luciindescai

La Palestina a casa mia – Noi chiacchieroni delle opportunità perdute

In La Palestina a casa mia on 28 settembre 2015 at 12:10

vittorio

Io sono del segno del Toro.
Buono a sapersi direte: ma che c’entra? E invece c’entra anche se me ne accorgo solo ora, che sto a spiegare come mai io sia approdata alla Palestina.
Chiaramente non “approdata” in senso stretto, perché alla Palestina, tra tante cose è stato rubato pure il mare, e se un mare c’è, è totalmente vietato sia all’approdo che alle partenze.
Comunque la questione del segno zodiacale, credetemi è determinante.
Per prima cosa i nati sotto questo segno hanno il senso della giustizia molto spiccato, quindi con la questione palestinese ci vanno a “nozze”, mai visto un luogo dove l’ingiustizia è così palese e che arrivi a vette così alte. Ma ancora prima c’è che come Toro io ho assolutamente bisogno di una casa.
La casa per me è il centro di tutto: affetti, attenzioni, incontri, condivisioni, insomma per me è una patria, un porto sicuro, aperto a tutto e tutti.
Aggiungo che sono una giovane che nel ‘68 avevo cominciato ad assaggiare la puzza dei lacrimogeni e il gusto delle barricate, amavo la ribellione e l’impegno, parlare di politica e di giustizia sociale e ovviamente ammiravo i fedayin e le loro kefije, la resistenza come diritto dei popoli oppressi, ma col tempo e alcune estreme posizioni della resistenza violenta, mi avevano via via allontana dalla Palestina.
Però non mi ero assentata dalla scena dei diritti civili: integrazione razziale in America, e in Sudafrica. Non mi ero assentata nemmeno dalle manifestazioni pacifiste per la guerra del Vietnam e per quelle successive, e a pensarci bene di guerre da allora ce ne sono state e ce ne sono troppe.
Comunque io una casa non ce l’avevo, ossia l’avevo, ma non era come intendevo io. La prima fu quella di famiglia, piccola e sovraffollata: un tripudio di bambini e di adulti che si contendevano gli spazi vitali. La seconda una casa condivisa con altri e pertanto a libertà limitata, dove la mia stanza era diventato tutto il mio mondo. Poi ebbi una casetta in cui diedi l’avvio al primo luogo di ritrovo, ma era microscopica e durò pochissimo, da questa migrai con il pancione della mia prima e unica gravidanza ad un appartamentino che condivisi presto con il padre di mio figlio. Inutile dire non ero mai riuscita a fare della mia casa quel luogo tanto agognato e che faceva parte dei mie sogni. E poi avevo un bambino che richiedeva tutta la mia attenzione e quel po’ di tempo libero che il lavoro mi lasciava.
Inutile dire che un sogno notturno ricorrente era quello che trovavo una casa grande e luminosissima e che diventava mia, non per la gioia della proprietà, ma per il sano desiderio di abitarla come pensavo io.
Nei sogni le case oniriche ritornavano a trovarmi, dandomi la strana sensazione di essere una possidente che si dimenticava di avere delle proprietà.
Comunque allora trovai una casa bellissima, su più piani, faticosa ma sempre e comunque un bel sogno.
Fu il tempo in cui i miei orizzonti avevano avuto una piccola contrazione, colpa dei problemi che incontra una donna quando ha un figlio e un compagno da accudire. Un misto tra il tentativo di diventare una chioccia o l’estensione di una caverna per proteggere gli affetti.
Allora, oltre ad avere un lavoro e una famiglia, comunque esigente, m’innamorai della causa irlandese, amore che trasmisi assieme al gusto di leggere e di ascoltar musica a mio figlio. L’Irlanda era vicina allora e la Palestina lontana, più lontana ancora di quello che realmente era fisicamente. Il Mediterraneo ci divideva invece che unirci come fa ora.
E la causa irlandese mi prendeva il cuore, come i suoi eroi romantici e l’amore che avevano per la loro terra. Ascoltavo la loro musica, sognavo di viaggiare e di vivere in un cottage a strapiombo sul mare, con la vista più bella del mondo.
Iniziava così una casa grande con delle stanze grandi e delle belle finestre che si affacciavano su di un giardino. Insomma, alla casa per sempre, però ancora una volta in condivisione. Non che il padre di mio figlio non amasse ospitare ed avere la casa piena di gente, ma erano i suoi amici, le sue modalità, non le mie.
