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Archive for the ‘Miti ed eroi’ Category

Grazie Madiba, sono onorata di aver vissuto nel tuo tempo.

In Miti ed eroi, musica on 9 dicembre 2013 at 8:50

Un momento di silenzio, ad occhi chiusi, per sentire il sole e il profumo della libertà. Grazie Madiba.

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Se io dovessi spiegare a mio figlio….

In amore, Anomalie, Antifascismo, Giovani, Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 maggio 2013 at 18:33

L’idea mi è venuta in questi giorni, dopo un altro 25 aprile, come tanti e dopo aver letto di come un padre spiega la resistenza a sua figlia in questo libro, citando scrittori e storici del novecento.
Non che il suo libro e le sue ragioni non mi abbiamo in qualche modo incantato, provando quella certa fascinazione che si prova di fronte alle imprese titaniche sia che risultino riuscite oppure no, ma dopo l’incanto che si prova di fronte a tutte le prove di erudizione, mi è salito in bocca quel sapore spiacevole dei cibi rimasti sullo stomaco e mal digeriti.
Ma partiamo dall’inizio citando dalla presentazione del libro “La Resistenza è stata la dimostrazione del meglio di cui gli italiani fossero capaci: un’assunzione di responsabilità, una volontà di riscatto che non riguarda solo la storia del fascismo e della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale. Si affrontano qui alcuni problemi controversi della storia della Resistenza senza cedere alla sacralità o alla strumentalizzazione politica: si ricostruisce infatti una narrazione anti-eroica, senza aggettivi, ma ricca di colori. L’obiettivo è cercare una via d’uscita alternativa alla ricostruzione spesso rancorosa degli eventi.
Non una storia di fatti sanguinosi, di efferatezze, di morti e di corpi violati, ma un tentativo di individuare le motivazioni profonde di un periodo di grandi speranze e di crescita collettiva. E di cogliere le ragioni di una storia, ma anche le ragioni della vita. Un libro per le giovani generazioni che cerca di dare risposte esaurienti a quesiti difficili e spesso trascurati.”
Capita che quella che oggi appare come un atteggiamento di mistificazione, ossia di sacralizzazione di un evento o di strumentalizzazione politica alla fine sia un “atto” di assunzione di responsabilità e una volontà di riscatto che è costata molto sia in termini  di vite che di sofferenze.
Vale poco dire: che non fu la Resistenza a liberare l’Italia dal nazifascismo, ma fu l’intervento alleato, tanto meno dire che ogni parte politica considerata ha una sua qualche dignità politica. Perchè se è vero che l’italia non è mai stato un paese unito in cui mai è stato coltivato l’idea e l’amor di patria, alla fine del ragionare bisogna pur ammettere che nei momenti difficili questo paese ha dimostrato il suo miglior volto e le sue migliori qualità.
Vero è che l’Italia allora stava col fascismo, dando fiato a quella parte del nostro paese che preferiva servire i forti e prendersi delle piccole rivincite vestendo una divisa dal triste colore della morte, ma anche solo una semplice divisa, passata dal partito, che rendeva tutti uguali e ordinati anche nelle differenze tra ricchi e poveri, acculturati ed ignoranti.
Ma allora chi invece di seguire l’onda degli avvenimenti e godere dei privilegi concessi ai consenzienti aveva preferito riunirsi in bande e salire su in montagna, come dobbiamo considerarlo?
Sembra che i primi a prendere la strada dei boschi furono i soldati e per fortuna loro sì che sapevano da cosa stavano fuggendo, e anche un po’ come farlo. Poi salirono i comunisti altrettanto ben organizzati che i soldati, poi i professori e gli studenti, i letterati insomma, che da quel “viaggio” ci fecero pervenire almeno dei significativi diari di militanza. Meno erano gli operai e i contadini che se non vestivano le divise di guerra, dovevano combattere la loro battaglia col vivere quotidiano.
Non erano molti i ribelli sulla montagna, era molto di più i quiescenti a popolare le strade dei paesi e delle grandi città.
Chissà quanti come mio padre si erano rifiutati di vestire da giovani balilla, spinti da incomprensibili e inspiegabili ragioni, ma poi si erano fatti, senza protestare, 10 anni tra servizio militare, guerra e prigionia.
In effetti in lui non ho mai notato una particolare animosità per chi gli aveva, ragionevolmente, sottratto gli anni più belli della sua vita, che forse a tutti gli effetti erano stati ugualmente belli per lui, malgrado tutto.
Molto più tardi nella sua vita da pensionato, riuscii a fargli superare il terrore di volare, lo portai a visitare il mondo, quel mondo che aveva entusiasticamente iniziato a conoscere, ironia della sorte, proprio da giovane soldato e poi non più.
