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Archive for the ‘Senza Categoria’ Category

Quel piccolo pasticcio della vita

In Amici, amore, personale, Senza Categoria on 26 settembre 2016 at 19:15

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Stamattina quel tuo messaggio sottovoce: “Ti chiamo solo ora perchè in questi giorni abbiamo combinato un pasticcio… sai uno dei nostri” la voce si apre in un sorriso, può una voce, al telefono, svelare un sorriso? Sì può e stamattina l’ho capito. Un pasticcio? Un sorriso? Voce bassa dall’emozione, dal piacere, un po’ dal timore, un po’ in equilibrio tra pudore e azzardo. Com’è strano che a volte una parola ti fa capire il senso di una telefonata.

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vacanze sull’isola, vista sul mare e a duecento metri di distanza, gli uni dagli altri, ma duecento metri di rovi e terrazze franate, mai l’indomita idea di trovarci o da me o da voi. Ormai le ginocchia e l’età non ci consentono più di queste valorose imprese. E poi voi sempre impegnati in una vita mondana che io non amo, che rifuggo, che non frequento e io eremita che mi nutro di tramonti e silenzi. La nostra montagna ci unisce, ma ci divide più del mare.

Eppure voi c’eravate quando io avevo bisogno di un abbraccio fraterno nel giorno più brutto della mia vita,  voi c’eravate anche nei giorni più importanti quelli che le donne sognano sempre o quasi. Amici nel cuore, amici nella vita. Vicini sempre, pronti all’abbraccio, alle lacrime, ai sorrisi: amici indissolubili, amici solidali. E sono passati trentacinque anni dal giorno che, sempre sull’isola, abbiamo incrociato la nostra vita nel bene e nel male, senza nessuna promessa, ma forti dell’affetto naturale che ci ha unito subito.

E’ chiaro che io al vostro “pasticcio” ci sarò e lapalissiano che dopo quarant’anni anche voi potrete realizzare quel sogno nascostamente accarezzato per lungo tempo, quel rapporto mai apertamente imposto, mai troppo sdolcinato, mai troppo invasivo. Chi vi amava sapeva e non c’era bisogno di parole, di mezze confessioni, di confidenze tra noi. Riguardo le nostre foto di quando eravamo belli e giovani, i nostri viaggi, le nostre serate a chiaccherare nei bar lungo il mare, o al fuoco del camino nella casa sull’Appennino, le gite in barca, i bagni in mare che non finivano mai, il mio pancione e voi due a farmi da scudieri, i primi a sapere tutto, i primi a correre alle mie telefonate. Io fra voi, ma anche no, perchè io c’ero, correvo alle vostre disavventure, nel dolore, nelle gioie, ma mai invadente. Io ci sarò con il cuore traboccante di gioia, nel giorno che potrete dire finalmente ecco “questo è il mio compagno per la vita”. Forse sarete meno belli di allora, forse sarete più feriti e stanchi, ma fra qualche giorno inevitabilmente io ci sarò e piangerò per tenerezza come una ragazzina.

Che bel pasticcio che qualche volta è la vita.

 

 

 

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Tu chiamale se vuoi: emozioni…

