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La morte e l’aranciata (di VC)

In Anomalie, palestina on 20 ottobre 2017 at 8:28

E’ stato quando, parlando di Hebron con un’amica davanti a un campo di basket, spettatrici distratte di un torneo in un pomeriggio domenicale, le ho detto “Questo è forse l’episodio del viaggio che più mi ha segnata e che più mi preme raccontare”, che mi sono resa conto di quanto poco, e a pochi, io stia effettivamente raccontando la mia ultima esperienza in Palestina. Compreso quell’episodio. Questa consapevolezza mi ha colpita come uno schiaffo di vento sulla faccia, in quella giornata di sole tenue e foglie immobili.

Ad Al Khalil la quotidianità non esiste.

Questa sera siamo sorprendentemente lanciati su una prospettiva di spenseriatezza e divertimento. Shuhada Street si è riaffacciata sulla mia vita, il suo tunnel verde si è riaperto nel mio cuore dopo tre anni di ricordo sofferto, di rabbiosa e paziente attesa. Le vie della città vecchia sono tornate dentro ai miei occhi, con le loro pietre color ocra e le reti che tassellano il cielo in gabbie quadrate sporche di piscio, di immondizia, di uova marce. Sono di nuovo ad Al Khalil, l’anima in gabbia, la residenza del dolore in Cisgiordania. Ma questa sera, i miei cari amici di qui – visti solo una volta di passaggio, sentiti saltuariamente, e nonostante ciò ora disposti a trovarci una sistemazione, offrirci un pranzo, la loro compagnia – ci portano fuori, a cenare e poi a fumare shisha. A ridere, a goderci la città, H1, quella dei Palestinesi. Faccio una doccia mezza fredda, mezza gettandomi acqua riscaldata sul fornello da un catino, sperando che il bagno non serva a nessuno dei volontari e pensando che dovrò lavarmi di dosso questa vischiosa sensazione di agitazione e insofferenza e scacciare tutte le immagini tristi dalla testa, per questa notte. Non ho alternative, perché i miei bagagli sono ancora sotto il sequestro del Ben Gurion, ma lo indosso ugualmente con una punta di vanità, come il vestito buono della festa: l’abito tradizionale palestinese, nero, coi suoi ricami rossi – in verità, non proprio il “tradizionale”, ma una sorta di imitazione, di cotone di pessima qualità prodotto chissà dove, ma il più conveniente, comprato a Gerusalemme come unica possibilità di ricambio che non mi intrappoli le gambe in qualcosa di caldissimo – mi scivola sul corpo. Il rosso mi dona, mi dico, guardandomi nello specchietto del bagno. “Il rosso dà beltà anche a chi non ne ha”, osserva civettuola la voce di mia madre nella mia testa. D’accordo, hai ragione tu. Mi trucco, mi tiro su i capelli, lasciando qualche ciocca fuori. Stasera è una serata di festa, stasera ci si deve sentire freschi e belli.
Izzat arriva nella casa dello Yas, ci dice che Jawad viene a prenderci di sotto in macchina. La sede in cui ci troviamo si trova a Tel Rumeida, su una collinetta dalla quale si vede tutta Al Khalil – il suo corpo flagellato, illuminata distesa orizzontale, le sue colonie che lo trapassano, le luci verdi delle moschee che potrebbero muoversi su di lei come fuochi fatui. Scendiamo al buio sulle stradine ripide di terra rossa e pietre nascoste tra gli ulivi. Mi aggrappo a Matteo: mi chiedo come potrei muovermi se non ci fosse la sua mano a sostenermi lungo questo percorso in questi giorni. “Hai dato la buonanotte a tua madre?”, mi chiede. “Sì”, rispondo, e ridacchiamo: spieghiamo a Izzat la piccola bugia per non rendere fatale la sua preoccupazione per questo viaggio, “Lei non sa che dormiamo qui, o potrebbe morire di ansia: pensa che alloggeremo a Betlemme”.
Jawad ci aspetta ai piedi dell’altura. Saliamo in macchina, ha la radio accesa e sorride. Siamo elettrizzati, quando mette in moto, all’idea di un’uscita “normale” nella notte di Al Khalil. Percorriamo le strade di H1, guardiamo dal finestrino i suoi palazzi monotoni, le insegne al neon, le luci dei locali: il pensiero del buio di H2 e delle sue trappole per topi anche in questo chiasso artificiale è una botola oscura mezza aperta dentro al petto. Ma c’è la musica, e ci sono loro che sorridono. C’è lo shisha che ci aspetta, e lo stomaco che inizia a reclamare cibo.
Poi il cellulare di Jawad suona. La radio continua a suonare qualcosa per un po’, poi la mano di Izzat si allunga sulla manovella del volume, e la voce gracchiante lì dentro si attenua fino a spegnersi come il sorriso di Jawad. I nostri sguardi interrogativi in realtà non oserebbero chiedere niente, il tono della voce di Jawad ci basterebbe, ci basterebbe per ora tacere guardando dallo specchietto retrovisore il suo volto che si è fatto di pietra. Ma Izzat si gira verso di noi e ci traduce l’arabo della telefonata. “Dicono che suo fratello è stato arrestato… E’ la moglie del fratello al telefono…. Hanno appena arrestato il fratello, sotto casa. Yes. Era col figlio, ha tre anni il figlio. Dice che ha fatto un video, ha ripreso l’arresto, sì. Forse lo rilasciano se porta il video.”.
Ci congeliamo, anche i nostri corpi ora si pietrificano. Sento la gamba di Matteo contro la mia diventare di colpo pesante. L’allegria ci scivola dalla pelle e dai vestiti come una polverina d’oro di marca scadente, troppo superficiale per trattenersi su di noi per più di venti minuti. La leggerezza evapora, era così inconsistente da dileguarsi ora insinuandosi attraverso le feritoie degli sportelli chiusi. Mi sento ridicola, intrappolata, dentro al mio vestito della festa. E’ totalmente inopportuno, i suoi ricami rossi e le sue maniche larghe sono offensivi. Mi sembra di essermi vestita in maschera per un appuntamento di lavoro.
Jawad riaggancia. Izzat ci scambia qualche battuta, si guardano seri. Poi si volta verso di noi, e ci racconta cosa è successo. Io che accolgo tutto in questi giorni con una gratitudine stupefatta, mi chiedo perché mai si prenda la briga di tradurci tutto subito piuttosto che preoccuparsi insieme all’amico. “You see”, alza le spalle, “questa è la vita ad Hebron. Non possiamo uscire una sera che succede questo. E’ la nostra vita.”.
