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Confesso che ci abbiamo provato…

In Amici, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 30 ottobre 2012 at 9:31

Questo ricordo mi era scappato. Il post di Annuska me lo ha fatto venire alla mente, e sorridere, non potendo farne a meno. Un capodanno come quello, come dimenticarlo? E se era la fiera degli sfigati, oppure solo una delle tante occasioni per capire che, quella sgangherata compagnia, sarebbe stata una delle migliori compagnie della mia vita, questo non lo so, sono certa però che sono stata fortunata a vivere una vita come la mia e ad avere ancora tante cose da ricordare.
Solita storia: io con il mio amore difficile e Annuska con i genitori, dai quali io ero scappata al raggiungimento della maggiore età. Ma come si faceva a resistere, che tra l’altro per lei erano rose e fiori in confronto, io la strada gliel’avevo già aperta e la sua libertà era infinita, in confronto alla mia.
Ed ecco capitarmela a casa: “E’ capodanno e non mi lasciano uscire con i miei amici, che palle, sempre così…” “Beh esci con i miei, magari, a casa, pensano che così almeno c’e qualcuno a controllarti…” Glielo avevo detto così per ridere, non mi passava neanche per l’anticamera del cervello di controllarla, non ne avevamo bisogno nessuna delle due. D’altra parte, prima di partire, pure mio fratello più grande si era unito alla combricola assieme alla sua nuova ragazza, quella con la sclerosi multipla che si portava in pista montata a cavalluccio.
Dire banda di sfigati era poco. Fare capodanno, in una discoteca, era davvero l’ultima cazzata che potevamo fare. Per prima cosa odiavamo le discoteche, e poi tutto organizzato all’ultimo momento, senza neanche sapere cosa avremmo trovato al nostro arrivo e se avevamo voglia davvero di farlo, era una pazzia.
Innanzi tutto diffidate di una località che si chiama Terre Perse, e soprattutto non sperate di tornare da lì, con un mezzo di locomozione dopo la mezzanotte, a parte i propri piedi s’intende. L’unico mezzo che avevamo con noi era la macchina per portatori di handicap di Linda che era stata utilizzata anche per portarci appresso le bottiglie di spumante, da bere allo scadere di mezzanotte. Ovviamente squattrinati com’eravamo, non ci saremmo presi mai una bottiglia al bar della discoteca. Che poi discoteca non pareva, anzi forse lo era stata, ma forse… un secolo prima. Se avessi portato il mio giradischi e i miei dischi da casa avremmo ascoltato musica migliore e sicuramente ce l’avremmo fatta ad ascoltarla, almeno per buona parte della notte. Ed invece no, non era destino. Quello che ci aspettava era un angolo in un locale muffito e gelido, con una cenone anonimo, tipo mensa di un dopolavoro di sfigati, servito in piatti di plastica e consumato appoggiati a puff con macchie di dubbia provenienza. Poi le luci hanno cominciato a saltare. Benvenga, così almeno non riuscivamo nemmeno a vederci in viso e a subire l’ingiuria e la miseria del luogo.
Allora Alessandro, il solito, si era messo a battagliare con lo spiffero gelido che filtrava tra i tendaggi logori. Oddio l’alito dell’orso polare… e se almeno non ci vedevamo anche l’orso avrebbe avuto la sua bella difficoltà a trovarci. Si sa che il cibo surgelato non ha odore e se poi ti viene meno anche la vista… forse eravamo salvi.
Quello che poi successe, compreso l’impianto stereo saltato prima della mezzanotte e pure gli altri avventori che se l’erano presa ridendo e cazzeggiando, aveva reso la serata amena e piena di incognite. Non ricordo bene con chi ballai e forse lo abbiamo fatto tutti assieme facendo un po’ di casino e scaldandoci a fiato. Ricordo solo che fu una serata strana e anche piacevole malgrado la lunga strada del ritorno, senza sapere se poi avremmo trovato lo “yak” (sì quell’animale tibetano resistente al gelo) per superare l’ultimo tratto via mare. Insomma il capodanno più strampalato della mia vita, con una mezzanotte a brindare all’aperto, senza nemmeno cappotti e giacconi, passandoci la bottiglia di spumante (e chi si era pensato di portare i bicchieri) e ridendo come matti per quell’orso polare che, malgrado tutto, si era tenuto nascosto tra le tende e non era venuto a brindare con noi.
Mi spiace solo di non poter ricordarlo ancora con Alessandro, lui avrebbe avuto la sua versione della serata e ne sarebbe uscito il suo solito momento dissacrante. Mi spiace solo di aver perso un poco di quello spirito avventuroso e di quella sana allegria incoscente e mi fa piacere che a qualcun altro rimanga questo ricordo, che altrimenti con il tempo sarebbe svanito anche dalla mia memoria, di solito elefantesca.

