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Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

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Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

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La signorina “Tumistufi”

In amore, Donne, Ironia on 22 settembre 2013 at 9:07

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Era carina, intelligente, simpatica e molto colta e non capiva come mai non riusciva a trovare un uomo che apprezzasse tutto questo ben di dio. Non che non ne avesse mai trovato uno, qualche volte le era successo, ma erano stati quelli che lei non aveva mai preso in considerazione. Perché un uomo deve avere certe qualità, i “fondamentali” come nello sport. Doveva essere carino, intelligente, simpatico e preparato non meno di lei.
Sì c’era stato Silvano: famiglia bene, vestito come conviene, caruccio e che pure bazzicava l’università, ma alla fine aveva preferito quella troietta con le tette finte. Non che a lei mancassero, ed erano pure quasi tutte vere, ma cosa vuoi… gli uomini… era solo questione di misura. Per giunta se l’era sposata anche se era evidente che fosse una da una botta e via. Ma lei era superiore a queste cose, se non fosse stato così, l’avrebbe fanculato fin da subito, quando si girava a guardare le altre e faceva apprezzamenti sulla dimensione esagerate di quelle parti del corpo.
Poi più nulla, ma d’altra parte lei era stata troppo impegnata. Si era laureata e dietro ai libri ci aveva perso il sonno e la vista. Gli uomini non li aveva considerati, non aveva tempo da perdere dietro a quei pezzi di legno.
E adesso che aveva il suo bel posto fisso, i suoi abitini da boutique, i sui tacchi 12 e i suoi stivali sexy, gli uomini, quelli che piacevano a lei, non la degnavano nemmeno di uno sguardo.
Si lagnava sempre con la sua amica Lucilla di quanto scemi fossero a farsi abbindolare da quelle veline da strapazzo, ma Lucilla rispondeva che forse non era colpa degli uomini ma del suo atteggiamento verso gli altri.
Ma di cosa andava parlando? Proprio quella che oltre ad essere bruttina non era andata al di là del diploma di ragioniera e che si spacciava per una grande intenditrice di comportamento accattivante nei confronti degli uomini. Proprio lei che era sempre disponibile e cambiava un ragazzo dietro l’altro, che poi all’età che aveva… avrebbe dovuto ringraziare qualche santo in paradiso per averne trovato anche solo uno.
Lei sapeva che gli uomini si facevano irretire dalla facilità di portare a letto una donna e anche dal fatto che quelle, che li lasciavano fare, non erano certamente impegnative d’intelletto.
Un uomo dovrebbe capire le necessità di una donna, i suoi bisogni, dovrebbe condividere con lei le abitudini e gli interessi, dovrebbe portarle rispetto e coprirla di gentilezze e di attenzioni… altrimenti che razza di uomo è?
Sarebbe così bello che venisse a cena con i suoi genitori non dico tutte le sere, ma almeno due o tre volte alla settimana, anche perché è giusto che si faccia accettare dalla sua famiglia. E poi chiaramente non dovrebbe uscire con gli amici e appassionarsi ai soliti sport da tamarri. Quello proprio non lo sopportava era talmente poco elegante, talmente popolano e da ignoranti…
Ad un certo punto, aveva provato a frequentare i convegni, chissà mai se in un certo ambiente più vicino alle sue corde, non avesse trovato la persona giusta per lei. In effetti quella sera aveva conosciuto Gianluca, un tipo proprio a modo, insomma come piaceva a lei. Le aveva scostato la sedia e aveva lodato il suo tubino nero che lasciava scoperte un bel po’ di gambe e aveva pure riconosciuto dove aveva preso le sue scarpe da trampoliere. Dove lo trovi uno così? Uno che sa parlare e gesticolare con tanta grazia, che si comporta con una donna in modo intimo e gentile. Guarda quasi quasi stasera ci “casco”, chissà che non ne venga fuori una storia come si deve, che poi lascia a me… che me lo cucino a puntino.
Gianluca era tutto sorrisi e sottintesi, ma leggero come una farfalla, non greve come certi uomini che aveva conosciuto lei. Questa è “arte” stava pensando, mentre avvicinavano i visi per “cazzeggiare” del più e del meno. E lui si guardava in giro, ma non si soffermava sulle altre, che di gnocche qualcuna c’era, ma lui non lo dava a vedere, questo sì che è una perla rara… pensava lei con un’aria da “Questol’hotrovatoio” e si sentiva un metro sopra il pavimento, e non vedeva l’ora di mostrarlo a quelle sfigate delle amiche.
Lui scherzava simpaticamente con il cameriere, un bel ragazzo pure lui ed era un piacere vederli, perchè la bellezza è un piacere per gli occhi e per l’anima e tutti ne avevano diritto.
Alla fine della serata lui l’aveva presa sottobraccio con familiarità e le aveva sussurrato “E allora, anche tu qui per trombare?” Non aveva afferrato subito il senso delle parole e soprattutto non aveva capito subito che non erano dirette a lei, anche se l’occhiolino al cameriere, che gli aveva visto fare, non doveva lasciare dubbi.
Ecchè, cazzo, con chi crede di parlare questo burino, aveva pensato lei, che tra l’altro a pensarci bene l’aria da frocio ce l’aveva anche prima. Non penserà mica che io gli tenga bordone. Doveva fargli capire subito che si sbagliava di grosso, ma non trovava le parole giuste. Accidenti mai che uscissero quando ne aveva bisogno. Allora riprese la sua aria da signorina “Tumistufi” che le veniva sempre così bene e disse: “No stasera non si fa niente. Nessuno che mi “acchiappi” qui, e che meriti attenzione.” Un po’ come la volpe e l’uva, che quasi sempre, alla volpe, ha l’aria di essere acerba.
“Buonanotte!” E mai parole furono più azzeccate. Un buon sonno e via. Almeno l’indomani non avrebbe dovuto indossare l’aria della signorina “Maquantosonosoddisfatta” perchè questa non le veniva bene mai.

