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La colonna sonora di una storia

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 31 marzo 2011 at 22:06

Me l’ha fatto tornare a mente proprio Lui con il post Chicco e Spillo che la nostra vita era piena di musica. Già, la musica, non avremmo saputo mai farne a meno, ed invece…
E’ strano come invece vanno queste cose. Credi che sarà sempre così e poi intorno a te le cose cambiano. A noi era successo così, prima non serviva neanche parlare e sapevamo che c’erano le nostre canzoni, i cantautori, le canzoni di protesta, le grandi manifestazioni della pace (beh magari quelle erano solo mie), i figli dei fiori e le canzoni di lotta. Mi erano rimasti solo i suoi due LP che Giovanni mi aveva passato quando Lui era partito. Era il nostro Fabrizio De Andrè e non avevo capito perché Lui se ne fosse voluto liberare prima di partire.

Poi tutto era cambiato, forse solo perché, chi ci stava vicino, cercava di depredarci di quella capacità di essere sopra le righe. Diventare concreti, ecco quello che non era proprio nella nostra natura. Ma che fare, non è colpa di chi ti vuole cambiare, ma di noi che ci siamo fatti cambiare.
Allora, piano piano avevamo perso la nostra colonna sonora che veniva rimpiazzata da quella di altri, da altre note e altre parole oppure semplicemente dal silenzio. Eppure, noi, avevamo le nostre canzoni e nessuno ce le poteva portare via, quelle le avevo ricordate in tutto il tempo che ci eravamo persi, mi dicevo: “Sei una scema. Una schifosa e sdolcinata romantica” e certo pensavo di essere  solo io a ricordare. E così Patty Pravo continuava a ricordarmi che quella perdita era stata ben più dura di quello che avevo pensato. Non sapevo spiegarlo perché quella canzone mi sfrugugliava sempre dentro, come un frullatore che mescolava vorticosamente le mie emozioni al rimpianto.

Ma la vita andava avanti ed io imparavo ad affrontarla da sola. Volente o nolente dovevo imparare a vivere anche senza di Lui.

Ricordo, sorridendo, che quando volevamo ballare e parlare a lungo mettevamo la puntina su quella canzone che durava una vita ed era malinconica e tristissima: “Desolation Row” di Bob Dylan, mica che Bob avesse mai composto canzoni minimamente allegre. O almeno io non me ne ricordo nemmeno una.
Inutile dirlo, ogni passo una canzone a riempire le nostre assenze

poi la difficoltà di rendere compatibile il pubblico con il privato. Volevamo cambiare il mondo e stavamo sempre dalla parte dei deboli, a qualsiasi prezzo. Pensavamo di abitare in una comune, pronta ad accogliere chiunque. Perché l’amicizia era avanti a tutto. I nostri momenti divisi con gli amici, i nostri pensieri condivisi. Tutto avremmo dato per loro e lo facemmo, a nostro scapito.

E così trascorse il nostro tempo pensando che un altro mondo ci era stato dato. Lui e l’impegno politico io e la mia grande voglia di libertà. Credendo fermamente negli altri, sempre insicuri di noi stessi, sempre pronti a darci. E la colonna continuava.

Non c’eravamo mai dati un appuntamento e avevamo perduto la strada. Le nostre colonne musicale si fondevano e si dividevano contro la nostra volontà. s’incrociavano a nostra insaputa dentro a storie che non avrebbero avuto futuro.

Ricordo pure quando Lui canticchiava quella canzone impertinente: «Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, non mi importa del giudizio della gente…» ed era vero perché noi ci sentivamo così, eravamo due ragazzi nuovi ed eravamo pronti a quella nuova libertà.
Era il ’68 e noi non lo sapevamo che per noi e per il mondo quello sarebbe stato un anno indimenticabile. Mica le cose si sanno mentre si vivono. Come non sapevamo che ci saremmo ritrovati alla fine.

