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Se questo è il nuovo che avanza…

In Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La Sinistra, Mala tempora currunt on 31 ottobre 2011 at 23:41

E’ da tempo che evito ad entrare nelle beghe della politica italiana, non solo perchè la cosa mi sconforta, ma anche perchè mi diventano sempre più incomprensibili le ragioni delle parti. Parti politiche s’intende, quelle che ormai dai più, vengono chiamate “casta”.
Non nego che a suo tempo, avevo cercato di seguire le vicissitudini iniziali del Partito Democratico, senza mai, comunque arrivare a tesserarmi. Tutto sommato com’è nel mio carattere, mi sono data da fare, con bancarelle, raccolta firme, volantinaggio. Insomma sono scesa in campo, con tutta la mia buona volontà.
Sinceramente l’esperienza è stata stramaledettamente deludente. Il circolo, salvo qualche raro tentativo di analisi, era il ritrovo di persone fuori della realtà, chiuse nei propri confini asfittici, senza la capacità di sognare in grande, di sconfinare. Un piccolo mondo chiuso in sé stesso.
Smisi di andare perchè l’ho trovato tempo perso e anche stramaledettamente deprimente.
Ogni tanto qualcuno tenta di farmi tornare, con la scusa che quando arrivo io e mi decido a parlare riesco a far “ruggire le pecore”. In poche parole mi scontro quasi con tutti, ma per qualcuno di loro è il momento più emozionante da tanti mesi a quella parte.
Insomma quasi sempre finiscono col dire che non si dovrebbe far parlare chi la tessera non ce l’ha. Ci rimette un po’ la democrazia, ma sai quanto è piacevole raccontarsela tra loro. Mica si deve guardare in faccia la realtà. Basta solo dirsi quanto bravi si è e quanto gradimento si ha.
Ragionandoci sopra poi che: se questo è il Partito Democratico, chissà cos’è un qualsiasi altro partito della maggioranza. Non oso pensarlo. Diritto di critica nullo. Sebbene anche da quest’altra parte non si scherza.
E allora perché oggi mi va di riparlarne? Beh, semplice: perchè ho ascoltato l’intervento del politico che impersona il “nuovo che avanza”. Veramente qualcuno dice che è il nulla che avanza, ma diamogli giustamente almeno la possibilità di raccontarsi. Il nuovo è un ragazzotto sotto i quaranta, dall’aria del bravo ragazzo che ha smesso da poco i pantaloncini da boy scout, per scendere in campo e portare alla riscossa il suo gruppo preferito, detto dei “rottamatori”. Tanto per dire quelli che vogliono sostituirsi ai padri, per fare meglio e di più. Sì, perchè anche lui è sceso in campo non per se stesso, ma per servire l’Italia (dov’è che l’ho già sentita questa?). E poi sia chiaro che lui non intende candidarsi, questo non l’ha ancora detto apertamente, ma a differenza degli altri lui pensa che: “la sinistra deve innovare. Non può difendere i diritti dei garantiti e lasciar morire gli esclusi. Chiedere a un lavoratore di lavorare un anno o due di più per avere un asilo nido in più, credo sia equo. E credo che preoccuparsi dei trentenni precari o dei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro sia più di sinistra che discutere dell`articolo 18. Rabbrividisco a sentire certe posizioni contro la lettera Bce lanciate da chi non prenderebbe voti nemmeno nel suo condominio.”
Rimango davvero perplessa quando sento che la stazione Leopolda si apre agli applusi nel sentire tanto geniale e giovane impegno. Strozziamo i lavoratori per migliorare la vita di altri più infelici di loro. Se questo e il nuovo che avanza, allora comprendo quella che fu la mia prima impressione quando lo sentii parlare: questo ha più ambizioni di un politico, vecchia maniera, in scalata del suo personale successo. Ma questo è ancora poco. Che poi dopo che se ne andò a cena ad Arcore per parlare della sua città, Firenze, allora tutto fu chiaro, abbiamo per le mani il nuovo Berlusconi in formato giovane e rampante, che mette tutte le sue energie per fare carriera evitando così di sprecarle con le escort, purtroppo però questo è iscritto al PD.

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Tutti eroi anzi agnelli

In Anomalie, Mala tempora currunt, politica, uomini on 25 ottobre 2011 at 22:54

Mi chiamo Giuseppe e sono un poliziotto. Sì, sapete uno di quelli malpagati, ma che ormai c’è dentro e si adatta. Veramente non tutti sono come me, c’è anche chi ci crede o che fa finta di crederci, ma non mi piacciono quelli, perchè riescono a fare il nostro lavoro, ma si prendono delle gratifiche extra e fanno cose… che a me non va di fare.
Sabato scorso ero a Roma, mi hanno mandato con la mia squadra da un commissariato di fuori. Io sono nato al nord e a Roma ci sono stato solo qualche volta, ma tanto vale perchè dalla caserma si esce poco e poi a che fare? Nel mio gruppo siamo tutti giovani e non abbiamo ancora fatto il callo quando il capo ci tratta come dei coglioni, ma questo è il mio mestiere e mi dà da mangiare.

Dicevo: sabato eravamo di servizio alla manifestazione di quei fessi che sono qui solo per darci il tormento. I nostri dirigenti non ci hanno detto niente di quello che poteva accadere, però ci hanno chiarito una cosa: “State in campana, ma qualsiasi cosa succeda, paratevi il culo. Insomma non si interviene, per quello ci pensa la Mobile che loro sanno cosa fare.”
Antonio che è figlio di un carabiniere ha chiesto: ” Ma sono previsti disordini?” e quelli hanno risposto: “Ma a te che te ne frega. Se succedono sono cazzi loro.” E se ne sono andati ridendo. Antonio ha aggiunto: “Anche stavolta ci mandano a sgozzare l’agnello”.

Lui ne sa di più perchè ha esperienza e poi si può dire che in casa sua tutti hanno i piedi piatti. Ci dice che la figlia di 17 anni di sua sorella va alle manifesazioni, lui alla sua non lo permetterebbe mai, preferirebbe aprirgli la testa piuttosto, così almeno non trova nessun collega che glielo fa per lui. A volte penso che sia fin troppo cinico, ma se dice questo, una ragione ci sarà pure.

Io queste cose non le capisco. Non mi interesso di politica mi faccio sempre i cavoli miei, ma quando mi sento preso in mezzo, provo una rabbia che non posso spiegare. Non capisco perchè ci sono 4 cretini che fanno le manifestazioni e che mi impediscono di fare turni decenti quasi tutti i fine settimana. Se ne stessero a casa loro, sarebbe meglio per tutti. E poi che vengono a fare? Non hanno ancora capito che qui non si leva un ragno dal buco. A noi che teniamo bordone a questo governo, ci lesinano i soldi persino per la carta igienica pensa che nemmeno la benzina ci danno per fare il nostro lavoro. Ma ti pare che dobbiamo prenderci le maledizioni da tutti… e a che pro?

