Mario

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Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

I ricordi di un pollo

In amore, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, uomini on 13 marzo 2012 at 18:48

I ricordi di un pollo

Di Naser Ghazal

Caro mio fratello professore,

Il Makluba é quel timballo di riso con pollo e melanzane rovesciato sul grande piatto d’alluminio, decorato con pinoli e mandorle tostate, senza l’aggiunta del prezzemolo, che a te fratello, non piaceva. Era il piatto tipico palestinese più amato dai nostri stomaci.

Caro mio fratello professore,

Ho scelto te per le mie parole perché nessuno meglio di te può ricordare quei giorni, ed a nessuno più di te piaceva mangiare il Makluba i cui ingredienti variavano secondo la tua presenza.

Quando il silenzio regnava dentro casa ciò significava che avresti pranzato con noi e il Makluba si presentava con il riso, il pollo, le melanzane, niente prezzemolo, niente cavolfiore e con le tante mani che si allungavano per prendere il riso con buone maniere e tanta educazione.

Caro mio fratello professore,

Ti confido che le nostre buone maniere e l’educazione alle quali tu severamente tenevi, venivano a mancare quando ritardavi per il pranzo.

Passavamo tutto il tempo a giocare fuori nel cortile e non a studiare come ti dicevamo, finché non ci giungevano gli odori del Makluba quasi contemporaneamente alla voce di nostro padre che, per elogiare l’arte culinaria di nostra madre, le cantava le serenate d’amore. Allora capivamo che il Makluba ci stava aspettando, così ci affrettavamo avidamente ad occupare posti attorno al delizioso piatto.

Sotto gli occhi orgogliosi e felici dei nostri genitori cominciava la battaglia del Makluba; si alzavano nove mani e, con la velocità di un falco lanciato per afferrare la sua preda, così le nostre mani raggiungevano il piatto di Makluba nel tentativo di catturare il pezzo di pollo preferito. Tutto questo, ovviamente, dopo che nostra madre aveva liberato dalla nostra fame il petto di pollo e lo aveva nascosto per te, mentre la battaglia diventava rovente. Qualche fratello gridava addolorato per una spinta o per un pizzicotto, un altro rubava il pezzo di pollo all’altro, mentre si alzava la voce di nostro padre che c’invitava alla calma assicurandoci che il cibo era sufficiente per tutti.

I nostri genitori non partecipavano con noi, ma aspettando il tuo arrivo, si limitavano a guardarci con tanti sorrisi che forse per loro avevano un certo significato!

Poi arrivavi tu e la battaglia del Makluba cessava, con tanta calma prendevi posto e con la stessa cominciavi a mangiare in compagnia dei nostri genitori, e così cominciava un’altra battaglia tra te e loro. Tu cercavi di dividere con loro la tua parte del pollo e i tuoi tentativi fallivano di fronte all’insistenza di nostro padre che ti diceva: “Che Dio ti benedica figlio mio, tu sai bene che io non mangio del pollo se non il collo e le ali”. Invece con la sua voce fioca nostra madre ti diceva: “Che Dio ti protegga figlio mio, tu sai bene che non ho i denti buoni per mangiare il pollo, mettimi nel piatto solo due chicchi di riso!”

La vostra battaglia cessava con la tua rassegnazione di fronte alla loro insistenza e con il tuo rifiuto di mangiare da solo tutto il petto del pollo, perciò, ti alzavi lasciando più della metà sopra il piatto del riso.

Caro mio fratello professore,

Ti confesso che io rimanevo indifferente a quelle loro parole soprattutto perché il mio pezzo di pollo l’avevo ingordamente mangiato, Però non rimanevo altrettanto indifferente quando vedevo che quello che lasciavi del tuo pezzo di pollo era più di quello che mangiavi e nello stesso tempo non trovavo nessuna spiegazione!

Caro mio fratello professore,

La situazione dei palestinesi, come dicevi, era molto difficile e la povertà dominava tutte le loro case, forse era per questo che tu lasciavi il tuo pezzo di pollo, con la speranza che uno dei nostri genitori lo mangiasse?

Forse per questo nostro padre ci diceva che gli piaceva solo il collo e le ali del pollo?

Forse per lo stesso motivo nostra madre ci diceva che non aveva i denti buoni per mangiare il pollo?