Il fratello di Jawad tornava quella sera dai campi, insieme al figlioletto, il piccolo Mohammed, di tre o quattro anni. Proprio sotto alla loro casa c’è un checkpoint, uno dei venti permanenti che costellano le strade e l’esistenza dei Palestinesi qui. Spingeva un carretto di frutta e verdura, pesante. I checkpoint hanno dei tornelli metallici attraverso i quali si passa uno alla volta, i Palestinesi dopo essersi svuotati le tasche, sfilati la cintura, e recitato un codice identificativo – ogni Palestinese di Hebron è diventato una serie di numeri: è un po’ come un tatuaggio, un pezzo di stoffa cucito addosso. Accanto ai checkpoints c’è una via di accesso agevolata per i coloni, invece, che possono attraversarli senza cifre, documenti, e con i loro bei mitra attaccati alla schiena. Nel checkpoint sotto alla casa del fratello di Jawad, Nour, c’è una barra di plastica sulla via privilegiata dei coloni. Si solleva solo per gli ebrei. Ma il piccolo Mohammed di apartheid è ancora inesperto, e allora per agevolare il papà che col carretto attraverso le sbarre metalliche non sarebbe riuscito a passare, ha fatto per toccare la plastica. La punta del mitra di un soldato israeliano gli si è subito appiccicato alla tempia.
Le urla e le lacrime dei genitori sono incontrollabili e fisiologiche come la fame, il sonno, la pipì dei loro bambini. Nour ha urlato di paura. La canna dell’arma sulla testa del figlio ha fatto esplodere nella sua gola la miccia della consapevolezza che ai Palestinesi tutto può succedere, anche essere ammazzati a tre anni per un mucchio di frutta. Quella miccia soffocata ogni giorno da segatura umida di pazienza, resistenza, autocontrollo, si è infiammata: un urlo.
Ma un urlo è un delitto, così come la paura: Nour si è ritrovato coi calzoni abbassati al posto di blocco, e poi caricato su una camionetta militare verso il carcere. Dalla sua finestra, la moglie riprendeva tutto tremante con la videocamera del suo cellulare.
La strada ci scorre accanto, improvvisamente meno luminosa e accogliente. Ho un martello nel cuore che lavora e non sa a che ritmo andare, ma io so che non vorrei essere in altro posto che qui. In nessun altro posto al mondo se non qui, all’interno di questa microstoria nella storia. “La racconterò”, mi dico. “E’ questa la vita che vuoi fare”, mi sussurra una voce, convinta.
Andiamo a cena – ma come andiamo a cena, c’è un arresto, è suo fratello: sì, ma dovremo pur cenare, you see, è la nostra vita, questo è vivere sotto occupazione.
Entriamo in un locale di una catena molto occidentale, molto capitalistica, molto fuori luogo in questo posto, in questo momento, e non solo. Ci si mangia pollo fritto, e patatine, fritte e rifritte. Il mio blocco di pietra nello stomaco mi chiede come potrò mai mangiare ora. “Dobbiamo mangiare”, ci fa Izzat, e il suo tono è irremovibile, come quello che ci si sente mormorare all’orecchio quando in una casa palestinese ti viene offerto il decimo caffè, l’ottavo tè, l’ennesimo frutto o dolce della giornata: “Lo devi accettare”. Dobbiamo cenare. Se non altro, per educazione nei confronti di Jawad, che non ha voluto annullare la serata insieme a noi, e si siede al nostro tavolo con l’orecchio incollato al cellulare.
Tra una telefonata e un’altra, Jawad produce in me quello stupore che renderà questo locale dozzinale, coi suoi avventori arabi che imitano gli americani dei Mc, e il ronzio della luce del bagno a pochi passi da noi che a stare attenti sovrasta la musica, un ricordo bellissimo. Non tocca cibo, lui. Ma scherza. Parla un sacco. Ci racconta barzellette. E io mi incanto ad osservarlo, mentre mi inzuppo le dita unte in una salsina anche lei con ambizioni occidentali: lo ammiro, mentre ci racconta quella di un cittadino di Nablus, uno di Ramallah e uno di Hebron, e ci propina i luoghi comuni sui Nablusi che sono gli stessi dei nostri sui baresi, e sfotte gli Hebronite e la loro inflessione, la lentezza della loro pronuncia, il loro modo comico di allungare pigramente tutte le parole. E’ anche questa, la resistenza? Questo ridere di nulla con degli sconosciuti quando ti hanno arrestato il fratello, ignorando o fingendo di ignorare il mostro di rabbia che ti sta divorando le viscere? Tiro lunghi, lunghissimi sospiri davanti allo specchio del bagno. Guardo come il fermaglio mi tiene ancora in alto i capelli in un’acconciatura che non poteva scegliere serata peggiore per riuscire così bene. Mi sento sempre ridicola, ma un po’ meno, perché gli altri non sembrano farci caso. Eravamo ad una festa e siamo stati interrotti. Israele ci ha interrotti. Non è ridicola la geometria palestinese sul colletto del mio vestito, non lei.
“Non andiamo a fumare shisha”, ci fa Izzat, gentilmente sottolineando una cosa ovvia. Ma quando siamo in macchina aggiunge: “Andiamo a casa di Nour per vedere il video fatto da sua moglie, per capire se è utilizzabile, volete venire con noi?”.
Chiaro che sì. Non altrove.
Parcheggiamo a pochi passi dal checkpoint. La mia borsa sul loro tavolo, la cintura di Matteo, i nostri passaporti tra le loro mani, “Di dove siete?”, osano accennare un sorriso e noi lì ad addomesticare l’odio nelle nostre pance, a dargli carezzine sulla testa e mormorargli “Non adesso”. Poi le cinture di Izzat e Jawad, le loro monetine, i loro codici imparati a memoria. L’odio ha un colore, ed è verde militare.
Davanti alla porta della casa di Nour ci sono due bambine. Ci salutano, poi ci guidano lungo le scale. Una di loro, la più grande, le percorre all’indietro, davanti a me, per guardarmi e sorridere, e fissare la mia pelle troppo bianca, i miei occhi stranieri, i miei capelli stranieri, il mio vestito di imitazione.
Ci portano in un salottino, subito a destra dopo l’ingresso, e ci invitano a sederci. Siamo nella casa dell’arrestato, del pericoloso sovversivo. Il suo grido è stato una violenta aggressione al soldato, al garante della sicurezza. Jawad va in un’altra stanza a parlare con la cognata, Izzat si siede accanto a noi e come noi inizia a scherzare e giocare coi figli di Nour. Le tende pesanti che corrono lungo le due pareti ci separano dalla insostenibile notte piombata su Al Khalil, nera o verde militare.
La bambina ci osserva, poi si scioglie, inizia a parlare in arabo, a fare le moine. La sorellina più piccola si aggira per il salone spingendo una macchinina e ogni tanto ripete “Babà? Babà?”. La grande, nove anni, spiega che lei non sa che il suo babà è stato arrestato, per questo lo cerca. Scompare, e poi rispunta fuori per servirci dell’acqua fresca. In caso gli ospiti abbiano sete, avrà pensato la madre che le ha dato l’ordine. Le nostre gole secche tra i pensieri di una donna col marito dietro alle sbarre per nulla. Bevi, bevi tutto. Hai sete ed è anche la regola dell’accoglienza che lo impone. Ci sarà di fatto un vero e proprio decalogo che a te è in buona parte sconosciuto, in realtà: lo realizzi quando la bambina allunga il braccio per aprire il congelatore, tira fuori una bottiglia colorata, e versa nei bicchieri di tutti aranciata fredda.
