebbero dovuto far rispettare nel proprio territorio e anche nel territorio di sbarco, i diritti dei propri cittadini.
Questo non è avvenuto e questo non avviene mai. Questo è un vergognoso attentato alla libertà e ai diritti di chi viaggia. Ma cos’è che frena e non fa gridare allo scandalo? Perchè nei confronti di alcune negazioni dei diritti universali e della libertà, non c’è una levata di scudi generale?
Possibile che il tabù che consente a Israele di muoversi nell’illegalità sia a tal punto forte?
A mio avviso la libertà di movimento, fa parte integrante della libertà fisica e di pensiero, senza queste forme di libertà un uomo, una società, uno stato non possono dirsi liberi. E allora come la mettiamo con i muri e i ghetti o con gli sbarramenti di filo spinato e i carceri a cielo aperto? Se per muovermi io sono costretto ad avere un lasciapassare e a superare dopo lunghe ore di coda un ceck point, come posso pensare di essere libero e di vivere in un mondo libero e senza confini?
A essere chiusi dietro un muro che mi preclude la vista e la possibilità di uscire, e che mi nega per di più l’opportunità di essere visitato, di incontrare liberamente altra gente, quale potrebbe essere la mia reazione? Se fossi prigioniera dentro ad un territorio senza speranza e senza sogni, dove non esistono diritti e ragioni e dove mi viene negato il futuro, cosa diventerei? Essere cittadina del mondo perchè vivo in un mondo senza limiti, mi consente una capacità di pensiero a cui non posso rinunciare. I limiti di un mondo ingiustamente chiuso e senza scambi può portare a estremizzazione, ad azioni che possono condurre anche a poca o nessuna considerazione della vita. Tanto una vita così limitata che valore e senso ha?
L’altro giorno parlando con una giovane ragazza che era da poco tornata dalla Palestina, mi sono sentita dire che lo stress che aveva vissuto durante i pochi giorni di viaggio, nel momento che era rientrata in Italia, si era palesato tutto, e che non avrebbe mai creduto di poter, anche se solo per un breve periodo essere soggetta a tanta pressione. Per il solo desiderio di visitare la “terra santa” aveva vissuto nella paura e nella tensione di essere sorpresa a fare qualcosa di “sbagliato” che avrebbe potuto metterla nei guai nei confronti di un esercito dal potere assoluto. Tornata in Italia aveva davvero capito cosa significasse la libertà di movimento e l’enorme bellezza di potersi sognare e costruire un futuro.
Credo di capirla, come credo di capire chi questa libertà non ce l’ha e non gli viene concessa. Penso ovviamente a quello che succede in quel territorio, a tutte le limitazioni e le paure che l’occupazione provoca da decenni, alla cecità del mondo nei confronti di tanta barbarie, che solo raramente, come nel caso di domenica, ci appare in tutta la sua assurdità o meglio ancora insensatezza. Penso anche alle parole sagge del grande Nelson Mandela. “Nessun popolo potrà dirsi veramente libero, finchè la Palestina non sarà libera”. E lui di schiavitù e libertà se ne intendeva proprio, nessuno lo può negare.

Dalla prateria all’oppio dei popoli

In Anima libera, La leggerezza della gioventù, Religione on 13 dicembre 2010 at 2:30

Immagine di un grazioso diavoletto rosa

Premessa alla parte quarta.
Tutto sommato è duro vivere in questo isolamento. La cosa difficile non è solo stare chiusa nel terrazzino, ma vedere la vita che scorre fuori, lontano dalle mie mani. Non che sulla strada ho speranza di trovare miei simili, ma certamente in casa mi sento come un pesce fuori dall’acqua. E poi quel problema del cesso. La casa è piccola e si divide con altri, ma il cesso sta nella nostra camera. Mai un po’ di privacy. Via vai di zii e pitali. Non che sia schizzinosa, però… anche per questo i miei pensano di scappare, fosse solo questo, hanno pure noi figli a dormire nella stessa stanza. Dormire… sognare… forse.