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Il nido delle aquile

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 29 marzo 2011 at 13:24

Non esiste un’età specifica per cui non si può più realizzare un vecchio sogno oppure non sarebbe più il caso di godersi un sogno che si è realizzato, in tempi meno avversi, con sudore e fatica.
Questo, ovviamente, lo dico per consolarmi. Ho realizzato un sogno, da lungo tempo inseguito quando ormai ero al limite delle mie forze, o almeno a quello che dovrebbe essere il confine tra l’entusiasmo e la forza giovanile e il bisogno di mollare della mezza età.
Insomma, ho realizzato il mio nido delle aquile. Ho creato il “mio” luogo dei pensieri e della rigenerazione e per far questo ho superato difficoltà e organizzato il caos più assoluto, andando contromano, mentre i parenti e gli amici mi consigliavano di dedicarmi ad altro meno impegnativo hobby.
Ma quell’isola, che avevo conosciuto nei miei vent’anni, era quanto di più scomodo, arduo, abbandonato e splendido che io avessi mai conosciuto. Ogni anno quando il sole cominciava a far sentire la sua forza, una sola immagine mi si parava davanti: l’azzurro profondo di quando riaprivo sott’acqua gli occhi dopo il tuffo in quel mare. E’ strano come alcuni piaceri si trasformino in allucinazioni che non ti abbandonano neppure quando tenti di disintossicarti.
Il mio posto era lì, in quell’isola. Solo lì io sapevo ripredere contatto con me stessa. Solo immersa in quella luce e in quel mare io comprendevo le vere dimensioni dei miei sogni. Ma se è facile sognare, molto spesso è impossibile realizzare anche uno solo di quei sogni. La vita era sempre stata una fatica dedicata a realizzare qualcosa per gli altri. Strano modo di vivere. Ma spesso è l’unico modo che ti è dato di vivere. Tutte le mie fatiche per avere un luogo dove stare con mio figlio, per dargli sicurezze, per farlo vivere senza l’ansia che io invece avevo sempre dovuto controllare. E questo avevo ottenuto. Un lavoro complicato e la possibilità di realizzare per contrasto una parte della nostra tranquillità. Eppure avevo l’isola nel cuore. Ogni tanto chiedevo: “C’è qualche buchetto in vendita per me?” Mi bastava una grottina piccola piccola con la vista su quel mare, niente di più. Ma la vista sul mare costa e io lo sapevo, e sapevo anche che costava più di quanto io avrei mai potuto permettermi. Così sognavo e guardandomi in giro restauravo ogni grotta ed ogni anfratto che incontravo e che mi suggeriva la possibilità di diventare quel “luogo”. Poi la cosa fu più strana ed imprevista di quello che si possa mai immaginare. Mi ero inerpicata sopra una montagna con un amico isolano che mi aveva condotto ad un rudere ingoiato da insuperabili intrecci di rovi. Avevo guardato una vecchia casa diroccata adagiata sopra grotte buie e inospitali. L’abbandono più totale. La dimenticanza più assoluta. Chi ne era padrone non voleva venderla, ma nemmeno si preoccupava di mantenerla in uno stato decente. Avere troppe proprietà e soldi crea a volte un’insensatezza che non comprendevo. Ma così era.
Mi innamorai subitaneamente e senza speranza, Mai avrei pensato, che dopo qualche anno, in un giorno di esasperazione lavorativa e solo a causa di una fuga onirica in un sito web, così tanto per riempirmi l’anima, l’ho incontrata negli annunci di un’agenzia immobiliare. Non è passato che un attimo, avevo visto la foto e l’avevo riconosciuta subito. Mi chiamava e mi diceva: “Eccomi, sono io! Mi hai trovata e non è un caso. Ora tocca a te.” Telefonai, contrattai, l’acquistai senza neanche vederla una seconda volta. Quelli dell’agenzia non capivano tutta la mia fretta, ma come avrei potuto spiegare che era il sogno della mia vita e che lo stavo realizzando?
Ecco, come incominciò l’avventura e come incominciarono i miei ulteriori guai. Sapevo quanto sarebbe stato tutto difficile, ma me l’aspettavo e giorno dopo giorno trovavo soluzione all’irrisolvibile.
Ora il mio nido delle aquile, è la casa più alta e irraggiungibile dell’isola, con una vista da illuminare gli occhi e i tramonti più belli di quella parte di mar Tirreno. Mi siedo lì, quando è tempo di vacanza. Riempio la mia piscina idromassaggio sulla terrazza più alta e mi immergo guardando verso l’orizzonte e verso l’isola gemella, quella che è il territorio di capre e palme nane. Penso che non c’è niente di meglio che stare lì abbracciata al mio compagno senza parlare di niente ad osservare con quanta grazia il sole tramonta sul mare. E’ davvero un sogno anche oggi che so di averlo saputo realizzare. Qualcuno mi dice che sono stata coraggiosa e capace, ma io so che tutto è nato da una necessità interiore, che assomiglia più che all’abilità, alla tossicità e all’assuefazione di una droga potente. Ora io mi rifugio lì, quando posso, nella mia “Isola che non c’è”,  questo è il  nome di quel nido, e come avrete capito: luogo dedito ai sogni e qualche volta alla loro realizzazione.