Caro mio fratello professore,

La situazione difficile e la povertà, della quale mi parlavi, adesso è cambiata, almeno possiamo mangiare quanto ne vogliamo di pollo!

Caro mio fratello professore,

Che gusto ha, però, mangiare il pollo se non c’é più nostra madre!

Caro mio fratello professore,

Scusami se non provavo le cose che provavi tu!

E solo perché non le capivo!

N.G.

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

Storia di regole e di paletti: il senso di responsabilità.

In Anomalie, Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt, personale, uomini on 25 gennaio 2012 at 15:23

Girando per blog sono finita a leggere questo post che si riferiva a due articoli di giornalisti emeriti, anche se, tutto sommato, non si dovrebbe valutare la loro fama dalle polemiche che innescano ma dalla loro capacità di analisi e di sintesi.

Ad ogni modo, leggendo queste due, non dissimili valutazioni, sul perchè non troviamo più, nel popolo italiano, il tanto e giustamente valutato senso di responsabilità, vengo a sapere che per ambedue i giornalisti, questo senso, deriva principalmente dalla caduta brutale, nella nostra “nuova educazione” del timore o rispetto per l’autorità.
La cosa mi è faticosa da digerire. Da sempre, riferendomi alla mia educazione, che è frutto delle convinzioni tipiche, in tal senso, della metà dello scorso secolo, ho inteso: i paletti, le regole è il rispetto per l’autorità, più un’imposizione limitativa della mia libertà che il concetto base del mio senso di responsabilità.
Se è il rispetto assoluto e acritico per l’autorità che determina il nostro senso di responsabilità, allora, com’è che proprio le persone che si trovano di fronte a fatti contingenti in cui dovrebbero dimostrare le loro capacità, il loro senso critico e il senso di responsabilità personale, proprio quelli che più hanno vissuto dipendenti dall’autorità degli altri, si trovano incapaci di muoversi autonomamente e di prendere decisioni importanti?
Storie di Capitani di navi scellerati e di Re d’Italia fifoni, non fanno che confermare la non dipendenza delle due cose tra di loro. Ovviamente chi fa la carriera militare o la carriera nella marineria commerciale e chi fa il re di una nazione deve aver, per forza di cose, vissuto in un contesto dove la piramide dell’autorità doveva essere ben netta e rispettata. Pertanto sarà vero che regole, paletti e autorità servono a crescere uomini coraggiosi e responsabili?
Sinceramente io dissento. L’educazione è una questione complessa ed esistono, in ciascuno di noi, delle priorità. Sto parlando di noi genitori ed educatori. C’è chi tende a perpetuare un unico modo di educare, anche se vecchio e usurato, c’è chi cerca percorsi nuovi e più evoluti di coinvolgimento educativo e chi, per scrollarsi dalle spalle il peso di vecchie imposizioni, lascia libero spazio all’anarchia dei comportamenti senza dare almeno delle regole interiori.
Come la penso io?
Beh, non è facile dirla così su due piedi. Personalmente non amo imporre regole e mettere paletti e penso che l’autorità sia quella cosa che ti viene dalla capacità che hai di dire cose sensate e di dimostrare che sei coerente e capace di stare in modo correto nella “vita”. L’autorità è la tua capacità di farti rispettare e di dimostrare la tua correttezza morale ed etica.
Certo che se tu hai questa capacità, da qualcosa ti viene, sia per carattere oppure senso analitico molto sviluppato, insomma sostengo che l’educazione rigida che ho ricevuto non c’entra niente con quello che sono, quello che ha contribuito di più è il mio desiderio di vedere il mondo con occhi autonomi e umani ed i miei sempre più forti tentativi di analisi e critica di me stessa, in primis, e successivamente di quello che mi circonda.
Forse, proprio per questo ho cercato di insegnare più che il rispetto per l’autorità, il rispetto per la persona, a prescindere dalla posizione che questa occupa, ma non solo quello, importante è anche il rispetto per le cose e per l’ambiente e manco a dirlo il rispetto per sè stessi. Se mio figlio ha fatto tesoro di quello che gli ho insegnato è solo perchè rispetta le mie idee e il mio modo di essere e ritiene degno di attenzione quello che cerco di comunicargli e trasmettergli. Il senso di responsabilità è incentrato sulla capacità di prendersi in carico ogni propria azione e ogni idea personale. A mio figlio, ossessivamente, gli ho detto e ripetuto, che per crescere e diventare uomini bisogna saper avere il coraggio delle proprie idee, difendendole fino allo stremo e la responsabilità delle proprie azioni. Solo così si diventa un essere umano responsabile. Se avessi ascoltato i miei genitori che mi ripetevano il rispetto acritico di tutte le persone anziane, se avessi vissuto in un ambiente diverso, con ogni probabilità, avrei potuto diventare facile vittima di molestie o ben più gravi questioni.L’età non dà, per forza, l’autorità di fare scempio della tua vita.
E poi che cos’è il rispetto dell’autorità senza la capacità critica della persona?
In poche parole è vero che un’analisi superficiale presenta una società moderna, poco abituata a prendersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto delle proprie idee, ma non è forse proprio perchè non siamo mai stati abituati a criticare l’autorità e il modo di imporre queste idee.
Insomma quello che ci viene presentato come cura, a me personalmente, pare piuttosto la causa di tutto. Ecco perchè a leggere il post e gli articoli di giornale mi hanno dato un forte senso di disagio, anzi dirò di più mi hanno fatto saltare sulla sedia, come se fossi messa a sedere su una graticola.
Il rispetto verso le persone non dipende affatto dalla loro autorità costituita, ma dalla loro capacità di  “ottenere rispetto”.  Un percorso probabilmente lungo e doloroso, sia per chi diventa agente educatore e sia per chi è invece soggetto all’educazione stessa.
Guardando poi le vignette messe in apertura del post, in realtà sono davvero esplicative di uno stato delle cose nella nostra scuola italiana, quando mai i brutti voti sono colpe dei nostri figli? Su questo però non mi sento colpevole, ogni brutto voto del mio rampollo se l’è meritato a pieno titolo e la giustificazione la pretendevo da lui. Fortunatamente non ha mai cercato la via facile di colpevolizzare gli altri ed io non gli ho mai permesso farlo, così come capitò successivamente con le prime stupidate che ha combinato in compagnia dei suoi amici. Purtroppo io sono tendente a dargli tutte le responsabilità, e lui è ovviamente abituato a prendersele, sa bene che sono pronta a supportarlo nelle difficoltà, ma mai a sostituirmi a lui nella vita. Spero che questo ci basti.