Se io dovessi spiegare a mio figlio qual era la migliore gioventù italiana di quegli anni di guerra che ci vedeva al fianco di quegli invasati, assetati di potere, della Germania del Terzo Reich, di quale ragionevole dignità politica potrei investirli? Avrei dovuto dare pari dignità ad ogni coerente esempio di fedeltà ad una causa, di qualsiasi tipo essa sia? Come potrei dare pure ai nazisti la stessa dignità politica di chi si è ribellato alla fascinazione di tanta messainscena e di così tanti roboanti principi di virilità ed appartenenza?
Certo le verità storiche non vanno a favore della Resistenza quale reale liberatrice, dal dominio nazi-fascista, anche se alcune importanti città si erano effettivamente liberate prima dell’arrivo degli Alleati, arrivo che in molti casi si fece aspettare più del dovuto, alleati che in molti casi non vedevano di buon occhio e né collaboravano con alcune parti della guerra partigiana. Queste sono le incongruenze logiche di un conflitto che aveva anche molto di ideologico.
Non credo che potrebbe un semplice libro e la parola di mille autori spiegare questo alto momento di storia italiana, che è la Resistenza. Inutile dire che questo momento fu, in qualche modo quello che ci è sembrato quanto di più vicino ad una guerra civile si fosse visto nel nostro paese.
Certamente a mio figlio non parlerei dei numeri dei nostri ribelli in proporzione agli altri numeri. So che la resistenza non stava solo tra le montagne, coinvolgeva anche le maestranze di certi posti di lavoro dove si boicottava la costruzione di apparati militari e anche nelle piccole comunità, i parroci dei paesini che nascondevano i partigiani, i contadini che nascondevano i soldati e gli ebrei in fuga, la solidarietà tra i poveri. L’Italia non è mai stato un paese totalmente negativo, anche se in certi momenti del suo travaglio di nazione prima o repubblica poi, si può ben dire di aver visto il lato oscuro di un popolo che si adatta con poco amor proprio a qualsiasi tipo di politica e a qualsiasi svendita della dignità, in cambio di un quieto ed imbarazzante sopravvivere.
Forse la mia unica fortuna è che la Resistenza a mio figlio non sono io a doverla spiegare, tutt’al più potrebbe essere lui a spiegarla a me, come mi succede di molti argomenti storici. Per ora da lui ho imparato com’è nato l’esercito di leva, e di sorprese ne ho avute parecchie, oltre a tutto non mi sarei mai aspettato che l’amor di patria, fosse introdotto in buona parte, dai cappellani militari, non molto ben visti nel Regio Esercito… ma insomma l’Italia ha molte sfumature e arriva a noi in una miriade di rivoli di libertà e condizionamenti a sfumature di tutti i colori, come erano i colori delle parti politiche in movimento. Purtroppo un arcobaleno che non fu mai parte integrante della nostra bandiera.
Portiamo in alto ancora il vessillo rosso del sangue dei nostri martiri, bianco del candore delle nostre nevi e verde del colore dei nostri campi.
Se potessi spiegare qualcosa a mio figlio, gli insegnerei il colore molteplice della pace che non abbiamo mai potuto vivere nella sua completezza, gli parlerei dell’inutilità di contingenti di pace armati fino ai denti, di Alleati che malgrado il nome non erano alleati di nessuno, di esportatori di democrazia a mano armata, di ribelli che ad est venivano chiamati partigiani e da noi venivano chiamati e uccisi come briganti. Vorrei raccontargli di un sogno che aveva conquistato parte della generazione dei suoi nonni e del sogno che aveva conquistato la generazione dei suoi genitori. Vorrei raccontare di una rivoluzione che abbiamo sognato pacifica e che si è presentata violenta e piena di incognite, se poi rivoluzione si può dire, del mondo nuovo e giusto che pensavamo di poter consegnare alle nuove generazioni, ma che è stato negato prima di tutto a noi stessi. Vorrei potergli dire che eravamo in tanti ed eravamo dalla parte giusta, anche se comunque eravamo meno di quelli che pensiamo.
Vorrei… vorrei… ma so che lui sa più di me e che ha dei sogni e un immaginario del mondo che sarei curiosa di conoscere e che spero sia più equilibrato, giusto e realizzabile del mio. Io ho del mondo la mia percezione e bella o brutta che sia, non può essere e non sarà mai quella di un altro. Su una sola cosa non posso tacere ed è che Resistenza è per sempre, si nasce resistenti, si diventa partigiani, e si combatte con le armi che si hanno, possibilmente con le armi della parola e della perseveranza, con la ragione e l’intelligenza, con il dialogo e la disponibilità, ma anche con una fermezza e un coraggio irrefrenabile.
Se io dovessi insegnare qualcosa a mio figlio cercherei di farlo sognare raccontandogli una storia di esseri umani pronti alla libertà e poi cercherei di non farlo sentire dentro a questo sogno in completa solitudine, in fin dei conti solo da questo sogno comune può nascere la fiducia nel futuro. Ed io questa fiducia nel futuro ancora, intatta ce l’ho e desidererei con tutto il cuore di consegnarla intatta pure a lui.