Bei tempi, quei tempi, dove gli orsi polari, come nelle favole, si mischiavano agli esseri umani.

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La lista…

In Ironia, personale on 25 ottobre 2012 at 14:44


Avete anche voi una lista simile?
La mia amica Martina http://lavitamarina.wordpress.com/2012/10/20/le-venti-cose ne ha trovata una, in un vecchio libro scovato nel bidone delle immondizie.
Sarebbe bello sapere quel è la nostra lista di cose assolutamente necessarie per poter dire sinceramente, alla fine: “confesso che ho vissuto”.

1 – Fare una vacanza di almeno due settimane assolutamente soli a leggere libri, ascoltare musica e guardare il mare
2 – Arrivare in una limpida notte invernale a New York dal Queensboro Bridge
3 – Avere un incontro ravvicinato del terzo tipo sugli allineamenti di Karnac
4 – Vedere realizzato in un bel film il libro che hai amato tanto
5 – Saper tornare bambini ogni volta che è necessario
6 – Provare sempre stupore di fronte alla bellezza della natura e alla solidarietà umana
7 – Riuscire a dipingere un quadro enorme, anche se soffri della fobia di sporcare i fogli bianchi
8 – Avere una stanza tutta per sè
9 – Poter comperare quel quadro che ti piace tanto senza chiederti se lo potrai mai pagare
10- Regalare un sogno ad un bambino
11- Regalare un sogno ad una persona anziana
12- Avere un appuntamento col destino e non arrivare tardi
13- Avere un amico per compagno di vita
14- Riuscire a rispondere per le rime in alcuni momenti topici della vita
15- Ricevere la risposta giusta ad una domanda importante
16- Non avere paura della morte
17- Non avere paura della vita
18- Avere un luogo tuo dove tornare
19- Fare per tuo figlio quello che avresti voluto che i tuoi genitori avessero fatto per te
20- Andare all’avventura in un coast to coast dell’America a suon di musica anni ’60.

Certo che se continuavo, ne avrei trovati altre cento cose assolutamente da fare, ma mi accontento di queste, tutto sommato per la mia vita non ho, come ben potete vedere, esagerate pretese 🙂