Già ero riuscita a far trasformare una grande camera da letto al piano superiore, in una grande cucina, con grandi litigi con il mio compagno, dove io lavoravo volentieri sempre con la possibilità di parlare con gli ospiti e di far annusare il profumo dei cibi, e condividere così anche quel tempo che mi avrebbe tenuto lontano dagli altri. A lui non entrava che si potesse ricevere in cucina, mi faceva fare su è giù per le scale coi piatti che finivano col diventare freddi e per fortuna poi gli amici, dopo essere saliti in cucina si sistemavano lì e non li schiodavi più. Quindi la cucina diventò il centro della casa, a tutti gli effetti, ma quel mondo che ci girava intorno era un piccolo mondo di amicizie e convenzioni che mi annoiavano un po’. Ma questa era la vita che avevo scelto e mi ci adattavo anche se non completamente.
Nella soffitta poi avevo creato un appartamentino per gli ospiti che successivamente divenne dopo la morte di suo padre il regno di mio figlio e che poi, quando mio figlio cominciò a vivere la sua vita in altre città, divenne parte del mio regno.
Era passato così tanto tempo e così tanta acqua sotto i ponti che avrei dovuto dimenticarmi di quel luogo dell’anima che io chiamavo volgarmente casa, ma il destino tramava ancora. Ovviamente io sono del sogno del Toro: caparbia e testarda che nemmeno il tempo, che può tutto, era riuscito a piegare. Avevo ri-iniziato da zero tante vite, e per questo avrei dovuto immaginare che alla vigilia dei mie 60 anni, avrei rimesso in gioco me stessa in un nuovo amore e in una nuova passione.
Per quanto riguarda il nuovo amore si tratta solo di un eufemismo, in effetti l’amore era vecchio in tutti i sensi, sia per età e sia perché quella persona era il mio fidanzatino del ’68.
Una storia platonica (a quei tempi si usava) ma mai completamente dimenticata. La casualità ci aveva fatto ritrovare e ci aveva rimesso insieme con le stesse modalità di quando eravamo giovanissimi. Sempre pronti alle avventure, sempre curiosi, sempre generosi, totalmente incapaci di essere due persone che invecchiano insieme tra le loro piccolo cose nel loro piccolo mondo, i vecchietti più litigiosi e con le stesse idee che avessi mai potuto vedere.
Non sono mai stata una persona scontata, a quasi 60 anni scrivevo e gestivo due blog, usavo internet, facevo amicizie e mi si confondeva, nell’anonimato della rete, con chi era più giovane e ne capiva molto di più di me.
Così, in rete, “conobbi” Vittorio e diventai una sua “amica” di blog. Mi affascinava la sua serietà nei confronti dell’attivismo e della partecipazione alle lotte per i diritti umani.
Fu il primo a ripropormi la questione palestinese in termini non più scontornati, ma puntuali e precisi. Mi riavvicinavo a piccoli passi a quella che sarebbe diventata poi la mia principale occupazione e passione se così vogliamo dire.
Quando ritrovai il mio nuovo compagno, la miccia era già accesa. Con lui si litigava, come facevamo quando eravamo ragazzi, e io parlavo di Palestina e tuonavo contro Berlusconi e le due cose avevano molto in comune, e lui non voleva sentire. Per lui erano tutti e due “dei problemi” marginali e non era corretto che io mi fissassi solo su questi due problemi.
Ma questa volta non mi sono lasciata mettere agli angoli, ero diventata troppo vecchia per aspettare ancora il mio momento, non c’era davvero più spazio per attendere che ci fosse una capitolazione, quindi insistevo e insistevo con la solita caparbietà.
Poi arrivò la tragedia: Vittorio era stato ucciso e noi “chiacchieroni delle opportunità perdute” nel frattempo che lui era lì, lo avevamo lasciato solo.
Così col mio senso di colpa in cuore costrinsi il mio compagno a leggere: Restiamo Umani Gaza, il libro di Vittorio scritto sotto le bombe di Piombo fuso e Mario capitolò totalmente.
La Palestina non era “un problema”, come diceva lui all’inizio, ma era “il problema” come sostenevo io da sempre. E dalla sua capitolazione si aprì la nostra casa alla Palestina.