Non picchiateli sono nostri figli

In Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 27 novembre 2010 at 14:28

Ho tratto da Facebook questo post che riporto integralmente qui:

Hanno picchiato anche oggi. Che potevamo fare. Dovevamo obbedire. Faccio parte della Polizia di Stato. Si, anch’io ho una figlia all’università che protestava. Mi sono messo in malattia. Non c’ero.  Ho protestato anch’io.
Hanno picchiato anche oggi. Ma non dovevamo fare male. Fare finta, come nei film. Caricare e adagiare il manganello. Sei feriti. “Per Bacco!!!”.
Anche mio figlio c’era oggi e non potevo chiedere malattia. Che orrore, mi ha visto. Il kefiah !!! Noi, in famiglia, siamo comunisti.
Io ho sempre adorato il corpo di Polizia.
Gli ho mandato messaggi per spostarsi, per evitargli il casino.
Sono rimasto fermo. Il mio superiore lo sa. Ho visto ragazzi che ci credono. Ho visto ragazzi che lo fanno solo per moda.
Ho visto altri ragazzi che sperano davvero che il 14 dicembre, Berlusconi si dimetta. Ma si sa, si faranno operazioni al naso, lifting, mal di pancia, diarrea, mal di testa, vomito, febbre, cause di divorzio.
Tanto non cade.
Hanno picchiato anche oggi.
Luigi, col tamburo della banda musicale, Maria Luisa col flauto. Gli hanno picchiati perché davano fastidio. Il regime dice che si deve stare in silenzio. Però col mio collega gli avevamo appena regalato sorrisi.
Erano pacifici, e che cazzo!!! Fischio d’attacco. Ordine superiore.
“Attaccooo!!!” Non era Mazinga Zeta, eravamo noi.
Il flauto di Maria Luisa  è volato, il labbro insanguinato. Il tamburo di Luigi, bucato. Ma che fastidio dava. Dava fastidio al regime. Ai suoi ultimi giorni di Pompei.
Pompei, Gela, Napoli, ma quante città stanno nella merda quotidiana? Pensava Marco mentre manganellava. Ci tolgono soldi, e noi manganelliamo. C’inchiniamo allo stato, perché poi, perdiamo il posto. E c’è crisi. E poi non rientro più nel corpo di Polizia.
Che faccio?
Sarebbe bello rimettere in funzione la gelateria di mia madre. Torno a Castrovillari e ogni giorno vado a trovare mio padre al cimitero.
Hanno picchiato anche oggi.
Mentre il governo era battuto sugli emendamenti e c’era un caos tale che persino il ministro della Pubblica Istruzione votava contro la sua riforma. Che ridere. Non lo diranno al Tg1, lo diranno al tg3. Il 13 dicembre qualcuno spera in una cena avvelenata  e alcuni deputati saranno in missione. Alcuni si sposeranno.
Ad altri morirà il cugino di terzo grado, non potrà mancare all’evento funebre. Deve scegliere, quello dalla quale si guadagna di meno. No?
I tuoi occhi con chi saranno il 13? A chi penseranno il 13?
Intanto una nuvola ha coperto il sole. Ho scoperto un paese dove fanno cento gusti di gelato diversi. Forse vedrò il mare da sud a nord. Hai un cannocchiale? 🙂