Metti una sera…

In amore, personale on 24 ottobre 2012 at 6:01

Erano arrivati a raggiungere il faro. Un cartello annunciava che era la fine della terra, il punto più a nord della Scozia, lo diceva in inglese e sembrava un monito: “lasciate ogni speranza o voi che uscite…”. Lei ci avrebbe pure riso sopra, ma era stata una vacanza difficile. Lei quella vacanza l’aveva sognata, e l’avevano rinviata per tante ragioni. La pioggia era solo una scusa e il lavoro, ma lei temeva che pure quella fosse una scusa. Era troppo tempo che non prendevano una vacanza per loro.
Ormai non c’era più la giustificazione che il bambino era piccolo, non era comunque mai stato un problema, era cresciuto ed era un bambino tranquillo, che amava stare per conto suo e che non aveva problemi a viaggiare.
Finalmente erano partiti e pure questa volta era lei ad aver organizzato tutto, e si era portata la famiglia appresso come un pacco postale. Bella fortuna, direbbe qualcuno, tutti i giorni un sole mediterraneo e un calore che solo in Italia si può trovare, altro che pioggia, altro che plumbeo e freddo nord. Il sole non calava mai e quando lo faceva era solo per un’ora o due, poi tornava bello e brillante nel cielo. Che strana cosa il sole a nord, le giornate non finivano mai, e languivano in un crepuscolo luminoso fino a mezzanotte.
Fra loro c’era il silenzio, quella era una novità, non bella, non gradita. Sull’auto, nei posti davanti stava il padre e il figlio, a condividere le decisioni sulle strade da prendere e sui luoghi da visitare. Lei era tagliata fuori, trasportata ora sì, a sua volta come una cosa inutile dimenticata nei posti dietro.
Quanti brutti pensieri, quante supposizioni, che tristezza mentre attraversavano le distese di erica delle Highlands. Eppure quel viaggio era stato il suo sogno, aveva studiato quel percorso mettendoci tutta la sua inventiva e il suo istinto per i luoghi speciali. Era riuscita pure a trovare da dormire sulle rive di Loch Ness e aveva sperato che tornasse in tutti e tre l’allegria per quella storia di un mostro bonario che appare e scompare nelle acque di un lago. Ma era rimasta sola, a guardare l’acqua scura e nessun mostro era salito a galla a farle compagnia. Aveva trovato lungo le rive sassose pure un pezzo di ferro arrugginito che a guardarlo bene sembrava un pezzo di armatura e lui aveva riso liquidando la sua scoperta come il pezzo di un bidone arrugginito.
Era difficile viaggiare in compagnia e sentirsi soli. La faccenda era che lui non aveva mai voluto viaggiare da solo con lei, preferiva invitare amici o parenti, come se un viaggio fra loro fosse proibito oppure noioso, era questo a farle male e a renderla così malinconica. Era come se avesse paura di stare solo con lei.
E adesso che erano arrivati in quell’angolo di terra battuta dal vento tra arbusti bassi striati di ciuffi di lana di pecora lei finalmente si decise: “Dobbiamo parlare…”
Il bambino aveva capito che non era aria e si era allontanato per cercare le tane delle talpe e per guardare i terrorizzati piccoli dei gabbiani che venivano spinti dalle madri, seppur recalcitranti, a prendere il volo.
Lei, decisa, si era seduta sull’erba sotto l’ultimo sole caldo della sera, che durava in un tramonto senza fine. “Secondo logica dovrei chiederti che cos’hai? ma non lo farò, sarebbe solo una perdita di tempo. Quindi evitiamo il solito gioco dei “niente” e dei “perché?”, sarebbero come sempre un massacro. Quindi, senza darti ancora il diritto di replica, visto che in genere con le parole ci sai fare anche troppo, intendo chiarire alcuni punti e lasciare a te la libertà di rispondere o di incassare a seconda di quello che ritieni più giusto. Non intendo fare il sunto del nostro rapporto, che sarebbe lunghissimo e almeno per me piuttosto doloroso, intendo solo chiarirti che se tu non hai la forza o il coraggio di stare con me e di amarmi come sarebbe giusto che fosse, ti ritengo fin da ora totalmente libero dalla mia presenza e dalla responsabilità del bambino. Ho una sola e unica pretesa da sempre: essere per te una scelta e non un’imposizione.”
Fra di loro era sceso il silenzio, strano davvero visto che lui odiava tacere e ascoltarla. Guardava con aria incerta le scogliere consumate dal vento e scavate dal mare.