Il viaggio con AssoPace Palestina dicembre-gennaio 2014-2015

In Viaggi AssoPace Palestina on 30 gennaio 2015 at 13:11

gruppo1
In questa pagina troverete il sunto dei racconti inviati dopo il suddetto viaggio.
Cliccando sopra i link potrete seguire con facilità il materiale raccolto:

Sull’andare e tornare, tra casa e Palestina – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/10/sullandare-e-il-tornare-tra-casa-e-palestina

Innamorarsi della Palestina (di Andrea….)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/12/innamorarsi-della-palestina

Brothers in Peace– (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/14/brothers-in-peace

Con la terra in tasca – (di Valeria Manca)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/16/con-la-terra-in-tasca

Barriere – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/17/barriere

Nulla è eterno. Neppure il male – (di Simonetta Madussi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/nulla-e-eterno-neppure-il-male-di-simonetta-madussi/

Alcune riflessioni sul viaggio di Natale – (di Rosa Calderazzi)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/alcune-riflessioni-sul-viaggio-di-natale-di-rosa-calderazzi

NON si può spiegare – (di Amalia Di Giampietro)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/18/non-si-puo-spiegare-di-amalia-di-giampietro

AlKamandjati la musica come forma di resistenza – (di Nara Ronchetti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/al-kamandjati-la-musica-come-forma-di-resistenza-di-nara-ronchetti

Il presepe col muro – (di Laura Marcheselli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/19/il-presepe-col-muro-di-laura-marcheselli

Il Muro e la formica – (di Daniela Marrapese)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/20/il-muro-e-la-formica-di-daniela-marrapese

Fierezza, tenacia e mandorle – (di Maria Gabriella Mazzotti)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/fierezza-tenacia-e-mandorle-di-maria-gabriella-mazzotti

Quello che ho portato a casa – (di Donato Cioli)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/quello-che-ho-portato-a-casa-di-donato-cioli

Dalla Francia con amore – (di Brigitte e Jean-Marc)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/dalla-francia-con-amore-di-brigitte-e-jean-marc

L’Ulivo è Vita – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/21/lulivo-e-vita

La Palestina è un paese obbligato alla speranza – (di Milena Nebbia)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/22/la-palestina-e-un-paese-obbligato-alla-speranza-di-milena-nebbia

Ridere, vivere, lottare – (di Maria Francesca Gullott)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/23/ridere-vivere-lottare-di-maria-francesca-gulotta

All’ombra del gigantesco muro – (di Marisa Fugazza)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/24/la-liberta-non-e-in-vendita-di-marisa-fugazza

La libertà non è in vendita – (di Marisa Fugazza)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/25/la-liberta-non-e-in-vendita-di-marisa-fugazza-2

Storie di quotidiana civile resistenza – (di Marisa Fugazza)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/25/storie-di-quotidiana-civile-resistenza-di-marisa-fugazza

Pensa agli altri – (di Fiorenza Borghese)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/26/pensa-agli-altri-di-fiorenza-borghese

Dentro alle antiche mura – (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/26/dentro-alle-antiche-mura-di-franca-bastianello

Resistenza è…. per sempre (di Jean-Emile)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/28/resistenza-e-per-esempio-di-jean-emile

Cuore perduto ad At-Tuwani (di Franca Bastianello)
https://laltrametadelcielo.wordpress.com/2015/01/30/cuore-perduto-ad-at-tuwani-di-franca-bastianello