Le migliori menti emigrano verso altri altrove….

In Amici, Miti ed eroi, uomini on 6 dicembre 2011 at 22:10

Ho visto le migliori menti della mia generazione..
perire….
Non ha senso.
Eppure i sensi partecipano attivamente, anche troppo
troppo sensibili, umidi, i miei occhi che sino a qualche ora fa prosciugavano dinnanzi ad un impavido sole.

Non ha senso questo ricambio ingiusto che annerisce la nostra epoca
Le migliori menti emigrano verso altri altrove
lasciando vuoti immensi e silenzio laddove saggezza e insegnamento ci indicavano la direzione.
lasciando a voci effimere e volgari il palcoscenico del giornalismo,
ma la platea è vuota, deserta,
evacuata
dopo l’eclissi del primo attore.

Le fallaci rimangono e i Terzani migrano, ma questo sa di cinismo.

Il suo ultimo libro mi fa da cuscino,
dei 4 libri che mi sono portato appresso in Palestina, due mesi fa,
nell’ingrato compito di fare da scudo contro i proiettili israeliani diretti ai visi dei civili palestinesi innocenti,
il suo ultimo, unico autore italiano, per me, il migliore, e gli ho consetito il posto d’onore, sebbene voluminoso,
sempre con me infilato nello zaino durante le nostre azioni pacifiste.
Come totem, come testo sacro, come parola di conforto e di vicinanza nell’alienazione generale che la disperazione di muoversi in paesaggi di guerra ti attacca addosso.
Mi è servito molto, son tornato ancora sano e salvo,
allora dciamo che è stato vitale.