Giandonato De Cesare

Donne disinformate

In Donne, Istruzione on 14 aprile 2010 at 11:29

Non ricordo bene a quale fratello o sorella si riferisse la pancia di mia mamma. Una cosa è certa: malgrado le gravidanze molteplici che giravano per casa, io, della cosa non avevo le idee chiare. Ero poco più di una bambina s’intende, ma la pratica sul campo avrebbe potuto essermi di aiuto, invece… Cercavo informazioni perché ero certa che i bambini crescessero dentro alla pancia, su questo non c’erano dubbi, ma su come ci entrassero e soprattutto come ne uscissero, non avevo per niente le idee chiare. Le mie amiche sinceramente avevano meno conoscenze di me e quelle che sembravano saperne di più, alle mie domande sparavano delle fantasie improbabili.
Quel giorno mia mamma stava sul terrazzo, l’aria era tiepida e stranamente, per l’andamento della mia famiglia, lei aveva trovato il tempo per fare, con la lana, le scarpine che a quel tempo facevano sempre bella figura nel corredino dei neonati. Ricordo che una ruga profonda sulla fronte le deformava il viso che di solito era piuttosto bello. Stavo seduta su uno sgabello vicino a lei, una situazione rara di tranquillità, di solito lei correva per le esigenze di tutti e non pensava né a se stessa né alla sua figlioletta femmina. Ricordo che era stata molto male nei primi mesi della gravidanza e i medici le avevano prescritto molti medicinali inutili che ad un certo punto lei aveva gettato via in un momento di rabbia, solo che in quel periodo erano usciti sui giornali i casi terribili di malformazioni fetali dovute al Talidomide e quell’antivomito lei non era certa di non averlo assunto.
Eravamo tutte e due impegnate con i nostri pensieri, i miei davvero irrisori in confronto ai suoi. Cercavo solo di sapere come entravano i bambini nella pancia e sopratutto come facevano a venirne fuori. Lei invece cercava di sapere se quel bambino che stava venendo alla luce avrebbe potuto essere, per colpa dei suoi malesseri, un bambino focomelico. Nessuna delle due ebbe il coraggio di chiedere nulla e soprattutto non avremmo potuto esserci di conforto, almeno io non lo potevo essere con lei. Fra me e lei non c’era mai stata quella confidenza che è tipica tra le donne di una stessa famiglia. E poi ero proprio solo una bambina. Così rimasi con i miei dubbi finché non riuscii a trovare nell’enciclopedia che avevamo in casa una spiegazione più o meno comprensibile, a parte per i termini usati che io non conoscevo affatto. Mia madre tirò un sospiro di sollievo solo alla nascita del piccolo, anzi facendo i conti degli anni, alla nascita della piccola, che nacque sana, vispa e con due splendidi occhi azzurri.
Certo erano gli anni ‘60, le donne vivevano i loro drammi senza l’appoggio di nessuno. non esistevano metodi di prevenzione, non possibilità di diagnosi, nemmeno l’assistenza di medici responsabili e comprensivi. Le donne erano sole in famiglia e sole nella società. Partorivano in casa con l’aiuto di una ostetrica che a volte era diplomata ed altre no. Affrontavano i loro cattivi pensieri senza poterli dividere con un marito od un familiare. E sole erano anche le bambine che avrebbero dovuto affrontare la vita con un minimo di “strumenti conoscitivi” e che invece si attrezzavano come riuscivano e come potevano.
Ricordo che successivamente feci per i miei giovani fratelli, memore della mia esperienza, corsi documentati sulla sessualità e sul concepimento e sulla nascita dei bambini, cose che impararono a conoscere quasi contemporaneamente all’uso della parola. Ricordo che il più piccolo un giorno, mentre saltava e correva, come era solito fare per sua naturale vivacità, mi diede involontariamente un brutto colpo sulla pancia, allora spaventato mi disse: “Scusa Tata, non volevo fare male al tuo bambino.” Questo mi fece capire che forse, anche lui, non aveva le idee proprio molto chiare e che comunque ci voleva anche età e maturità per ritenersi alla fine correttamente informati ;-).