Lei tremava. Cosa avrebbe fatto adesso? L’avrebbe presa in giro, ridicolizzandola per le sue emozioni esagerate? Le avrebbe detto che amava un’altra e che avrebbero potuto trovare una soluzione da persone civili? Oppure avrebbe gridato di rabbia, come spesso succedeva per cose meno importanti e meno significative? Lei non voleva lasciargli lo spazio per farle del male. “Spero che questo silenzio significhi che stai considerando quello che ti dico. Troppo spesso mi liquidi con la frase “stai dicendo cazzate da donna”. sarebbe ridicolo perchè io sono una donna e dire quello che penso è parlare da donna, ho le esigenze di una donna che non vuole essere accudita, ma accompagnata, con affetto e partecipazione. Io non pretendo niente di più che la tua considerazione e possibilmente la tua voglia di prendere parte a questo nostro rapporto. Se così tu non sentissi, io sono in grado di decidere la nostra separazione e non ci sarà niente da pretendere uno dall’altro. Puoi riprenderti la libertà che comunque non ti ho mai tolto.”
Adesso sì che la guardava. Sapeva molto bene che lei non parlava così per dire. Sapeva anche che entro poco lei si sarebbe alzata, avrebbe preso per mano suo figlio e se ne sarebbe andata. Se era per quello, non sarebbe stata nemmeno la prima volta, e se quella volta era ritornata indietro l’aveva fatto solo perchè l’aveva pregata quasi in ginocchio, ma era tanto tempo fa. Sentiva che assieme al rumore del vento e al frangere del mare sugli scogli, avrebbe sentito il fruscio dei suoi passi allontanarsi e sapeva, sapeva che non si sarebbe voltata indietro e, aveva la percezione che, questa volta, sarebbe stata per sempre.
E provava angoscia e paura. Proprio lui che non aveva mai avuto bisogno di chiedere. Proprio lui che non aveva mai dovuto pregare una donna… strana cosa sentirsi abbandonato nell’angolo più a nord della Scozia, come un bambino che ha perso la mamma, come una nave che ha perso la bussola, come un cane che ha perso il padrone… e non era solo per quel bambino biondo che avrebbe preso con fiducia la mano della madre. Lei per quel bambino era lo scoglio, era la certezza… lei era tutto, ed era per questo che lui provava quella sorda gelosia, perchè fra lei e quel bambino non c’era bisogno di parole, tutto era amore, tutto era naturale e non costava fatica.
La guardava stupito e in qualche modo ammirato, solo lei aveva quell’alchimia a cui lui non aveva mai voluto cedere. Perché non lasciarsi andare a quell’amore? Perché lottare contro quell’oceano di emozioni che solo lei riusciva a muovere? Perché l’aveva sempre tenuta sulle spine, distante e non l’aveva sostenuta quando avrebbe dovuto farlo? Si sentiva in colpa, eppure sapeva che quello era il solo modo che conosceva di voler bene.
Lei lo guardava seria, nei suoi occhi c’era decisione e forza, una forza che lui non sarebbe mai riuscito ad avere, non aveva mai saputo trovare in se stesso. A lui l’amore degli altri era sempre venuto facile, ma il suo di amore?.. ma poi lui aveva mai saputo amare? E se fosse tornato solo e libero non sarebbe stato più facile e soddisfacente? Donne senza impegno… l’aveva sempre fatto… vita facile senza responsabilità. Voleva questo?
Lei si stava alzando… Dove andava quella pazza? Senza auto o mezzo di trasporto, non una stazione dei treni… ma siamo in culo al mondo, dove pensava di andare? Ma perché mi lascia solo? Perché non capisce che quello che io do è il massimo?
Lei si era guardata attorno, quel posto era selvaggio e bellissimo, era senza dubbio degno della fine di un amore. Era stanca di amare per due. Voleva… ma cosa voleva? Lui poteva essere diverso, ma non voleva essere diverso, tutto qui. Accettare la realtà… ecco quello che doveva fare. Riprendersi la sua vita e pensare al bambino, era la sola possibilità che aveva.
Possibile che quel silenzio avesse un prezzo così alto?
Ad un tratto lui l’aveva presa per un braccio e l’aveva fatta sedere sull’erba, l’aveva guardata con uno sguardo strano che non gli aveva mai visto. “Ma perché invece di andartene non mi insegni ad amare?”
Ecchecazzo fosse stato facile!

