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Non ci sono più gli odori di una volta

In amore, Anomalie, personale on 30 settembre 2012 at 23:08

Tante cose erano cambiate. Ovviamente era un’altra cosa quando era giovane. Erano diversi i sogni, erano diversi i rapporti tra le persone, erano diverse anche le parole e forse anche i gesti. A quel tempo era facile essere degli eroi.
Certo erano passati gli anni, tanti e con gli anni erano cambiate le persone attorno a lei e le cose. Non c’erano più i giardinetti dove si poteva giocare, non c’erano più le bande dei ragazzini a giocare alla guerra, non c’erano più le ginocchia sbucciate e le lacrime di chi si fermava seduto sul muretto. Non c’erano più i fidanzatini che si infilavano nei sentieri mano nella mano e che si baciavano seduti sulle panchine e qualche vecchietto per fare la passeggiata quotidiana per poi fermarsi sulla panchina a rivangare il passato.
Lei ci andava assieme a suo fratello a cui era stata regalata una bicicletta. La portava a mano fino a superare la catena del “limite ciclopista”… strano ricordarsi quelle parole, oggi non si usano più. Suo fratello scorazzava con la sua bella bicicletta nuova e non gliela prestava mai, anche se lei lo pregava e scongiurava. Lui ci godeva, l’infame… ma lei era una femmina e la bicicletta era roba per maschi.
Lei ricordava l’odore del grasso della catena e anche l’odore di metallo che restava sulle mani quando lei la accarezzava.
Che stupidata amare una bicicletta e quanto invidiava quel fratello che ne aveva il potere assoluto.
Ma erano altri tempi. Le stagioni erano stagioni e il tempo passava più lentamente e a volte non passava mai. C’era l’estate ed era lunga, i giorni erano luminosi e il sole ruggiva. Loro non andavano in vacanza e, quindi, ogni giorno era uguale ad un altro e la mamma imponeva sempre il sonnellino dopo mangiato. A nessuno piaceva, ma lei ne approfittava per sognare ad occhi aperti… e guardava il sole smorzato dalla tenda rossa pesante e pensava al suo futuro. Ecco risentiva ancora l’odore della stoffa infuocata dal sole e sapeva di terra secca, di vacanze scolastiche, di cose perdute. Ricordava i temporali di agosto che portavano in città l’odore della terra bagnata e dei boschi lontani. Ah che bello l’odore dei boschi che arrivava fino al mare.
Poi veniva ottobre e cominciava la scuola. Bisognava mettere la testa a posto diceva la mamma. Lei amava l’odore di cuoio della sua cartella, adorava sfogliare i libri nuovi nuovi e i quaderni e odorare quel gusto di banco di scuola e il portapenne con le matite colorate appena temperate e  con il cannotto e i pennini che erano sempre troppo delicati per le sue mani nervose. Si spuntavano e schizzavano l’inchiostro sulle mani e sul foglio. Ma che odore fantastico aveva l’inchiostro, se avesse potuto lei lo avrebbe bevuto, adorava quel colore azzurro profondo ancora più forte del colore del mare, ancora più intenso delle sere estive quando il giorno lasciava posto alla notte. E le notti avevano l’odore di aranciata e di menta e qualche volta sapevano di anguria appena tagliata… ma tutto era perduto ormai. L’autunno portava le prime pioggie e l’impermeabile con quell’odore di foglie cadute e di improvvisi colpi di vento. A lei non dispiaceva nemmeno l’odore del tempo che passava: la nebbia e gli avvisi del vento di scirocco, il sentore di salsedine che preannunciava l’acqua alta e pure l’odore eccitante della neve. Tutti gli odori erano eccitanti allora, tutti i suoi sensi erano all’erta.
La primavera poi era un tripudio di pensieri e colori, e ogni passo aveva un sapore diverso. Persino quel muretto dei giardinetti che sapeva di parietaria e di pietra scaldata al sole.
Ma perchè tutto era cambiato? Erano spariti i bambini ed i vecchi, il limite ciclopista e i fidanzatini, erano spariti gli odori della aule scolastiche e persino quello dei bambini sudati in vestiti poco lavati, il gusto delle stagioni…
Era lei ad essere cambiata?
Il rumore dei suoi passi sui sassi dei sentierini era più o meno lo stesso, forse un po’ più stanco e ovattato e le pachine non avevano più la forma e il colore verde di una volta. Ora erano più rigide meno adatte all’attesa. Qualche ragazzo extracomunitario a dormire disteso, qualche barbone col suo carrello della spesa pieno di sacchetti. Non c’era più la rimessa delle biciclette che venivano noleggiate ai bambini ricchi e non c’erano più nemmeno i giardinieri che tenevano d’occhio le aiuole fiorite, che nessuno le calpestasse per caso.
Il lauro delle siepi era malato, tutto punteggiato di macchie bianche e pure il bosso stentava, cespugli di rose pallide sfiorivano nel poco sole che passava tra gli alberi antichi. Nessun odore, nemmeno la terra bagnata dagli schizzi di un impianto di irrigazione.
Lei passeggiava triste e pensava a quei sassi, chissà se si ricordavano di lei, e quel muretto dove si ripuliva con la saliva le ginocchia sbucciate, levando i sassolini appiccicati, lei a piangere non ci stava, ma le lacrime anche quelle che non piangeva avevano un odore e un sapore che oggi non avevano più.
Quante cose perdute… perdute per sempre e anche se lei non fosse cambiata, non c’era nessuno a condividere con lei tutto quel dolore e quel senso di abbandono e di perdita. Il mondo era cambiato e sembrava fittizio, alieno, nemico… privo di senso, o meglio privo di significato.
Lei si sentiva vecchia e piena di ricordi, insomma antica come quella quercia laggiù e avrebbe voluto avere vicino qualcuno per poter raccontare quanto fosse eccitante l’odore della vita, della sua vita speciale… insomma l’odore dei suoi tempi.