Siamo tornati

In Senza Categoria on 28 marzo 2011 at 8:14

porto di ponza

Non gridate più

In Nuove e vecchie Resistenze, poesia on 24 marzo 2011 at 6:48

Foto del quadro di Picasso: GuernicaI grandi amori non si scordano mai, almeno è così per me. Ed è bello ritrovarli. Allora torno a pubblicare grande poesia. La metto da me e qui. Da me semplicemente come poesia, e qui come Materiale Resistente a testimoniare la Sofferenza e appunto la Resistenza; anche nella poesia.

Non gridate più – Giuseppe Ungaretti

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

Chiuso per lavori

In Senza Categoria on 19 marzo 2011 at 6:44

Saremo assenti per una intera settimana:
da oggi a domenica prossima, compresa.Immagine di Ponza

Chi si nega danneggia anche te. Pensaci!

In Ironia on 18 marzo 2011 at 18:40

Ogni tanto, quando manco di ispirazione passo per il blog di Splendidiquarantenni e mi risollevo il morale, mica perché riesco a rientrare nelle sue statistiche, ma solo perché ogni suo post è talmente pieno di ironia che mi ci diverto un sacco.
Questa volta si tratta di una statistica che fissa a 106 rapporti nell’arco di un anno nella vita di una coppia “normale”.
Ora non trasecolate. 106 volte all’anno sono comunque 2 volte alla settimana. Forse non troppo, ma nemmeno troppo poco. E poi sappiamo come sono gli italiani, generalmente la raccontano grossa, pensando che valga sempre la legge del racconto del pescatore. Oltre a questo, se le cose vanno alla grande magari è solo perché sono ingrifati e dividono il loro ardore con diverse pulzelle compiacenti.
Se poi parliamo dell’altra metà del cielo ci si troverà di fronte ad un grosso numero di donne che anche una cinquantina di volte, sarebbe tutto grasso che cola e un’altra parte che soffre di emicranie frequenti.
Proprio a queste lo Splendido si fa portavoce e lancia uno slogan da “pubblicità progresso”: Chi si nega danneggia anche te. Digli di smettere! Che poi, si sa, la generosità è l’anima del commercio, o magari incrementa le statistiche.
Insomma siete tra quelli che si sussurrano sottovoce: “Ogni andato è perso”, oppure come ogni Scarlet che si rispetti ripeterai come un mantra: “Se non oggi, ci penserò domani”? 😉

Libera Repubblica di Santa Margherita

In Nuove e vecchie Resistenze on 17 marzo 2011 at 0:05

13 marzo 2011 festa della libera Repubblica di Santa Margherita.
Santa Margherita cos’è e dov’è? Facile è solo un luogo. Un grande Campo (leggasi piazza per chi non è veneziano) e si trova ovviamente a Venezia che di Repubblica se ne intende.
Siamo negli anni che precedono la costituzione della Repubblica Italiana e Venezia insorge dal giogo austriaco, ritorna Repubblica il 17 marzo 1848, la Repubblica di S. Marco, e nomina Presidente, il liberato dalle carceri dell’oppressore, Daniele Manin. Venezia subisce assedio e nel 1849 ricade in mano nemica. Manin fugge a Parigi e lì muore nel 1858.