Quell’aranciata. Non so ancora se sia stata la più dolce o la più amara della mia vita. La mando giù senza capire, senza spiegarmi perché nella casa di un arrestato io debba bere aranciata fredda e sedere come un’ospite serena. Come si possa avere la forza di versare dell’aranciata a uno sconosciuto quando hai la morte nel cuore. Qui, succede anche questo. C’è la morte e l’aranciata, insieme. Mescolate nel petto di questo popolo che, mentre uno stivale chiodato gli schiaccia la nuca, ti offre da bere una bevanda zuccherata.
Le barzellette e l’aranciata di quella sera. Come potrò raccontare a chi non c’era che la resistenza qui è anche questo? Che non si tratta di un gioco di potere, di una guerriglia, che non è il gingillo con cui gli “attivisti” a cui piacciono gli –ismi e gli intellettuali radical chic si solleticano, ma è diventata un apparato, una componente fisiologica di queste persone, l’essenza intima, la risposta subdermica sulla quale declinano la loro intera esistenza?
Poi si affaccia sull’uscio il musetto di un bimbo. Ha gli occhietti vispi e curiosi, un mezzo sorriso accennato e un po’ stirato dal sonno. “E’ lui Mohammed!”, esclama Izzat. Il terrorista. Il sedizioso ribelle che un’ora e mezza fa aveva un’arma puntata alla tempia. La sua tempia adesso è libera, piccola piccola, sotto ai capelli neri col taglio corto. Ci guarda con sospetto e si ferma di fronte a noi, mantenendo la dovuta distanza. In piedi così è forse meno alto del mitra con cui è stato minacciato. Lo saprà, che suo babà l’hanno portato in carcere. “You see, it’s our life”, dirà tra qualche anno anche lui. Ma per ora con noi non parla. E allora, per avvicinarlo, mi viene in mente di fare un tentativo, di chiamarlo con quel nomignolo che mi è stato detto appartenere solo ai bimbi che portano il suo nome. Non ne sono più tanto sicura, e soprattutto non so se voglio pronunciarlo qui, adesso. Magari non lo capirà, magari quel soprannome non esiste davvero, e mi guarderà perplesso più di ora mentre io arrossirò. Tiene le sferette nere degli occhi puntate nei miei, ha capito che voglio parlare. Snocciolo quel nome dai miei anfratti più nascosti, lo tiro fuori dal passato come una corda di piccoli secchi dall’abisso di un pozzo, e la dolcezza delle lettere mi sale lungo la gola, densa, confortevole, con il sapore dei fichi maturi, e le due consonanti vicine mi sigillano teneramente per un istante le labbra come la colla che stilla dalla buccia di quei frutti preziosi. “Hammoudi”, lo chiamo. “Mio piccolo Mohammed”. Il suo sguardo si illumina, il suo sorrisino si apre in una graziosa finestra, gli sboccia sul volto con la tenerezza di un giglio. Io mi godo quel bagliore – mentre lui finalmente si avvicina e decide di stare con noi – e la delicatezza che mi si adagia dentro lentamente alla scoperta di come una conoscenza così lontana, nel tempo e da me, depositata sotto cumuli di rancore, possa all’improvviso trovare il suo senso di esistere in un salotto ad Al Khalil, ed essere ravvivata inaspettatamente con amore per far sorridere un bambino. Tutto ha un motivo, è solo il tempo a separare le cause dai loro magici effetti, provo a formularmi nella testa un pensiero simile, che ancora oggi non riesco a replicare per la sua chiarezza di quella sera, mentre Izzat mi fa sorpreso: “Yes, yes, Hammoudi! It means my little Mohammed!”.
Hammoud – la i finale sta per mio, e per addolcire le parole quando stanno per finire – finisce presto per appiccicarsi a Matteo. Lo osserva con ammirazione per la sua altezza, in tutti i movimenti che fa noto che cerca con gli occhi la sua approvazione, anche quando spunta fuori da una dispensa in cui si era nascosto o si rifugia dietro a una tenda, in piedi sul divano.
Io intanto gioco con sua sorella, che mi mostra i suoi nuovi occhiali, poi me li infila sul naso, e io, ormai spavalda nel mio arabo di dieci parole, le domando “Helwa?”. Anche questo è giusto, “Helwa! Helwa!”, mi ripete lei.
Stiamo giocando al gioco di fingere che l’arresto non esista e che babà stia per tornare. Ma il video che Jawad ci mostra dal cellulare di sua cognata non sarà sufficiente come prova: se ti affacci alla finestra quando tuo marito torna a casa, non ti aspetti che gli punteranno delle armi addosso, lo bloccheranno, gli faranno abbassare i pantaloni e poi lo arresteranno. Tra la minaccia a tuo figlio, l’urlo e l’alt dei soldati, hai bisogno di afferrare il telefono e attivare la videocamera. Almeno qualche secondo, si suppone. Sicuramente non puoi documentare il gesto innocuo del tuo bambino di tre anni. Il video della moglie di Nour inizia quando Nour è già in stato di fermo con le braghe tirate giù. “Forse non sarà sufficiente”, commenta Jawad. E lo pensiamo anche noi, ma non osiamo dirlo. Qui la giustizia te la fai riprendendo tu stesso con i tuoi mezzi quello che subisci, altrimenti sei sbattuto in carcere arbitrariamente e nessuno testimonierà in tuo favore. Le prove esistono solo se a vantaggio dei coloni.
Nour infatti resterà in carcere per cinque giorni. Per non aver commesso nulla, assolutamente nulla. Ma cinque notti in una cella, cinque insignificanti notti in prigione, all’interno di una vita reputata insignificante, in un rosario di ingiustizie legate le une alle altre sul filo logoro della sopportazione, cosa potranno mai significare? Un grido sordo in mezzo al vuoto. Un colpo di tosse secca nella calura estiva.
Usciamo di nuovo accompagnati dai bambini. Mohammed resta fino alla fine avvinghiato alla mano di Matteo, lo guarda adorante e non vuole staccarsi da lui. Lasciamo Jawad biascicando dei mesti “Salam”, dire buonanotte al suo volto stanco, distrutto, sarebbe un ricamo fuori luogo in questa notte d’acciaio.
Risaliamo la stradina che ci porta a casa, muti. Il suono dei nostri passi sull’asfalto lo ricordo ancora, come la forma delle nostre ombre lunghe e deboli abbattute dalla furia dei lampioni. La torcia per orientarci in mezzo agli ulivi tra le tenebre, di nuovo la mano essenziale di Matteo che mi tiene su. Quando Izzat ci dà la buonanotte, scrollando ripetutamente le spalle, gli vado incontro e lo abbraccio forte. Assolutamente non convenzionale e forse irrispettosa dei suoi costumi. Ma lui ricambia l’abbraccio, sa che non potremmo parlarci altrimenti questa notte.
A luci spente sulla branda non ho pensato solo a Nour, ma a tutti i Nour distesi come me, come lui, in Palestina in quel momento. Non solo al suo Hammoudi, ma a tutti gli Hammoudi dei loro papà. Il buio di quella notte mi ha bruciato il cuore.