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Lunga vita agli smemorati

In Anomalie, Ironia on 24 settembre 2012 at 14:48


Non so per quale ragione, ma io ho una buona memoria. Più passano gli anni e più mi stupisco di essere riuscita ad “archiviare” così tanti dati, che poi non è stato un lavoro organizzato bene, sarebbe troppo bello, ma ho trattenuto dati alla rinfusa, senza una vera logica e senza la volontà di farlo.
In questo modo il mio archivio mnemonico e vario e multiforme, ma probabilmente tralascia dati importantissimi, e visto che li ho dimenticati, e solo per questo, li sottovaluto e non me ne preoccupo.
Ho avuto a che fare molto spesso con persone che non hanno memoria e, quella che hanno, appare molto selettiva. Si lagnano sempre di questo problema, ma tutto sommato non so se si tratti proprio di una cosa negativa. Il mio cervello è iperattivo e valuta, seleziona, incasella e archivia oppure si mette in funzione ricerca, seleziona, valuta e propone… insomma un lavoraccio della madonna.
Chi ha poca memoria non sa che stress sia averne molta, non sa per esempio quanti collegamenti, intrecci di dati e riferimenti si debbano avere per ricordare bene. A me basta un semplice odore, una tonalità di luce, il sapore di un cibo per mettermi a disposizione un numero esagerato di emozioni, ricordi e riferimenti precisi. Dopo ci si chiede come mai, una come me, dorme pochissimo e quando si sveglia anche nel pieno della notta è totalmente presente a sè. Il mio cervello non chiude mai e persino i sogni vengono analizzati e schedati come ogni altro tipo di dato.
Ho un’amica che purtroppo per cause legate ad una grave malattia, ha perduto totalmente la memoria. E’ terribile a pensarci, lei non ha alcun riferimento di sorta, se non da breve tempo. Ha scordato tutto quello che sapeva, che aveva studiato prima, ha dimenticato i volti dei suoi famigliari e così pure i sentimenti che la collegavano a loro, si è dimenticata il suo nome e la sua storia… una cosa terribile, ma comunque, alla fine è tornata bambina piccola, ha imparato a parlare, scrivere e leggere, a ricominciato a voler bene e a conoscere chi le stava attorno. Insomma ha ricominciato a vivere. A parte il fatto che la cosa sembra inconcepibile a quelli come me, a guardarla, comunque mi stimola tenerezza e pure il suo corpo è tornato bambino, la sua pelle è levigata da rughe di espressione e da tensioni che prima vi leggevo. Parla come una bambina e prova le cose che provano i bambini, emozioni ed entusiasmi compresi… questa cosa è proprio così terribile?
Ho visto smemorati cancellare la loro vita precedente, senza rammentarsi nè il bene nè il male passato. Li ho visti buttarsi il mondo dietro alle spalle e riprendere a vivere senza pregiudizi e amarezze. Non so dire se è una reazione naturale di alcuni cervelli o di alcune coscienze volubili. Dimenticare aiuta a combattere i sensi di colpa e le responsabilità, l’unica cosa che non è certa è se si tratti di una reazione indotta oppure una funziona naturale della propria psiche.
Se penso alle mosse di qualcuno che conosco, mi par di capire che il genio sta nella smemoratezza e non nella sregolatezza. Come ho letto in una statistica presentata non so più da chi è l’egoista che vince in longevità e suppongo che la smemoratezza, se non è un fatto patologico, vinca sicuramente il primo premio in fatto di distrazione ed egoismo. Pertanto lunga vita agli smemorati, sebbene che un mondo fatto solo di loro, a me pare davvero un incubo terribile.