Non ho mai avuto modo di comunicare a Tiziano del mio immenso rispetto,
della sua capacità di tirarmi fuori, tramite un’empatica scrittura, il meglio dei miei sentimenti di tolleranza ed armonia con il diverso. L’ Attrazione per le culture differenti e la capacità di immedesimazione nel dolore e nelle gioie altrui.
Questo quello che per primo ho appreso,
questo quel che in me si muove nella sua ombra,
nei miei gesti, intendimenti, velleità di giustizia e onore,
amore.
e lode infinita alla vita nelle sue molteplici sfumature.

non andrò a Palazzo Vecchio,
non perchè la distanza è notevole (per un vero amico non esistono sforzi in eccesso)
ma perchè quel che in me di lui dimora non muore, non pùo andarsene
e allora dirò addio alla sua forma fisica, corporea, carnale
col migliore dei riti che improvviserò in questa stanza oscura.
Immagino una fila di incensi, dei lumi i suoi volumi ed io che strapperò e darò fuoco ad alcune delle sue pagine,
auscultando il crepitio delle fiamme e la tua ultima lezione,
avendo cura di lasciare uno spiraglio aperto della mia finestra,
che un alito di vento dall’antico Himalaya possa venire ad augurarti buon viaggio,
dinnanzi al mio viso stupito e contaminato,
di tutta quell’esperienza che con noi hai condiviso e non immaginavi potesse muoversi in massa verso un comune sensibile sentire,
dopo il tuo ultimo respiro.

Ci vediamo infondo a quella strada che in solitudine accolse i tuoi primi passi,
ora rincorrono le tue orme generazioni di uomini fioriti, forti in ideali inossidabili
continua ti prego a guidarci laddove ora ci scrivi in sogni

Vik

Da Guerriglia Radio

Un maggio di rose

In Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 9 maggio 2011 at 8:47

Nel trentatreesimo anniversario della scomparsa di Peppino Impastato

“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai…”

Modena City Ramblers – I Cento Passi

Innamorato della Palestina

In Amici, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 17 aprile 2011 at 22:09

A te  Vittorio per non dimenticare

I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.

Palestinese vivi, palestinese morirai.

MAHMUD DARWISH
(tratto dal blog lettere al futuro)

Da Soldato Blu a Piccolo Grande Uomo passando per Un Uomo chiamato Cavallo

In Amici, Cinema, Cultura, Miti ed eroi on 17 dicembre 2010 at 13:42

Ancora un commento di  Cavaliere errante unito da due film “Soldato Blu” e “Piccolo Grande Uomo”  film di Arthur Penn con Dustin  Offman, che descrive il personaggio trattato in questo commento. Ho aggiunto un altro film sempre del 1970 che resta una pietra miliare e che appartiene alla stessa trilogia:  “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein con Richard Harris.

Il 25 giugno del 1876, sui pendii del ‘Little Big Horn’, mentre l’allora Colonnello George Armstrong Custer (che era stato circa 10 anni prima, nella Guerra di Secessione, il più giovane e fortunato Generale di Divisione di tutta la Storia Militare USA, essendolo divenuto a soli 25 anni!) scendeva col suo Rgt. del ’7° Cavalleggeri’ deciso all’atto di sterminio finale, su quella polvere orrenda che gli Indiani videro dalle sottostanti rive del fatale fiume, volse gli occhi sbigottiti Tashunka Uitko, e gli si strinse il cuore!!! Ma non si smarrì, afferrò un nugolo di Guerrieri Lakota Oglala e Cheyenne e li strappò alla paura che “Lunghi Capelli”, figlio dagli occhi azzurri di un temporale e della morte, incuteva a tutti loro e gli urlò: “Animo Guerrieri, tutti con me, oggi è un gran giorno per morire!” Poi, quell’Eroe tragico e indomito, mai vinto in una battaglia in campo aperto, con una manovra assurda di aggiramento, possibile solo risalendo un canalone distante chilometri dalla collina da cui scendeva Custer, riuscì portarsi alle spalle, e in posizione dall’ alto, dello stesso Custer! Era una manovra di impensabile audacia, quasi impossibile da attuare, ma Cavallo Pazzo ed il suo cuore ci riuscirono e per Custer ed i suoi Soldati blù fu la fine!
Poco più di un anno dopo, a Fort Robinson dove l’invincibile Tashunka si era arreso con circa novecento tra Donne, Vecchi e Bambini, tutti stremati dalla fame e dagli stenti patiti, fu proditoriamente ucciso con una baionettata che gli squarciò i reni ‘mentre altri soldati’ lo trattenevano vigliaccamente (tra loro, il più infame di tutti: il suo ex Compagno di mille battaglie e di storie di struggente amicizia, Piccolo Grande Uomo, in divisa di caporale ausiliario dell’Esercito USA, che gli teneva ferme le braccia!!!). Morente e dilaniato dal dolore lancinante, Tahunka Uitko, al Padre che lo rincuorava disse le sue ultime parole su questa Terra (ma non le ultime, sulla terra perennemente verde di Wakan Tanka, dove continua a vivere ed a cacciare i bufali): “Padre è finita, dì al mio Popolo che non potrà più contare su di me!” E spirò!
Era la fine del settembre del 1877, e quell’Eroe aveva, si presume, “trentatre anni”!