Donne Disuguaglianza Determinazione

In Disoccupazione, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Istruzione, politica on 1 giugno 2009 at 16:08

Attorno alla stessa tavola  si parla di donne e società. Chi ci ospita è Riciard e il primo che prende la parola è Betto e poi interviene Mamo.

Rifletto pensando anche alle parole di commento di Audrey nel post di invito a cena di Riciard. Il sunto del suo discorso è che essendo il periodo tanto duro, tutti si ha voglia di mollare. Purtroppo ci sono dei bisogni primari a farla da padroni  (il lavoro, la sopravvivenza…) pertanto come nella Piramide di Maslow  alla base ci sono i bisogni fondamentali, senza la soddisfazione dei quali non si riesce a porsi la necessità di soddisfare bisogni “superiori” e sono questi ad avere priorità. Tutto vero, anzi verissimo. Non ci asteniamo dalla discussione per pigrizia, ma per diverse priorità.

Di seguito a questi pensieri mi trovo in difficoltà. Le analisi non sono il mio forte. Le cose le percepisco prima con l’istinto e poi con la ragione. Ed essere Donna oggi, in questa Società, in questo Momento Storico è un problema marginale, quasi un problema da sottovalutare se non fosse che è proprio dalla Donna che ha inizio, nella Famiglia, la possibile  (probabile?) “trasmissione ” dei valori sociali  e dei concetti basilari di solidarietà e autodeterminazione.

Che ce ne facciamo, oggi, dell’analisi di come dovrebbe essere la Società in cui vorremmo vivere, se il problema di oggi è  quello stupido ma necessario  del sopravvivere?

Cos’è la Donna oggi?  Quale educazione e quali condizionamenti ha subito? Quali sono le sue risposte? Quale educazione trasmette ai suoi figli?

Certo sposto il peso della discussione forse troppo indietro. Ma vorrei parlare di Donne, della Disuguaglianza che le rende ombre vaghe in un mondo tipicamente Maschilista e della Determinazione che dovrebbero avere per raggiungere un’autonomia di pensiero “femminista” atto a preservare i figli dalla trasmissione di “idee dominanti”.

Che la Donna nella nostra Società non possa godere dei diritti che gli dovrebbero esser garantiti, fa il paio con la considerazione che pone la Donna primaria nel ruolo di chi dovrebbe accudire i propri figli e non l’incoraggia ad entrare nel mondo del lavoro. Si sa che  in mancanza di posti di lavoro, questo dovrebbe essere di pertinenza dei Padri di Famiglia. Ma anche se così non fosse, comunque anche di fronte ad una possibilità di lavoro la Donna non dovrebbe pretendere di farne parte attiva e soddisfacente, tanto ha altro da fare e di ben più importante.

Brava madre non è sinonimo di Donna in carriera.  La sensazione è che la sua funzione sia quella di crescere figli. Se la Donna lavora lo fa per integrare il reddito della famiglia. La Disuguglianza fra Uomo e Donna si perpetra anche nei piccoli discorsi “postprandiali” davanti ad una bottiglia di grappa, che come Donna, vuoi per questioni di linea o vuoi per questioni di “morigeratezza” non bevo.