Così io penso, perchè ho deciso di entrare in polizia proprio per non dover tutti i giorni sbarcare il lunario. Intanto di coglioni da arrestare ne trovo sempre e il lavoro non manca. Non credevo che poi alla fine mi trovavo ancora a lesinare il pane… ma non è per questo che ho cominciato a parlare, almeno non è solo per questo… Sabato mi sono sentito una merda, ma mica perchè sono successi quei fatti lì, quelli sono fatti che capitano sempre. Siamo abituati. Solo che questa volta ci hanno esposto noi ai pericoli senza permetterci di muovere le mani per difenderci e disfare quei quattro esaltati che ci prendevano in giro. Vero che non erano proprio quattro, ma solo pochi a parer mio la stavano facendola fuori dal vaso. Io ci ho occhio per queste cose e capisco chi sarebbe meglio prendere e buttare nel pattume. Ma l’ordine era: non intervenire. Antonio era molto nervoso, aveva voglia di menare le mani, diceva che non si poteva fare così, che qualcosa non quadrava e che quell’organizzazione iniziale e i disordini sapeva tanto di militare.

Abbiamo chiesto varie volte rinforzi, ma ci dicevano che erano impegnati su altri fronti, oppure che ci avrebbe dato una mano la Finanza. Allora Antonio è andato su tutte le furie. Che ci fanno quelli con noi? Ma allora è vero che ci mettono qui sperando che siamo noi a fare gli agnelli.

A questo punto ho pensato che, sia che stai da una parte che dall’altra, non c’è scampo. Sei una pedina in mano al potere. E questo mi faceva incazzare anche perchè ormai era tardi e noi avevamo in stomaco solo un panino da mezzogiorno. E poi l’odore dei lacrimogeni veniva anche dalla nostra parte  e arrivavano i sassi  e le imprecazioni. Eravamo noi a dover fare l’agnello sacrificale come aveva detto Antonio. E sinceramente non mi pagano a sufficienza  per rimetterci la vita. E pensare che avevo illusioni su come mi sarei sentito a fare questo mestiere. Pensavo che mi sarei sentito orgoglioso della divisa. Bel fesso sono. Che poi nemmeno la divisa ci passano e dobbiamo arrangiarci coi jeans che per la verità non sono d’ordinanza. E io che pensavo che avrei fatto l’eroe e che avrei avuto una vita sicura… ma sicura di che?  Una volta finisco con il manganellare le nipote dei miei colleghi e un’altra sto qui a farmi manganellare dai miei colleghi vestiti da teppisti, o forse no. Chi può dire che sono colleghi quelli. Forse Antonio vede troppi film americani. Forse noi siamo davvero eroi dei nostri tempi.

(ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti è puramente casuale e poi chi può immaginare che le forze dell’ordine possano parlare e agire così? Nessuno, esiste solo nei brutti racconti di fantapolitica)

Benefattori dell’umanità

In Gruppo di discussione politica., Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Pietas on 24 ottobre 2011 at 15:40

Diffondo quest’altra riflessione di Marinella Correggia e v’invito a guardare la vergognosa performance della Clinton. Abbiate solo la pazienza di far passare qualche secondo di pubblicità prima di assistere all’incontenibile gioia di questa benefattrice dell’umanità. E’ cosi forte nel suo ruolo di donna emancipatasi sui peggiori valori del peggior maschio, che si differenzia dalla soldatucola di Abu Graib solo per la divisa. E questa gente porterebbe la democrazia, la libertà, il rispetto della vita……….

 Patrizia
Intanto vi prego di diffondere questi pochi secondi, protagonista l’orrenda dittatrice a casa d’altri H. Clinton in un siparietto fra due trasmissioni: http://www.youtube.com/watch?v=mlz3-OzcExI Il fatto che lei abbia chiesto a Tripoli il giorno prima di ucciderlo o prenderlo, e il giorno dopo ciò sia avvenuto, fa sorgere tante domande ma una certezza c’è: la Clinton che ride e parafrasa quell’altro criminale di Giulio Cesare, dopo le immagini di una macellazione con tortura, è la sintesi del pensiero  dei governi e di buona parte delle popolazioni dell’Occidente consumista/militarista (a proposito, la ricostruzione della Libia con i soldi libici magari farà uscire dalla crisi alcuni paesi d’Occidente; una ragione di più per fare la guerra. Un investimento).

 L’altra parte dell’Occidente possiamo identificarla con le tre scimiette “non sento non vedo non parlo”.  A questa appartengono quasi tutto il “movimento” e la “sinistra” occidentali. E non lo vediamo solo dai loro siti di questi giorni ma anche dal loro “nulla” lungo sette mesi. Un nulla totale (se glielo dici, ti rispondono che a marzo avevano fatto una dichiarazione contro la guerra). Perfino l’occasione d’oro del 15 ottobre, centinaia di città in piazza, è stata del tutto mancata. Eppure, un appello era stato lanciato.

 Dimenticavo i media mainstream: a quale gruppo appartengono? a quello della Clinton, decisamente.

 Marinella
AGGIUNGO QUESTO QUANTO ALLA DINAMICA DEL 20 OTTOBRE.

La macellazione di Muammar Gheddafi (giacché di macellazione si tratta e io sono contraria anche a quella degli animali) al di là dei non commentabili commenti dei leader politici (crimini in sè, quei commenti) ha seguito lo stesso andamento binario di questa guerra di riconquista.

 1) La Nato ha fatto tutto il lavoro, permettendo la consegna di Gheddafi ai carnefici (e nei sette mesi precedenti permettendo un’avanzata degli anti-Gheddafi altrimenti impossibile, malgrado le armi ricevute e il reclutamento di consiglieri e mercenari). La Nato ha fatto il lavoro asettico: i bombardamenti dall’alto magari con droni non prevedono contatti fisici con la vittima, “occhio non vede cuore non duole”

2) Gli alleati locali della Nato (non direi solo libici) hanno completato, direi accessoriato mettendoci del loro: hanno fatto il lavoro sporco, quello del carnefice che guarda e uccide la vittima. Non lo hanno fatto solo con Gheddafi; da mesi circolano video di inaudite crudeltà da pate dei “ribelli della Nato” (e nemmeno uno su crudeltà da parte dell’ex esercito libico pure accusato a parole di ogni nefandezza). Video ignorati. Alla luce della macellazione finale, quei video dovrebbero essere ristudiati in una denuncia per crimini di guerra.

