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I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

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Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

E alla donna disse: partorirai con dolore…

In Donne, Informazione, personale, uomini on 22 febbraio 2012 at 23:24

Ultimamente, per l’evidente ragione che nei giornali passa di tutto di più, a volte mi perdo le chicche più gustose o più mostruose del nostro sistema. Come tante altre volte la chicca non l’ha perduta l’amica blogger MadDog che col suo Aridaje ci illumina.

“Tutto questo, proprio a seguito della presentazione, a fine gennaio, delle nuove linee guida sul parto chirurgico, pubblicate dall’Istituto Superiore della Sanità, in cui si scrive che il parto cesareo è una strada percorribile solo quando il feto è in posizione podalica, quando la placenta copre il passaggio del feto o se la madre è diabetica e il feto pesa più di 4,5 chilogrammi.” Fonte
Tanto si sà che le donne devono partorire con dolore, mica si può intervenire se un bimbo che non ce la fa ad uscire perchè ha il cordone ombelicale legato intorno al collo, non semplicemente legato, no proprio, diciamo pure annodato, nel vero senso della parola. Certo non bastano otto ore di parto pilotato e il bambino che come uno jo-jo, ad ogni spinta, se ne torna nella sua bella posizione. Certo il cervellino va in crisi di ossigeno, certo che l’istinto lo spinge a non darti una mano, se ne sta lì, rannicchiato nel suo nido e ha deciso che proprio uscire non gli va, in barba a quello spocchioso di ginecologo che si vanta a saper far nascere i bambini… lui… il cretino.
Alle ostetriche che all’arrivo in ospedale con ginecologo di fine turno avevano visto la mal parata, lui aveva detto: “Pensate con la vostra testa… questo bambino lo faccio nascere io!” e sparisce per tutta la giornata. Le ostetriche già vedono come si mette la cosa e aspettano che termini il suo turno. “Quel “coglione” li fa nascere lui i bambini con il dolore delle donne”, dice una. “Abbi pazienza fra poco cambia il turno e vedrai che troveremo il modo” mi dice l’altra. E difatti dopo un’infinità di ore, viene il terzo ginecologo e tra una doglia e l’altra lo metto alle strette, faccio domante assennate, anche se ogni parola mi è difficile, il fiato mi viene a mancare e provo un freddo assoluto in una afosissima giornata di luglio. E lui finalmente decide: “Forse è meglio intervenire.”
E ha fatto benissimo, alla fine era la decisione che gli ha salvato il culo, quel bambino non sarebbe nato da solo e se, per caso, l’avessero fatto nascere a forza, avrebbe avuto probabili conseguenze e sofferenze cerebrali. Gli è andata bene stavolta, ed è andata bene pure a me. Quello era il tempo che il cesareo si poteva anche fare, non è che te lo negavano perchè costava troppo, senza contare, poi, quanto sarebbe costato all’ospedale un neonato nato morto e una puerpera che se ne usciva,  si sarebbe trasformata in una bomba a frammentazione.
“Partorire è una cosa naturale, le donne sono nate per questo, perchè dovremmo togliere loro il piacere di partecipare a questo grande evento?” Ma ci prendete in giro? Allora facciamo così: Uno lo fate voi di bambino e il secondo lo facciamo noi, tanto per “partecipare”. E ce ne sarebbero di cose da fare in piena e completa partecipazione, a cominciare dai cicli mestruali e poi tutti i casini ormonali che ci portiamo dietro. Sarà anche vero che i ginecologi degli ospedali o cliniche del sud ci marciano, magari basterebbe pagare un cesareo quanto costa un parto che il gioco sarebbe fatto. A nessuno verrebbe la voglia di proporlo per sfizio. E per quanto riguarda le donne, vogliamo una volta tanto, farle partorire senza  sforzi epici e dolori tantalici?
Non venite a dirlo a me cosa prevede la Genesi: “alla donna disse: moltiplicherò i tuoi dolori e il tuo gemito, con dolori partorirai i figli; e verso tuo marito la tua avversione, ma lui ti dominerà”… Ma che dio generoso e matrigno, l’epidurale non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello.
Basterebbe un po’ di buon senso. Il cesareo è sempre un intervento cruento e se è possibile evitarlo si deve fare, ma allora cerchiamo di accompagnare queste benedette donne nel percorso del parto, senza lasciarle sole e male accudite. Molte paure si superano e la sicurezza deriva proprio dalla possibilità di percorrere anche una strada estrema pur se il bambino non è podalico e la madre non è diabetica. Dare delle regole e minacciare l’invio dei Nas non porta certamente ad una libertà di decisione matura e ponderata.
Ancora il medico al posto di Dio, con la libertà di decidere la vita o la morte del proprio paziente e le donne ancora relegate alle fattrici di sempre, che se devono partorire almeno non si lagnino troppo e che ci costino non più del dovuto. Tanto è così naturale avere un bambino, però è sempre un uomo a dirlo.