I grandi non capiscono una cippa delle esigenze di una scimmietta come me. Tenermi in casa non fa che stimolare la mia fantasia. Non abbiamo ancora la tv, è roba da americani capitalisti, anche se Ernesto pensa di diventare americano pure lui. Che scemenza pure questa. A me gli americani non piacciono, sono troppo presuntuosi, troppo pompati dalle vitamine. Se devo essere sincera preferisco i russi. Mi fanno pensare alla campagna, al lavoro della terra e poi i russi hanno fatto la rivoluzione. Hanno messo il popolo a governare. Beh… insomma… va beh, l’idea almeno era quella. Non ho giochi, quei pochi li nasconde Ernesto sotto il suo letto. A parte il fatto che a me di quei giochi non importa un fico secco, però considero offensivo quel suo modo di agire. Devo pure insegnargli a stare al mondo, altrimenti mi vergogno a portarlo in giro. Allora? Decido una spedizione punitiva nel suo nascondiglio. Che poi di fantasia ne ha poca. Che se ne fa dei giochi che tiene nascosti? Un bel niente. E poi si scorda che io sotto ai letti ci vivo. Pensa te se non li ho già adocchiati. Bene! al successivo esilio sul terrazzino, faccio beneficienza. Volano tra le sbarre verso le mani tese dei compagnucci di strada. Che gioia dà rubare agli avari per donare ai poveri! Mi sento una nuova Robin Hood del Meccano. D’altra parte lui non ha ancora imparato il mio linguaggio e io non ho ancora nessuna intenzione di parlare con lui. Così mi sospetta di aver rubato i suoi beni, ma non ha prove per accusarmi. Anch’io so fare l’angioletto se voglio e d’altra parte niente del bottino è stato ritrovato tra le mie povere cose. Così dopo tante lacrime e senza giocattoli, cerca di rovinare i miei giochi fantastici.
Io invento un cavallo. Un bel cavallo sauro. Quando me lo vede, muore subito d’invidia. Ne vuole uno pure lui, ma non sa come farlo, anzi vorrebbe il mio. Non lo avrà e il suo non gli riesce bene. La sua sedia non è veloce come la mia. Non sarebbe degna nemmeno di essere cavalcata. Ci prova sempre a superarmi quando scorazzo nella prateria. Tenta sempre di farmi degli infidi agguati, ma per quanto mi riempia di piombo che erutta interrottamente dalle sue pistole sputafuoco, non riesce ad ammazzarmi mai. “Fermati, ti ho colpita, sei morta!” Ma che cavolo sta a dire questo? Ma proprio non gli entra che io sono in un film diverso dal suo. Corro inebriata dalla velocità. Perché sia chiaro che anche le bambine speciali sanno essere molto felici. Io corro solo per il gusto di sentirmi il vento tra i capelli e per annusare l’odore dell’erba e della polvere. Faccio cosa unica con il mio animale, mi fiondo con lui fino a prenderne l’identità. Sono uno stallone selvaggio che sfida i lazos dei vaccari. Nessuno mi prenderà mai. Intanto la sedia della camera dei miei, che pure è molto resistente, dopo tante avventure, tante corse sulla prateria e fughe dai pellerossa che vogliono il mio scalpo e dai cowboys che pretendono di fare di me il loro destriero, decide di lasciami appiedata. Questa volta dovrò mettere fine alle sue sofferenze. E’ assurdo far soffrire così un povero animale. E’ una cosa che detesto. Ammazzare una bestia che sta già a pezzi? ‘Sta roba non l’ho mai capita, uno prende una storta e trova subito qualcuno che estrae la pistola e senza chiedergli nemmeno “come stai?” gli spara alla tempia. E’ questa l’umanità?
Io potrei amare i ragazzini del quartiere e anche gli altri, ma mi vogliono insegnare solo rancore. Io non ho fretta. So che prima o poi li salverò. Loro non lo sanno. E io non ho solo rabbia da dare. Quella in fondo mi serve a difendermi. Il mondo non è ancora pronto. Questo mondo che crede che una motocicletta sia la libertà. E’ solo l’inizio. E la libertà è il sogno. Non ho mai avuto bisogno di una moto per essere ribelle. Del mio cavallo sì, e di una prateria, e del mio saper immaginare. Di saper gridare a pieni polmoni. E poi non sono adatta ad essere stupida. Ad essere mielosa. Quando i ragazzini vogliono fare i grandi mi fanno pena. Da allora però debbo farmela a gambe, che poi, come gambe non sono così male a parte le botte e le croste sulle ginocchia. Corri oggi e corri domani hanno preso un’aria atletica da calciatore. Non che il calcio mi piaccia, ma preferisco di gran lunga stare in porta che giocare con le bimbette smorfiose del vicinato.