Sulla fine di un tiranno

In Guerra, Informazione, Pietas on 21 ottobre 2011 at 15:21

I CONTENUTI DI QUESTO VIDEO POSSONO ESSERE INAPPROPRIATI E OFFENSIVI, CHI VOLESSE CONTINUARE LA VISIONE E’ STATO AVVISATO DEL CONTENUTO

Invio questo contributo alla riflessione a:

1) a tutt* i plaudenti, sinceramente democratici ma un po’ distratti,
2) a tutt* coloro che – come me – erano convintamente e attivamente critici di Gheddafi e del suo trattamento dei migranti anche quando il governo italiano ci faceva affari

3) a tutt* coloro che credono che la legalità internazionale sia in serio pericolo, visto l’agire e le dichiarazioni di chi rappresenta organizzazioni internazionali e sovranazionali… oltre a quelle di capi di stati che sembrano ballare sulla preda… di cui si stanno dividendo le spoglie

4) a tutt* quell* che invece non se ne sono accort*

5) a tutt* gli altri che vogliono leggere, criticare, diffondere…

…ma per favore, manteniamo un po’ di dignità, almeno quella! La piètas è ormai roba d’altri tempi e si confonde con la pena o l’emozione indotta dalle immagini, perciò non ne parliamo neanche…

 Patrizia Cecconi

Libia. MACELLAZIONI FINALI, CARNEFICI (NATO-CNT), PLAUDENTI (BAN KI MOON, NAPOLITANO, UE…) E ASTENUTI

1.   Ecco la nuova Libia di Napolitano, di Ban Ki Moon, di Barroso e di tutti gli altri che hanno espresso oggi soddisfazione. Eccola in questo video atroce: fra tante altre immagini che invece erano montaggi (http://www.youtube.com/watch?v=75YhFScM5sU&feature=share&skipcontrinter=1) riprende un essere umano gravemente ferito, strattonato, circondato dalle blasfeme urla “allah u akbar” che accompagnano le esecuzioni di Al Qaeda, in Iraq come in Libia (da mesi ormai), come altrove. Macellazione: il termine è appropriato, perché il sangue scorre, le urla di soddisfazione degli esecutori si levano come gli onnipresenti colpi di fucile, e l’indifferenza per le sofferenze dei viventi scannati è la stessa che c’è nei macelli per animali. Del resto, ricordate che in Iraq, i militari americani dicevano ridacchiando di aver fatto il tiro al piccione con i soldati iracheni? In Libia, Nato e i suoi alleati del Cnt hanno fatto tabula rasa di molti civili e di moltissimi lealisti; e dire che avrebbero dovuto limitarsi a far rispettare la no-fly zone e a proteggere i civili se minacciati. Chi minacciava in civili in genere (e tanto più nel caso delle città assediate da fine agosto)?  Le truppe armate del Cnt. Alleate e protette dalla Nato come se fossero civili.

2.   Allucinante, un assassinio ordinato o compiuto direttamente dalla Nato dai paesi “democratici”. Dai paesi consumisti e militaristi, anche durante la crisi. Allucinante ma non per Ban Ki Moon, per il quale questa giornata è “storica” per la Libia. Ban Ki Moon è il segretario generale delle Nazioni Unite!! Lo stesso che non ha speso un parola su questa guerra, nemmeno sui civili di Sirte assediati e uccisi (e immaginarsi se può provare pietà per i soldati libici sui quali la nato ha fatto il tiro al tacchino. E Napolitano? Anche lui contento. Napolitano è il presidente della Repubblica italiana: ci rappresenta davvero questo guerrafondaio capo (il più accanito di tutti, a parlare di “iniziativa umanitaria”)? E i capi dell’Unione Europea che si compiacciono della nuova era? Ci rappresentano? Forse sì. Questo è l’”orrore su cui si fonda il consumismo” (frase di un’amica); sì, anche in tempi di crisi.

3.   Oggi 20 ottobre vicino a Bani Walid è stato assassinato anche Sheik Ali, ottant’anni, capo tribale della tribù Warfalla. Uomo di pace, non aveva in casa nemmeno un fucile da caccia.

4.   Non si è risparmiato nulla ai perdenti, per ridicolizzarli meglio. Un pro-Cnt (di quelli che senza la Nato non avrebbero fatto un passo) mostra la “pistola d’oro” che avrebbero trovato nelle tasche di Gheddafi! E poi naturalmente, dove l’hanno trovato ferito (è poi “morto in custodia”)? Saddam lo pescarono, barbone, in una buca, per avviarlo subito alla forca. Gheddafi, dicono, si era rifugiato ferito in un tubo di cemento sporgente dalla sabbia. Così hanno cercato di annullare il fatto che sia rimasto fino all’ultimo nel luogo della Libia più pericoloso, Sirte.

5.   E’ stata la Nato a colpirlo? Ecco cosa dice il colonnello Lavoie in una di quelle dichiarazioni che a leggerle rivelerebbero altrettanti crimini di guerra o violazioni della risoluzione 1973 (alla quale la Nato ha continuato ad aggrapparsi): “aerei della Nato hanno colpito due veicoli militari pro-Gheddafi che facevano parte di un gruppo di veicoli militari che manovravano vicino a Sirte”. Allora ho chiesto all’ufficio stampa della Nato (cjtfuppress@jfcnp.nato.int):  come mai avete colpito quei veicoli?” Loro, coda di paglia, si lanciano in una excusatio non petita: “La Nato li ha colpiti perché erano una minaccia per i civili. La Nato non prende di mira individui specifici”.  Allora ho risposto: “Non vi ho chiesto quale obiettivo specifico fosse quello. Ma in che modo minacciavano i civili? Dov’erano i civili minacciati?” Allora hanno fatto rispondere a Lavoie: “given the nature of their conduct these armed vehicles continued to represent a threat towards civilians”. “Data la natura del loro comportamento, erano una minaccia. I combattimenti sono continuati fino alla caduta di Sirte”. Il tirapiedi di Lavoie aggiunge che non può aggiungere altro. Ma è chiarissimo: visto che Lavoie si riferisce ai combattimenti, significa che gli unici civili che la Nato ha voluto proteggere sin fall’inizio del resto, erano gli armati del Cnt. Ma ciò è illegale.

6.   Dunque quando si farà un processo alla Nato sarà sempre troppo tardi.

7.   E qui, gli occidentali – anche i “movimenti” – che sanno tutto (ma anche là, gli arabi addormentati da Al Jazeera), che hanno fatto? Non ha indignato quasi nessuno, nemmeno gli indignati, il macello che dura dall’inizio delle bombe (già: prima, i famosi 10mila o seimila morti erano stati un’invenzione. Lo hanno dichiarato gli stessi che l’avevano denunciato all’Onu…). Forse perché qui è dal 1945 che il cielo non ammazza di bombe e molti difettano di immaginazione. Adesso diranno: “Eh però era meglio processarlo…”. Siamo democratici e civili, noi gli altri li processiamo gli altri (noi stessi mai). Ammazziamo solo con le bombe e la rapina economica ed ecologica. Di cui le guerre come questa sono conseguenza e causa. Ma come mai non se ne rendono conto?

Marinella Correggia

ReLOVEution

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani on 17 ottobre 2011 at 10:02

Avrei voluto essere a Roma ieri perché credo sarei stata me stessa, mi sarei sentita viva. Ho avuto questa sensazione dentro di me tutto il giorno, sentivo che il mio posto era lì, con voi e con altre 300mila persone circa. Invece sono stata alla laurea di un’amica. Quegli avvenimenti a cui non si può mancare, un po’ di circostanza forse. Non è la prima volta che mi sento così, un po’ fuori posto, un po’ fuori rotta, o semplicemente “fuori”… Perché il “dentro” è studiare per laurearsi bene, in tempo, e trovare lavoro per mantenersi e prendersi una casa con marito e fare dei figli con i quali sentirsi tutti una famiglia.