Ricordate i versi:
«[…] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
sul ponte sventola bandiera bianca!
»
(Arnaldo Fusinato)

Per riconquistare la città gli austriaci tentano il primo bombardamento aereo della storia. Le mongolfiere piene di bombe incendiarie tentano di sorvolare la città, ma il vento le porta indietro sulle linee nemiche. Poi più che la fame fu il colera a vincerla.
Persino Garibaldi dopo la caduta della Repubblica Romana cerca di raggiungere Venezia, che combatte ancora, ultimo baluardo, ma viene fermato dagli austriaci a Comacchio.
Ma cosa c’entra, a questo punto, la Libera Repubblica di S. Margherita? E’ solo perché in questo Campo, nascono i primi moti insurrezionali. Le ragioni sono svariate, indubbiamente  la più valida è la variegata umanità che vi gira intono. I “Barnabotti”, nobili decaduti e ospitati presso l’ospizio di S. Barnaba, abbracciano per rivalsa e come reazione alla loro posizione, per primi le “idee francesi”, ma la zona è abitata da operai, piccoli bottegai, artigiani e donne orgogliose, che si ritrovano nel mercato rionale che è il secondo per importanza nella città. Tutta umanità coraggiosa e dalle idee aperte, che mal sopportano le gabelle e le restrizioni di un Governo lontano dai loro problemi. Tra i tanti, vorrei spendere una parola in più per quelle donne orgogliose, che in altri tempi, ancor prima delle suffragette d’Inghilterra e di Francia scendono in piazza a chiedere il suffragio universale.
Bella storia di un percorso verso la libertà e l’unione di una Nazione. Troverete questa storia nell’interessante e piacevole libro: Nella Repubblica di S. Margherita di Giovanni Sbordone.
E’ solo una parte della storia della nostra Repubblica e mi pareva giusto riportarla nella sezione Vecchie e Nuove Resistenze. Perché anche il nostro Risorgimento e l’unità d’Italia viene fatto con il  sacrificio della vita di molti patrioti, simile a quello coraggioso per la liberazione del nostro paese dal fascismo.
L’Unità d’Italia ha origine da federalistici movimenti che aveva un’unica volontà quella di unire. I federalisti di oggi dovrebbero ripensare alla nostra storia, che è costata dolore e sangue e dovrebbero riconoscere i valori di questo paese che ha trovato la sua forza dietro ad un semplice nome: Italia Unita.

Per esempio

In Anima libera on 14 marzo 2011 at 13:59

Disegno colorato sulla libertà di informazione: volto di donna fatto di natizie di giornale con bavaglio sulla bocca

Premessa alla parte sedicesima
Era come una fame. Avevo una voglia irrefrenabile di conoscere. Leggevo tutto. Tutto quello che mi passava per le mani. Mi sembrava che solo attraverso le parole potevo crescere. L’informazione è tutto ma non tutto è informazione. Meglio qualche volta diffidare. Perché non tutto è vero e spesso non c’è una sola verità. E non siamo tutti uguali. Volevo crescere ma non sapevo bene a cosa andavo incontro. Per crescere sono cresciuta e, nel frattempo, ho perso un sacco di cose. Che rabbia. Pensi di acquisire sempre e continuamente dati e di immagazzinare informazioni e non ti accorgi che tutto questo va a scapito della conoscenza naturale delle cose, dell’istinto e della preveggenza. E poi qualcosa anche lo dimentichi, magari poco. E’ triste, si allungano le gambe e le braccia, cominci a prendere le forme che sono destinate al tuo sesso, formuli il tuo cervello nella modalità utile alla vita sociale mentre lasci per strada la tua bussola originale, il tuo coraggio primordiale e le tue idee esplosive, che nessun ostacolo osava fermare. Ma che cazzo mi aspetta al di là delle pastoie di questa mia stupida infanzia? Non ci posso credere… ho perduto la strada e non vedo nemmeno più la luce dal culo del buio.