In Senza Categoria on 22 giugno 2014 at 5:45

rossaNon c’è età, davvero, non ha tempo provare quella pruriggine dell’anima, quelle farfalle dentro allo stomaco, quel senso di attesa che sai che potrai avere tempo di soddisfare… ed è così che non può appartenere solo ad un tempo particolare, provare quelle profonde emozioni che assomigliano all’innamoramento, alla voglia di reiterarsi dei sentimenti nuovi, leggeri, senza responsabilità.
Ci si emoziona di fronte alla dolcezza di un tramonto, ad un profumo che ti porta indietro con il tempo, oppure avanti quando dietro di te di tempo ne hai ben poco da ricordare, ma sai che avanti, di tempo ne avrai e quell’odore è lì che lo troverai. Ti commuovi al sorriso di un bambino ed al ruzzolone di un gatto, al cucciolo che esperimenta la vita che credi ti assomigli, anche se ormai non sei più un cucciolo nella tua vita.
Guardi gli occhi di quel ragazzo, i suoi capelli ribelli e la bocca piena di quella ragazza, e la sua pelle trasparente che ti conquistano il cuore. Eppure lo sai che non sarà per sempre, eppure per te è come la prima volta, come se tu non avessi mai avuto un amore, mai ricevuto un fiore od un bacio. Per te è sempre la prima volta. Ci penso sempre, mentre sto lì a lungo a guardare le piccole variazioni delle onde del mare. Il tempo passa veloce, la neve si posa sui nostri sorrisi e poi torna primavera, una nuova vita ancora, nuove foglie nuovi fiori e sorrisi delicati e voglia di baci tenui e di tenerezza.
Siamo sempre pronti a ricominciare, cambiando come la pelle del serpente, quella scorza dura che avevamo provato ad indossare lungo l’inverno.
Ma le emozioni non hanno voce, anche se spesso vorresti essere tu a dargliela.
Le emozioni hanno colori che ti dipingono l’anima, ma solo tu li puoi disegnare e fermare su il foglio bianco del tuo sentire.
E le emozioni hanno sapori e profumi che ti rimangono dentro e sono le matrici del tuo desiderio di vivere.
Le emozioni sono un viso, una bocca, uno sguardo, una carezza, il primo sole dell’alba, l’odore dei biscotti, il freddo dolcissimo del gelato sulla lingua… il silenzio della neve, la voce del vento, l’odore del mare, un libro aperto a metà, la voce di chi ami, un ricordo lontano che ti pizzica il cuore, svegliarmi e trovare la tua mano… ecco il mio mondo personale, la parte bella della vita, quella che non voglio condividere perchè solo mia. Un piccolo atto di egoismo perché le emozioni non sono di tutti e non sono per tutti. Le mie non sono uguali alle tue, lo sai, lo so….

Siamo a 800

In Senza Categoria on 11 settembre 2013 at 8:30

800

Questo è il mio blog e questo è il mio post numero 800.
Sia chiaro che non amo i bilanci e le statistiche e neppure le valutazione postume, ma qualche volta mi capita di rileggere qualche post del mio blog e mi chiedo se è vero che l’ho scritto io.
Smemoratezza o presa di distanza?
Non so e poco importa. Oggi al numero 800 mi piacerebbe parlare della mia apprensione per l’andazzo politico del nostro paese, dell’Europa e del mondo tutto. Può sembrare una presa di posizione qualsiasi, ma non lo è. Non si tratta di qualunquismo o di cinismo storico, si tratta che non ci vedo chiaro e non penso più a soluzioni alternative.
In un mondo di apparenza e non di sostanza, con l’ammirazione per il denaro ed il successo, con lo scambio dei valori etici con quelli estetici, con un prezzo per tutto e una morale svendibile, come si può parlare di “un altro mondo possibile”? Come si può rivalutare quello che nel mercato non vale più niente?
Ecco, finisce che il livello 800 lo ricorderò solo per questa depressione “post ideologica”. Proprio io che non avevo mai smesso di sperare.
Certo che fa ridere sperare che la dignità vinca sull’interesse o che il popolo silenzioso di quelli che non si riconoscono nell’andazzo comune rialzi la testa e agisca. Che poi in quel popolo indolente ci sono pure quelli che non se ne fregano niente dei destini del mondo. Sono solo attenti a non far calpestare il loro piccolo orticello. Gli indifferenti di Gramsci o gli ignavi di Dante, odiati o messi all’inferno, sopravvivono sempre e comunque.
Insomma sono a livello 800 e per fortuna convivo bene con me stessa anche se ho perduto amici ed amori, illusioni e speranze. Ho comunque incontrato altri amici, altri amori e illusioni e speranze che saranno presto deluse.
Per fortuna è umano adattarsi e sopravvivere anche nella cattività, però di una cosa sono sicura ed è che comunque non mi adeguerò, che sarò sempre una voce fuori dal coro e che morderò la mano di chi cerca di farmi chinare la testa, magari lasciandogli la dentiera attaccata. Continuerò a pensare che l’unico tornaconto che vale e quello che accomuna la gente più bisognosa di aiuto e di difesa, che il successo è fare quello che si sogna nella vita, ma che il tuo sogno non potrà mai essere un incubo per gli altri.
Non lascerò segni nella storia, io sono nessuno. Ma se potessi trovare altri a cui prendere la mano, davvero le cose potrebbero cambiare.