Ma sarà normale?

In Anomalie, Disimpegno, musica on 19 febbraio 2012 at 13:30

Non capisco come mai l’Italia strozzata dalla crisi, malgrado tutto, non riesca a fare a meno del Festival di Sanremo.
E’ vero, siamo un paese di santi e di navigatori, quindi di San Remo sono molto devoti in tanti. Ma io non capisco perchè non me ne può fregare di meno.
Colgo qui, in rete, e  per la strada discorsi surreali: Ma hai visto Loredana Bertè? Ma è proprio conciata da buttar via! E Bersani… quale Bersani? quel Bersani… no l’altro Bersani… e tu ti allontani senza sapere di quale stavano parlando. Tutto sommato la vita è piena della “farfallina” della Belen e del vestito tutto nudo della vergatina di turno, silenziosa e ovviamente incapace di parlare.
Ma io non so. Non ho visto e non riesco a sentirmi in “palla”, il gioco lo fanno gli altri e io sono tagliata fuori, e forse è proprio quello che voglio. Certo è che mi sono almeno risparmiata Gigi d’Alessio, su questo non c’è niente da dire. Ma tutto il resto? Sarà normale che non mi senta coinvolta?
Magari mi sento male perchè la Grecia e alla frutta e il resto d’Europa si chiama fuori, anzi ci dà dentro. Penso alla situazione della Siria, non capisco una mazza come non ho capito la passata situazione della Libia e quella ancora in atto in Egitto e tra parentesi a Gaza, manca da giorni la corrente elettrica, l’unica centrale funzionante è senza gasolio, Israele non lo lascia passare.
Sarà, appunto, che mi interesso di cose banali, quotidiane, di ordinaria amministrazione e ogni volta che c’è il Festival mi trovo impegnata in altre attività. Sarà per questa mia congenita propensione alla distrazione… Eppure amo la musica. Eppure quando sento un bel pezzo lo capisco subito, sento le farfalline nello stomaco (non quelle della Belen) e i brividini sulla schiena. E allora perchè sono sicura che non mi sto perdendo niente? Sono malata di esterofilia? Ma no. Anche la canzone italiana mi emoziona, ma c’è canzone e canzone e in genere non calca l’Ariston.
L’unica cosa che mi manca un po’ sono i fiori… fanno tanto primavera, annunciano l’uscita da un inverno lungo e nevoso. Altro che Sanremo, qui c’è bisogno di musica buona e sole, l’unico sollievo a questo periodo di m…. crisi.

Dove sono andati a finire i compagni?