Senza amici

In Senza Categoria on 19 settembre 2012 at 15:09

“A cosa servono gli amici?” Questo lui le andava argomentando, con la sua solita aria di superiorità e di cinismo spiccio, che lei cominciava ad odiare. “Chi mostra di esserti amico, lo fa sempre con un secondo fine, non è mai una questione di sentimento disinteressato, una ragione c’è… ed è sempre una ragione “economica” di dare per avere, per quello che io non ho amici.” “Guarda te, per esempio: spero l’avrai capito come mai ci siano un sacco di uomini pronti a darti la loro amicizia… sei una donna e loro cercano quello che tu sai…” Lei cominciava a trattenersi a malapena. Ma tu che ne sai di quello che so io e di quello che vogliono da me i miei amici? Poi ci aveva ripensato… ma di amici lei non ne aveva, e si sentiva triste perché ne avrebbe voluti di veri e di sinceri. Certo che se lasciava fare a lui, non ne avrebbe visti nemmeno uno e, se sì, solo con il cannocchiale. Da quando erano usciti insieme lui aveva fatto il vuoto intorno a lei. Che fosse solo per gelosia o per altro non le interessava, questo non lo giustificava affatto. Lei voleva vivere e lui non poteva soffocarla e tanto meno cambiarla…
Lei aveva letto, da qualche parte, che: un amico è qualcuno che sa la canzone nel tuo cuore, e te la può cantare quando ti sei dimenticato le parole e a lei questo non era successo mai, dimenticava sempre le parole della sua canzone, ma nessuno gliela cantava mai. Certo che non lo avrebbe raccontato a lui, non avrebbe capito, visto che non aveva amici per scelta o per ventura e che non credeva nell’amicizia.
Lei sognava di incontrare tante persone nuove e di diventare amica di tutti, sognava di girare il mondo e di avere molti posti da visitare e ad ogni mèta qualcuno con cui parlare e per cui fermarsi con gioia. Sai com’è bello il mondo a colori… sai com’è piacevole fidarsi degli altri? E se lui non si fidava e non sapeva essere generoso con gli altri senza pretendere un tornaconto, il problema apparteneva solo a lui… lei era destinata a ben altro…
In effetti la sua filosofia spiccia e la sua presunzione l’avevano stancata, ma chi si credeva? E soprattutto perché pensava di sapere tutto e di avere la ragione in tasca? Proprio lui che aveva fatto l’amicone per poi uscirci assieme… che poi pensandoci bene questo gli dava ragione: amicizia solo per un secondo fine… accidenti e lei che ci era caduta.
Ma che importanza ha, sarebbe stata attenta la prossima volta, mai più con un ragazzo che non sapeva cantare la canzone che lei teneva nel cuore, mai più con uno stonato o uno senza voce, lei voleva il sole e una canzone a voce spiegata… lei voleva tutto e, perché no, tutto avrebbe avuto.