Giudecca nostra, abbandonada…

In Amici, amore, musica, personale on 16 settembre 2013 at 17:36


(La scelta della canzone Beo sol, per chi conosce la musica del Canzoniere Popolare Veneto, è dovuta alla sintesi dei temi tratti dai loro testi)

Non c’era modo che alla parola “Giudecca…” non si incominciasse subito a cantare. Eravamo girati con la molla e non si finiva mai di parlare e di cantare. Se poi si tirava mattina seduti sul ponte, stavamo appena attenti di scegliere il luogo meno abitato della città per non subire le ire del vicinato.
La pizzeria chiudeva attorno a mezzanotte e ci portavano le pagnotte lievitate passate al forno e qualche bottiglia di birra. Quel pizzaiolo sì che ci apprezzava. A lui e ai suoi clienti non davamo fastidio, anzi apprezzavano che trovassimo sempre qualche canzone nuova da rilanciare. Gli stranieri poi mica capivano il veneziano, a loro anche le nostre canzoni sembravano folclore.  E poi Sandro aveva una bellissima voce e suonava pure bene.
La notte comunque non era solo musica, si parlava di politica, di letteratura e d’amore e mai una volta che fossimo d’accordo. Poi si finiva sul personale, ma non si allontanava molto dalla passione per il politico.
Eravamo diversi, molto diversi, ma un gruppo compatto.
Roberta ci snobbava un po’ perché aveva la percezione che fossimo sfigati e non capiva come mai invece io avessi una percezione completamente diversa, che poi a dirla tutta un pochino ci invidiava che fossimo così attaccati al gruppo da non starcene mai da soli.
Certo avevamo tutti i nostri bei problemi, ma a stare insieme ci faceva sentire migliori, stemperava un po’ i difetti e le spigolosità dei caratteri.
Vincenzo, era un tranquillo, uno buono di natura, lui era sempre disponibile salvo quando si era messo a fare il filo ad Angela che gliela faceva penare se poi mai gliel’ha data.
Sandra che chiamavamo “contessina” era nata in Venezuela, ma era vissuta tra Milano e Roma ed era campionessa di gergo imbarazzante. Lei conosceva solo le parolacce e le frasi imbarazzanti, era sempre un po’ troppo diretta, e non sapeva gestire il suo parlato con arte. Aveva un padre che sarebbe stato nobile di origini, ma per il suo mondo decisamente squattrinato, un padre che era meglio evitare e noi andavamo in casa sua solo quando eravamo sicuri che fosse lontano chilometri.
Stefano era il suo ragazzo, lui elegantemente glissava sugli scivoloni linguistici di Sandra, d’altra parte a noi faceva ridere, quella mescolanza tra nobiltà e tamarraggine e lui invece sapeva destreggiarsi bene quando lei lo metteva in imbarazzo, usava dire: “E’ straniera non capisce la lingua…” sapendo benissimo che non era così.
Maurizio era il fratello di Stefano. Era leggermente balbuziente e ci faceva ridere raccontandoci qualsiasi cosa. Ci raccontava di personaggi inverosimili che incontrava al bar. Chissà perché io non ne trovavo mai di così, scandalosamente comici. Lui sosteneva che bisogna ascoltare gli altri e aveva pure una buona memoria per modi di parlare e tic nervosi. Ci faceva morir dal ridere perché aveva una faccia di “tolla” in aggiunta ci metteva del suo con quel leggero balbettare.
Gabriella era la sua ragazza. Un botolino, piccola e in carne. Con la testa campata in aria e smemorata come nessuna, facile e generosa nel riso e sempre di buon appetito. Si portava nelle forme del corpo i suoi amori smodati. Anche lei portava la chitarra e cantava con una voce bassa, una voce del popolo come si usava allora.
C’era Marina, la sorella di Roberta, ma lei era sposata ad un artista americano e quindi aveva poco tempo per scappare e stare con noi,
C’era Sandro ovviamente, lui non poteva mancare, altrimenti chi è che avrebbe portato la chitarra? e ogni tanto con lui c’era qualche ragazza che veniva al seguito, guardandolo con occhi innamorati, elemosinando attenzioni come un cane. Non che lui si credessi chissà chi… qualche carezza la dava pure, ma aveva poco tempo per le moine con le ragazze e molto invece per la musica e gli amici.
Poi c’ero io, l’unica che veleggiava nel gruppo senza nessun filarino. Non che fossi sola intendiamoci, solo che tenevo l’amore fuori dai miei amici, le due cose non potevano andare insieme e questo lo sapevo bene.
Così ogni volta che qualche nuovo amico passava oppure qualche vecchio amico restava da solo ero io a fare da infermiera e a mettere i cerotti sulle ferite dell’anima.