Senza amici

In Senza Categoria on 19 settembre 2012 at 15:09

“A cosa servono gli amici?” Questo lui le andava argomentando, con la sua solita aria di superiorità e di cinismo spiccio, che lei cominciava ad odiare. “Chi mostra di esserti amico, lo fa sempre con un secondo fine, non è mai una questione di sentimento disinteressato, una ragione c’è… ed è sempre una ragione “economica” di dare per avere, per quello che io non ho amici.” “Guarda te, per esempio: spero l’avrai capito come mai ci siano un sacco di uomini pronti a darti la loro amicizia… sei una donna e loro cercano quello che tu sai…” Lei cominciava a trattenersi a malapena. Ma tu che ne sai di quello che so io e di quello che vogliono da me i miei amici? Poi ci aveva ripensato… ma di amici lei non ne aveva, e si sentiva triste perché ne avrebbe voluti di veri e di sinceri. Certo che se lasciava fare a lui, non ne avrebbe visti nemmeno uno e, se sì, solo con il cannocchiale. Da quando erano usciti insieme lui aveva fatto il vuoto intorno a lei. Che fosse solo per gelosia o per altro non le interessava, questo non lo giustificava affatto. Lei voleva vivere e lui non poteva soffocarla e tanto meno cambiarla…
Lei aveva letto, da qualche parte, che: un amico è qualcuno che sa la canzone nel tuo cuore, e te la può cantare quando ti sei dimenticato le parole e a lei questo non era successo mai, dimenticava sempre le parole della sua canzone, ma nessuno gliela cantava mai. Certo che non lo avrebbe raccontato a lui, non avrebbe capito, visto che non aveva amici per scelta o per ventura e che non credeva nell’amicizia.
Lei sognava di incontrare tante persone nuove e di diventare amica di tutti, sognava di girare il mondo e di avere molti posti da visitare e ad ogni mèta qualcuno con cui parlare e per cui fermarsi con gioia. Sai com’è bello il mondo a colori… sai com’è piacevole fidarsi degli altri? E se lui non si fidava e non sapeva essere generoso con gli altri senza pretendere un tornaconto, il problema apparteneva solo a lui… lei era destinata a ben altro…
In effetti la sua filosofia spiccia e la sua presunzione l’avevano stancata, ma chi si credeva? E soprattutto perché pensava di sapere tutto e di avere la ragione in tasca? Proprio lui che aveva fatto l’amicone per poi uscirci assieme… che poi pensandoci bene questo gli dava ragione: amicizia solo per un secondo fine… accidenti e lei che ci era caduta.
Ma che importanza ha, sarebbe stata attenta la prossima volta, mai più con un ragazzo che non sapeva cantare la canzone che lei teneva nel cuore, mai più con uno stonato o uno senza voce, lei voleva il sole e una canzone a voce spiegata… lei voleva tutto e, perché no, tutto avrebbe avuto.

Storie d’amore e di corazze

In amore, Donne, Ironia, Parola di donne, Senza Categoria, uomini on 1 agosto 2012 at 20:26