Di fronte all’amore…

In amore, personale on 18 ottobre 2012 at 10:21

Di fronte all’amore sia tutti uguali… abbiamo reazioni simili, facciamo cretinate simili, ci comportiamo in modo assurdo e irrazionale. l’amore è un vero momento democratico della vita. Certo che però, se così fosse e se l’amore fosse lo stesso per tutte e due le persone interessate, ogni azione cretina lo sarebbe di meno, visto che sarebbe condivisa. Invece così non è, nell’amore ci sta sempre uno, dei due interessati, a comportarsi in modo inadeguato, irrazionale e stupido, l’altro invece ne è oggetto, quindi la frase da cui sono partita è un paradosso.

Non siamo tutti uguali di fronte all’amore perché non tutti viviamo lo stesso tipo di sentimento. Anche all’interno dello stesso amore le valenze sono diverse, c’è chi prende e chi dà di più, c’è chi si gioca tutto e chi si conserva, c’è chi ci crede e c’è chi ci crederebbe se potesse, sapesse o riuscisse.

Di fronte ad una cosa così bella, così destabilizzante, così speciale, chi riesce a stare ai margini? Forse chi ama meno? Forse chi è più egoista o forse solo quello che non è di fronte al suo di amore?

Questi sono discorsi che non portano a niente. Ascoltavo una cara amica parlare del suo amore “perduto”, il suo dolore, il suo bisogno di lui, il vuoto della perdita e anche l’incredulità di fronte a questa ingiusta privazione e mi chiedevo se il suo amore “perso” stia provando lo stesso sentimento di sgomento e di vuoto. Forse sì… forse no…. ma se ci fosse un equilibrio nell’amore di fronte a tanta sofferenza tutto dovrebbe capitolare, tutto dovrebbe andare in secondo piano e questi due atomi separati dovrebbero fondersi in una unione nucleare senza confini e senza ostacoli.

Pensandoci bene, non ho mai cambiato idea su come dovrebbe essere l’amore, e mi trovo a darci lo stesso valore di quando avevo 13 anni e cominciavo ad annusare il mondo. Vedi, di fronte all’amore, lo capisco solo oggi, succede almeno una cosa di sicuro… NON SI CRESCE MAI 🙂

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

Amicizia: questa frequentazione sconosciuta!

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, Mala tempora currunt, personale on 3 ottobre 2012 at 9:51