Ovviamente Sandro non me le risparmiava, poi col tempo avevo capito che era un po’ geloso e che non riusciva a farsi una ragione del perché io non volessi o non potessi essere disponibile a stare in coppia o che non volessi prendere decisioni drastiche come osava fare lui. I suoi amori erano eterni e duravano poco, il mio era impossibile, ma durava oltre ogni ragionevole dubbio. Ma alla fine bene o male eravamo quelli che assieme a Vincenzo ci prendevamo cura degli altri, non avendo chi dovevamo curare personalmente o almeno, se l’avevamo, finiva presto oppure lo tenevamo nascosto a tutti.
Intorno a noi girava un gruppo di fratelli e amici che venivano saltuari, ai compleanni e ai capodanni, quando proprio non avevano altro da fare, ma ugualmente ne uscivano delle serate epiche.
Ma era un tempo dove l’amicizia la faceva da padrona e qualche volta era più importante dell’amore stesso, almeno per noi.
E Giudecca era solo un’isola e pure abitata da malandrini e da poveracci. Per noi era un simbolo della classe operaia, dei proletari e diseredati, dove la povertà, l’emarginazione e persino l’acqua alta creavano più problemi di qualsiasi altra parte della città. Perché lì c’era più miseria e confrontata poi con le dimore dei ricchi, si capiva perfettamente cosa volesse dire la differenza di classe.
Le nobili signore o almeno una, detta la “contessa” in particolare, facevano “opere di bene” per il popolino che si arrampicava come le zecche nelle casette umide e diroccate della zona interna dell’isola. “Opere di bene” che facevano rabbia a tutti, perché non tenevano conto della dignità delle persone. Qualche mensa per i bambini poveri per mostrare una generosità pelosa e per lavarsi la coscienza di una industrializzazione di Porto Marghera che non teneva conto dello sfruttamento dei lavoratori.  Qualche piatto di zuppa e tozzo di pane ai bambini cenciosi che non avevano futuro.
Allora si cantava di povertà e di voglia di riscatto. Voglia che pure noi che stavamo al di qua del “canale” sentivamo come nostra. Ma allora la “classe” non era acqua… eravamo uniti, pensavamo davvero di cambiare il mondo.
Ma il mondo non è cambiato, siamo cambiati noi.
Sandro e Marina non ci sono più, ci hanno lasciato con un gran senso di perdita e nemmeno Giuseppe, altri si sono accoppiati, come lo erano a quel tempo e si sono perduti nei meandri delle abitudini e degli impegni famigliari. Io e Roberta siamo rimaste sole, quasi il seguito delle nostre scelte di allora. La cosa terribile è che allora sembravamo eterni ed invece non era così, oggi lo sappiamo, ne abbiamo la prova concreta. Ogni giorno uno se ne va e a noi che restiamo rimane il vuoto nel cuore e nell’anima.
L’altra sera sono stata ad un concerto di Alberto D’Amico, un concerto tra amici sfruttando il suo passaggio a Venezia, piccola evasione dalla sua vita a Cuba. Canzoni nuove e vecchie a ritmo cubano. Semplicemente calde, come lo erano allora. Storia di emigrazione dal meridione, di povertà, di fabbrica e di galera. Tutti conoscevano il Vittorio delle sue canzoni, ladro per necessità e per natura. E noi cantavamo la sua miseria e la sua rabbia in carcere. Una rabbia che era quella di tutti per le sue catene e per l’impossibilità di cambiare vita.
Un concerto retrò, che se ci guardavamo in faccia ci riconoscevano, figli della stessa madre e dello stesso tempo. E alla fine tutti in piedi a cantare “Giudecca, nostra, abbandonada, 20 anni de lotte e sfruttamento…”
E li ho ricordato tutti i miei amici, un per uno, soprattutto quelli che non c’erano più, regalando loro un sorriso e una lacrima, per il tempo che è passato e che non tornerà più.
E la Giudecca continua ad essere un’isola, ma i bambini d’estate non si tuffano più nel canale dall’imbarcadero della Palanca e Luisa non canta più quelle canzoni che ci spezzavano il cuore anche se il sole è rimasto sempre quello e nell’aria c’è sempre il solito odore forte di mare. Sul canale nel frattempo passano quelle mostruosità obese delle grandi navi. Perché Venezia non è più dei veneziani, Porto Marghera non è più una zona industriale e gli operai non vedono più nello Stuky un grande mulino bensì quell’Hilton pieno di luci per ospiti danarosi.
E allora perché no, mi viene da cantare ancora una volta, ma sottovoce: “Turisti va in piazza, al Casinò, Cipriani fa i schei e mi no ghe no. Comprè cartoline che schei no ghe n’è turisti da culo che schifo che fè…”