(V.C.)

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Senza parole

In amore, Anomalie, personale on 8 settembre 2016 at 11:23

“Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in una ormai celebre frase di un suo altrettanto celebre film. E le parole sono importanti, eccome se lo sono. Specialmente quelle non dette. Quelle taciute. Quelle tradotte malamente con surrogati che mai potrebbero nemmeno lontanamente raccontare l’ombra delle parole che si vorrebbe nascondere, tacere, negare. Perché l’atto stesso di pronunciare implica il conferire realtà a quel che si pronuncia. Le parole che tacciamo, le parole che non osiamo esclamare ad alta voce, le parole che mascheriamo di sinonimi immeritevoli, quelle stesse parole saranno i macigni che tortureranno la nostra coscienza il giorno in cui non avremo più la possibilità di esprimerle nel luogo, nel tempo e con le persone a cui appartenevano di diritto. Le parole non dette sono aborti che lasciano vuoti amari nelle vite di chi le aspettava e in quelle di chi avrebbe dovuto avere più coraggio per pronunciarle.”

L’ho lette oggi sul profilo di un’amica e mi hanno colpito così tanto che non me le levo dalla testa. A volte non ci si pensa ma si trascina la propria vita con questi macigni sul cuore. Parole non detto, parole non sentite, parole per sempre, se mai esistono parole che durano per sempre. Persone che si sarebbe voluto raggiungere con parole usate come un ponte, parole che curano le ferite, parole che feriscono e uccidono, parole di rabbia e di saggezza. Parole assolute, importanti, indimenticabili.

Eppure sono solo queste le parole che contano, quelle che cambiano e che ti cambiano, quello che valgono la pena di pronunciarle o di ascoltarle, tutto il resto è fuffa, oblio, rumore, ciarpame. Le parole inutili, nebbiose, noiose e deleterie che riempiono l’aria e la soffocano, quelle parole sono senza senso, sono un’offesa all’intelligenza, sono la vacuità rumorosa del nostro tempo.

Io ho passato una vita senza la capacità di dire quelle parole, quelle che restano, quelle che fanno la differenza, quelle che se ci penso posso solo dire che in realtà non le conosco, non so cosa dire e come dirlo. Ho perduto una persona molto vicina e in tanti anni di vita insieme, solo una volta gli ho detto parole che erano graffi, lui non rispose, non aveva parole capaci di farlo, era rimasto senza parole. Come non capirlo? Se pure io non ero attrezzata per quelle parole? Successivamente le parole non dette mi pesavano così tanto sul cuore che si trasformarono in sensi di colpa, ma colpa di cosa se a cercare quelle parole non ne trovavo nessuna che potesse essere adeguata, significativa  o ancora definitiva?

Probabilmente io sono una persona che è nata e vissuta senza parole, quelle vere, quelle che sono un motivo valido per vivere. Vorrei poter dire che nella mia vita ho parlato sottintendendo che nella stessa misura ho vissuto, ma non è così, non ci sono parole per descrivere la solitudine ed il silenzio troppo rumoroso che ci accompagna. La vita si può anche descrivere, ma lo spirito e i sentimenti sono senza parole e si conservano gelosamente dentro di noi, senza poterli condividere con gli altri.

 

Brothers in Peace (di Franca Bastianello)

In Amici, amore, Anomalie, uomini, Viaggi on 14 gennaio 2015 at 19:36

Bassam Aramin and Rami Elhanan

Di tutti gli incontri che si fanno durante i viaggi in Palestina, con Luisa, quello a cui tengo di più è sicuramente con Rami Elhanan e Bassam Aramin: i “combattenti per la Pace”.
Se mi chiedete perchè, non mi è difficile rispondere: incontrare un israeliano ed un palestinese che combattono insieme per la Pace, non è cosa facile e soprattutto, sarà che sono un po’ cinica e smaliziata, non a tutti io riesco a credere.
A loro credo fermamente e una ragione importante c’è.
Non è solo perché la loro storia è così terribile, pur se riescono a parlarne con tanta semplicità, da sembrare assurda, ma è soprattutto perchè si percepisce, nel loro racconto, quanto dirompende dolore hanno vissuto e quanto “oltre” hanno dovuto andare per poter dialogare e affidarsi l’un l’altro, come se fossero affezionati fratelli.
E non c’è retorica, loro sono autentici: fratelli diversi accomunati dalla stessa perdita.
Rami, israeliano da generazioni, alto biondo, ormai tendente al bianco e un po’ su di peso, ha fatto il servizio militare nei caccia-bombardieri. Un “non cosciente” della situazione, come molti altri israeliani, almeno fino al momento in cui, un giorno, il terrorismo palestinese uccide la figlia Smadar di 14 anni. Un dolore atroce che, prima o dopo, fa chiedere se un senso in tutto questo ci sia.
Bassam, palestinese, alto, magro e scuro di pelle, una decina d’anni dopo, perde la figlia Abir, di 10 anni, per una pallottola sparata da un soldato israeliano. Un’ingiustizia che viene da lontano, che è impossibile perdonare.
Due dolori molto simili, due situazioni umanamente inaccettabili, due condizioni distanti che si avvicinano fino a toccarsi.
Perdere un figlio e l’atto più terribile che un essere umano possa affrontare.
Da questo può nascere un odio senza fine, una incomprensione infinita che non dà adito a requie.
Eppure due uomini così diversi, ambedue consci di provare la stessa forma di dolore e di essere totalmente incolpevoli, almeno personalmente, mettono insieme le loro risorse affettive e mentali e creano un sodalizio che li rende dei combattenti, molto singolari, tra altre persone colpite da simile disgrazia, i “Combattenti per la Pace” e appartengono anche ad un gruppo di sostegno “The Parents’ Circle” di palestinesi ed israeliani uniti assieme per la stessa ragione: ricomporre la Pace.
Ogni volta che sento la storia della ragione che li ha messi assieme e dei loro sentimenti di fronte al lutto e dei pensieri funesti che ognuno di loro ha percepito per lungo tempo, mi commuovo e mi emoziono come se quella perdita fosse anche mia. Mi emoziona anche l’amicizia che c’è fra di loro. Rami più affettivo di Bassam e se vogliamo più estroverso specifica che lui risponde solo alle domande semplici e che suo fratello Bassam risponde a quelle più difficili e complicate. Bassam che è più riservato ed introverso, mostra un piccolo guizzo sulla guancia, un sorriso nascosto e fugace. Si abbracciano e abbracciano Luisa come fossero figli della stessa terra, come io avrei voluto immaginare la convivenza tra queste due popolazioni. Dice Rami: “dovremo imparare a vivere separatamente gli uni accanto agli altri” e questo si può fare solo con rispetto ed amore.
Ma alla fine è ancora Rami, l’israeliano delle risposte facili, che lancia la “bomba” più esplosiva, come se sorvolasse sulle nostre teste, col suo caccia-bombardiere, e volesse imprimerci nella nostra mente il fragore di una verità, che a me personalmente ha fatto tremare il cuore e davvero mi fa dire che sono esseri umani che ammiro profondamente:

“messaggio da Ebreo, con tutto rispetto per le mie tradizioni:

occupare

umiliare

milioni di persone calpestandone tutti di diritti,

non ha nulla a che vedere con l’essere Ebreo.

Ed essere contro l’occupazione militare

Non

È essere antisemita”

Una lezione che non dimenticherò mai.