Chi lo dice che durante l’infanzia si pensa poco e ci si diverte tanto? E’ una baggianata. Una leggenda. Una corbelleria per nascondere che è proprio in questo momento della vita dove si formano le basi della propria filosofia. Sì! va beh, a rigor di logica non dovrei sapere cos’è la filosofia. E tante altre cose. Ma io le so e basta. E anche se non ne conosci il nome, è proprio in questo momento storico della tua vita che i pensieri percorrono i sentieri del sapere e del sentire e dimenticando se stessi si elevano a pensiero puro. Cazzo! sto correndo il rischio di prendermi sul serio.
Inutile raccontare i fatti. Solo i fatti. Unicamente i fatti, nudi e crudi. L’esperienza della scuola, i rapporti con chi ti sta intorno, la fatica della famiglia sono solo appendici esterne. Capire come affronterai il futuro è invece un esercizio che, seppur non avulso dalla realtà contingente, dovrebbe almeno tener conto di ben altri elementi. E poi c’è quella persona che corre dentro di te. Che ha sete. Che ha voglia di vedere. Il piccolo esploratore; della vita e dei sentimenti. Sarà stupido ma c’è pure il piacere di tenere il Piccoletto in braccio. Piccole e grandi soddisfazione. E piccoli ed enormi dubbi.
Innanzi tutto, pensare è l’esercizio più scandaloso che mi riesce di fare. Non appena gli adulti se ne rendono conto, mi guardano con sospetto. I bambini, invece, pensano solo che sono umorale ed estrosa. E il pensiero è bello, leggero, illuminante, ma allo stesso tempo mi imprigiona alle responsabilità. E’ mia la responsabilità di cambiare il mondo, me ne rendo conto, visto che ci sto pensando da sempre. E’ mia la lotta che ogni giorno mi aspetta. Ma come si fa a cambiare il mondo? Da dove cominciare? Quello è nato così com’è: rotondo. Certo bisogna sovvertire le idee dal principio, ma… cavolo se è dura!
Facciamo un esempio: le suore pensano che ballare il rock-and-roll sia peccato. Sapete la musica americana, quella di Elvis, per dire? Ecco, chi glielo leva dalla testa che ascoltare quella musica non ti fa peccare, ma mette solo in fibrillazione le gambe, le braccia e lo stomaco? Sarò io ma penso abbiano uno strano concetto di peccato. E poi: chi è senza peccato… insomma quella cosa lì. Ché il peccato è l’anima del commercio. Insomma mai ho sentito che muoversi a tempo di musica sia una faccenda diabolica. Ammesso e concesso che il diavolo esista e non sia solo una favoletta per tenere buoni i bambini e gli adulti creduloni.
In effetti penso che anche mia mamma non ci creda troppo, non che non sia credulona, è solo che lei vive in un mondo che si adatta alla realtà. Insomma più che credere fideisticamente (che parolone mi escono) in qualche cosa, cerca di non scontrarsi con forze avverse. Per dire: mi manda a messa solo perché altrimenti potrei scontrarmi con le ire divine. Una sorta di atto scaramantico. Meglio non attirare l’attenzione. Profilo basso; questa è la sua filosofia. Mentre mio padre fa il dittatore. Troppo facile con una come lei. Lui è incapace di percepire la sua tristezza e delusione e gli fa comodo non tenerne conto. Per lui esistono solo le funzioni prestabilite. La maschere e i ruoli.
Con mia madre gli riesce bene, è con me che si accorge che il gioco si fa duro. Le sta provando tutte, ma non ne funziona nessuna. Più si intestardisce a cercare di sottomettermi e più gli scappo di mano. Scuote la testa senza crederci. Eppure sono una femmina e sarebbe il mio destino ubbidire. Col cavolo che ci sto. O cede lui oppure scappo di casa, anche se questo vorrebbe dire lasciare il piccoletto, indifeso, in quelle mani inconsapevoli. Lui me lo dice sempre: “Sorellina, io sto con te, qualsiasi cosa succeda!” Sono fiera di lui. Azz… non posso portarlo con me se scappo, altrimenti non posso più essere libera di patire la fame e gli stenti, perché se scappo non so proprio dove andare, neanche il nonno mi potrebbe aiutare. La clandestinità non è un bel gioco.