Sul fiume Sand Creek

In Cinema, Cultura, Guerra, Miti ed eroi, musica, Pietas on 16 dicembre 2010 at 11:09

Riporto senza modifiche il commento del caro Cavaliereerrante sulla strage perpetrate a Sand Creek da parte dell’esercito a stelle e strisce. Senza aggiungere ulteriori commenti da parte mia. Grazie Ser@Bruno.

  • Sul Fiume Sand Creek (‘ruscello della sabbia’ lo chiamavano gli Cheyenne), si accampò, per tenersi lontano da chi, anche dalla sua stessa etnìa, voleva scatenare una ‘guerra persa in partenza’, Pentola Nera, Grande Capo dei Cheyenne pacifici .Questo saggio Cheyenne, cui era stata assegnata una Medaglia del Congresso per il riconoscimento della sua azione di pace tra Bianchi e Pellerossa, aveva fatto accampare la sua Gente, circa un migliaio di Cheyenne prevalentemente anziani, per lo più donne e bambini, e pochissimi guerrieri in grado di combattere . Era nelle sue previsioni, un posto tranquillo, fuori mano, non avaro di pesca e cacciagione, e rigoglioso d’ erba grassa per i cavalli . Un posto sicuro, un posto incantevole fatto per crescere Gente pacifica!
    Ma un bastardo di uomo (sic!), l’ ex Predicatore Battista Chivington, ex Colonnello non privo di oscure gesta militari, Uomo di accanita ed ipocrita vocazione religiosa, un intollerante, un avventuriero “privo d’ onore”, alla testa di una masnada di ex renitenti alla Leva per Soldati della Guerra di Secessione, cui si erano aggiunti ex galeotti appena usciti dalle più lercie galere, ed altri uomini senza scrupoli, “tutti attirati” dalle grosse taglie che pendevano sulle teste degli “Indiani ostili” (sic!), un’ eterogenea accozzaglia di delinquenti di ogni risma che si fregiava del titolo di “Rangers del Colorado” e che sventolava la bandiera USA, attaccò questo accampamento pressoché inerme, ritenendolo – ahimé giustamente! – una delle prede più facili a portata dei loro artigli. Erano le ore 20 circa del 28 Novembre 1865, una serata gelida, un cielo privo di stelle e di humana pìetas! Gli Cheyenne dormivano tranquilli, non avevano neanche appostato sentinelle nelle vicinanze, tanto erano consapevoli di non costituire pericolo per nessuno. A colpi di sciabola, cariche di fucilerie appoggiate da 4 Obici da montagna, in grado di sparare proiettili di circa 12 libbre ciascuno, questi “eroi dell’ infamia” massacrarono letteralmente, e con un sadismo mai eguagliato, la maggior parte di quegli indifesi Cheyenne, torturando, stuprando le donne prima (anche in cinta) e sventrandole poi, spaccando a metà con la sciabola bambini in fasce, ovunque spargendo la morte e il terrore, resuscitando l’ inferno. Ogni vittima pellerossa fu scotennata (anche le donne, cui fu scalpato anche il pube, anche i bambini appena adolescenti), costituendo questo ‘trofeo’ la prova da esibire per incassare le taglie e le prebende che lo stesso Governatore del Colorado aveva posto a premio di simili imprese, e furono infine massacrati anche i cavalli!