In Anomalie, Giovani, Ironia, politica on 14 febbraio 2012 at 17:14


C’erano una volta i compagni.
Quando? -direte voi.
Molto e molto tempo fa. Erano belli i compagni, erano uniti ed erano di sinistra.
Sai che facevano?
Certo che lo so: lottavano contro i potenti per aiutare i più deboli, cercavano di creare sicurezza nel lavoro, di riuscire ad ottenere la parità dei diritti per le donne (anche se magari era solo teorica più che pratica), ma si sbattevano i compagni.
Da cosa li riconoscevi?
Ah bella questa! si vedevano subito, portavano i jeans, i maglioni grandi e gli eskimo, e poi i capelli, sempre lunghi e spettinati, la barba incolta, qualcuno si lavava, non tutti però, ma non avevano tempo da perdere i compagni.
Erano intelligenti i compagni?
Beh, non tutti, ma leggevano molto ed erano informati. Erano intellettuali e non si facevano fregare.
E le donne, come le vedevano le donne?
Le donne per loro erano compagne, erano come loro, lottavano e fumavano più dei maschi, bel tempo quello, le donne facevano i comitati, tenevano i comizi, altro che fare la calza, altro che sognare il principe azzurro.
Come si distinguevano dagli altri?
Facile, non si lasciavano comperare, erano puliti, integri, la lotta era la loro fede e non si piegavano mai. Non li vedevi mai vestiti da borghesi, sapevano parlare di qualsiasi cosa, di tutti i popoli in conflitto, della pace e del pacifismo, ma anche di rivoluzione, conoscevano la storia e la geografica, non avevano paura del sistema, loro il sistema lo avrebbero cambiato. Erano forti i compagni erano belli…
Ma spiegami dove sono finiti tutti i compagni?
….
Ecchecazzonesoio

Amori giovanili

In amore, Giovani, personale on 11 febbraio 2012 at 19:05


In contrasto con una cara amica, che da un quasi amore è giunta ad un rifiuto profondo, ma essenzialmente per un suo percorso di vita non del tutto fortunato, il mio amore per l’Irlanda è l’effetto del mio carattere in equilibrio tra esternazioni umane e passionali estreme e un’introspezione e un pudore sentimentale molto interiore.
A volte mi sono chiesta se il mio colore dei capelli, un rosso tiziano pittosto luminoso e la pelle bianca del viso spruzzata di lentiggini non abbia contribuito in modo determinante al mio modo di pormi con l'”esterno”, ossia di rapportarmi con gli altri.
Sul fatto che io fossi timida e riservata nessuno ci crede, solo perchè a tutti gli effetti per salvarmi da un fratello maggiore manesco e geloso e da una famiglia certamente non incoraggiante, mi fossi fatta violenza per tenere un comportamento incazzoso e indipendente. Ma non fu solo quello a determinare il mio modo di espormi, c’era anche una profonda necessità di giustizia e verità. Mai mi sono adattata a tacere di fronte ad un sopruso o ad una situazione non chiara, ipocrita o disonesta. Su questa mia correttezza morale si sono formate le mie prime amicizie e inimicizie e anche i miei amori giovanili. Amori che comprendevano anche il rapporto simbiotico con luoghi geografici, esseri umani e ideologie ben precisi.
Perchè i capelli rossi creano una diversità? Io lo so perchè ci sono vissuta con i capelli rossi. Ho sempre dovuto tener conto che gli altri mi vedevano diversa, che apparivo anche senza volerlo, venivo ingiustamente accusata senza essere colpevole e che i preconcetti e i luoghi attorno al mio colore di capelli non mi lasciavano spazio e non mi consentivano di vivere tranquilla nel mio mondo. Io dovevo essere ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata, perchè questa era l’idea che si aveva di una bambina rossa. Quando sono diventata donna invece fui colpita da altri pregiudizi, altrettanto fastidiosi, ma crescendo avevo già prodotto gli anticorpi necessari e mi fece meno male.
Perchè parlo di amore per l’Irlanda e tiro fuori la questione dei capelli rossi? Beh le affinità sono evidenti 🙂 e non solo perchè in quel paese il rosso di capelli predomina, ma anche perchè viene attribuito a quella popolazione gli stessi difetti, o pregi, che hanno attribuito a me da sempre.
Ad onor del vero se dovessi sentire le ragioni di quella mia amica, si potrebbe rivedere le caratteristiche irlandesi al ribasso. Altro che passionali, sono tutti dei “merluzzi surgelati”, ma la loro storia e la lotta per la loro indipendenza, credo, abbia comunque dimostrato amore per la loro terra e per la loro dignità umana che con la surgelazione ha ben poco a che vedere.
Amare l’Irlanda è amare un territorio difficile ed estremo, una natura aspra e inospitale, gente di carattere e calorosa(?): Martina non la penserebbe così, lo so.
Vento burrascoso e mare agitato, scogliere inacessibili, nuvole che rotolano nei cieli azzurrri ed improbabili di quel paese. Ho sempre sognato di passare gli ultimi giorni della mia vita in un cottage sul mare a bere caffè sulla porta di casa… caffè non tè, e pensieri tranquilli che non si intralciano gli uni con gli altri.
The Cliff of Moher, senza turisti, al tumultuoso tramonto del sole ecco la mia idea di bellezza assoluta. Forse una bellezza molto simile all’immagine che io ho di me stessa, forse vicina anche alla selvatichezza e solitudine di quella me stessa, successivamente violentata, della mia prima infanzia.
Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere, ma la libertà vale ben qualche modifica, può davvero costare qualche piccola contraddizione interna se è l’unico modo per un bene più grande. E’ la libertà è davvero il bene più grande, non lo pensate pure voi?