E’ ora di finirla con le gonne che a giocare sono anche scomode.  Mi metto in porta non perché sono una pippa, lui è una pippa, ci vado perché sono ancora troppo bassa. E poi anche perché, come detto, non mi prende proprio rincorrere una palla. Mi sembra stupido. Ma quando “la guardiana” non vede mi spingo alla riva che dà sulla laguna. Mi piace quella sensazione di spazio, quasi di immenso. So che farò il marinaio. Io sono nata per essere Ulisse, non Elena. Non ho ancora deciso se mi lascerò crescere la barba. E se mi farò tatuare un’ancora sul braccio. Mi piace quell’odore di salsedine che esala dall’acqua. O forse sceglierò di fare la sirena, e andarmene a incantare i naviganti. In fondo gli uomini non cercano che di farsi incantare. Fossi bella sarei già sirena. Negli occhi di mio padre vedo che sarà dura. Posso credergli? non è mai stato tenero con me. Forse dovrei cominciare a prendere delle decisioni, ma perché decidere una cosa quando le puoi fare tutte? Un giorno lo guarderò fisso negli occhi e cancellerò quella sua arroganza. Li vedi questi capelli? Non sei tu un padre. Non abbiamo bisogno di padri.
Mio padre si lagna con mia madre: “Tua figlia è un maschiaccio, dalle qualche sculaccione e rimettila a posto!” Ma perché devo essere figlia di mia madre quando, come succede spesso, faccio cilecca per loro, e mai per nessuna ragione figlia sua? E intanto mi segno ogni sua dimenticanza, ogni parola sbagliata, già pianto il muso se si rivolge bruscamente a mia madre che a sculacciarmi non ci pensa nemmeno. Lo sa che sono una bomba ad orologeria. Mi evita. Ormai ha accettato il suo destino che l’ha voluta madre di una figlia così. Già giuro vendetta. Poi il discorso del maschiaccio, non mi fa né caldo né freddo. Gli sculaccioni non mi preoccupano, se è il prezzo per essere nata libera, lo pago. E poi, come dicono loro, i grandi: il culo non ha denti. Una cosa sola non sopporto ed è quel decidere per me il posto che devo per forza occupare nel mondo. Non si rendono conto che io sto al centro del mondo e non accetterò mai di frequentarne solo i confini. Ah! avessi già potuto partire per i miei viaggi. Avessi potuto attraversare tutti i confini. Avrebbero avuto da correre per prendermi e per domarmi. Avrebbero avuto pane per i loro denti. Praticamente una pietra.
La mia crescita prevede che oltre a portare i pantaloni devo andare presto a scuola per cavarmela velocemente. Non ho tempo da perdere per imparare le cose. In pratica già so quasi tutto, non nei minimi particolari s’intende, ma un quasi tutto in embrione. M’annoio da morire a casa e trascino mia madre recalcitrante alla porta dell’asilo che essendo una scuola privata, mi accetta molto prima del tempo. E voglio ben vedere visto la retta che pagano. Basta che non mi bagni le mutandine. Cose da bambini! ormai è da un pezzo che domino i miei bisogni fisiologici che secondo me sono, mi si consenta il termine, una vera cagata. Purtroppo la scuola è gestita da suore e questo comincia ad essere un problema. Innanzi tutto io sono atea, non come dopo che sono diventata agnostica, ossia una a cui non gliene frega niente. In questo preciso momento invece ne faccio proprio una questione di principio. Questa storia di Dio, della Trinità, di Gesù (che mi è obiettivamente anche simpatico), della Madonna e dei Santi del Paradiso, mi sta prendendo male.