    Il bel Film “Soldato Blu”, e la sua struggente omonima ballata cantata con l’ anima dalla pellerossa Buffit Saint-Marie, mostrano solo in parte l’ orrore e le infamie di quel proditorio attacco notturno, rimasto agli atti della Storia degli Stati Uniti d’ America “come l’ azione più vile mai perpetrata contro una popolazione indifesa sotto la Bandiera ‘a stelle e strisce’ degli USA” . I pochi sopravvissuti di quella strage, raccontarono che Antilope Bianca, un vecchio guerriero di 75 anni, prima di cadere colpito a morte, dicesse : “Niente vive a lungo, solo la Terra e le Montagne”!!!
    Oggi, a circa 145 anni di distanza da quell’ orribile strage, nulla resta degli infami che la commisero, se non una condanna morale irredimibile ed un sentimento di repulsione per i nomi dei carnefici, cui nessun oblìo potrà mai porre termine .
    Ma sui Monti Rushmore, le mitiche Saha Paha (Le ‘Black Hills’), il luogo sacro a Wakan Tanka Paradiso dei Giusti dalla pelle rossa, dal 1948 un gruppo di Scultori, sostenuti economicamente con gli aiuti pervenuti da tutto il Mondo Civile, sta scolpendo “a colpi di tritolo” prima, improntando con i martelli pneumatici poi ed infine rifinendo il marmo a scalpello, una Montagna di circa 195 metri: il Monumento dedicato a Tashunka Uitko, il più alto Monumento che l’ Uomo nella sua Storia plurimillenaria abbia mai scolpito (‘Colosso di Rodi’ compreso) con le sue nude mani. Vi si intravede già il Volto malinconico di Tashunka che guarda verso la sottostante ‘grande prateria’, la testa del suo Cavallo ed il braccio che l’ Eroe Oglala Lakota protende, indicandolo con il dito indice disteso, quel paradiso perduto strappato dai bianchi alla sua Gente!
    Come previde, con l’ esattezza del saggio, il vecchio Cheyenne Antilope Bianca “vivono a lungo solo la Terra e le Montagne”!
    cavaliereerrante
  • Cari ed ospitali Ser @Mario e Lady @Ross, vi ringrazio per l’ ospitalità e l’ occasione di estrarre da me una insopprimibile malinconia, che mi fa vivere male, che tutt’ ora mi turba!
    Come Tu dici “con cognizione di causa”, carissima Lady @Ross : “perdenti si nasce”!
    Forse, è vero, se leggiamo la Storia! Ma se “perdere” significa andare a fecondare la terra all’ ombra di quei Giusti, se “perdere” significa stare per sempre dalla parte di Tashunka Uitko, di Ernesto ‘Che’ Guevara, di Salvador Allende, di Yuri Gagarin, di Enrico Berlinguer e di tutte le altre, infinite, anime perse nei sogni di libertà irrefrenabili, allora Amica mia penso da Cavaliere Errante che fu una meravigliosa sorte la nostra, se ci fece “nascere con quella fatale vocazione” nel cuore!