Ho difficoltà, davanti ad un gruppo di convitati, a dire che anche da questi discorsi esce un’immagine di Donna Diseguale. La Donna Madre. La Donna che Lavora. Nessuna di queste figure è Uguale all’Uomo. L’Uomo Padre. L’Uomo che Lavora. Nessuna Donna è Uguale all’Uomo di fronte alla Società.

E noi stiamo qui a perpetrare l’abuso.

Leggete pure quello che dico come una provocazione, ma rivalutate le vostre parole. Analizzatele.

Ogni Donna Madre deve per forza essere Madre come la Società vuole. Non c’è mai una visione alternativa. Una Famiglia è composta da due entità, ma i ruoli sono separati. La Donna deve pensare come la Società ritiene opportuno che debba pensare.  Ci sono eccezioni, Donne più indipendenti, ma sono un po’ meno Donne delle altre, sono un po’ meno Madri. Pertanto auspico un ritorno alla revisione di quel sodalizio che è la Famiglia, tutto ciò per arrivare con le idee più chiare nel valutare l’atteggimento della Società verso la Donna in generale, che rispecchia pari pari la inevitabile consegna di Ruolo  al suo Genere.

In effetti mi chiedo che razza di figli vengano educati dalle Donne  così consegnate. Il ruolo che perpetuano e a cui aderiscono in modo così acritico, le conducono a crescere figli a dir poco  mancanti di “dialettica”, poco autonomi, niente critici, senza capacità rielaborative, già adeguati a questa Società, pronti a sposare il consumo sfrenato e la dipendenza dalla televisione  sia come informazione sia come  adorazione dell’immagine e di sè stessi.

Le Altre Donne, quello non uniformate, si sono mosse come gli Uomini. Hanno perso la loro identità. Sono diventate poco femminili. Sono diventate della grandi sfruttate sia nel lavoro che nella famiglia. Hanno rinunciato a far valere i propri diritti perchè erano e si sentivano come gli Uomini, ma alla fine non lo erano per davvero. La stessa Lotta che fa il Maschio non è sicuramente quella che deve affrontare la Femmina. Sicuramente il Maschio non apprezza quella Femmina, la trova Incoerente, Incazzosa e sopratutto Inaffrontabile.  A meno che non sia una “gnocca senza fine”  allora sì che avrebbe diritto di dire ciò che vuole, salvo non essere ascoltata.

Capisco che la mia analisi sia molto di parte. Capisco che non è tra le valutazioni più organizzate, ma io sono Donna e i bei discorsi, come quelli brutti, d’altra parte, li ho vissuti sulla pelle e mi fanno acidamente sorridere.

Certo i diritti delle Donne, nella Società e nel Lavoro, vanno ampliati e garantiti. Ma perchè non iniziamo a garantire questi diritti nei nostri cervelli di piccoli figli di Donne, che hanno subito un’educazione non propriamente autoDeterminante?  Che hanno ripetuo gli stessi “miti” di sempre? Che hanno emarginato le Donne che non si sono Uniformate. Esistono Donne che sono le peggiori nemiche delle Altre donne, lo sapete?

Se mi chiedete in quale categoria io mi riconosca, la risposta mi viene facile. Ho percorso le stade della vita andando controcorrente e subendo le conseguenze di queste scelte. Ma questo dice poco, sopratutto per chi sceglie il clichè classico della Famiglia di sempre, per chi pensa ad una Società più inclusiva , ma non si accorge che al primo livello, ossia nella Famiglia avvengono le prime discriminazioni, propriò lì avvengono le consegne dei ruoli e avvengono le accettazioni.

Sembrerò inconcludente, ma lasciatemelo dire, io so di cosa parlo.

Roma e l’Onda Anomala

In Anomalie, Giovani, Istruzione, politica on 14 novembre 2008 at 10:47

Non so se riesco a farlo,ma per chi passa di qui linko la possibilità di seguire in diretta  la manifestazione

la diretta

Ricerca, Istruzione e Informazione… diritto sancito dalla Costituzione

In Anomalie, Giovani, Informazione, Istruzione, musica, politica on 10 novembre 2008 at 12:39

Università di Firenze – Corteo spontaneo del 29.10.2008

L’Onda anomala avanza.

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