La giornata dell’Amnesia, ovvero essere spettatori silenti di altre atrocità.

In Anomalie, Antifascismo, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 4 febbraio 2012 at 1:08

 Lo so quest’anno non ho avuto tempo di scrivere il solito post commemorativo del Giorno della Memoria. Abitudine che trovo salutare, per il valore morale che ha, anche se mi rendo conto che molte persone e più qualificate di me lo fanno meglio e che pertanto ogni mio apporto risulta al confronto insignificante.
E’ giusto ricordare l’ingiustizia perpetrata verso altri esseri umani inermi. Le immagini e le storie degli ebrei, rom, omosessuali, oppositori rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento, non possono essere dimenticate. E’ spaventoso il male che è stato fatto, come è criminale il silenzio di chi sapeva.
Ma la domanda determinante è: chi sapeva? Erano pochi? Molti? Nessuno? Difficile dirlo, anche se è evidente che tutti sapevano, chi molto e qualcuno meno, ma tutti sapevano. C’erano i rastrellamenti, e i treni venivano caricati e partivano, passavano, tutti li vedevano e nessuno parlava. E allora ti chiedi: come si convive con la propria coscienza, sapendo di aver saputo? La risposta io non ce l’ho. Non credo avrei sopportato. E’ troppo difficile per il mio carattere restare muta di fronte ad un’ingiustizia, nemmeno oggi ci riesco, nemmeno ora accetto la verità comoda, la deresponsabilizzazione generica, il fatto che quello che non è a me non mi riguarda.
E allora come mai c’è così tanta gente intorno a me che è spettatrice silenziosa e “falsamente incosciente” di quello che accade? E oggi sarebbe anche più facile conoscere, approfondire. Non parlo di sapere, perchè per sapere si sa, solo che si cerca una giustificazione, una assoluzione frettolosa, generica.
Ma non c’è giustificazione per la smemoratezza, se ha già prodotto nel tempo così tanti danni. Essere spettatori silenti e immemori quanto ci costerà? Quando saranno alla portata di tutti le storiche ingiustizie e atrocità odierne a cui noi abbiamo assistito e che non abbiamo denunciato, come ci sentiremo? Come faremo a convivere con una simile responsabilità?
Continuo a non sapermi dare risposta. Vorrei da quest’anno, però, inserire nelle commemorazioni la Giornata dell’Amnesia. Quella giornata che ti fa chiedere se davvero hai pensato che il tuo impegno preso di fronte a tanta malvagità passata, appunto quella che ci ha fatto dire: MAI PIU’, forse non basta più e forse richiede un nuovo impegno, un approfondimento maggiore, una partecipazione memore che abbiamo dimenticato. Una giornata dell’Amnesia dove tutto va riconsiderato e da spettatori ciechi e silenti si diventi attori della vita, in tutte le sue parti, anche più nascoste e volutamente negate. Poter dire davvero MAI PIU’, e non ANCORA SI RIPETE, poter riuscire a convivere con se stessi e con gli altri in serenità e senso di completezza. Io voglio ricordare tutto e voglio che i diritti umani abbiano per tutti lo stesso valore, voglio che sia rispettato il valore umano in ogni luogo e in ogni situazione, voglio vedere un mondo di giusti che sappiano tendere la mano, di forti che garantiscano la sicurezza di tutti, vorrei un mondo partecipato. Probabilmente solo così domani sapremo perdonare e perdonarci.
E nel frattempo un solo invito che non mi dimenticherò mai di ripetere: malgrado tutto e soprattutto Restiamo Umani.

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