La prima storia.
Lei è bella. Magari non bella nel senso classico, una bella dentro e fuori nel senso più spirituale del termine. E poi la bellezza non vuol dire niente, c’è chi la vede e chi no. Lui, l’altro, l’aveva vista e non ci aveva più dormito per mesi.
Ma andiamo con ordine.
Lei era da tempo che si era accorta di aver sposato un pesce surgelato. Il suo più caro amico l’aveva avvisata: “Se lo sposi ti vengo a prendere a calci in culo.” E adesso sapeva quanto avesse avuto ragione, ma lui non era più lì, anzi non era proprio più. Maledizione!
E poi era stata tutta colpa di quell’amico… ma andiamo per gradi.
Lei aveva allora deciso di adeguarsi, si era indossata una corazza spessa e si era infilata nel surgelatore, almeno così non c’era pericolo, nessuno l’avrebbe notata e avrebbe preteso da lei alcunchè.
Aveva scritto all’amico che ora lei viveva bene, stava bene con se stessa, che nessuno l’avrebbe ferita e che pure col marito c’era un giusto equilibrio, tutti e due freddi uguale.
Il suo amico lontano le aveva risposto: “Sei ancora più pazza di quello che pensavo” e l’aveva minacciata un’altra volta, ma poi non era più tornato. Oh quanto le mancava!
Ma almeno una cosa l’aveva fatta. un piccolo attentato alla sua corazza e al suo gelo personale, le aveva dato l’incarico di far avere certi documenti ad un amico che abitava in un’altra città. Cosa banale se si guarda bene, ma a volte sono proprio quelle che ti fregano.
Lei c’era andata, bene armata della sua corazza, e con quella giusta temperatura che non le avrebbe consentito una vera e propria comunicazione. Lui, l’altro, le aveva parlato a lungo, aveva chiesto, era rimasto a lungo in silenzio, aveva ascoltato… Insomma, ecchecavolo, le solite cose in fin dei conti. tutti ne sono capaci… Eppure il suo silenzio parlava e le sue parole accarezzavano… niente da fare, però,  la sua corazza gelata resisteva. E poi i suoi occhi scuri a volte seri e a volte ridenti, la sua volontà di sapere, di conoscere…
Lei aveva messo km di distanza e pure il telefono di mezzo, non aveva tempo per queste cose, aveva troppo da fare.
E a casa apriva il frigorifero estraendo verdure colorate e piene di sapore, tagluzzava, condiva, salava, insaporiva con spezie speciali e suo marito la guardava senza il coraggio di fermare la sua frenesia.
Le amiche beneficiavano di tanto ben di dio, e anche qualche amico aveva ripreso a passare all’ora di cena e si riempiva gli occhi e il cuore di quei profumi e sapori.
Lei cucinava con puntiglio e rabbia. Peperoncino e curcuma e qualche erbetta speciale che nessuno usava più e che il nome aveva dimenticato.
Sarà stato quello a scioglierle il cuore: il calore dei fornelli e il pizzicore del pepe in grani grandi e neri. Sarà stato il telefono oppure quelle parole sussurrate tra un intingolo e un cous cous.
Un giorno il frigo fu vuoto e pure il suo cuore. Si chiese cosa avrebbe fatto ora che si sentiva così… così inutile e senza nulla da fare. Cosa avrebbe dovuto ancora aspettare?
Prese allora quell’aereo e aveva il cuore che faceva capriole e che suonava l’ultima samba che aveva sentito alla radio. Lui l’aspettava e la prese semplicemente per mano e un altro aereo li portò via, lontano, con la speranza di non più tornare.
Che ne fu di loro? La storia non lo dice, so soltanto che quell’amico che li guardava ridendo sornione, da un luogo, quello sì senza ritorno, aveva detto alzando in alto il pugno, in segno di vittoria: “Te l’avevo promesso, amica mia, che sarei tornato per darti un calcio in culo…”

Quel ricordo sono io….

In Senza Categoria on 31 maggio 2012 at 20:39

Gran brutta giornata, difficile, contorta, greve. Non ero voluta uscire, non era giornata, conservavo le mie forze per la cerimonia civile che accompagnava il mio amico A. Qui poi tutti lo chiamano S., ma lui preferiva che lo chiamassi A. chissà perchè?
I figli per fortuna hanno voluto una cerimonia civile, senza i fasti della chiesa, ma purtroppo con i fasti nefasti della politica.
Anche nella morte c’è sempre chi si ricava lo spazio per le luci della ribalta, soprattutto in politica e pure nell’arrugginita macchina del sindacato. I vertici che avevano fatto di tutto per tagliarlo fuori, riuscendoci. Falsi venditori di merce avariata. Ipocriti e senza qualità. Lui invece le aveva le qualità, c’era dentro al suo tempo e volava alto nelle sue analisi e guardava nel futuro con lucidità e questo a molti dava fastidio, soprattutto a quelli.