Comunque la fuga è non responsabilità. Fuggire vuol dire rinunciare a tentare di cambiare il tuo mondo, non solo quello degli altri, cioè quello di tutti, ed è soprattutto questo “altro” mondo che serve cambiare. Ecco appunto, quello che volevo dire è che da piccoli piccoli si è più liberi dai legami, dalle responsabilità. O almeno dovrebbe essere. Poi cresci e pensi al tuo fratellino e alla tua mamma che hanno bisogno del tuo aiuto e non sei più libera di niente. Si nasce soli in mezzo a tanta gente e subito il tuo cordone ombelicale cerca di legarsi agli altri. Fossi nata incapace di amare sarei nata libera ed invece ho già un’anima prigioniera. Nella prigione degli affetti.
Per esempio: Elena, l’informatrice, se ne è andata. Problemi di famiglia. Ho perso un’amica e ci sto male. Ci penso spesso. Non ci siamo quasi salutate. Come se ci dovessimo vedere domani. Non ci siamo neppure dette che ci saremmo scritte qualche lettera. Non ci abbiamo pensato o forse per il suo carattere ogni promessa è un’inutile bugia. Eppure io so che esiste l’amicizia e che è un sentimento simile all’amore e che può resistere nel tempo. Io so voler bene e so anche sacrificarmi per amicizia e per amore, ma… come fare per non essere saccheggiati? Perché questa sofferenza?
Più penso agli altri e più mi faccio coinvolgere dagli eventi. Altro esempio è Angela. Lei viene dal sud. Ossia la sua famiglia è meridionale, invece lei è nata qui. Spesso prima di rientrare dopo la scuola ci fermiamo a giocare insieme nel cortile di un vecchio palazzo dove l’erba cresce tra le crepe della pavimentazione. Ci leviamo il grembiule e mettiamo la cartella attaccata alle maniglie di un portone. Non mi piace molto giocare con lei perché pretende sempre di fare lo stesso gioco ripetitivo e sinceramente in quel gioco non mi sento a mio agio. E’ come se volesse fare un gioco da grandi e fosse un gioco che io mi vergogno di giocare. Avrò anche perso tutto l’istinto primordiale di un tempo, però certe cose le percepisco ancora bene.
Angela vuole fare il cavallo, anzi per dirla tutta vuole essere un cavallo femmina, ed io nel suo gioco devo essere il suo padrone crudele che lo frusta e lo tormenta nei modi più terribili. A parte il fatto che odio fare il padrone crudele, ma non trovo senso a questo gioco. Le ho chiesto ragione: “Perché vuoi fare il cavallo torturato e non vuoi fare mai tu il padrone?” e lei con quell’aria da cane bastonato mi risponde: “Non è la stessa cosa, fare il padrone non mi piace…” Comincio a chiedermi se non è più facile, e normale, e meglio, uccidere il padrone. Non la capisco proprio.
Vuoi vedere che ho trovato l’unica al mondo che vuol farsi angariare gratis? Che si diverte ad essere impastoiata e sottomessa? Certo che i gusti sono gusti, ma io non ci sto a stare a quel gioco e in genere la faccio incavolare perché tiro fuori la mia pistola e metto fine alle sue sofferenze sparandole alla testa. Ma non si fa così se un cavallo soffre? E se ci penso ho dei dubbi: è lei o sono io. Nella non ribellione di mia madre non c’è anche questo? E in tante donne? Non voglio ingoiare niente solo per la sfiga di essere donna. Io non mi sento donna; non quella donna. E non sono nata solo per soffrire. Non mi piace il dolore. Né nessuna sofferenza.