Così va la vita, dicono.

Dicono appunto, io non lo credo e i fatti me lo dimostrano.

Ha senso studiare per laurearsi se poi un futuro dietro ad una laurea non c’è? Ha senso farsi il “culo” (a volte per niente perché imparare le cose mnemonicamente non credo abbia senso e spesso all’università così è richiesto) per un’incertezza? Nemmeno il più scarso economista (visto che il mondo sembra girare esclusivamente intorno ad interessi economici) farebbe un investimento alla cieca senza la certezza di un minimo profitto.

Ieri la mia amica è stata bravissima nel portare a termine il lavoro che le era stato richiesto, ha fatto un’esposizione di tesi eccellente e ha ricevuto anche i miei complimenti perché le voglio bene.

Ma dentro di me pensavo a come e su cosa si stesse discutendo: parole al vento su tesi obbligatorie che portano a conclusioni di certo spesso non banali ma sicuramente teoriche (almeno nel campo della ricerca in biotecnologie sanitarie, l’argomento della laurea) quando le questioni, o meglio le argomentazioni io credo debbano essere ben altre.

E’ appunto di futuro che si sta parlando.

Quando mi volto, alle mie spalle vedo solo “cemento” che non fa traspirare, che mi ostruisce ogni passaggio, che mi toglie l’aria. Vedo violenze senza senso o forse con l’unico senso di far passare un messaggio di provocazione e timore come negli scontri di ieri, con l’unico scopo di creare panico e l’incertezze che rendono l’uomo più debole su tutti i fronti. Vedo persone a me care che vanno in cassa integrazione quando per anni hanno svolto diligentemente il proprio lavoro, quel lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente. Vedo gente senza amore che costruisce sé stessa sulla disperazione degli altri, vedo debiti pubblici alle stelle che non si sa come sanare mentre politici inadatti rimangono incollati alle (im)proprie poltrone dorate, lasciando il Paese allo sbando, senza curarsi delle conseguenze.

Avrei voluto essere a Roma per sentirmi parte di un tutt’uno, per far parte di un “oceano” credo migliore, ma non posso esserne certa.

So per certo però che tutte quelle persone in corteo, tutte quelle energie riunite hanno creato un flusso ricco di pensieri di cambiamento globale e di ReLOVEution (mi piace molto questo termine), un’onda di speranza.

L’oceano che per esempio non ho mai ritrovato in discoteca dove dovrei andare stasera, in cui vedo solo tanti corpi vuoti a ballare una musica sconnessa, che ha poco a che vedere con me.

Io voglio essere connessa, voglio entrare in frequenza, voglio far parte di questa spirale in crescita, sono avida di crescita, di novità, di libertà, di sapere, di entusiasmo, di musica, ma di musica “giusta” però!

Oggi ho parlato per ore con i miei facendo una sorta di comizio, in auto, mentre stavamo andando a pranzo in un agriturismo in quel di Vicenza per il compleanno di mia zia.

Non dovevano interrompermi e non l’hanno fatto perché credo abbiano capito che in quello che dicevo c’erano la mia anima, la mia mente e il mio cuore. Ho spiegato loro che c’è già chi mi “ruba” o meglio mi annebbia il futuro, non mi serve anche chi mi soffoca la libertà. C’era un film che diceva “la paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero”, ebbene credo sia tutto collegato.

Speranza, libertà, futuro, non sono solo 3 belle parole da circostanza che ci stanno sempre bene, non sono una sorta di libertè, fraternitè ed egalitè stampate su una moneta a cui più nessuno fa conto, o un semplice traguardo di “resistenza” non contestualizzata nei vari periodi storici, e che vanno bene anche ora. No, sono ben altro. Sono dei pilastri, le fondamenta sulle quali pretendo si appoggi la mia di vita, che mi permettono di non affondare. Non si affonda solo fisicamente, credo che la morte psichica o quella delle idee sia ben peggiore… essere quella che non voglio, non riuscire ad essere me stessa, tutte queste circostanze potrebbero essere la pesante incudine che mi porta sul fondo. Una scelta obbligata potrebbe essere quella di liberarmene prima che sia troppo tardi.

Non dimentico che i cambiamenti spesso richiedono sacrifici e a me non sono mai piaciuti gli out-out per cui ho provato a far capire loro che preferirei evitare tutto ciò. Spero abbiano capito.

Lasciatemi il mio coraggio di sognare, fatemi credere ci sia la possibilità di un mondo migliore!

Se non volete sia il vostro mondo quello sul quale operare dei cambiamenti non è un problema mio, non è detto però che non possa esserlo il mio, come anche il tuo Franca, quello di Mario e di tutti quelli che sono arrivati a Roma per manifestare pacificamente.

Ho rivisto la solita ansia di mia madre nella tua preoccupazione di ieri, mi sono decisamente riconosciuta in tuo figlio.

Ma mi rendo anche conto che l’amore di madre sia sempre presente e sia un legame fortissimo che a volte se mal intrapreso possa creare dei problemi.

Grazie per la tua testimonianza, di certo comunque non è finita qui…

Un abbraccio,

Francesca

I ladri di sogni

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, personale, politica, Scissione, Sinistra e dintorni on 16 ottobre 2011 at 14:12