Siamo a 800

In Senza Categoria on 11 settembre 2013 at 8:30

800

Questo è il mio blog e questo è il mio post numero 800.
Sia chiaro che non amo i bilanci e le statistiche e neppure le valutazione postume, ma qualche volta mi capita di rileggere qualche post del mio blog e mi chiedo se è vero che l’ho scritto io.
Smemoratezza o presa di distanza?
Non so e poco importa. Oggi al numero 800 mi piacerebbe parlare della mia apprensione per l’andazzo politico del nostro paese, dell’Europa e del mondo tutto. Può sembrare una presa di posizione qualsiasi, ma non lo è. Non si tratta di qualunquismo o di cinismo storico, si tratta che non ci vedo chiaro e non penso più a soluzioni alternative.
In un mondo di apparenza e non di sostanza, con l’ammirazione per il denaro ed il successo, con lo scambio dei valori etici con quelli estetici, con un prezzo per tutto e una morale svendibile, come si può parlare di “un altro mondo possibile”? Come si può rivalutare quello che nel mercato non vale più niente?
Ecco, finisce che il livello 800 lo ricorderò solo per questa depressione “post ideologica”. Proprio io che non avevo mai smesso di sperare.
Certo che fa ridere sperare che la dignità vinca sull’interesse o che il popolo silenzioso di quelli che non si riconoscono nell’andazzo comune rialzi la testa e agisca. Che poi in quel popolo indolente ci sono pure quelli che non se ne fregano niente dei destini del mondo. Sono solo attenti a non far calpestare il loro piccolo orticello. Gli indifferenti di Gramsci o gli ignavi di Dante, odiati o messi all’inferno, sopravvivono sempre e comunque.
Insomma sono a livello 800 e per fortuna convivo bene con me stessa anche se ho perduto amici ed amori, illusioni e speranze. Ho comunque incontrato altri amici, altri amori e illusioni e speranze che saranno presto deluse.
Per fortuna è umano adattarsi e sopravvivere anche nella cattività, però di una cosa sono sicura ed è che comunque non mi adeguerò, che sarò sempre una voce fuori dal coro e che morderò la mano di chi cerca di farmi chinare la testa, magari lasciandogli la dentiera attaccata. Continuerò a pensare che l’unico tornaconto che vale e quello che accomuna la gente più bisognosa di aiuto e di difesa, che il successo è fare quello che si sogna nella vita, ma che il tuo sogno non potrà mai essere un incubo per gli altri.
Non lascerò segni nella storia, io sono nessuno. Ma se potessi trovare altri a cui prendere la mano, davvero le cose potrebbero cambiare.