Sull’andare e il tornare. Tra casa e Palestina (di Franca Bastianello)

In Anomalie, Viaggi on 10 gennaio 2015 at 5:16

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Prima di partire pensavo che era giunto il momento di andare ancora in Palestina. Oggi che sono tornata a casa, da alcuni giorni, mi rendo conto che, forse, un po’ di casa l’ho lasciata pure lì. Solo in questo modo posso giustificare la sensazione di non sentirmi tornata a casa mai completamente. Ma andiamo per grandi.
La decisione era venuta improvvisa: volevo andare ad incontrare tutti i miei molti amici che vivono lì. Sono partita armata di mille intenzioni, poi non se n’è fatto niente, come sempre questo viaggio mi riduce come un gatto finito tra le ruote di un tir: voglia di ritirarmi in un angolo e di leccarmi le ferite, da sola.
I miei diari di viaggio non sono mai dei vademecum da utilizzare per percorrere le stesse strade, sono solo la cesta dove butto alla rinfusa le mie mille travolgenti emozioni. Non mescolare e non sorteggiarne nessuna, questo è l’avviso.
Ritrovo con gioia la luce di Gerusalemme, le sue antiche mura e l’animato suq. Si entra nella coesistenza dalla porta di Damasco, turisti inglesi, arabi, ebrei ortodossi, turisti fai da te e gruppi con guida per la voglia di perdersi dentro ai mille negozietti di dolci, frutta, sciarpe, spezie e abiti delle bancherelle globali di ogni parte del mondo. E’ un errore che si paga presto, lungo la via Dolorosa con le stazioni della passione di Gesù appuntate sui muri, si trovano soldati armati di tutto punto a controllare la vita di tutti i giorni. C’erano anche allora i soldati di occupazione venuti da Roma, ci sono pure oggi, venuti da molto vicino, non è cambiato molto a dire il vero, forse solo l’incapacità di accettare questa barbarie antica.
Siamo nella zona araba eppure le bandiere puntualizzano una nuova arrogante conquista. “Noi siamo qui”, gridano dagli ultimi piani delle case, “noi siamo i padroni” nascondono sotto l’apparenza del “diritto” la loro voglia di conquista e Gerusalemme piange il suo orgoglio calpestato.
Faccio il solito percorso, ma stavolta nel quartiere ebraico incontro un ortodosso giovane disposto a venderci una preghiera, i suoi abiti neri sono dignitosi ma stracciati in alcuni punti. Anche gli ebrei dei quartieri alti di Gerusalemme posso essere poveri e chiedere la carità? Mi sembra un controsenso.
Passo dalle antiche pietre del quartiere arabo a quelle delle nuove fortezze paranoiche del quartiere israeliano. Chi costruisce in questo modo ha davvero bisogno di “aiuto”. Impossibile non notare la tendenza ad un’architettura tombale e il rifiuto delle aperture alla luce ed al sole. Finestre strette e incastrate nei muri, grate a far da sentinella. Case che si nutrono della loro stessa paura. Il giardinetto di un piccolo parco con dei bambini a giocare, richiusi da alte “fences”. Mi domando quale sia il danno psicologico che stanno provocando questi assurdi tentativi di difesa. Figli della paura, rinchiusi in ghetti protetti che provocano ansia e moltiplicano le paure. Di fronte il muro dove stava la scritta: “Morte agli arabi”. Questa è la loro scuola di vita.
Eppure Gerusalemme ti resta nel cuore, con i suoi scorci di luce improvvisa e coi bambini palestinesi che giocano saltando sui tetti, lasciando sullo sfondo campanili, cupole e minareti. I tetti della coesistenza che non c’è più.
Passiamo davanti ad un negozio di dolcetti: possiamo prenderne solo uno a testa, è tondo, dolcissimo ed è il viatico del nostro ritorno.
Mi accorgo che il mio viaggio ha, comunque è sempre, la mancanza di una continuità temporale, un certo caos interiore che mi consente di ricordare una realtà fatta di flash luminosi e ombre. Un’altra ragione per cui la mia non è la cronistoria di un percorso, ma solo il risultato delle sue emozioni. Sono in Palestina, ma tutto mi dice che non è così scontato. Ogni anno mi accorgo che il limite è stato spostato e sono io a dover rivedere i miei spazi mentali, le mie certezze, le mie convinzioni. La Palestina piano piano sta sparendo e questo mi provoca una stretta in un luogo che sta tra lo stomaco e il cuore e il respiro accelera. Accidenti non è che l’inizio e già mi sento male.

Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

fra

Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 maggio 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Palestine on the road… storie di amicizia e di coincidenze