La figlia, si è alzata e fatto smettere la sceneggiata con piglio deciso. Mi ha tolto un sorriso, sua figlia in tutto e per tutto, almeno questa parte del carattere riconoscevo e quegli stessi occhi nei chiari occhi del figlio e quel sorriso ammaliatore, lo stesso .

E mi sembrava tutto tristemente distante, che non mi apparteneva più. Parole e parole per riempire il vuoto che lui ha lasciato intorno a sé, troppe parole e io stavo zitta e non avevo niente da dire e non riconoscevo nulla, tranne alcuni riferimenti al suo modo di essere, alla sua testardaggine, alle sue spigolosità, ma anche alla sua umanità. Ma questa era la politica, che era pure parte di lui, ma di lui oggi che conoscevo io? Di quel ragazzo con il quale avevo condiviso tantissimo, di quello dalla battuta facile, sarcastica, esplosiva? Me ne ricordavo tante, troppe da stentare di tirarne fuori anche solo una piccolina…

Alla fine è salito sul palco un giovane, finalmente un suo amico. Un ragazzo speciale che aveva colto di A. tutta la fantastica e mirabolante poesia, quello che aveva raccolto e ripetute le sue frasi feroci dette in dialetto, ma che non le sapeva ripetere perchè non era il suo dialetto. Un po’ ha fatto ridere tutti: i giovani e i non più giovani ho visto occhi riempirsi di lacrime e di sorrisi, teste scuotersi in un sì continuo… ecco gli amici … i veri amici, ecco che pure io mi sentivo parte di un dolore un vero graffiante dolore comune. Il ragazzo diceva che lo aveva conosciuto nel 1999 e che da allora avevano fatto tante cose insieme, le cene tra amici, i suoi corsi di cucina, i due spaghetti che poi due non erano mai. Le serate con la chitarra e gli appuntamenti quando al ristorante prenotavano per quattro per poi invece andare in due, raccontando che gli altri avevano tirato il pacco e così potevano godere di un tavolino comodo e di uno spazio maggiore. E le telefonate assurde: “Scusa, sono in ritardo, ma i carabinieri mi stanno perquisendo l’auto.” “Ma perchè, che cosa hai fatto?” “Beh sai mi sono fermato un po’ in ritardo quando mi hanno fatto la segnalazione. Loro mi hanno chiesto: ma non ha visto la paletta? e sai com’è non ce l’ho fatta a tacere e gli ho risposto: l’ho vista sì, ma mi aspettavo anche il secchiello.” Eccome se ti riconoscevo, come la sera dentro a quel bar che l’ubriaco ti aveva tirato un pugno, perchè tu avevi detto che ogni tanto capita che il mondo girava un po’ troppo veloce per riuscire a stare in piedi. E poi con quel naso fratturato e con quella strana armatura che ti dava quel profilo-greco, o profilo-attico e giù a ridere per il doppio senso delle parole. Eravamo cretini… eravamo carini!