Il suo è un comportamento strano o almeno così sembra a me. Io parlo della mia famiglia. Racconto di Ernesto che è il fratello dal comportamento più ridicolo del circondario. Talmente strano che davanti alla tivù distoglie lo sguardo quando entrano ballerine in calzamaglia. Deve essere una colpa terribile guardare le gemelle Kessler ballare il “dadaumpa” in calzamaglia nera. Vero è che tutta l’Italia si ferma nei bar a guardarle a bocca aperta. Non capisco la bocca aperta ma nemmeno la sua vergogna. Strano mondo quello che mi circonda. Comunque io racconto senza problemi della mia vita, delle prodezze del piccoletto e anche di mio padre tiranno e anche manesco. Lei tace e mi guarda stranita, dice che anche suo padre è manesco, ma che comunque le vuole molto bene. E c’è sempre quel pudore nella sua voce.
La cosa l’ho capita il giorno dopo della consegna delle pagelle. Quella di Angela era piuttosto bruttina, ma non era la prima volta. Così il giorno seguente è venuta a scuola con un occhio nero e un livido rosso sotto l’altra guancia. Nemmeno questo capitava per la prima volta. Alle suore ha raccontato che era caduta. Mica ci voleva un genio per capire che era caduta sulle mani di suo padre. Io, se fossi stata l’insegnante, avrei preteso che venisse accompagnata a scuola, da quel bel padre affettuoso. E glielo avrei fatto capire con le buone e, se non ci riuscivo, anche con le cattive che ad Angela non doveva toccarla nemmeno con un dito. La cosa più strana era che lei sembrava contenta di portare sul suo corpo quei segni, che poi non si fermavano certo a quelli sulla faccia, come fossero medaglie. Accettare supinamente tutto questo mi pare una barbarie. E uno stupidario. Ma mi rendo sempre più conto che per cambiare il mondo devo trovare altra gente che la pensa come me .E devo anche cercare di aprire gli occhi di chi non vede. Ma è proprio un lavoraccio cambiare il mondo.
Però non capisco proprio chi ama far del male, come non mi piace per niente chi ama farsi fare del male. Chi non si ribella. Chi non reagisce. E’ un rapporto sbagliato, proprio malato. In tutto questo c’è qualcosa che non torna e che non comprendo fino in fondo. Marella, con la sua voce da rospo, mi ha detto che Angela ha una famiglia proprio disgraziata. Lei abita nella casa di fronte e queste cose le sa e le vede dalla finestra. Dice che il padre grida sempre ed è svelto con le mani. Ma che pretende anche che Angela stia seduta a mangiare sulle sue ginocchia. Intanto la strizza tra abbracci e manate. La cosa ci pare brutta anche perché Angela è grande, anche se non ha ancora un corpo di donna. Forse è così, un po’ più sviluppata, perché meridionale e mangia sempre tanta pasta?
Le cose si vedono quando si vogliono vedere. Che ne so? Non so se si può morire anche di troppo amore. Una cosa però la so: solo a pensarci mi sembra assurdo e ridicolo. Perché mangiare scomodi in due? Se fosse per mio padre mi manderebbe a dormire quando si mette a tavola. Non ama molto vedere il mio sguardo di sfida ogni volta che tratta mia madre come una serva. Sa che finiamo per discutere e preferirebbe starsene in pace. Se non fosse che per darmele mio padre non mi toccherebbe mai. E se devo essere sincera preferisco così. Se devo dirla tutta preferisco che il potere resti potere. E’ più facile combattere il tiranno quand’è solo tiranno. Non ho mai potuto riconoscere in lui un gesto di affetto e allora, se proprio deve essere, che sia solo guerra.