Siamo tornati questa notte da Roma, Delusi ed arrabbiati, molto di più di quando ieri mattina siamo arrivati a Roma.
Ci siamo alzati prestissimo per prendere il treno con le offerte del sabato. Sia chiaro che oggi si fa fatica anche a viaggiare in treno, non è un mezzo per chi fa  i conti per arrivate a fine mese e siamo in tanti a fare questi benedetti conti.
In treno ci sono le mamme, mi chiederete quali mamme e che c’entrano. C’entrano, sono le mamme dei ragazzi e ragazze, studenti medi che sono partiti a notte fonda verso Roma, perché anche di questo è fatta questa manifestazione. Io e Mario avevamo mio figlio con gli studenti che venivano da Firenze e la ragazzina di 17 anni, Shaden, che la mamma, impossibilitata a venire, ci aveva affidato, anche lei era partita da Venezia con quei pullman che sono la tradotta di queste manifestazioni. Autobus che solo i giovani possono affrontare. Io ci lascerei le gambe prima ancora di arrivare.
Si arriva in una Roma assolata e allegra. Arriviamo presto e già la Piazza è colorata e piena di allegro vocio. Noi abbiamo appuntamento alle 13 o 13,30 davanti al cinema Moderno, ma ci arriviamo abbastanza presto dopo aver telefonato e fatto raccolta di amici romani e non. Qualcuno di loro deve andare in testa del corteo perchè sono quelli del Comitato 15 ottobre, c’è tanta allegria, la gente non sembra molta però, ma a noi non importa, chi c’è c’è, e anche gli studenti devono arrivare dopo essersi raccolti davanti alla Sapienza.
Chiamo mio figlio: tutto bene, stanno riunendosi per partire verso Termini. I gruppi della Palestina non si vedono. Noi indossiamo le bandiere per fare richiamo. Arrrivano ragazzi da Milano e alcuni giovani romani e un’altra ragazza da Venezia che è partita più tardi.
Siamo allegri e ottimisti, dietro ai nostri sorrisi però ci sono dei dubbi e delle tensioni (oppure pare solo a me). Non ci possiamo credere. Avevamo visti i mezzi dei carabinieri, in un angolo della piazza, e c’era qualcosa di strano: vicino ad una camionetta c’erano carabinieri con dei personaggi che carabinieri non sembravano proprio. Alcuni seduti dentro, altri che rilassati parlavano all’esterno. Fra di noi non abbiamo esternato quello che ci era venuto in mente. Eppure anche Mario aveva annotato la cosa. Non si può immaginare che, se ci fosse stato qualcosa di dubbio, lo facessero così alla luce del sole. Erano i miei retaggi da sessantottina a parlare, sicuramente. Insomma carabinieri e dimostranti dall’aspetto poco rassicurante, insieme in un guazzabuglio a dir poco sconcertante. Ma tiriamo avanti.
Mi son detta: ma cosa vai a pensare, se fossero infiltrati, perché mostrarsi alla luce del sole, sono troppo pochi, verrebbero isolati, ma che diamine. Forse mi sono sbagliata o forse il pericolo non veniva da lì, non ne sono sicura  e non lo sarò probabilmente mai.
Raccogliamo altri con la bandiera palestinese e con quelle della Flotilla, ma il furgone non arriva, poi mi chiamano al cellulare: venite a Termini che il gruppo parte da lì, il furgone è rimasto imbottigliato. Andiamo raccogliendo un po’ di persone per strada. Fortunatamente il nostro gruppo è riconoscibile per le bandiere e ci si ricompatta a Termini. Ci abbracciamo e riconosciamo i nostri amici di Facebook. E’ bello trovarsi e riconoscersi, è rassicurante. Intanto gli studenti sono arrivati alla stazione e mio figlio riconoscendo le bandiere mi raggiunge. Ci abbracciamo e siamo ottimisti e contenti. Sarà una grande manifestazione.
Quelli del Comitato sono già partiti da un po’. Ci chiamano per sapere di noi della Palestina, dove siamo. Io rispondo che non siamo ancora partiti anche se dovevamo partire in quinta posizione. Quelli ci dicono che sono ad una decina di minuti da Piazza S. Giovanni. Ma allora chi c’è dientro di loro se noi non siamo ancora partiti? Non riusciamo ancora a pensare che il corteo possa essere così lungo e numeroso.
Partiamo e si va lenti, ma è bellissimo, ci sono famiglie con bambini in carrozzina, c’è musica e allegria, qualche slogan, tanti sorrisi.
A metà Via Cavour mi arriva la telefonata di quelli del Comitato e dicono che gli studenti di termini sono bloccati da Black Blocs che stanno provocando disordini. Chiamo mio figlio, che dice: no, qui tutto tranquillo, siamo tantissimi ed aspettiamo di confluire nel corteo. La cosa mi rasserena. Richiamo quelli del Comitato che sono già entrati a S. Giovanni. Si tranquillizzano pure loro. Ma ad un tratto noi cominciamo a vedere le macchine con i vetri sfasciati e una banca con le vetrate sfondate. Ma allora da qui i Black Blocs sono già passati?
Mi telefona la mamma della ragazzina a cui dovevamo dare supporto: oddio le immagini che la televisione ci manda sono terribili, c’è una guerra in atto. Lei grida ed io sono sconvolta. Ma come? qui è tutto tranquillo. Richiamo mio figlio e non sono ancora partiti, anche lui mi conferma che è tutto tranquillo, e mi rasserena il fatto che siano ancora lì. Intanto noi vediamo la prima macchina bruciata e già spenta dai Vigili del fuoco e altre macchine sfasciate, altre vetrine sfondate. Ma che furia è passata di qua? Dai furgoni, partono i primi appelli di calma e di non accettare le provocazioni. Proprio in quel momento una trentina di giovani mascherati ci superano e il corteo si ritrae come fossero appestati. Qualcuno grida: “Siete fascisti!” “Fuori, fuori, fuori!” Ma la gente ha paura, si sente, si capisce. Dietro a questo manipolo ci corrono un po’ di ragazzi a viso scoperto, sembra che abbiamo visto il messia. Ragazzini che forse per la prima volta vedono il male, l’odio puro e ne vengono affascinati. Ho pensato che non potevano avere l’età per conoscere davvero la rabbia e la delusione, che erano solo ragazzini in cerca del gioco e della grande avventura. Dio santo, ma che potevano farci quei ragazzini? Quale pericolo potevano essere per noi, per il movimento che si era messo in cammino oggi?
Mi ritelefona la mamma disperata: non riesco a parlare con mia figlia, per televisione fanno vedere una guerra, hanno bloccato via Labicana e hanno messo a ferro e fuoco una caserma e occupato una chiesa, per favore vai a prendere i ragazzi e portali via. Sono spaventatissima, chiamo in testa al corte, sono già da un po’ in piazza S. Giovanni che è gremita. La polizia lì sta caricando e non si sa bene perché, il corteo è già tagliato in tre tronconi, c’è del fumo nero e alto che vediamo pure noi. C’è un ferito grave. C’è che quelli in piazza S. Giovanni stanno scappando, cercando di allontanarsi dalla polizia e dai violenti. Richiamo mio figlio, ma non riesco ad avere la linea. Parlo con Patrizia che parla col megafono del furgono e che mi conferma che c’è una guerra in corso. Passa un’ambulanza che risale Via Cavour, da dove siamo venuti. Io blocco Mario e gli dico: torno indietro vado dai ragazzi. Lui mi dice di non esagerare, che se stiamo calmi e non ci facciamo provocare tutto andrà bene. Eh no che non va bene, io ho Marco e Shaden in coda al corteo e loro non sanno niente, stanno solo aspettando di partire e magari a Termini questi quattro energumeni stanno facendo il caos e magari la celere carica e ci rovinano i figli.