Parlare di amicizia in questi anni, a me sembra un esercizio abbastanza al di fuori della realtà. Non che non esista l’amicizia anche oggi, è che di amicizia non si parla più, proprio come se questo sentimento non fosse più di moda e/o un punto centrale della nostra vita.
Nel 1968, si potrebbe dire quasi un secolo fa, passavamo le nostre serate a parlare di amicizia ed amore non facendo poi, a tutti gli effetti, una gran distinzione. Ricordo che per gli amici io sarei stata disposta a fare un po’ di tutto, se non proprio tutto tutto, almeno una gran parte del tutto. Cosa che forse per un amore, a quel tempo, non sarei stata disposta a fare.
Perché fosse così importante l’amicizia allora e non lo sia più oggi non lo so, o forse a pensarci bene lo so, ma non capisco se davvero, quella che penso io, sia la ragione più importante. Sentirsi allora, parte di un unico che ci “comprendeva” e ci rendeva più forti, era determinante. Avere amici era allora la dimostrazione del nostro successo sociale, era il modo per muoversi in sintonia con il mondo, era la nostra forza. Fatto sta che in piazza, allora, c’eravamo, ed eravamo in tanti, partecipavamo tutti agli stessi riti (fossero anche solo quelli di passaggio) dai concerti, alle manifestazioni oceaniche per la pace e alle contestazioni politiche degli anni successivi ed eravamo tutti amici, tutti come un unico individuo.
L'”Io” non esisteva proprio, c’era la predominanza di un “Noi”, un gruppo minore che apparteneva ad un gruppo maggiore e che finiva con essere inserito in una classe sociale che coinvolgeva altri gruppi più piccoli inseriti in gruppi più grandi… insomma c’erano gli studenti, gli operai, le femministe, gli intellettuali, i pacifisti, i rivoluzionari, i maoisti e i marxisti ma anche i marxisti-leninisti, gli stalinisti e genericamente tutti i gruppi extraparlamentari (ne ricordo moltissimi, ma sicuramente ne dimentico qualcuno), i freudiani e i seguaci di Jung, i fans dei Beatles e quelli dei Rolling Stones, i Rockers e i Moods, i cattolici e i laici, i credenti e gli atei (solo dopo decenni arrivarono i più miti agnostici).
Ovviamente c’erano anche gli estremi opposti, tipo i filoamericani, i guerrafondai, le forze dell’ordine, i fascisti (ai quali era sempre aggiunto un aggettivo piuttosto colorito, come continuo a pensare si meritino), i qualunquisti, gli invidiosi, i benpensanti, gli ipocriti e i “vecchi” o matusalemme (intendendo con questo termine gente che pensava all’antica e non sopportava i giovani).
Sì è vero, ho tagliato il mondo con l’accetta, ma non voletemene chi ha vissuto questa esperienza sa che tutto era bianco o nero e non si conoscevano le sfumature del grigio.
Gli amici erano tutti quelli che la pensavano alla stessa maniera, sia da una parte che dall’altra; essere dentro allo stesso gruppo, voleva dire essere amico, mentre l’altro era il nemico acerrimo.
Ecco perchè oggi mi trovo un pochino spaesata se considerandomi all’interno dello stesso gruppo non riesco più a distinguere gli amici.: troppe divisioni, troppi personalismi, un uso esagerato dei distinguo, mette tutto in discussione, ma anche in croce. Tutto sommato cosa ho io in comune con la persona che potenzialmente vorrebbe realizzare lo stesso mio scopo, ma che per realizzarlo usa sistemi diversi e a mio giudizio poco condivisibili? Apparentemente il risultato finale dovrebbe accomunarci, ma le battaglie interne sono guerre fratricide, non c’è più l’amicizia che crea un sentimento generale di comprensione e condivisione, c’è solo la voglia di apparire, di primeggiare e di raccogliere gratificazioni anche al di là dei propri meriti.
Va beh! ammetto, anche se per me l’amicizia aveva lo stesso valore dell’amore, non era per tutti così nemmeno allora. C’era chi professava amicizia eterna e poi provvedeva alla prima difficoltà o al primo tornaconto a cancellare la tua esistenza, tutta o in parte. Ho amici che resistono da allora, ci si trova e ci si frequenta ancora. Sembriamo i ragazzi di una volta, come in realtà siamo. Il tempo ci ha riunito invece che allontanato, sono nati figli, sono passati fiumi di vita, ma alla fine ci siamo sempre ritrovati e per lo più con lo stesso spirito dissacrante e la stessa voglia di vivere.
Poi invece ci sono gli amici “perduti”, alcuni sono perduti perchè ci hanno lasciato, ma questo gesto involontario non ha chiuso il nostro rapporto, ha soltanto reso impossibile incontrarci e parlarci ancora, ma l’intenzione comunque c’è. A volte per una ragione qualsiasi, una somiglianza o un ciuffo di capelli, li rivedo proprio come erano, giovani e vivaci, ma erano e sono amici. Poi c’è il gruppo dei “perduti” davvero, quelli che erano in un modo e forse era solo una posa, o forse non sapevano davvero cos’era l’amicizia. Quelli, quando ci si incontra, sbagliano tutti i tempi e le modalità, non sanno più comunicare con empatia, ti raccontano dei loro viaggi, dei loro presunti successi e tu li guardi come degli alieni e ti chiedi come hai fatto a pensare che fossero simili a te, che avessere qualche cosa di importante da dirti e loro avessero la capacità di ascoltarti.
Che profonda delusione. Ovviamente più profonda delle nuove amicizie a cui tu sei disposta di dare tutto e che, molto spesso, ti trovi contraccambiata con uno sgarbo, se non con un’acredine degna del peggior nemico.
Forse il mondo non è più abituato ad un’amicizia disinteressata. Forse il sospetto dell’interesse e del tornaconto la fa da padrone e per molti non è possibile pensare che se io do, significhi che necessariamente debba volere qualche cosa in cambio. E questo mi sconvolge, perchè riempie ogni mio gesto di significati che non ha e di volontà che non esistono.
Ma, alla fine come si fa a vivere senza amicizie? Come si fa a fare del sospetto un dettame di vita?
Credo che la colpa maggiore di questo stato di cose siano i rapporti virtuali che ti abituano ad una provvisorietà e poca sincerità nei contatti. La questione è che si vive in un mondo di squali, dove la morte tua è la vita mia e per emergere uno deve affondare gli altri. Triste verità. Io purtroppo essendo di altra generazione penso che il bene degli altri sia anche bene mio ed è su questa lunghezza d’onda che mi muovo. Non penso di privilegiare il mio “lavoro” a scapito di un collega, perchè a lungo andare ne perderemo tutti e due.
Vuoi vedere che il mondo va male proprio perchè non esiste la solidarietà e la lungimiranza che richiederebbero i sani rapporti umani?
Vuoi vedere che pure i contratti di lavoro, la salute e la scuola pubblica, le leggi sociali e il sostegno pubblico e del volontariato sono una schifezza proprio perchè manca il sentimento dell’amicizia e della condivisione?
Sono pessimista? Non saprei che dire, so solo che io gli amici ce li ho, e molti di loro farebbero carte false per me, come io le farei per loro. L’unica cosa che mi dispiace è che tutto questo non sia un sentimento diffuso…
Insomma a chi legge io chiedo: voi che tipo di amici siete? Che tipo di amici avete? E poi: siete interessati a diventare miei amici? Ma amici davvero s’intende… se sì, battete un colpo ;-).

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