Nessun sollievo, nessuna liberazione… ma restiamo umani

In Amici, Gaza, Giovani, Le Giornate della Memoria on 18 settembre 2012 at 7:05

Ieri è arrivata la notizia che il Tribunale Militare di Gaza ha emesso la sentenza contro i rapitori o fiancheggiatori, che dir si voglia, dell’assassinio di un caro amico.
In genere, di fronte alla fine di un incubo, si dovrebbe provare sollievo, non certo gioia, ma almeno quel po’ di senso di liberazione che la conclusione in genere promette.
Eh no, non so perché, o forse lo so troppo bene, questa notizia mi ha lasciato, oltre il senso di perdita, anche un gusto amaro in bocca che non so definire. Una sensazione che tutto ottenebra e che non mi lascia scampo.
Perché sapere che “giustizia” è fatta, non mi dà la sensazione che verità sia raggiunta? Forse proprio perchè l’atto contro il mio giovane amico era talmente inconsulto, talmente scellerato e forse dietro a questo atto ci sono tali verità nascoste che non sapremo mai, da trovare quasi offensivo pensare che “giutizia sia fatta” e che tutti i tasselli siano rimessi a posto?
La mia serenità sulla sua morte non ritornerà mai più. Si può accettare una morte inevitabile, ma non una mancanza ingiusta e un atto vergognoso, quello rimane dentro di te come una ferita non rimarginabile e qualsiasi legge, pure quella divina (se ci credessi e così non è) non saprebbe rimettere le cose a posto, ridarmi fiducia e capacità di accettare.
Ma questo mio sentire lo tengo per me, non lo dico a nessuno, se qualcuno è uscito dall’incubo e trova pace in questa sentenza, che ben venga, le mie paturnie sono solo l’espressione di un bisogno di verità, che travalica in genere la realtà.

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

I numeri di telefono che non si cancellano mai

In Amici, Anomalie, Ironia on 11 settembre 2012 at 16:22

Non so, credo non succeda a tutti, però a me succede, qualsiasi cosa capiti non riesco mai a cancellare un numero di telefono sul mio cellulare. Già succede, involontariamente, quando un telefonino dà forfait, ma volontariamento io non riesco a farlo. Credo appartenga ad una delle mie idiosincrasie: come quella di non poter dormire con le ante degli armadi aperti o non riuscire a tenere le porte delle stanze di casa chiuse… (che a pensarci bene potrebbe sembrare un controsenso).
Quella di non cancellare i numeri di telefono, che non uso più, mi costringe ad avere una rubrica interminabile, di cui, molta parte, composta da numeri che riguardano la mia attività, ma altri ovviamente dei miei amici, ossia quelli che lo sono ancora e sono moltissimi e quelli che non lo sono più, che pur essendo un numero minore, sono la parte più dolorosa della rubrica. Poi i numeri, ancora più difficili, sono quelli degli amici che non ci sono più per sempre, ossia quelli che nel corso della vita ci hanno lasciato (notate bene che non riesco ad usare la parola: deceduti… e neanche niente di simile) insomma di quelli: cancellare il nome e il numero è una cosa che mi strazierebbe il cuore, come se, con un gesto così banale, io potessi davvero cancellarli anche dalla mia memoria o dare alla nostra amicizia una fine definitiva che non voglio dare.
Pensandoci bene è come se, ad un certo punto della mia giornata, potessi potenzialmente sentire il bisogno della loro voce e li potessi ancora chiamare…: “Ciao, sono io, come va?” e potessi sentire la loro immancabile risposta “Bene, ho avuto molto da fare…” Certo starei attenta a non dir loro “Ciao, è da un pezzo che non ci sentiamo, ma dove eri finito…?” perché lo so questo sarebbe di cattivo gusto e avrei il sospetto che i più simpatici una pronta risposta me la darebbero e pure macabra, a dirla tutta.
Non so davvero se sia una brutta cosa essere incapaci di tagliare i rapporti con gli amici anche quando la separazione è definitiva. Questo mi succede anche con gli amici che si sono trasformati, anche ingiustificatamente, in nemici. Tenere il numero mi consente che se dovessi dire di nuovo le mie ragioni, gliele potrei dire direttamente, senza mettere in mezzo altri, in fin dei conti non ho mai avuto paura di dire quello che penso in modo diretto e sincero, se possibile evitando le offese personali, anche se qualche volta… vabbè! anche se hanno fatto capolino nella mente per fortuna sono riuscita a trattenermi in tempo. L’esperienza di vita vissuta con me stessa, sarà servita almeno a qualche cosa.
L’unica possibilità è il famoso telefono defunto, che quasi mai dialoga, negli ultimi rantoli della sua esistenza, con il nuovo telefonino che lo sostituirà. Io credo che le cose abbiano un’anima e che il vecchio telefonino sia quasi sempre geloso della propria intimità, un po’ come in “Toy’s story” odia farsi sostituire da alcunchè, e pertanto si tiene i suoi segreti e se li porta via nella sua memoria, in modo che quando tu lo abbandoni ne porti con te sempre il rimpianto assieme a quel numero di telefono che mai più potrai recuperare, perchè mai più incontrerai quella persona e mai più potrai ricomporre l’amicizia che era vostra in un tempo passato.
Il nuovo telefonino si ricompone di una sua memoria personale, di dati nuovi e un po’ distaccati, almeno per i primi tempi. L’unico pregio è che azzera anche le inimicizie, e su questo non posso che pensare in una sua positività. Ricominciare da zero, in una tabula rasa mentale e affettiva, può essere anche una buona cosa, magari fossi più giovane e fossi meno attaccata al mio mondo relazionale. Vale a dire che se “mia nonna avesse avuto le ruote, sarebbe stata sicuramente un treno…” e che se sapessi cancellare i numeri di telefono inutili nel mio cellulare sarei sicuramente un’altra persona. Chissà mai, un giorno, prima o poi, quei numeri potrebbero essermi utili e se non lo saranno almeno li terrò lì a farmi compagnia.