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 4 marzo 2014 at 18:24

zia 1 MuradDi questo viaggio non scriverò le mie impressioni sull’inferno di Hebron, o meglio Al Khalil, perché ci sono viaggiatori che ne hanno scritto emozionandomi tanto, trasmettendomi sensazioni che sono difficili da trasformare in parola.
Andare per la Palestina non ti consegna mai un vuoto ed un abbandono così agghiacciante come in Shuhada street, quella strada di Hebron, nella zona destinata ad essere una città fantasma all’interno di una vera città palestinese, incupita e straziata dall’apartheid dell’occupante.
Andare per le strade in Palestina, vuol dire correre per strade palestinesi che diventano di esclusivo uso israeliano. Basta guardarsi in giro, ogni villaggio subisce atti di vero ostruzionismo e apartheid da parte di Israele. Strade chiuse da gate, da cubi di cemento, da montagne di detriti e sassi. La Palestina non esiste e pertanto non ha strade, non ha abitanti, non ha vita né sogni, non ha cultura, non ha nome. E’ invisibile a tutti, o almeno quasi tutti, non per la politica di Israele, non per l’esercito di occupazione; lì le regole sono fisse: levare ai palestinesi l’identità e farli sloggiare, sparire.
E’ l’ultimo giorno di Palestina. Si dovrebbe andare tutti nella Valle del Giordano a capir meglio cos’è lo sfruttamento delle risorse e il furto dell’acqua in Palestina. Altra triste pagina sui diritti negati ai palestinesi e sul loro destino.
Noi e Luisa però abbiamo un’altra visita da fare, anzi non una bensì due. Stavolta si parte da Betlemme, quindi il tassista rimane lo stesso, possiamo partire e tornare con lui ed è già una buona cosa.
Un’altra difficoltà sarà come trovare i luoghi senza indicazioni stradali, per esempio provate ad andare a Kufr Qaddom, un villaggio a ovest di Nablus, a cui ci si arriva solo per una strada “alternativa” che alternativa è a dir poco.
A parte che nessun villaggio Palestinese ha più l’onore di avere un nome e un’indicazione stradale, a Kufr Qaddom hanno anche portato via la strada per arrivarci. La scusa è che lì intorno ci sono quattro insediamenti di coloni che, oltre ad impossessarsi di molti dunum di terreno agricolo del villaggio, si sono pure portati via la strada di accesso al villaggio.
Noi a Kufr Qaddom ci andiamo per trovare Murad, coordinatore del comitato popolare per la resistenza non violenta e Sameer, il sindaco palestinese più simpatico che c’è. Amici conosciuti quando sono stati ospiti in Italia. Murad è uscito da poco dal carcere, è stato arrestato di notte, tirato giù dal letto nella sua casa, davanti ai suoi quattro bambini, l’ultima appena nata.
Andarli a trovare è un’impresa, nessun navigatore che ci dia una dritta, nessuna segnaletica, ma ci arriviamo ovviamente per la strada sbagliata, la principale, in due minuti saremmo arrivati al villaggio, guardando in lontananza si vedono le prime case, ma niente, ci troviamo di fronte ad un gate giallo sbarrato con una garritta deserta. Sulla destra spuntano le prime case di Qadumim, pure il nome si sono fregati questi ladri di identità e di terra.
Impossibile passare. bisogna tornare indietro e noi vogliamo arrivare sia per vedere i nostri amici sia per capire cosa vuol dire essere palestinese da queste parti.
Ed è difficile, difficile, chiediamo indicazioni, nessuno sa dirci con certezza qual è la strada, superiamo villaggi, centri abitati, campi, ulivi, tanti ulivi, sassi ed ulivi. Ma la strada dov’è?
Finalmente troviamo una nuova ferita tra gli ulivi, è una nuova strada che passa tra i terreni coltivati e arriviamo a Kufr Qaddom. Il villaggio è antico, lo si capisce dalle vecchie case in rovina: archi a volta in pietra, angoli di distruzione.
Mi annoto che devo chiedere se sono solo antiche case abbandonate oppure distrutte dall’esercito. Qui e là sorgono nuove costruzioni, quelle sono un po’ pretenziose, mi fanno venire alla mente quelle di alcune nostre periferie della provincia italiana. Insomma quelle che sono la miglior espressione dei geometri dei nostri paesi agricoli. Perchè Palestina è anche voglia di normalità e desiderio di partire, di respirare aria libera, per poi magari poter tornare.
Kufr Qaddom, un villaggio diverso dagli altri, meno palestinese in qualche modo suo, che non riesco a capire. Però non fatevi ingannare… una strada chiusa e una economia messa in ginocchio, ha unito davvero più che un proclama.
Ed ogni venerdì escono i giovani e i meno giovani del villaggio fasciati nelle kefije o nei passamontagna, assieme agli internazionali armati di macchine fotografiche e cineprese, e marciano verso gli sbarramenti. E lì l’esercito li aspetta e spara di tutto: candelotti lacrimogeni, proiettili è acqua chimica puzzolente. La marcia è un trasporto di sassi che a volte si posano e altre si lanciano, e il bulldozer li sposta e le Jeep sparano e i soldati rincorrono con i fucili spianati e con i cani allevati per aggredire. Un gioco delle parti che lascia a terra feriti e contusi. Ogni settimana un bollettino di guerra, senza contare gli arresti durante la giornata di protesta, e uno o due giorni prima, senza contare i posti di blocco improvvisati, giovani fermati senza ragione, ma non serve un vero motivo a questo parallelo.
Arriviamo alla casa di Murad che si trova dietro alla curva sulla strada della vergogna. Ci aspettano in tanti: Murad sorridente, Sameer che ci abbraccia caloroso, altri che non riusciamo nemmeno a capire chi sono. Siamo confusi e frastornati, è bello ritrovare gli amici. Improvvisamente si materializza sulla strada una donnina minuta, vestita come le vecchie contadine palestinesi, o almeno come io ho sempre pensato fossero vestite: abito chiaro e lungo e velo bianco… Ho pensato in quel momento, rimanendo folgorata, che se questa donna ha un nome, dovrebbe essere Palestina.
E’ la zia di Murad, una coincidenza della vita che fa sorridere e scalda il cuore. Nella mia casa a Venezia abbiamo una bellissima foto di un fotografo palestinese, che avevamo preso in una manifestazione a Brescia: “Con la Palestina nel cuore”, quella foto la tengo in una stanza dove casualmente sono entrati sia Sameer che Murad per farsi consegnare una maglietta “Stay Human” in regalo. Murad stranito guarda la foto e dice: “Ma questa è mia zia!” ed eccola lì ad attenderci, come fossimo ospiti d’onore, nella strada rubata di Kufr Qaddom.
Una bella sorpresa davvero, tutto avrei pensato tranne conoscere la famosa zia: due grandi occhi luminosi e una dolcezza senza limiti, assieme a caparbietà e orgoglio. Si lascia fotografare come una regina anche se è l’ultima della terra. Sorride e alza il pollice ad ogni foto.
Dio che tenerezza la zietta. Potrebbe essere una nonnina, ma forse a guardarla bene non è così vecchia, potrebbe avere la mia stessa età, o al massimo quella di Luisa, ma diciano che gli anni lei li porta in modo diversamente anziano. Sulle rughe del viso si legge una volontà di ferro dietro ad occhi spauriti, che poi tanta paura non ce l’avrà se sfida l’esercito con i pugni o solo una ciabatta in mano.
Annoto che devo chiedere a Murad quanti anni ha la zia.
Salendo la lunga scala che porta alla casa di Murad guardo il portico con le piastrelle annerite dai candelotti lacrimogeni sparati la notte del suo arresto.
In alto ci attende una grande sala luminosa. Una veranda trasformata nel salotto buono di casa, pieno di divani comodi e poltrone per le riunioni famigliari o per quelle del Comitato. Penso ai soldati che sono entrati nell’intimità di quella casa e che si sono portati via il nostro amico tra le lacrime e lo spavento dei suoi bambini.
Ricordo con smarrimento quando Murad parlava dall’Italia con il figlio e con che dolcezza lo tranquillizzava e gli spiegava che era distante, ma non era stato preso dall’esercito, che era lontano per altre ragioni e che non doveva preoccuparsi perchè stava bene e che sarebbe tornato presto.
In Palestina s’impara presto ad andare a patti con la paura.
Arrivano i suoi bambini due maschi e una femmina. Il più grande è uguale al padre, stessi occhi e stesso sorriso. Il padre dice che è il primo della classe, non stento a crederlo, ha gli occhi di un bambino molto intelligente. Il più piccolo dopo poco scappa via, mentre la bambina mi osserva incuriosita, ma quando la guardo distoglie subito gli occhi. Timidezza? Guarda me come se vedesse un oggetto non di questo mondo. Mi sento davvero strana e mi chiedo se la colpisce più il fatto che ho i capelli rossi oppure perchè all’età della sua nonna porto i capelli senza coprirli con un velo. Potessi chiederglielo lo farei. Potessi capire cosa diconono i suoi occhi lo farei subito. Vorrei capire perchè siamo così simili eppure così diverse.
E’ strano il forte desiderio che ho di capire le donne palestinesi, e non è la stessa curiosità che mi spinge a conoscere le storie di qualsiasi altra donna, di qualsiasi altra parte del mondo. E’ qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile e complicato. Di fronte a loro ho come la sensazione di aver perduto qualche passaggio.
Il mio femminismo è guardingo con le palestinesi. Sono donne straordinarie, a volte anche molto belle, ma piene di passione e forza. Istinti che forse noi abbiamo perduto lungo la nostra storia. Mi sento stranamente anacronistica con le mie povere certezze di donna che ha fortemente lottato per la sua indipendenza ed emancipazione.
Intanto la bambina mi guarda di sottecchi ed io penso alla sorellina appena nata e alla sua mamma sicuramente giovane e bella. Penso che la loro vita è doppiamente complicata, certo a causa dell’occupazione che condiziona tutte le loro giornate e forse anche per quella situazione femminile, pure qui, non del tutto chiarita. Difatti la moglie di Murad non la vedremo, anche se questo può non voler dire nulla. Dopo aver bevuto il succo di frutta e il buon te dolce con i biscotti, salutiamo i nostri amici con un caldo abbraccio e partiamo per Nablus. Dobbiamo andare a teatro e ci stanno aspettanto, il tempo qui a volte si dilata all’infinito e a volte passa troppo in fretta. Inutile dire che lasciamo il nostro cuore sulla porta di casa di Murad e Sameer. Un abbraccio per tutti e un bacio sulla fronte a quel bambino dagli occhi vispi e dai capelli dal vago profumo della menta dei campi.
Arrivederci a presto amici. Ciao bambini e tu ragazzina ricorda, c’è un altro mondo fuori, puoi vederlo anche tu, e dopo puoi tornare, perchè ogni partenza è l’inizio di un nuovo ritorno, ed è bello poter tornare a casa.