Ma io ancora ero distante perchè distante era il nostro inizio era il 1972 e noi insieme avevamo 30 anni di più dei ricordi di quel ragazzo e quindi lì dentro non c’ero, non c’era la tua musica, non c’erano le discussioni sui libri letti, sulla politica, sulla voglia di vivere, sull’amicizia, non c’erano le tue donne e i tuoi figli e i nipoti, non c’era ancora niente di quello che saresti stato e non lo posso dire perchè nessuno potrebbe capire. Noi c’eravamo e nessuno lo sa e a nessuno posso dirlo: tu avevi i tuoi riccioli incolti e i tuoi jeans sdruciti e io un po’ più grande ti facevo da mamma e da confidente. “Non sposarti ti prego!” ti avevo detto:  “sei troppo giovane e lei è una bambina… non durerà, non può durare… ragiona!” E tu l’avevi fatto e avevi pure voluto quella bambina, anche se poi tutto era andato a male ed io ti avevo tirato fuori da quella sorta di depressione. Dai la vita continua ed eravamo partiti… Improvvisamente il giovane che parla ricorda: “S. ci raccontava un sacco di storie, dei suoi libri, di quello che avrebbe voluto fare, di quel suo viaggio a Londra quando era giovane…”  Il viaggio a Londra??? Ma quello era il nostro viaggio, l’unico viaggio a Londra che sapevo tu avevi fatto ed era il nostro, la nostra partenza, quella per cercare di dimenticare, un poco, quella bambina partita per il Canada… Allora quel viaggio non era solo il mio ricordo era pure il tuo, quel viaggio era il nostro viaggio e io ero quel ricordo, ne facevo parte e ho pure tutte le foto e mi ricordo pure come si chiamava la guesthouse e com’era la stanza  e il letto matrimoniale ed il singolo che ci eravamo giocati ai numeri assieme al nostro amico V. Tutti a mirare il singolo oppure no, ma che importa tanto a dormire nello stesso letto si può se si è solo amici…

Strana cosa la memoria mi è parso di ricominciare a esistere in una giornata tutta da cancellare solo nel momento in cui ho acchiappato un piccolo ricordo e quel ricordo, guarda caso, sono io….

Il bosco degli uomini-libro

In Cinema, Libri, poesia, Senza Categoria on 25 maggio 2011 at 22:50

Stasera zappinando di canale in canale mi sono trovata a rivedere con uno stupore tutto nuovo un vecchio film: “Fahrenheit 451” di François Truffaut. Vecchio film del 1966 tratto dal romanzo fantascientifico e distopico di Ray Bradbury. Per chi non conosce la storia si tratta di una società futuribile (o forse no) che per consentire alla gente di essere felice proibisce di leggere i libri che per questo vengono bruciati in grandi falò. I libri insomma rendono la vita triste e vengono eliminati come strumenti di contaminazione. Montag, che fa il pompiere, viene avvicinato alla lettura da una donna che, come molti altri, nasconde i libri nella propria casa per salvarli dallo sterminio. Montag si appassiona alla lettura finché un giorno, tradito dalla moglie, viene costretto a bruciare i suoi libri pur salvandone uno. Proprio per questo libro uccide il suo Comandante e si dà alla fuga. Raggiunge nel suo pellegrinare un bosco, alla fine di una strada ferrata. In questo bosco vivono gli uomini-libro che conservano i libri nella loro memoria. Non importa che il libro di carta vada perduto l’importante è conservarlo nella memoria e tramandarlo ad un altro che si prenderà la cura di salvarlo per il resto della sua vita. Non ricordo Montag che libro avesse salvato, ma mi è venuto subito in mente il libro che vorrei essere e che vorrei salvare. E’ un libro corto che lessi in due ore durante un viaggio in macchina verso il sud. In effetti più che un libro è un monologo, non un romanzo, ma la sceneggiatura di un film. L’autore non è nemmeno uno di quelli che preferisco, anche se il primo libro che lessi di lui “Seta” mi aveva oltremodo toccato. Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco e mi piace l’idea di passeggiare dentro al bosco raccontandomi e ripetendo agli altri la storia di quel bambino dal nome strano che nacque su una nave da crociera e da lì non scese più.

Non ci sono più le statistiche di una volta…

In Senza Categoria on 1 aprile 2011 at 22:46

Poveri noi neppure wordpress mostra di essere una piattaforma seria. Il primo di aprile gli ha dato alla testa. Perchè pure tu ci illudi in abbinata col presidente del consiglio: lui fa sparire 2000 immigrati sul colpo mentre wordpress mi calcola 2000 visite in pochi minuti. Bel pesce d’Aprile! Grazie.

Siamo tornati

In Senza Categoria on 28 marzo 2011 at 8:14

porto di ponza

Chiuso per lavori

In Senza Categoria on 19 marzo 2011 at 6:44

Saremo assenti per una intera settimana:
da oggi a domenica prossima, compresa.Immagine di Ponza

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