Cuore perduto ad At-Tuwani (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi AssoPace Palestina on 30 gennaio 2015 at 11:37

pastore

Quando viaggio, in qualsiasi luogo sia e in qualsiasi tempo, so di lasciare un pezzettino di cuore da qualche parte senza la speranza di poter tornare a riprendermelo. Magari ad At-Tuwani ci torno, ma sarà difficile che recuperi quel pezzettino di cuore lasciato e perduto fin dalla prima volta che sono scesa dal pullman. Luisa nei viaggi di AssoPace Palestina, passa sempre in questo piccolo villaggio di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, nella cosiddetta Area C della West Bank.
In Area C si assiste oggi ad un fenomeno definibile come “normalizzazione dell’occupazione militare”, che produce concretamente un doppio livello di oppressione. Da un lato la violenza legalizzata dell’esercito, e dall’altro la violenza dei coloni, tacitamente autorizzata dallo Stato di Israele. A poche centinaia di metri dal villaggio, infatti, abbiamo l’insediamento coloniale di Ma’on, nato nei primi anni ’80, cui segue sull’altura vicina l’avamposto, all’interno del quale sono insediati membri di alcuni dei più pericolosi gruppi extraparlamentari terroristici dell’estrema destra israeliana. Un villaggio sgangherato a dire il vero, ma di anno in anno ci scopro un segreto in più, una dimostrazione di coraggio in più. Guardo la casa viola in cima alla collina e sorrido. Una casa viola nel villaggio di pastori dove le case sono ancora scavate nella roccia e dove le antiche pietre di anno in anno si sgretolano sempre di più. Una bella vittoria visto che questo villaggio è a rischio demolizione.
Lasciare il cuore ad At-Tuwani mi rallegra. Il solito incontro con il più piccolo dei figli maschi di Hafez, di cui non conosco il nome, mi rende allegra, tanto che mi ci metto a giocare a calcio. Hafez è il coordinatore del Comitati Popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani e quest’anno purtroppo non c’è. La morte di un cugino l’ha fatto partire prima del nostro arrivo. Ma ci viene incontro il figlio maschio più grande: Sami, che ricordiamo bene, visto che l’anno scorso lo avevano arrestato mentre stavamo visitando la città di Hebron-Al Khalil. Un’avventura davvero indimenticabile per tutti i 50 viaggiatori, farsi arrestare sotto gli occhi, un ragazzino di 15 anni e non poter far nulla per lui.
Cosa aveva fatto? Niente, era solo palestinese, e viaggiava con 50 internazionali, ovviamente internazionali poco graditi ai soldati e ai coloni insediati nella città. Comunque l’avventura era finita bene, visto che il nostro Mike e Issa Amro, del centro YAS, più tutto il nostro gruppo rumoreggiante sotto la rampa del posto di polizia, hanno prodotto il miracolo del suo rilascio.
Per prima cosa che spiego è che i figli di Hafez non sembrano affatto dei palestinesi, sono molto più simili a degli irlandesi piuttosto che ai classici bambini e ragazzini che girano le strade di Palestina. I loro capelli vanno dal biondo al rosso, chi più chi meno, e hanno tutti una faccetta birbante e simpatica.
Sami fa le veci del padre e ci racconta tutto della lotta del villaggio e delle disavventure per riuscire a resistere ancora sulla loro terra.
Non è l’unico che ci parla, ci sono pure i nostri connazionali di Operazione Colomba che ci raccontano delle loro attività e dei problemi che incontrano tutti i giorni.
Tra gli italiani c’è pure Andrea, non sapevamo di trovarlo ancora qui, se l’avessimo saputo avremmo portato il solito regalo di natale: un buon salame veneto e una bottiglia di vino rosso, come già fatto altre volte.
Intanto una camionetta di soldati ci osserva a due o trecento metri da dove siamo scesi. Ci seguirà per tutto il nostro restare nel villaggio.