Forse a tratti sono melodrammatica, ma non riesco più a stare nel corteo, ormai non ho più voglia di manifestare, ho già consegnato la mia bandiera della Flotilla a qualcuno e non ho che il pensiero alla coda del corteo.
Mario sa che non può fermarmi e sa che me ne andrò anche senza di lui, sa che ne sarei straziata, ma che non posso continuare. Intanto chiamo mio figlio e non riesco ad avere la linea. Mi chiedo dove sono le “mamme” che erano partite con noi. Poi al ritorno saprò che come cani da guardia hanno piantonato il corteo degli studenti, ma senza nessun potere. I padri chiamavano spaventatissimi e loro non riuscivano a cavare i loro figli o figlie dalla manifestazione.
Mario si decide: torno indietro con te e assieme a noi viene Mirna, la nostra amica brasiliana. Mio cognato e sua sorella hanno fatto un’altra strada e hanno visto gli scontri, mi chiamano e confermano che è davvero una guerra.
Risaliamo il corteo e solo allora la realtà ci appare in tutta la sua forza e anche la sua innata debolezza: c’è una marea, ma che dico, un oceano di gente, che non sa niente e non ha visto niente. E i ragazzi sono ancora alla stazione Termini. Sono ore che aspettano di partire. Mio figlio mi rassicura: ma dai, non fare la madre in ansia, qui è tutto tranquillo. Io cerco di fargli capire che magari lì sembra  tutto tranquillo, ma non riesco a spiegargli che risalendo la strada io mi incontro con una distruzione che prima non c’era? Come faccio a fargli capire che se arrivano al Colosseo, siamo perduti?
Facciamo una fatica boia a risalire contro corrente, non c’è spazio, e dobbiamo ritagliarci gli spazi con decisione. La gente ci guarda come fossimo dei matti. Più si risale il corteo e più c’è gioia ed allegria, come se fosse la giornata più bella della vita. Non sanno che sotto, alla fine della strada, c’è l’inferno. Ma perchè nessuno ferma il corteo? Ma perchè non li deviano su un altro percorso?
Mi richiama la mia amica e mi dice che persino la polizia sembra non riuscire a fermarli, Almeno da quello che mostrano in tv. Mi viene un sospetto: e se non volessero fermarli? Poi mi do della “complottista” da sola, non è possibile che siano così folli da mettere in pericolo… quanta gente? Un milione, un milione e mezzo di persone? Esagero? Faccio un po’ il conto della strada percorsa dal corteo, e dal tempo che il fronte della manifestazione è arrivata a piazza S. Giovanni che era già parzialmente piena. Sono quasi 2 ore che io vedo gente davanti e gente dietro e dietro ancora e non finisce più. E dietro c’è un mondo intero, con le famiglie e le carozzine e le bandiere di tutti i colori e l’allegria negli occhi: che grande e bella giornata oggi!
Richiamo mio figlio. Gli studenti sono entrati nel corteo. Maledizione e adesso? Mi dice più o meno dove si trovano, sono solo all’inizio mi spiega qual è il camion dietro al quale si trovano. Dice di stare calma. Ma ragiona, come faccio a stare calma se so dove vi state infilando. Sento che la sua pazienza è al limite. Ma i miei nervi sono già saltati e non posso dirgli togliti da lì e cercami Shaden perchè lui è un uomo e prende le sue decisioni e Shaden non so nemmeno dove sia. Nemmeno la mia amica lo sa.
Intanto il mio telefonino dà segni di cedimento, la batteria si sta scaricando. Sfrutto quello di Mario, che nel frattempo ha cercato degli amici che stanno in mezzo. Quello più giovane ci fa promettere di stare lontano dai disordini, ci fa giurare. Ma che cazzo sta succedendo.
Finalmente vedo gli studenti, sono moltissimi e organizzatissimi, forse hanno anche un sistema di sicurezza, forse hanno imparato pure loro ad usare i Katanga, come facevamo noi dopo il ’68. Ma questo servizio d’ordine è fatto da ragazzini. Ma che esperienza hanno? Non ci si butta in mezzo al caos così. I primi sono gli studenti medi, i piccoli, sicuramente Shaden è con loro. Impossibile vederla. A mio figlio non posso più telefonare, non posso tirare la corda della sua pazienza. Mi chiama la mamma di Shaden dice che è sempre peggio, che non sa più cosa fare, ma poi le viene un’idea e mi dice che chiamerà i numeri che avevamo preso su Facebook della Casa dei diritti civili e di Giuristi democratici, vuole sapere dove faranno finire i nostri ragazzi. Mio cognato e sua sorella cercano anche loro di raggiungerci. Faccio chiamare mio figlio dallo zio, ma so bene che non uscirà dal corteo.
Finalmente vediamo il camion del teatro Valle occupato con musica ed allegria a non finire e dientro a duecento metri il furgone dei We camp dove stanno anche gli studenti fiorentini. Ovviamente non vedo mio figlio, come potrei, sono una marea… sono delusa, spaventata, incazzata. Com’è possibile che una bella cosa come questa diventi un incubo? Sono incazzata perchè mi hanno fatto morire di paura, perchè mi hanno cancellato la gioia di partecipare e di portare al mondo anche il mio messaggio. Mi hanno trasformato il sogno in un incubo, hanno trasformato una giornata di sole e di colori e di musica in fumo, grigiore e paura. Sono incazzata, ma contro chi? Chi sono? CHI? E perché? PERCHE’?
Arriviamo finalmente a Termini e incredibilmente la piazza è ancora piena.
E’ quasi buio e ho il telefonino quasi scarico. Lo stress mi ha tagliato le gambe e mi ha svuotato il cervello. Per i ragazzi non posso fare molto né con il telefonino né con la mia buona volontà. Entriamo in stazione e ci mettiamo al bar d’angolo. Mario chiama mio figlio che mi parla e mi rassicura, il loro corteo è stato deviato… era tempo, ho un sospiro di sollievo, limitato, ma sollievo.
Richiamo gli amici in testa al corteo, anche loro si sono ricompattati e stanno andando verso la Piramide e si troveranno lì con gli studenti e i gruppi che si sono trovati tagliati fuori. Da quel che so il furgone della Palestina e della Rete romana per la Palestina si è trovato vicino agli scontri e non so che fine ha fatto. Chiamo Valentina che era rimasta con gli altri. Mi dice che è in piazza Vittorio, che sono venuti via di fronte a quel macello. Richiamo la mamma che è rimasta a casa e dico di restare calma, che i ragazzi sono stati deviati e non dovrebbero incontrare problemi. Ma tutto è stato rovinato, tutto sembra macerie di sogni ed illusioni.
Alla fine, fino a che mio figlio non chiama Mario per dire che se ne stanno tornando ai pullman e che mi manderà un messaggio quando arriverà a Firenze, io non riprendo a respirare. Il mio cellulare è morto, non prima di ricevere questo messaggio da Shaden una ragazzina di 17 anni italopalestinese piena di coraggio:
Ho sentito la mamma, tutto ok. Sto tornando indietro. Non potevo tornare indietro prima, perché dovevo partecipare a questa Italia che amo, perché è questa l’Italia in cui voglio vivere e che spero, scontri estremi a parte. Baci Shaden“.
E a questo punto mi è venuto da piangere.

