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Cuore di brigante

In amore, Libri on 31 marzo 2012 at 23:18

Mai avrei potuto vivere l’intera mia esistenza dove sono nato e cresciuto, mi diceva Nikolaos il greco. Conta assai poco quanto è bella la terra che ti è patria: Roma, Mosca, Atene o Costantinopoli, nessun luogo può bastare se la vita è una sola, mi diceva. Mai avrei potuto accettare di morire nel medesimo angolo di mondo in cui sono nato, mai avrei potuto riunciare al piacere di cozzare la mia testa con quelle altrui, i stupire della bellezza di Firenze e Parigi, di svegliarmi sotto le stelle in mare aperto, di arrivare all’alba nei porti di Napoli e Genova, mai avrei rinunciato alle cavalcate nelle terre di Sicilia, a incontrare lo sguardo di certe donne di Palermo, alle notti nei palazzi di questa città di Venezia, sempre senza riposo. E maledette siano le distanze e maledetti i trasporti faticosi e le dogane e i muri e i confini che impediscono agli ingegni di ogni terra di incontrarsi e pensare e di sognare insieme. E viva la vita, amico mio, e sia dato spreco di ogni energia subito e ora per la gloria di qui e adesso che soltanto conta, cento e mille volte meglio la mia sorte di quella di chi deve ammuffire nei palazzi imperiali governando i popoli. Cento e mille volte meglio, immensamente meglio bruciare in una fiammata che consumarsi lentamente.

(da Il cuore dei Briganti di Flavio Soriga)

Semplicemente perfetto…

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Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

I ricordi di un pollo

In amore, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, uomini on 13 marzo 2012 at 18:48

I ricordi di un pollo

Di Naser Ghazal

Caro mio fratello professore,

Il Makluba é quel timballo di riso con pollo e melanzane rovesciato sul grande piatto d’alluminio, decorato con pinoli e mandorle tostate, senza l’aggiunta del prezzemolo, che a te fratello, non piaceva. Era il piatto tipico palestinese più amato dai nostri stomaci.

Caro mio fratello professore,

Ho scelto te per le mie parole perché nessuno meglio di te può ricordare quei giorni, ed a nessuno più di te piaceva mangiare il Makluba i cui ingredienti variavano secondo la tua presenza.

Quando il silenzio regnava dentro casa ciò significava che avresti pranzato con noi e il Makluba si presentava con il riso, il pollo, le melanzane, niente prezzemolo, niente cavolfiore e con le tante mani che si allungavano per prendere il riso con buone maniere e tanta educazione.

Caro mio fratello professore,

Ti confido che le nostre buone maniere e l’educazione alle quali tu severamente tenevi, venivano a mancare quando ritardavi per il pranzo.

Passavamo tutto il tempo a giocare fuori nel cortile e non a studiare come ti dicevamo, finché non ci giungevano gli odori del Makluba quasi contemporaneamente alla voce di nostro padre che, per elogiare l’arte culinaria di nostra madre, le cantava le serenate d’amore. Allora capivamo che il Makluba ci stava aspettando, così ci affrettavamo avidamente ad occupare posti attorno al delizioso piatto.

Sotto gli occhi orgogliosi e felici dei nostri genitori cominciava la battaglia del Makluba; si alzavano nove mani e, con la velocità di un falco lanciato per afferrare la sua preda, così le nostre mani raggiungevano il piatto di Makluba nel tentativo di catturare il pezzo di pollo preferito. Tutto questo, ovviamente, dopo che nostra madre aveva liberato dalla nostra fame il petto di pollo e lo aveva nascosto per te, mentre la battaglia diventava rovente. Qualche fratello gridava addolorato per una spinta o per un pizzicotto, un altro rubava il pezzo di pollo all’altro, mentre si alzava la voce di nostro padre che c’invitava alla calma assicurandoci che il cibo era sufficiente per tutti.

I nostri genitori non partecipavano con noi, ma aspettando il tuo arrivo, si limitavano a guardarci con tanti sorrisi che forse per loro avevano un certo significato!

Poi arrivavi tu e la battaglia del Makluba cessava, con tanta calma prendevi posto e con la stessa cominciavi a mangiare in compagnia dei nostri genitori, e così cominciava un’altra battaglia tra te e loro. Tu cercavi di dividere con loro la tua parte del pollo e i tuoi tentativi fallivano di fronte all’insistenza di nostro padre che ti diceva: “Che Dio ti benedica figlio mio, tu sai bene che io non mangio del pollo se non il collo e le ali”. Invece con la sua voce fioca nostra madre ti diceva: “Che Dio ti protegga figlio mio, tu sai bene che non ho i denti buoni per mangiare il pollo, mettimi nel piatto solo due chicchi di riso!”

La vostra battaglia cessava con la tua rassegnazione di fronte alla loro insistenza e con il tuo rifiuto di mangiare da solo tutto il petto del pollo, perciò, ti alzavi lasciando più della metà sopra il piatto del riso.

Caro mio fratello professore,

Ti confesso che io rimanevo indifferente a quelle loro parole soprattutto perché il mio pezzo di pollo l’avevo ingordamente mangiato, Però non rimanevo altrettanto indifferente quando vedevo che quello che lasciavi del tuo pezzo di pollo era più di quello che mangiavi e nello stesso tempo non trovavo nessuna spiegazione!