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Le regole del villaggio in festa

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Informazione, Le Giornate della Memoria, personale, uomini on 24 febbraio 2014 at 18:55

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Facciamo uno strappo alla scaletta del viaggio. Un po’ ci dispiace di non andare a gironzolare per Gerusalemme, ma Manal, la nostra amica, del comitato popolare di resistenza di Nabi Saleh, qualche giorno prima è rimasta ferita da un candelotto lacrimogeno e noi vogliamo vederla assolutamente.
Luisa organizza un taxi, deve andare a Ramallah e poi si passa per Nabi Saleh, ma la cosa è un po’ complessa, uscire da Gerusalemme con la macchina di un palestinese che ha la carta di identità, ci permette sia l’uscita che il rientro, ma diventa impossibile con un taxi che parte da Ramallah, non può entrare a Gerusalemme.
Quindi andiamo a Ramallah. Luisa va per le sue cose, noi giriamo ancora una volta la città. Vorrei dire che Ramallah è Palestina, ma non ci riesco. E’ un luogo schizzato, senza una vera identità: soldi che vengono dai palestinesi d’America, sogno di palestinesi senza libertà. Boutique con abiti da sera da “Mille e una notte”, kebab e negozi di dolci, incontro persino una renna luminosa che canta e balla Jingle Bell. Nessuna fantasia in una Palestina come questa, soltanto uno strappo lontano verso un orizzonte che non esiste, ma porto troppo rispetto per questa gente che da 65 anni spera di tornare a esistere.
Entro in un negozio di dolci e prendo scatole di biscotti, specialità della casa. Dolci di Natale. Ma che Natale è in Palestina?
Stasera è l’ultimo dell’anno. Mi sembra una cosa poco importante, non penso a nessuna festa a niente che valga la pena festeggiare.
Cala la sera, ci si ritrova con Luisa e fermiamo un taxi locale per fare una corsa veloce a Nabi Saleh. L’autista ci guarda stranito: che senso ha per degli internazionali, come noi, andare a Nabi Saleh? Difficile spiegarlo. Abbiamo fretta, per tornare in tempo in albergo da tutti gli altri viaggiatori.
Nabi Saleh non è vicinissimo, si corre nel buio della sera e non riconosco niente di quello che ricordavo della precedente visita a quel villaggio. L’altra volta ero arrivata al calar del sole e ragazzini si stagliavano nitidi sulla collina, rincorsi dai candelotti lacrimogeni dei soldati. Veramente una bella accoglienza. Era giovedì sera e si preparava il venerdì della solita protesta. Normale routine.
Oggi a Nabi Saleh ci attende solo il buio, sembra un luogo abbandonato dai suoi abitanti, il che ci sembra davvero strano.
Arriviamo alla casa di Manal, ma è vuota, buia, nessuno che ci dia un’indicazione. Poi passano dei bambini, pure loro stupiti nel vederci. Chiediamo in inglese dove possiamo trovare Manal Tamimi e la sua famiglia, non so se capiscono, ma ci indicano l’altra parte del paese. Il taxi ci accompagna ad una casa piena di rumori e luci. Entra Luisa, io al seguito, Mario arriva vicino alla porta ma i bambini lo fermano, poi capiamo: è un gineceo di donne e bambine, i maschietti sono fuori a giocare. Vedo passare Manal senza velo e capisco che Mario è stato fermato perchè, per lui, è vietato entrare.
E’ veramente strano entrare in un mondo di sole donne, tutte vestite da festa, che ti guardano come se tu fossi un oggetto fuori dal mondo, Manal viene ad abbracciarmi e mi racconta che da poco era uscito dal carcere suo cugino Saeed Tamimi e che stanno festeggiando l’avvenimento.
Mi presenta a tutte le donne più anziane che sono sedute nei posti d’onore, non so chi siano e non so nemmeno cosa fare, come salutare, sorrido… un sorriso è gentilezza e buona educazione, stringo mani, ma non so se faccio bene, forse capiscono che sono un’extraterrestre e mi perdonano se faccio qualcosa che non va bene. Mi vergogno di essere vestita così e di non avere i capelli coperti. Strana cosa sentirsi un pesce fuor d’acqua. Ma mi rincuora vedere Manal piena di vita, le chiedo se sta bene, lei risponde che è tutto passato, solo un colpo sul ginocchio, ci è abituata. Difficile abituarsi a qualcuno che ti vuole ferire e magari uccidere. Lei ci riesce o almeno a me sembra così.
Mi guardo intorno, donne che vanno e vengono, entrano salutano, stringono mani, parlano con le altre, un contegno molto austero, ma negli occhi tanta dolcezza, seduta in mezzo a loro mi sento davvero fuori luogo, come se partecipassi ad una cosa non mia.
Entra una bambina bionda, bellissima, la conosco, è sempre in prima fila alle manifestazioni del venerdì. Bella e impavida. Conosco il padre e la madre, gente di coraggio, veri resistenti. Lei mi sorride. L’anno scorso l’avevo ripresa mentre ci recitava una poesia in inglese. Boccoli biondi che uscivano dal berretto di lana. Il suo nome è uno schiaffo all’occupazione, un proclama di libertà: Filistin (Palestina).
Donne che pregano rivolte alla parete, forse ringraziano Allah per la volontà di aver liberato Saeed, che è come ho capito il parente di tutti. Che mondo strano, questo villaggio è una grande famiglia allargata, tutti o quasi con lo stesso cognome: Tamimi. Ma a vederla qui è solo un mondo di donne senza uomini, e dove stanno gli uomini? Me lo chiedo in apprensione per Mario che sta fuori al buio.
Mi alzo ed esco, abbraccio Manal e le dico che l’aspettiamo ancora a Venezia. Lei mi promette che tornerà.
Mario è alle prese con un gruppo di bambini che lo tormentano, qualcuno gli tira pure dei sassi. Quando esco però si fermano, ah! il potere della donna in Palestina. Per loro sono una madre, una nonna ed è meglio che si comportino bene. Sanno che non siamo dei loro, sanno che potremmo essere anche gli “altri”, ma il fatto che io esca indenne dalla casa delle madri, li mette tranquilli. Luisa ci raggiunge: ora si va alla festa degli uomini.
Il tassista è spaesato, siamo per lui un oggetto davvero strano. Ci porta dall’altra parte del villaggio, nella piazza tutta inghirlandata di bandierine, luci e grandi foto del prigioniero liberato.
Il tassista ci fa scendere e resta basito che Luisa bacia e viene ribaciata dalle persone che contano di Nabi Saleh, pure io abbraccio Bassam, l’ha fatto pure Luisa, male non farà.
Con i palestinesi bisogna sapere con chi si può essere affettuosi e con chi no. C’è chi si irrigidisce in un abbraccio perchè non sa e non capisce che è una nostra abitudine baciare ed abbracciare, abitudine alquanto bizzarra per loro, difficile da digerire.
Saeed viene a riceverci alla porta come fossimo degli invitati di riguardo. Io e Luisa, uniche donne presenti e pure senza velo, ma Luisa è un lasciapassare per ogni dove, lei è amata, importante, riconosciuta, lei è la Palestina e non solo qui in Italia.
Ci continuano a portare da bere e da mangiare. Luisa siede con Saeed e tutti gli uomini che contano di Nabi Saleh, compresi quelli della politica locale.
Il nostro tassista è intimidito e ci guarda con gli occhi che brillano. Penserà: ma chi sto portando a spasso in taxi? L’atteggiamento era cambiato, da: “chi sono queste pazze?” a “ma allora, sono solo io che non le conosco…” direi che ci guarda con venerazione.
In effetti pure io potrei montarmi la testa.
Sinceramente non so se mi sento più a mio agio nel gineceo oppure tra gli uomini della tribù. Forse forse a dirla tutta, a parte l’affetto per Manal, donna di grande spessore e a volte più uomo di qualsiasi uomo, quelle donne così convenzionali per la cultura del villaggio, sono riuscite a mettermi più a disagio degli uomini. In fin dei conti sono una sessantottina e ho lottato lungamente e forse inutilmente per l’emancipazione della donna nel mio paese. Digerisco poco l’allinearsi alle abitudini e alle limitazioni… sarei una pessima donna palestinese, me ne rendo conto e per fortuna non lo sono, sarei una testadura, ma forse meno resistente di loro. Inutile dire che passa anche attraverso la conservazione degli usi e costumi, l’affermazione identitaria della Palestina. Però tra il rafforzamento dell’identità e un profilo subordinato a quello maschile, sinceramente opterei per liberarmi del secondo.
Dice Abir Kopty, attivista palestinese per i diritti umani: “Ogni lotta contro l’oppressione è anche la mia lotta”, inutile dire che ritengo in Palestina la donna doppiamente oppressa in un modo di uomini non liberi.
A parte le riflessioni sulla situazione femminile, so che nel viaggio mi accorgerò delle manifestazioni dei Comitati popolari di resistenza non violenta senza la presenza diretta delle donne. Nabi Saleh proprio per la presenza di un gruppo di donne singolari e notevoli ne è un po’ l’eccezione. Manal docet.
Riprendiamo velocemente il taxi. Il guidatore ci guarda ancora con aria di venerazione soprattutto dopo aver visto come siamo stati ricevuti alla festa per la liberazione di Saeed anche dai rappresentanti dell’A.P., che si siedono sempre vicini a Luisa come se ne avessero più diritto degli altri.
Sorrido pensando allo sbuffo che lei fa da dentro, senza darlo a vedere. Anche lei come me preferisce alle maniere di facciata i rapporti diretti e meno formali, ma siamo in Palestina e dobbiamo salvare l’apparenza.
Il taxi ci riporta a Ramallah con una piccola deviazione a trovare e salutare degli amici carissimi di Luisa. Anche questa una splendida storia di amore e resistenza, ma non è qui che troverà lo spazio dovuto. Strano davvero che il tempo qui si dilati e che ogni pietra abbia una storia e ogni storia sembri non finire mai.
Usciti dagli amici di Luisa, troviamo ad attenderci un altro taxi che è arrivato da Gerusalemme, unico modo per poter tornare all’albergo.
Anche questo è il viaggiare in Palestina e se devo dirla tutta, questa limitazione della libertà, mi sembra una delle più grosse ingiustizie perpetrate contro i miei amici palestinesi. Pesa tanto anche a me che sono solo di passaggio.
All’albergo ci aspetta la fine del 2013 e le nuove promesse per il 2014. Sarà una festa?
Non la vedo bene e oltre tutto ho la sensazione che poco cambierà. Ma tant’è… visto che ci siamo cerchiamo almeno di finirla in allegria.
Buon anno a tutti…