Rottamazione

In Anomalie, Blog, decrescita, Ironia, politica on 14 ottobre 2011 at 23:28


Ormai non funziona più. Ce ne siamo accorti tutti, in modo particolare chi non ha potuto usarlo mai, ho almeno ha sperato di usarlo, senza sapere in quali guai si metteva. C’è chi dice che funziona perfettamente e anzi invita altri ad avvvicinarsi e provarlo. Ma ormai il suo aspetto è piuttosto malconcio, e chi l’ha usato non è preso meglio di lui.
Di chi sto parlando? Ma, non ci sono dubbi, parlo del sistema liberista. Già a suo tempo, guarda caso il 14 ottobre 2008 ossia tre anni fa, parlavo di crisi e della voglia che avevo di cambiare personalmente “sistema” di vita. Sì certo a quel tempo andavo controcorrente, nessuno credeva davvero in questa crisi, mi chiamavano pessimista, triste, comunista, ma la crisi è arrivata e bella grossa, pure loro non possono fingere di non vederla. E devo dire che comunque, sono bravi perché stanno facendo tutto per farcela pagare a noi.
Ma torniamo a bomba. In quel post parlavo della teoria della decrescita e del FIL (Felicità Interna Lorda) al posto del PIL (Prodotto Interno Lordo). Un po’ era per ironizzare, ma nel giro di poco tempo ho applicato davvero nella mia vita questa sistema “economico”. La decrescita sta nel tentativo di avere una economia della necessità. Non si può creare bisogni per far aumentare la produzione, non è possibile una crescita eterna esponenziale. Non è nemmeno accettabile sfruttare le risorse altrui per soddisfare i nostri bisogni creati ad arte. Bisogna uscire da questo giro vizioso, bisogna sparare sull’omino della pubblicità che va a fare la spesa tutto contento perchè così fa girare l’economia. Che poi per sostenere quei consumi ci si indebita e i soldi ce li dà una banca che prima faceva ponti d’oro per farci i prestiti, ma ora ce li richiede indietro non gli interessi. E allora che si fa? Beh non intendo tediarvi con tutte le tecniche appropriate per vivere in decrescita e felici. Si può farlo, senza l’abitino griffato, le scarpe che costano come una corazzata, la vacanza alle Maldive e i tre telefonini in tasca.
Anzi si può avere un innalzamento del FIL, provocando una diminuzione del PIL. Non è difficile, basta provare. Basta tornare un po’ ai tempi della nonna, quando non si buttava niente, malgrado non ci fossero i frigoriferi e i congelatori, si spegnevano le luci quando si usciva dalla stanza, si teneva il riscaldamento basso, usando un bel maglione invece della camicetta di chiffon. Insomma non buttate le cose che non usate, ma riciclatele, già da tempo ci sono le giornate dello scambio, andateci e divertitevi nello scambiare le vostre cose inutili con qualche oggetto curioso oppure utilissimo per la vostra vita futura. E’ divertente ed etico e vi renderà felici.
Ora vi chiederete un’altra volta perchè ho intitolato il mio post “rottamazione” eh beh! a me sembra chiaro, se vogliamo ricominciare bisogna pur rottamare tutto quello che fino ad oggi ci ha sopraffatto, come ad esempio questo modo di vivere che non ci consente più di cambiare e essere semplicemente felici e, nel piccolo, il governo del nostro paese, che viene tenuto in vita da una casta che si autoalimenta nella paura di affrontare i problemi veri della vita. Rottamiamoli tutti domani sabato 15 ottobre 2011 con una grande e allegra manifestazione a Roma, gridiamo che noi crediamo in un mondo migliore e lo sarà senza se e senza ma.

Certe donne…

In Donne on 12 ottobre 2011 at 21:48


Stamattina ho passato un po’ di tempo a leggere in rete notizie e post di blogger amiche. Tutto attorno al tema “donne…” Che poi le donne non sono tutte uguali, come non lo sono gli uomini, ci mancherebbe! Il mondo sarebbe una noia fatto di tanti manichini tutti uguali. Per fortuna o per disdetta il mondo è variegato e le donne pure. Se poi viaggi in rete, ne senti di tutti i colori, ma basta anche parlare con le amiche o assistere a qualche convegno per avere una idea più precisa.
Faccio un esempio: alcuni giorni fa ironizzavo su di una tale Terry che avrebbe potuto vendere la madre per frequentare gli ambienti giusti, quelli che ti consentono di fare la “bella vita”, tanto per capirla e che ha messo e mette il suo corpo a disposizione degli altri a scopo di lucro. Contemporaneamente sono andata a vedere il film di Simone Betton “Rachel” che parla della giovane attivista americana Rachel Corrie morta sotto un bulldozer mentre tentava di fermare la demolizione di case palestinesi nel territorio di Gaza. Ragazza, carina e fragile, che metteva il suo corpo quale barriera tra l’ingiustizia e i perseguitati, senza nessun tornaconto se non quello di sentirsi almeno utile in un mondo che se ne frega degli altri.
Sembra difficile avvicinare queste due tipi di donne ed in effetti lo è, sinceramente non lo tento nemmeno. Sempre di donne parliamo, ma di donne con valori completamente diversi, cresciute in modo diverso. Persone che hanno nutrito i loro corpi per scopi diversi, che hanno saputo dare di loro la parte migliore che avevano.
Ora non ci resta che capire quale sia la parte migliore di una donna e, sebbene comprenda che qualcuno, senza farsi sentire, ha pensato che parlassi della patonza, confesserò che invece intendevo: il cuore, la generosità e l’impegno.
Cuore contro patonza = 3 a 0
Inevitabilmente io sto dalla parte dell’impegno, dalla parte delle donne che sbagliano, ma che lo fanno con il cuore. Con quelle che crescono i figli nelle difficoltà, in cattività e senza sostegno. Quelle che lottano per la loro vita e la loro libertà e quelle che si dannano per i figli e a volte per i compagni meritevoli, oppure per niente, come succede spesso nella vita.
Molte volte sono stata giudicata dalle donne: sprezzante o altezzosa e dagli uomini, in qualche modo, poco femminile. Con quelle donne io non ho molto da condividere e non riesco a provare quell’empatia che in genere mi contraddistingue e così anche con quegli uomini non sono me stessa, rilassata e disponibile com’è nella mia natura. Certe donne sanno dare il meglio di sé solo in certe condizioni.
Ci sono donne schive che diventano leonesse per difendere i loro bambini e donne intelligenti che rinuncerebbero alla loro dignità per un adeguato tornaconto. Come si fa a parlare di un genere unico, come se fosse un’unica persona o come se avesse un’unica personalità? Le donne sono tante ed è impossibile etichettarle in un unico contenitore. Altrimenti dovremo farci entrare dentro alcune donne con certe qualità e altre con qualità diametralmente opposte. Come ad esempio le donne madri e quelle che sopportano solo da lontano i figli degli altri, ma anche chi non considera minimamente la maternità e chi pure odia i bambini. Suppongo che quando si parla di Donne io penso che si stia parlando di certe donne ma è un errore, un immaginario tutto mio che cancella le tipologie di donne che per me risultano inaccettabili.
Ricordo un giorno che stavo al mercato della mia città distribuendo, con delle amiche, un opuscoletto sulle richieste in ambito locale e nazionale, per veder riconosciuti di più i diritti di genere e anche per richiedere di migliorare dei servizi necessari al quotidiano, come assistenza all’infanzia, alla vecchiaia e alla parte debole della società. Una vecchia segaligna e acida si è fermata e ci ha riempito di parolacce: “Ma cosa volete? Più Libertà? Ma non vedete che ne avete anche troppa. Tornatevene a casa, come si è sempre fatto. A voi non basta, volete andare a lavorare per fare le puttane e lasciare i vostri bambini abbandonati da soli. Hanno ragione i vostri mariti a darvele, e a chiudervi in casa. (E tanto per cacciarcelo bene in testa) Siete tutte puttane!” Sia chiaro che a volantinare erano tre donne per la cui età, la fertilità era un ricordo ormai lontano. Comunque questo dimostra che le donne si dividono in “certe” e in “certe altre” e molto spesso le une sono le nemiche acerrime delle altre. Per quale motivo? Non saprei, ma ho il sospetto che c’entri molto spesso l’invidia e su questo devo dare ragione alla Terry nazionale che di patonze e di invidie lei se ne intende un sacco.