La questione appunto verte su che senso ha essere creati imperfetti da un Dio che è l’emblema della perfezione. Ma se è tanto perfetto che cavolo gli serviamo noi omuncoli deboli e senza virtù? Ha forse bisogno di un mondo di sudditi scemi per giustificare la sua bella esistenza? Inoltre si suppone che nessuno è perfetto se non porta dentro di sé anche il germe dell’imperfezione, pertanto… E poi: i premi e i castighi. Ma come si fa? Mi fai nascere deficiente e speri che mi comporti bene e mi castighi se non lo faccio. Mi fai figlio figo dei genitori del Mulino Bianco e mi premi perché dico “Buongiorno e buonasera.” e non mi scappa mai un “cazzo!”? Non scandalizzatevi, nella crescita è pure previsto il turpiloquio , e una parolaccia ogni tanto dà soddisfazione. Che poi invece Gesù mi pare un idealista. Lo fanno passare per il figlio di Dio, e per lui sono guai grossi, mica come succederà poi che fanno passare le minorenni per nipoti di Mubarak solo per togliercele da ‘sti guai.
Insomma questo povero cristo ne ha passate di cotte e di crude per una semplice diceria. Se fossimo stati contemporanei avremmo anche fatto amicizia, ne sono certa. Mi sa che pure lui sapeva già quale sarebbe stato il suo destino e tutto sommato non ne era proprio così contento. Certo che essere trattato come Superman doveva essere una figata. E poi tutto il contorno delle sue gesta. Mica male no? Mi sa che gli hanno messo su, dopo la crocefissione, un ottimo ufficio marketing, con un curatore d’immagine mica da poco. Un bel 10 e lode per l’inventiva. Mica ci si poteva immaginare che quella storia avrebbe fatto presa per più di 2000 anni.
Intanto andare dalle suore mi ha fatto desiderare di diventare prete. Sì, ammetto è un periodo mistico questo. Che poi non posso sperare di diventare Gesù, che la cosa mi pare complicata, e forse anche rischiosa, allora mi butto sullo scalino più basso della gerarchia ecclesiastica. Veramente ci sarebbe anche il chierichetto, ma mi pare figura di gran lunga secondaria e senza potere. Il prete invece mi pare tosto. Cambierò la Chiesa dalle sue radici. Insomma un prete operaio, marxista-leninista. Neanche il tempo di farci le labbra e già mi tocca rinunciare. Ci sono troppe cose che non mi piacciono nel fare la gavetta. Troppo tempo a spendere per realizzare l’idea. E poi si sa: la religione è l’oppio dei popoli, questo l’ha scritto su un manifesto un mio amico. L’ho incontrato dopo molti anni a Berlino. Mi sa che pure lui era un idealista.
Però certi argomenti non li digerisco proprio. Per esempio la favola di Adamo ed Eva. A parte il fatto che, al solito maschietto scemo di turno, dopo averlo messo al mondo, gli regalano un paradiso terrestre con il verme dentro. Ma poi povero cocco ci sta largo e allora Dio, che di sudditi ne ha pochini, anzi niente perché se si usura e stressa quello, perde la sua giustificazione di esistere. Allora, che ti pensa? Perché non gli diamo la solita bambolona cretina? Quella che nasce da una costola, si fa sollazzo del proprietario (della costola), procrea e partorisce con pianto e stridore di denti? Per l’appunto una scema che si lascia comperare con una mela, e pure bacata. Ma guarda te se mi devo digerire anche questa.
In effetti il mio rapporto con le suore è un disastro. Tentano di mettermi sotto con le punizioni. Giù nel sottoscala al buio. Che poi la cosa che mi da più fastidio è l’odore degli stracci mal lavati e umidi. Il buio, da sempre, mi fa compagnia. Al buio penso meglio. Che poi a scuola dalle suore ci sto fino alla fine delle elementari. E di cose su di loro ne avrei da raccontare in quantità industriale. Mica serve aspettare le soffiate di Wikileaks.  A me Assange mi fa una sega. No, per carità che non lo leghino anche per pedofilia embrionale, che ne avrà già tante da pensare. Comunque le suore sono le paria della Chiesa. La loro servile deferenza verso i potenti e in compenso la loro cattiveria di rivalsa verso i deboli e gli sfortunati, classe a cui appartengono in piena regola, sono una loro specialità. Povere cocche! Figlie e spose di Dio. Doppia fregatura.