Non so gli altri, ma a me sono cose che fanno incazzare. Odio essere controllata a vista. Mi viene voglia di andarci a parlare e chiedere cosa ci fanno lì e cosa vogliono da noi.
Un po’ più tardi ci passiamo accanto e mi chiedo se quei soldatini armati di mitra, si siano mai posti la domanda se è lecito difendere dei coloni considerati illegali e violenti pure da Isrele.
Quei soldati dovrebbero essere lì, anche per garantire ai bambini palestinesi, sotto gli occhi vigili dei nostri ragazzi italiani, di poter andare e tornare dalla scuola senza subire le aggressioni dei coloni energumeni.
I soldati si riservano anche di proteggere i coloni quando aggrediscono i pastori e si impossessano di terra palestinese, sradicando piante e uccidendo pecore e asini di proprietà dei villaggi della zona.
Un bel film italiano di Andrea Paco Mariani e Nicola Zambelli è stato girato ad At-Tuwani e lo consiglio a tutti “Tomorrow’s land” (http://www.tomorrowsland.com/sinossi.html) tanto per capire meglio di quale tipo di occupazione si tratti.
Intanto, mentre tutti parlano, io gioco a pallone con il piccolo di Hafez senza scambiarci nemmeno una parola, ma non c’è niente da dire il gioco parla da sè. Il bambino mostra tutta la sua arte nel gioco del pallone, un po’ con l’orgoglio da uomo arabo e un altro po’ con un senso di sana autoironia, quando il mio tiro fa goal.
Ricordo l’anno prima, i suoi capelli biondissimi e lunghi e la sua aria ritrosa, subito pronto a farti un sorriso conquistatore. I capelli ora sono più scuri e corti, sta assomigliando sempre di più a suo padre, un uomo di grande resistenza. Un uomo che ha fatto della resistenza e del pacifismo il suo credo. Che risponde con il suo orgoglio e la legalità a tutti i tentativi di cacciarlo dalla sua terra, di spaventarlo, di metterlo a tacere.
Un uomo che cresce i suoi figli nella resistenza, come lui è stato cresciuto dalla madre.
Arriva un furgone dell’organizzazione Ta’ayush (credo voglia dire “cooperazione”) e ne scende Amiel Vardi, un israeliano che da anni collabora assieme ai palestinesi contro l’ingiustizia dell’occupazione e contro i soprusi. Ci racconta quale sia il suo lavoro di cooperazione e quanti ostacoli incontra.
Nei viaggi con Luisa incontriamo molti israeliani che sono contro l’occupazione e che proprio per questo vengono ostracizzati dal governo e dalle persone comuni.
Facciamo un passaggio anche alla cooperativa delle donne di At-Tuwani, c’è sempre qualche ricamo da comperare e qualche storia nuova che ci viene raccontata. L’essere donne in Palestina è difficile ancora di più, due sono le lotte da fare: contro l’occupazione israeliana e contro la mentalità del villaggio.
Casualmente qui incontriamo anche due ragazzi del Freedom Theatre di Jenin, una istituzione fondata da Juliano Mer-Khamis, il famoso attore-regista ucciso per il suo attivismo.
Oggi At-Tuwani sembra l’ombelico del mondo, un sacco di storie e realtà convergono nello stesso punto.
Intanto io vedo delle bambine sul tetto di una casa in costruzione, mi sorridono ma non vogliono farsi fotografare, come fossero molto più grandi di quello che sono, poi scendono e mi vengono vicine, allora sì che si fanno fotografare in tutte le pose e guardano le fotografie ridendo.
Capite ora dove ho lasciato il mio pezzetto di cuore? Tra le pietre aride della terra delle colline a sud di Hebron e gli occhi dolci dei bambini del villaggio, nell’abbraccio con Andrea il nostro cooperante e la stretta di mano ormai adulta di Sami.
La bambina più piccola di Hafez ci guarda da distante tenendo stretta la bambola di pezza che gli è stata regalata da una di noi. Le mando un bacio anche io da lontano e in silenzio prometto che tornerò.

bimbi

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