Andare per funghi

In amore, Donne on 8 ottobre 2011 at 20:21

Che bell’ottobre, il sole c’era ancora, gli venne voglia di piantarci il naso dentro a quella luce e di godersela tutta. Meglio di quando era estate, perché  quel sole non lo reggeva, il caldo davvero non lo sopportava.
Era la stagione giusta. Avevano deciso di andare a funghi. O almeno lei aveva deciso e l’aveva buttato giù dal letto ad un’ora che il bosco era tutto uno sbarluccichio di sole e rugiada. Lui era ingrugnito.
Ogni settimana era la stessa storia, aveva sempre meno voglia di raggiungere la casa ai monti. Ogni scusa era buona, ma si poteva capire, lavorava fino a tardi ed era stanco. Lei queste cose le aveva sempre capite.
Non amava creargli problemi, ma un po di aria buona non gli avrebbe fatto male, di questo era sicura. Magari ci avrebbe messo un po’ a lasciare quell’aria offesa e distratta, ma avrebbe capito che era il momento di staccare, non si può stare sempre con la testa da un’altra parte… su qualcosa che nemmeno lei, per quanto tentasse, capiva pienamente.
Non sapeva com’era successo, ma d’improvviso senza rendersi conto le venne voglia di provocarlo, di metterlo in difficoltà e di fargli mettere a fuoco un po’ l’attenzione.
Avevano preso per un pendio scivoloso dove si sentiva più forte l’odore dei funghi e della terra umida.
“Volevo dirti che ormai so tutto…” L’aveva buttato lì, facendo attenzione che non le scappasse da ridere. “Tutto…?” aveva chiesto lui con voce strana, quasi strozzata. “Sì, tutto proprio tutto.” Si era fermata per dare un effetto drammatico alle parole. “Ti ho fatto seguire da un investigatore… e ho scoperto tutto….” Che baggianata e lui ci credeva? Era sbiancato e come per sorreggersi si era appoggiato ad un abete con un’aria spaventata e allo stesso tempo basita, che non gli aveva mai visto.
Il pensiero era volato più veloce della luce. No, non era possibile, lui ci stava cadendo… ma come faceva ad essere così stupido? E poi in che cosa stava cadendo? Lei si stava aggrappando ad una speranza che subito le era parsa scivolosa come il terreno del bosco. Possibile che l’avesse tradita? Possibile che confessasse così, senza tentare una difesa? Aveva letto, in qualche stupido giornale di donne, che gli uomini che tradivano confessavano, e bastava niente per farli cadere… ma davvero era così sprovveduto? Non ci poteva credere. E poi lui non poteva…, come avrebbe potuto?… “Senti Claudia, mi dispiace…” “Come ti dispiace maledetto stronzo!” “Mi dispiace… ma lei mi ha… insomma mi telefonava in continuazione, mi ossessionava… mi diceva che se… insomma si sarebbe, avrebbe tentato… sai come sono le donne?” “No… non lo so come sono le donne… io non sono una donna… io sono una stupida! Sei un bugiardo, un mascalzone: Mi dicevi: “Ho una riunione” bastardo!, “Stasera sono stanco lasciami stare” schifoso!, ma non hai proprio dignità?” “Senti Claudia non possiamo andare avanti così… io desidero prendermi un periodo di riflessione, devo capire i miei sentimenti”. “Vuoi che ti dica cosa ne devi fare dei tuoi sentimenti?…”
Incredibile, una manciata di secondi, uno scherzo stupido, fatto così per fare, e quell’idiota… le stava dando il benservito. Si sentiva morire. La vita le si stava sgretolando davanti agli occhi, e nemmeno questa certezza riusciva a fermare la fiumana di brutte parole che le salivano alla bocca. L’aveva presa in giro, quel maledetto ipocrita. L’aveva probabilmente derisa, quel figlio di puttana. Con quella scema… ma quale scema? La sua collega con quell’eccesso di curve e quel riccioli biondi da svampita? Una cassiera del bar del centro dove prendeva solitamente il caffè? La Simona, quella compagna di scuola che lo faceva tanto ridere? Avrebbe dato una cifra per sapere. Ma forse non voleva saperlo per paura dei confronti, perchè forse si sarebbe sentita ancora più stupida per quello che stava accadendo. Forse non avrebbe retto. “Fausto, perchè?” (Era stata lei ad affermare che quando le coppie si tradivano, mai nessuno chiedeva perchè, ma solo per chi?) “…Non lo so, è successo…” A lei scoppiava la testa e gli occhi le si erano riempiti di lacrime, e non vedeva niente, e non comandava più il suo corpo, aveva le mani chiuse a pugno davanti al viso e le gambe che scalciavano come quelle di un cavallo. Sarebbe rimasta sola, ed era la cosa più terribile che potesse succedere. Lui l’avrebbe lasciata sola per una… puttana. E non poteva fare a meno di dirglielo: “E’ una puttana lo sai?” e dicendo così aveva dato un calcio al terreno e aveva lanciato lontano sassi e foglie marcite… Ed ecco proprio lì si era formato uno spazio tra le radici dell’albero e il muschio bagnato, ed eccolo grosso come un pugno, il più bel porcino della stagione. “Cazzo che bello!” Aveva pensato e per un attimo fu tentata di lasciarlo lì perchè non era il momento. Perché il dolore era troppo forte e anche perchè da quel dolore non si sarebbe più sollevata. Ma la tentazione di tirarlo su era troppo forte. Pure le lacrime si erano diradate e il respiro mozzato stava riprendendo un ritmo normale. Non ce la faceva a resistere. Che avesse pensato quello che voleva a lei non gliene fregava più niente. Quel deficiente aveva rovinato la sua vita e lei si era fatta ingannare come la più grande cretina del creato. Non meritava pietà. Con velocità sorprendente si calò a raccogliere il porcino. “Sai Fausto che ti dico? Mavaffanculo!” E con il resto di dignità che le rimaneva si avviò verso casa. Ormai la decisione l’aveva presa, era meglio che sparisse dalla sua vista, ci avrebbe pensato l’avvocato e lo avrebbe spennato ben bene, non avrebbe avuto pietà. Intanto appena rientrata avrebbe buttato fuori quei suoi quattro stracci di merda. Avrebbe chiuso casa e sarebbe andata in centro a fare compere. Per ora, ed era proprio una bella soddisfazione, si godeva il profumo del più bel porcino della stagione.

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

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