Dalla perdita dei fluidi corporei all’autostima

In amore, Anomalie, decrescita, Donne, Ironia, personale on 9 settembre 2012 at 13:55

Credo vi sarete accorti tutti che, negli ultimi tempi, la donna viene indicata come l’unico soggetto a perdita di fluidi corporei a ciclo continuo.
Noi donne non lo sapevamo, ma abbiamo la necessità di bardarci di assorbenti in tutti i periodi della nostra vita e 24 ore su 24. Durante il ciclo, dopo il ciclo, nell’intermezzo (di che non si sa), prima del ciclo, in “quei giorni”, quando fa umido e anche quando splende il sole e se poi il ciclo, per fortuna o per maledizione, propendo più per la prima che per la seconda, finalmente smette… beh allora, care donne siete messe male, cominciate a soffrire di diuresi o minzione incontrollata e pure a dirla tutta un po’ puzzolente.
Provate a guardare in un supermercato, nel reparto assorbenti: non avrete che l’imbarazzo della scelta (super, midi, mini, con ali, con becchi e con unghie…) insomma tutto congiura con la nostra autostima, che a dirla tutta è già bassina di per sé e non avrebbe bisogno di inutili deterrenti.
Perchè, a noi donne basta poco per sentirci inadeguate, inadatte, incapaci di stare al mondo. Basta una nuova ruga, un abitino dei grandi magazzini, un abbassamento del seno anche se inesistente, la scoperta che usare i gambaletti e i collant giustificano il calo del desiderio del compagno, un filino di riga bianca di ricrescita sui capelli, un maglioncino vecchio ma tanto amato, il capufficio che ci coinvolge nei suoi pesanti complimenti alla giovane collega appena arrivata… ecco se poi si aggiunge il fatto che siamo dei colabrodi… beh allora rasentiamo il suicidio.
Tutto questo accanirsi sulla donna, mi fa pensare o che realmente abbiamo dei grossi problemi di immagine, oppure l’accanimento nasconde invece la paura, da parte dell’uomo e della società dei consumi, di vederci sciatte e felici.
A mio giudizio proporrei una sana decrescita su certi consumi, come pannolini e prodotti di seduzione. Le aziende chiuderebbero, e di questo mi dispiace, ma almeno avremmo generazioni di donne più serene e contente di sé.
Avremmo bocche e seni meno gonfi, capelli meno stressati e sorrisi più naturali. Forse forse ne guadagneremmo anche in salute, ovviamente non costrette più a finanziare chirurghi plastici e psicologhi e nemmeno le tasche e le ville di creatori di moda, case produttrici di cosmetici, portafogli di fotografi coronati e di editori di giornali di gossip.
Non vedo perchè una donna non possa essere quello che è, banalmente e semplicemente. Voi, amiche, direte: “Bella forza… e la concorrenza?” Inutile dire che la risposta non ve la posso dare io, se c’è concorrenza e voi pensate che a correre più forte sia l’unico sistema per salvarsi, non è colpa mia se vi trovate con gli uomini di cui vi lagnate e se quando diventate un po’ usate, questi vi buttano nel riciclo della plastica. Stare dentro al gioco vuol dire partire già perdenti, se la teoria della perdita di fluidi corporei, da parte delle donne di qualsiasi età è la metafora della nostra vita, allora sappiate subito che questa vita vi sta colando via, senza aver trovato nessuno che abbia pensato, ad un modo qualsiasi, per tappare quel buco, anzichè altri e per far si’ che la vostra vita abbia quel che di naturale che consente a tutti di nascere, crescere, diventare maturi e invecchiare, riservandoci la possibilità di morire senza lasciare ai posteri la nostra mummia preimbalsamata.
E poi cosa c’è di peggio di pensare di vedere il proprio nipotino che quando ti chiama: “nonna” lo fa con una certa apprensione e con quello sguardo frammisto di preoccupazione ed incertezza, che è stato il primo sentimento che avete avuto pure voi quando, per la prima volta, da bambine, vi siete davvero guardate allo specchio.
Sarà perchè sono una donna più che matura, senza l’aiuto di aggiunte o di detrazioni e che per me il mercato degli assorbenti potrebbe andare bellamente in fallimento, come altri mercati altrettanto lucrosi, che analizzando la mia autostima posso dire finalmente: “Mai stata meglio in vita mia!”.