E’ generosa la vita

In La leggerezza della gioventù on 13 marzo 2011 at 9:00

Oggi, proprio oggi non poteva fare a meno di pensarci.
La data era assurdamente quella del giorno più brutto e anche di quello più bello della sua vita.
Insomma, sia chiaro, lei spesso con la vita aveva fatto a botte, ma le piaceva. Insomma aveva combinato un sacco di casini, senza contare che la vita le aveva risposto con innumerosi sberleffi. Con dure lezioni di umiltà. Perché lei umile non lo era forse stata mai. Lei pretendeva di esistere. Non vivere, come una persona qualsiasi, ma di esistere e di lasciare il segno. Non si era mai accontentata delle cose, così fatte solo perché ci si trova a farle. Non aveva pensato a piccoli sogni e a soluzioni facili. Lei era per le cose in “grande”, quelle senza mezzi termini. E la vita era uscita un po’ barcamenante. Insomma aveva fatto grandi cose, ma solo a momenti. Poi tornava sui suoi passi e ricominciava da zero. Saliva con fatica lungo la strada e poi scivolava in basso facendosi sempre piuttosto male. Eppure ricominciava. E la vita l’aspettava al varco, sempre generosa, ma anche pronta allo sgambetto, al colpo di coda che la respingeva giù.
Ci pensava a quanta gente aveva conosciuto, a quante persone aveva amato e con le quali aveva condiviso il cammino, amiche e amici che non c’erano più, altri che avevano preso altri percorsi. Eppure lei era sempre pronta a sorridere ad una nuova amicizia, pronta a lottare per un nuovo sogno e a faticare per un nuovo risultato. Tutto sommato la vita le aveva riservato il massimo. Sia nel bene che nel male. La vita era sempre stata generosa e lei non avrebbe avuto mai parole sufficienti per ringraziarla di ciò.
Ecco è proprio il 13 marzo la giornata più strana e inconsueta della sua vita. Molti anni prima, in quell’ora di sera nella quale si accendono le luci e si pensa alla cena, lei era accorsa a quel richiamo. Il suo nome detto una sola volta, ma in quel modo strano che sembrava dire: “E’ urgente. Corri!” Lei era corsa e aveva capito che non ci sarebbe più stato domani. Aveva chiamato il 118. L’idroambulanza, la corsa in ospedale. Tutto inutile, tutto finito. E l’ultima parola era stato il suo nome. La vita si era portata via tutto quello che aveva concesso in anni di fatiche e sofferenze. Lei allora non avrebbe pensato più di ritentare. E invece no. Ci si riprende e si sogna ancora, altrimenti è giusto lasciare la presa subito e morire d’inedia. Lei aveva percorso altre strade, aveva sognato e fatto progetti. Non certo con lo stesso entusiasmo di quando era giovane. “Ecchè è, non siamo mica infaticabili” si diceva. E la vita le aveva concesso ancora una possibilità. Piccola e stortignaccola, ma sempre una possibilità. Ma era finita in niente. A volte succede. La vita dà e sei tu a non saper far rendere il suo tesoro. Se quel tesoro era finito era più colpa sua che di quell’uomo che di qualità ne aveva davvero poche. O almeno non erano le qualità che lei apprezzava di più. Eppure si era data lo stesso. Tanto a far bene le cose conta lo stesso che farle male. E allora?
Allora il 13 marzo, sempre quel benedetto giorno complicato, verso la stessa sera in cui si accendono le luci e si pensa alla cena, lei aveva riavuto il suo colpo di fortuna. La vita si era fatta trovare ancora e, tra le due, era lei ad essere del tutto impreparata. Un nome e cognome su un social net. A lei annoiava a morte quel social net, non ci trovava gusto. Eppure quel nome le aveva fatto tornare a mente che molti e molti anni prima lei era una ragazzina piena di sogni e che c’era un ragazzo, dagli occhi verdi, che li condivideva con lei. Che buffa storia, così ingenua e così romantica. “Roba vecchia!” si disse e mandò quel messaggio curiosa e combattuta. Era il 13 marzo di due anni fa. Lui rispose e fu un uragano. Non era roba vecchia, era oro lucente. Era calore umano e dolcezza. Era la Storia che aspetti una vita e che ti rimane dentro perché sai di averla incontrata e non ti ricordi più quando.
La vita è un fiume e non si ferma mai. Lei aveva imparato a nuotare anche controcorrente. La vita ti sbatte e ti stritola, ma a volte, nelle anse tranquille, ti culla e ti accarezza. Lei voleva la vita ed era proprio quella vita lì che voleva. Era la mano di quell’uomo che aspettava, quella che ti accoglie anche alla notte nel sonno. Era il suo amore, quel regalo generoso che aveva perduto. E adesso che la vita glielo aveva ritornato, se lo sarebbe tenuto, difendendolo con le unghie e con i denti.
E’ generosa la vita se si incontra di nuovo l’amore…

Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

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