Giorgio Gaber: Io se fossi Dio [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/IoSeFossiDio.mp3”%5D

Se questo è il mondo…

In Anomalie, politica, Religione on 12 aprile 2010 at 15:40

Stamattina pensavo agli infiniti stimoli (leggasi “conati”) che le faccende di questo mondo mi suggeriscono. Per esempio seguo schifata le varie giustificazioni e le alzate di scudi che gli alti prelati della Chiesa cattolica pongono come sbarramento allo sfascio di questo millenario “corpo”. Sembra proprio che di corpo corrotto e deviato si tratti. Di questo è fatto il quotidiano “chiacchiericcio” demente di certi personaggi che, per difendere posizioni indifendibili, perdono l’amor proprio nonché la faccia. Ma il problema è a scapito di chi? Non certo di un Papa a dire il vero non molto amato che, malgrado il dogma della fede, sulla sua infallibilità spirituale, si trova a dover giustificare una fallibilità umana e religiosa oltremodo oltraggiosa. La domanda è d’obbligo: perché preoccuparsi di tutti quei poveri bambini non nati, a causa di madri debosciate ed assassine, che li hanno abortiti e non delle centinaia e centinaia di vittime innocenti dei soprusi dei preti pedofili? Per i primi l’orrore non c’è stato e non ci sarà mai più, per i secondi invece tutta la vita, che hanno avuto e avranno, non basterà a cancellare tanta infamia. Non voglia poi quel loro Dio, facile ad adattarsi alle situazioni, che non preveda il ripetersi della loro storia e non li trasformi in mostri dal comportamento simile. Allora sì che la diffusione del male sarà a moltiplicazione geometrica. Altro che Diavolo in Vaticano. Il male si diffonderà come un virus letale. E questo la Chiesa, per pararsi il culo, non lo dice e soprattutto non lo persegue. Ma si sa, la colpa è del popolo ebraico che non ha altro da fare che inventare fandonie per liberarsi della divinità fatta uomo. Non solo bisogna far attenzione perché i pedofili son tanti, milioni di milioni, come le stelle del salame, e suddivisi in categorie, quindi perché prendersela solo con i preti e non piuttosto con i ragionieri o i saldatori? Che poi a pensarci bene i ragionieri una pagina sporca ce l’hanno…
Ma se ogni giorno ci beviamo queste splendide secchiate di cacca, non possiamo fare a meno di aggiungerci dei tramezzini di “merde” e uso il francese proprio perché è dai francesi che il “nostro” ha preso l’ispirazione. Forse non vi eravate accorti che il governo non aveva sufficiente potere, forse pensavate che possedere tante televisioni, tanti giornali e giornalisti (non vorrei offenderne l’Ordine chiamandoli giornalisti) bastasse alla concupiscente voglia del Capo Supremo (che se mi sente chiamarlo così, sono certa di provocargli un orgasmo). Eh no cari miei, Lui non si accontenta, vorrebbe fare le riforme e pure condivise, ma… proprio non ce la fa, Lui non ha tempo per aspettare, la corona di re la vuole subito e se non gliela danno subito se la compra con i soldi suoi.
Qualcuno si dimena, ma fa la figura del pesce nel barile. Qualcuno parla, ma farebbe meglio a tacere. Anche per fare l’opposizione ci vogliono le palle e mica si comprano al mercato le palle, in genere ci si nasce, anche se dello stampo di quelli con le cose al posto giusto, se ne è persa la forma.
Voi direte: “Embè, tutto qui?” E no cari miei non finisce qui la nuotata. Una secchiata e due o tre tramezzini e poi via in un mare di merda. Esiste anche l’affare “Emergency”. Come si poteva eliminare quell’ospedale messo lì a controllare l’umanità di una guerra? Ma dai è semplice, lo fanno tutti i poliziotti del mondo, ecchè non avete mai visto un telefilm? Si filma il ritrovamento di droga, armi e qualche volta anche bombe, che come si sa sono sempre tenute dentro al cassetto sia negli ospedali di pronta emergenza che nelle scuole durante i G8.
Avete il vomito anche voi?
Beh se non l’avete vuol dire che il vostro stomaco è foderato da una bella spanna di pelo e vi consiglio la carriera ecclesiastica oppure quella politica, ché negli ultimi tempi poca differenza fa.
Se questo è il mondo… per favore fermatelo che io voglio scendere.

La Perdonanza è una danza, che si balla nella latitanza……

In Anomalie, Informazione, Ironia, politica, Religione, Vaticano on 4 settembre 2009 at 15:53

Anch’ io ho qualcosa da nascondere: ho mangiato, da bambina, la Nutella di mio fratello. Comunque, se a Feltri non interessa posso ancora dormire sonni tranquilli. Non so, però, come regolarmi con T.Bertone. Ci vado e mi sottometto? Oppure me ne frego come fa Berlusconi? Magari a pensarci bene scrivo un articolo su Topolino e mando il Commissario Basettoni alla “cena”, tanto lui ha sempre avuto un ottimo rapporto con quelli della Banda Bassotti.

la Perdonanza di Garbo

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