Amore e corazze – Una storia difficile

In amore, Donne on 4 settembre 2012 at 15:39

Difficile scegliere le parole per questa storia. Ce ne sarebbero molte da dire e anche molte da tacere, forse come tutte le altre storie e forse, in questo caso, di più. Mi scuso fin d’ora con gli attori, ma non posso essere precisa e nemmeno completamente informata, ma è una storia e come tale va raccontata, con la sua parte di verità e l’altra parte di fantasia come io penso ogni storia debba mantenere.
Anche stavolta c’è una lei. Una creatura fragile e riccioluta, non che le due cose: fragilità e riccioli non possano convivere insieme, ma quei riccioli si confanno più a una creatura ribelle e decisa, cosa che lei non è. Almeno oggi non lo è più, forse ieri lo era, un ieri un po’ lontano purtroppo.
Lei aveva avuto dei sogni. Già, direte, tutti hanno sogni, soprattutto da giovani, ma i suoi erano sogni un po’ troppo… come dire?… sognanti se mi passate il gioco di parole. Lei sognava di trovare affetto e protezione, una sua famiglia, quella del tipo straordinario, insomma la famiglia che vedi nelle pubblicità in televisione, in poche parole “quella del mulino bianco”. Per realizzare questo sogno l’Italia era poco e lei, riccioli in testa, come suo unico lasciapassare, era partita per un paese lontano.
Lì la famiglia l’aveva fatta, ma sai com’è, sarà stata la distanza o il fatto che di “mulini bianchi” non si dovrebbe mai parlare, quella famiglia era stata una terribile delusione e alla fine lei si era trovata, invecchiata e scacciata da quel paese, divorziata con due figli (difficili) a carico.
Cosa fa una donna fragile, per non soccombere ad un destino patrigno e disdicevole? Beh… si organizza, torna nella sua città di origine, cerca casa, lavoro e scuole per i suoi figli, sperando che ormai il peggio sia passato. Si mette una bella corazza dura per non sognare più e per non chiedere più a nessun uomo di entrare nei suoi sogni. Si rimbocca le maniche e si butta nella nuova avventura, dentro al territorio che l’aveva vista ragazza e che tutto sommato era la sua terra originaria, il suo substrato. Ma quella terra non è la terra dei suoi figli, quella terra e una terra matrigna e non accogliente per loro. Sì, certo, le scuole sono belle, disponibili, accoglienti, ma sono scuole italiane e per questi ragazzi stranieri, sono quanto di più difficile e complicato si possa trovare, soprattutto in una fase d’età difficile e, ad essere generosi, poco gentile.
E il primo a dare forfait è il ragazzo, forse solo per meno voglia di sbattersi in un paese diverso e per dei risultati dubbi.
La ragazzina più giovani invece, un po’ per curiosità e un po’ per compiacere la madre e poi più testarda come ogni donna sa essere, si è fermata e ha frequentato la scuola, con tutte le difficoltà del caso, riuscendo anche a conquistare una lingua nuova, un esito scolastico discreto e anche delle amichette da frequentare.
Lei, la fragile madre ha strappato in due il suo cuore. Quando è partito il figlio la sua corazza si è fatta più dura e il cuore le si è sfaldato come neve al sole. Ne aveva tenuto un po’ di quell’amore per rendere migliore la vita alla figlia che ormai pensava di aver portato oltre la fase del non ritorno.