  • Piccola vittoria di vecchi resistenti

    In Amici, Antifascismo, Miti ed eroi, politica on 30 marzo 2010 at 15:46

    Il Menotti come impietrito guardava, senza vederle, le carte che aveva in mano. La televisione andava da sola senza che nessuno di loro la stesse decisamente guardando. Era vero che Rino aveva giocato la prima carta del nuovo giro di scopa coll’asso, ma Gustavo che doveva tirare era rimasto con la mano alzata a mezz’aria. A dir la verità sembravano un quadro con quattro personaggi fissati sulla tela nell’atto di giocare a carte. La loro immobilità non era fotografica, si trattava solo dell’attenzione che le loro otto orecchie prestavano a quello che diceva il giornalista in tivù. Erano da qualche ora al tavolo dell’osteria tanto per stare nell’abitudinarietà, ma questa volta era stato faticoso far passare il tempo. Gustavo aveva tartagliato più del solito e questo era indice che si sentiva molto nervoso. Rino invece era ringhioso, ma si sa lui reagiva così allo stress. Erano quattro vecchi amici e forse erano solo quattro amici vecchi però passavano insieme molte giornate a tirar moccoli e a sbattere le carte consunte sul tavoli di legno dell’Osteria Vini da Arturo. Che poi Arturo non c’era più da un pezzo. Ora c’era Graziella che però di grazia ne aveva ben poca. Ma era inutile fingere di essere interessati al gioco. Erano troppo vecchi per tentare questi miseri sotterfugi. Fingere disinteresse cercando di non guardare la tivù per infantile scaramanzia. Invece erano terribilmente preoccupati che oltre alla Provincia e alla Ragione questa volta potevano perdersi anche il Comune. Già Rino aveva perso nel tempo tutti gli amici della sezione del Partito, quello che lui metteva sempre con la P maiuscola. Ora era tutto cambiato, alla Sezione si era sostituito il Circolo che per lui aveva il fascino della canonica dove si teneva ancora il corso di taglio e cucito di Don Amintore. Lui al Circolo si vergognava di farsi vedere, lì non si faceva politica, ma solo robetta da donne. Il Panetti, che c’era stato qualche volta, perché lì c’era ancora la sede dell’ANPI, aveva precisato che nessuna delle facce che giravano li, le aveva mai viste. E questo chiudeva la discussione. Come fare a iscriversi ad un partito che non si chiamava più Comunista e che tremava alla sola idea di farsi così apostrofare? Graziella aveva alzato il volume dell’apparecchio spostando la sua voluminosa mole da dietro al bancone. “Ste’ siti tosi che vogio sentir… no gavarà miga vinto quel pimpirinea di un nano no?” Tutti sapevano bene di chi stava parlando perché pure lei la pensava come loro, era ben figlia del vecchio partigiano, quello della beffa al Teatro Goldoni. “Che muso rotto quel vecio, farghela sotto el naso ai gerarchi fasisti!” Così aveva liquidato l’eroico gesto il Menotti ridendo. Dalla televisione uscivano i numeri dei risultati finali delle amministrative per dare un nuovo sindaco alla loro città. Dopo “il filosofo”, che se non altro era presentabile, non era possibile vedere eletto “il nano malefico”, questo si rifiutavano di accettarlo. Gustavo, che oltre alla balbuzie era anche duro d’orecchi, inciampando su ogni lettera chiese: “Ma… co… co… co cossa i… i… i dise Gra… Graziela ti …ti … ti che ti… ti… ti se… senti.” “Tasi un poco Gustavo che ti me fa perdere le percentuali. El “nostro” più del 51% e staltro, el “molton”, el xe fermo al 42. Porca l’ostrega, se no me sbaglio, anca stavolta un calcio in culo gheo gavemo dà!” e corre dietro il banco per prendere una bottiglia di vino e un gotto per lei e con un’agilità inconsueta la mette sul tavolo dei quattro “Questa la offro mi, sta inteso, bevemo alla salute de me pàre e a quella del nostro Leon, che no se fa metter sotto da un ometto insulso come quelo.” I cinque riprendono vita e tra discorsi sconclusionati e pacche sulle spalle iniziano i brindisi di quello che si prefigura come un pomeriggio di grandi bevute e sopratutto di allegra compagnia. Anche stavolta la loro città aveva saputo resistere.