E adesso la parola all’esercito…

In Anomalie, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 27 gennaio 2014 at 9:55

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal nemico”, e il nemico ha le forme e le dimensione di un ragazzone sovrappeso, sandali estivi e maglietta maniche corte, in pieno inverno,  dotato comunque di grande sicurezza di sé che quasi rasenta l’arroganza. Mi ritiro in buon ordine, faccio difficoltà e non sentirmi un po’ offesa da quel suo modo di porsi e dal fatto che in genere la sua attività di spiegare la realtà, guardate bene, non di denuncia, la fa solo e la intende fare solo con gli israeliani.
La cosa sembra un po’ un affare fra loro, anche se in realtà loro non sono le vittime, sono tutt’al più delle persone poco informate.
Lui il militare l’ha fatto e solo una volta uscito ha capito in cosa consisteva il suo mestiere e così lo racconta agli altri. E’ diretto, quasi scortese quando qualcuno gli pone delle domande un po’ personali. Lo so dovrei essere contenta che un israeliano, uscito dal sistema, sia pronto a raccontare qual è il lavoro del soldato e quali siano gli ordini, ma la sua pietà umana sembra limitata, ma è proprio uscito dal sistema?
Mi pongo presto la domanda e mi rispondono dei dubbi… perché non ho la capacità di credergli fino in fondo?
Perché mi sento giudice di fronte ad un avvocato troppo bravo per essere onesto. Non lo so davvero, mi sono persino chiesta se si tratta di grave pregiudizio, suppongo di sì, eppure io non mi lascio mai condizionare dai pregiudizi, in genere non sono capace di concepire pregiudizi.
Eppure Yehouda non mi convince. Mi rendo conto che dice la verità quando racconta che il suo lavoro era di spaventare e intimidire, diciamo in complesso di angariare i palestinesi. Ogni notte si scelgono a caso le porto da battere e gli edifici in cui fare irruzione. Si fanno domande, si perquisisce, si fanno alzare adulti, bambini e pure malati, si accusa e a volte si arresta. Tutto casualmente tanto per fare. Ragazzi allevati per spaventare, per farsi odiare, ma soprattutto per odiare a loro volta.
Non so, magari sbaglio, la mia è una valutazione morale di origine cattolica: fare il male e poi il pentimento. Se non c’è pentimento non c’è perdono e se non c’è perdono tu continui a fare e ad essere il male.
Ecco perché quel ragazzo non mi convince, certo racconta la sua storia, che a noi schifa un pochino, ma agli altri, i ragazzi che dovranno andare sotto le armi per ben 3 lunghi anni: schiferà? Ai loro genitori sarà di monito? A qualcuno servirà sapere che l’esercito più etico al mondo, vive di sopraffazione e anche di omicidi?
Saranno i palestinesi ugualmente importanti quanto un solo soldato israeliano?
Queste sono le domande che non ho saputo fargli, e queste erano i pensieri che mi passavano nella mente, aggiungendo che sullo sfondo del suo corpaccione corredato di kippa nera, vedevo sventolare le bandiere nell’attesa della liberazione dei prigionieri in carcere da prima degli accordi di Oslo, gli accordi che avrebbero dovuto condurre il passaggio dall’occupazione allo stato di Palestina. Quelli che certi israeliani chiamano “Oslo war” e che il loro stato considera solo come scusa per controllare ancora di più i territori già occupati e per sguinzagliare ragazzi in divisa ed armati fino a denti per sedare qualsiasi progetto di resistenza. Accordi che non hanno cambiato la volontà di Israele di colonizzare la Palestina e di cancellarne completamente nome ed esistenza.
Stasera proprio non va, mi alzo incazzata, delusa, mi sento presa un po’ in giro, non è questo che mi aspettavo, non è la sicumera dell’occupante che volevo sondare, piuttosto l’analisi complicata e dolorosa di chi capisce di aver sbagliato, di chi ha capito la necessità di essere stato imbrogliato e trasformato più che in una macchina da guerra in una pedina a servizio di persone ormai da troppo tempo passate da vittimi ad aguzzini.
Forse sono ingiusta, forse sono solo arrabbiata, ma questo viaggio è fatto di emozioni forti che ti comandano e ti squassano, qui non si passa indifferenti, qui si partecipa o si rifiuta, non si rimane indenni. Qui si cambia.

(Mi scuso per chi si dovesse sentire offeso dalle mie considerazioni, sono personali e emotive, quindi ingiuste, ma sono l’unico apporto che riesco a dare. So che dovrei valorizzare il lavoro di chi dall’interno opera e denuncia. Ma a volte il cuore dice no.)

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