Ma a volte basta un granello di sabbia e la bilancia pende dove non avresti pensato avesse potuto pendere mai.
Era estate e il figlio maggiore era tornato per una vacanza e il cuore di madre massacrato dal distacco aveva iniziato a sperare. Lei aveva parlato ancora di scuola e di futuro, lo aveva blandito con l’idea di ridiventare famiglia, magari non del “mulino bianco” ma almeno quella parvenza di famiglia dove l’amore tutto supera ecc. ecc. ecc.
Ed invece il risultato da qualche giorno era diventato un incubo, il peggiore che lei avesse sognato: pure la figlia aveva deciso di partire, di ritornare nel “suo” paese, ovviamente con dispiacere di lasciare la madre, ma con il desiderio di riconquistare il padre. Vuoi vedere che pure lei sperava di ritrovare la famiglia del “mulino bianco” dall’altra parte del mare?
Che fare??? Se l’era chiesto mille volte in quei giorni, ma non aveva scelta, sapeva che doveva dire di sì alla partenza anche della figlia, non c’erano “santi che la potessero aiutare” o la figlia partiva oppure sarebbe scappata di casa… e, che senso aveva imporre una volontà che non sarebbe servita che ad allontanare i suoi figli da lei?
I figli ora sono partiti… non si sa, perchè la storia non lo dice, con che pensieri in testa e con che tristezza nell’animo. Tutto sommato, in genere, ai figli interessa poco delle necessità umane dei genitori, loro vogliono avere le loro comodità e se ogni genitore, non ha il buonsenso di rinunciare alla propria vita per il bene dei figli… beh viene da sè, che non è un buon genitore, e che deve fare conto con tutti i suoi sensi di colpa.
Quindi lei, la fragile donna con la corazza, era rimasta a guardare l’aereo che si allontanava, incredula, sconfitta.
Ormai con l’involucro durissimo, ma completamente vuoto d’amore. Ora sì che non sapeva più che fare, ora sì che vedeva davanti a sè il fallimento, ma dove aveva sbagliato? Doveva forse per caso lasciare tutto quello che era riuscita a costruire in quell’anno passato e seguire i propri figli in un paese che non l’aveva voluta e che l’aveva fatta sentire una reietta? Avrebbe dovuto subire il ricatto dei figli che la volevano dove, per lei, e lo sapeva bene, sarebbe stata la fine, come donna ed essere umano?
Belle domande non vi sembra? Ognuno di noi avrà una bella ricetta da proporre sicuramente, ma, chi ha ragione non c’è verso di saperlo.
Lei è rimasta, per ora, con i suoi riccioli scompigliati e incanutiti precocemente e con la sua corazza vuota e senza amore… con la fragilità e la voglia di nascondersi nella depressione.
Mi spiace, stavolta nessuna favola bella con il suo luminoso finale rischiarerà questa storia. L’ho detto che era una storia davvero difficile, che a volte quello che succede è ingiusto ed inacettabile, e non esiste corazza per salvare un po’ di amore per se stessi. Ecco cosa mancava dentro quel cuore, cosa faceva restare vuota quella corazza inacessibile: un po’ di stima e un po’ di considerazione per se stessi… e forse se ritrovasse quella goccia d’amore per sè, alla fine, malgrado tutto, lei sarà salva.

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