    Lunga è la notte…

    In Giovani, Informazione, Miti ed eroi, musica, uomini on 15 novembre 2009 at 11:38

    Un pensiero a Peppino Impastato dopo un entusiasmante concerto dei Modena City Ramblers

    Lunga è la notte
    e senza tempo.
    Il cielo gonfio di pioggia
    non consente agli occhi
    di vedere le stelle.
    Non sarà il gelido vento
    a riportare la luce,
    nè il canto del gallo,
    nè il pianto di un bimbo.
    Troppo lunga è la notte,
    senza tempo,
    infinita.


    Ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con Berlusconi?

    In Anomalie, Informazione, Miti ed eroi, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 3 luglio 2009 at 10:20

    Lo vedo spesso, per ragioni di lavoro. E’ simpatico. Un ometto piccolo e tondetto che fa l’imprenditore. Veramente era un semplice muratore, assieme al fratello, poi col tempo è sceso in campo, ha preso in mano la ditta e gira con una ventiquattrore tutta apparenza che non modifica la sua aria bonaria e sempliciotta.
    Lo sapevo, tutto avrei potuto fare tranne che intavolare con lui un qualsiasi ragionamento che comporti una qualche critica verso il Governo e il Capointesta. Alle osservazioni risponde nei modi più fantasiosi, difendendo il suo Mito molto al di là di qualsiasi fanatica ragionevolezza.
    Considerato il personaggio, si può ricavare con molta precisione la lettura del pensiero dominante di questa Italietta amorale e furba che non intende stare alle regole e che, se potesse, per un piccolo tornaconto, fregherebbe anche la più affettuosa delle madri.
    Visto che oggi già stavo incazzata, per l’approvazione della legge ingiusta e avvilente per un paese civile sulla Sicurezza, mi sono fatta scappare una domandina retorica che non aveva bisogno di risposta:
    Allora il Presidente, è ancora l’uomo dei tuoi sogni, oppure le sueporcateti hanno un po’ raffreddato?” (Il senso era “ma dopo tutto tu ci vai ancora a letto con B.”?)
    La risposta che mi aspettavo era un tantino più sostenuta di quello che invece mi ha dato: “E’ un fenomeno! Pensa a quell’età, avere tutte quelle donnine… (parole dette con sguardo alluppato). Ma tanto io non ci credo. Potreste trovare altre scuse per farlo dimettere. Queste bugie hanno le gambe corte.” Così mi vennero in mente le gambe della Noemi o di altre ninfette coinvolte, in realtà tanto corte non mi parevano .
    Va bene il maschio italiano su queste cose ci va a nozze. Ma le donne? Possibile che proprio tutte facciano la coda per farsi toccare dall’Untore? Possibile che quella villa sarda e quel palazzo romano più che in un luogo di vacanza e di incontri politici ad alto livello si siano trasformati in gineceo e in lupanare?
    Piccata ho ribattuto che non ci facevamo una gran bella figura con i paesi esteri (ma quanto sono ingenua!). “Ma se stanno morendo tutti d’invidia, vorrebbero avere anche loro un premier così arrapato.” (Eh già tutti loro sognano un premier satiro e zompatore.)
    Rincaro: “Ma scusa, a parte i suoi discutibili gusti sessuali, ma la moralità politica, dove la mettiamo. E’ stato o non è stato condannato Mills per corruzione?” Risponde: “Sciocchezze, si trattava solo del pagamento della parcella di una normale prestazione di lavoro.” E aggiunge sorridendo: “Ci vuole ben altro per farlo dimettere. Inventatene delle migliori!
    Penso proprio che davvero dovremmo inventarne delle migliori per farlo dimettere, ma si sa, che malgrado la nostra sfrenata fantasia, lui ne fa di ancora “più migliori” delle nostre.
    Pensare di dimetterlo? Sarebbe meglio dimetterlo senza pensare.
    Ma si sa, noi siamo comunisti e mangiamo i bambini, inutile tentare con gli imprenditori che evidentemente sono indigesti, soprattutto quelli botoli, beceri e ignoranti.

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