Deep words

In Anomalie on 10 settembre 2013 at 7:59

Solitudine

Come si poteva sapere se era lei ad essere diventata tenera oppure una qualche parte visibile od invisibile di lei stessa? Ed era importante capire cosa si intendesse con quel “tenera”. Se avesse un’accezione neutra oppure negativa come a volte le sembrava. E poi ancora chi era davvero lei stessa? La parte visibile, quella che caracollava nella vita, oppure la sua parte più nascosta o meglio più spirituale che ci andava assieme? Che poi le due parti andavano assieme, ma mica sempre si sopportavano.
La vita chiede sempre chiarimenti e approfondimenti, o almeno a lei era sempre successo. Mai che si potesse usare le parole in modo leggero senza la responsabilità di cui si sentiva da sempre gravata.
Non le era sufficiente mai, adeguarsi, alla comoda idea che esistesse per tutto un significato letterale che veniva accettato per lo più da tutti. Per lei c’erano le sfumature e i significati che arricchivano le parole e che le rendevano più responsabili e importanti.
Per esempio educare un figlio voleva dire molto di più di quello che la gente pensava. Non era solo insegnargli a salutare, a stare seduto a tavola e a non mettersi le mani sul naso davanti a tutti. C’era davvero molto di più e anche molto di diverso, ma era difficile spiegare, che poi mica tutti avevano figli e mica tutti li sapevano educare. Magari quelli le mani sul naso davanti a tutti non se le mettevano, ma poi di fronte alla vita erano dei pezzi di legno fatti e torniti anche se molto ben educati… magari apparentemente.
Ma lei per le regole aveva sempre sofferto. Non le erano mai andate giù e le trovava sempre molto ipocrite e ingiuste. Per lei educare era un lavoro lungo che non finiva mai: cercava di insegnare ad essere responsabili ed empatici, la “buona educazione” da monsignor Della Casa era proprio l’ultimo dei suoi problemi. Se deveva essere sincera il catalogo delle buone maniere non le interessava, se non altro proprio perché parlava di maniere e non di sostanza.
Ce n’è di gente che vive di atteggiamenti e che non sa vivere di quello che è. A parte il fatto che è davvero difficile conoscersi bene dentro, ma basterebbe un po’ di sano senso critico per andarci vicino, senza dover per forza arrivare al centro di ogni problema.
Era l’impegno a fare la differenza: il non accontentarsi mai. Che poi anche questo metodo aveva i pro e i contro, c’era il rischio di portarsi dietro quell’aria da “tumistufi” che lei tanto odiava negli altri. Possibile che si odi incontrare negli altri i propri difetti??? Ma lei amava la vita, era talmente bella, talmente sorprendente e generosa, non si sarebbe potuta mai mostrare scontenta di vivere. Aveva visto troppe vite distrutte, tante volte per noncuranza e qualche altra… ma lasciamo stare.
Ma una cosa era certa a lei sembrava di essere diventata di un’altra sostanza. Non era solo la questione che piangeva guardando film commoventi o di fronte alle storie che la prendevano, questo lo aveva sempre fatto, ma che si trovava disarmata davanti alla cattiveria, e non solo, si scioglieva davanti alla bellezza, alla poesia, all’arte. Piangeva come dopo una perdita… come dopo un abbandono. Non un pianto di gioia, ma uno che assomigliava di più ad un addio.
Ci aveva pensato a lungo e le uniche parola che le venissero alla mente erano: nostalgia, malinconia, rimpianto e perdita. Parole difficili da accettare. Parole a senso unico, senza ritorno a cui non riusciva a guardarci dentro. Non riusciva o non voleva e forse non poteva.
Avrebbe dovuto usare le parole in modo leggero, noncurante e invece a volte erano profonde e misteriore come il mare.
Lei conosceva solo quel verso della vita, quel sapore e oggi, senza rimedio e per la prima volta, si sentiva sola. Nessuna condivisione. Gli occhi degli altri non erano i suoi. La sua anima era diventata un tenero puntaspilli e le parole, per quanto attente, non le bastavano più.

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