Caro mio fratello professore,

La situazione dei palestinesi, come dicevi, era molto difficile e la povertà dominava tutte le loro case, forse era per questo che tu lasciavi il tuo pezzo di pollo, con la speranza che uno dei nostri genitori lo mangiasse?

Forse per questo nostro padre ci diceva che gli piaceva solo il collo e le ali del pollo?

Forse per lo stesso motivo nostra madre ci diceva che non aveva i denti buoni per mangiare il pollo?

Caro mio fratello professore,

La situazione difficile e la povertà, della quale mi parlavi, adesso è cambiata, almeno possiamo mangiare quanto ne vogliamo di pollo!

Caro mio fratello professore,

Che gusto ha, però, mangiare il pollo se non c’é più nostra madre!

Caro mio fratello professore,

Scusami se non provavo le cose che provavi tu!

E solo perché non le capivo!

N.G.

I miei ultimi giorni di scuola

In Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù on 11 marzo 2012 at 0:09

Non ci avrei mai creduto se mi avessero detto che a 60 anni sarei stata invitata a parlare a 300 liceali. Sapevo già che sia che avessi avuto dieci minuti per farlo oppure due ore, non avrei mai saputo dire quello che mi sarebbe piaciuto dire. La questione è che a volte le parole non sanno essere generose, o almeno non lo sanno essere a sufficienza. Per fortuna è stata una notizia che mi ha preso alla sprovvista, appena il tempo di chiedere chi se la sentiva di parlare con me e organizzare un abbozzo di programma.
Il problema più grosso che ho dovuto affrontare è come comunicare con dei giovani senza prendere l’aria di una vecchia e pedante insegnante che dei giovani non capisce un’acca. Insomma questo lo potevo anche superare, bastava non pretendere di insegnare nulla, ma cercare di capire come i ragazzi di quell’età pensano e quali sono le cose che rifiutano e quelle che gradiscono.
Con molta umiltà mi sono ripassata le lezioni che mi aveva impartito mio figlio nei suoi anni di scuola. Eliminare l’aria da maestrina e mettermi al loro stesso livello. Ma se io fossi stata dall’altra parte, nei loro panni, cosa avrei voluto sentirmi dire? Facile, vorrei sapere cose che non so. Vorrei che mi fossero aperte porte su di un mondo che non conosco, dentro al quale trovo ragazzi che come me cercano di uscire dal loro ambiente familiare, a volte asfittico.
Vorrei che qualcuno mi dicesse che studiare è fantastico e anche me lo facesse credere, al di là del vecchio professore barbagianni, che perde i suoi occhi sui libri perchè non ha niente altro di meglio da fare.
Mi è venuto in mente una frase detta da un amico di famiglia a mio figlio ragazzino studente delle medie, che credo gli abbia cambiato la vita: “Tu vai a scuola ed il tuo dovere è studiare, per questo ti chiamano studente, c’è però un altro modo di essere, che fa la differenza. Quelli che studiano e approfondiscono ogni cosa che affrontano, ogni argomento che gli interessi, che non si accontentano delle nozioni e delle informazioni che ricevono, ecco quelli sono differenti e si chiamano studiosi e di questi ce ne sono pochissimi.”
In quel momento ho capito che non avrei potuto insegnare nulla a quei ragazzi, ma avrei potuto far nascere in loro la curiosità, la voglia di saperne di più e questo mi sembrava già una bella scommessa.
Ed è stato facile, come non avrei mai pensato, parlare a dei ragazzi di Palestina, di diritti umani negati, di pacifismo e di impegno, a persone che non sapevano davvero di cosa stessi parlando, ma che non partivano da preconcetti. All’inizio ho fatto due semplici domande: “Quanti di voi sanno chi è Vittorio Arrigoni? E quanti di voi sanno cosa succede in Palestina?” Il fatto che abbia visto alzarsi una sola mano alla prima e tre alla seconda domanda, non mi ha scoraggiato, anzi, mi ha dato la certezza che qualsiasi cosa dicessi per loro sarebbe stata nuova e li avrebbe incuriositi. Mi sembrava di essere Steve Job quando gridava agli studenti “siate affamati di informazioni, non fermatevi mai, non accontentatevi di quello che gli altri vi dicono, usate la vostra testa, approfondite, conoscete e non fatevi bastare mai“.
E stato facile parlare dei sogni dei giovani e del loro impegno per un mondo migliore, perchè ì giovani bene o male sono uguali dappertutto, sia che abitino a Gaza o che abitino a Tel Aviv. In un modo od in un altro si metteranno in contatto e sapranno comunicare tra di loro e che si facciano chiamare GYBO oppure Sministins, la loro voce si alza alta e entra nei cuori di altri giovani come loro e di chi ha un sogno in tasca come Vittorio che è un messaggio universale. Un essere umano che mette a disposizione la sua giovane esistenza per una causa difendendo col proprio corpo la vita degli altri. Chi mette il suo corpo come “scudo umano” é visto allo stesso modo di un cavaliere senza macchia e senza paura, un coraggioso e indomito personaggio che niente e nessuno fermerà, nemmeno la morte.
Ed il gioco è fatto. Non volava nemmeno una mosca. Ed io ero tornata sui banchi di scuola, di quella scuola che non avevo potuto frequentare e che tanto avevo sognato e vagheggiato. Ed io c’ero e stavo parlando a tutti quei ragazzi e loro stavano attenti e riflettevano su quello che dicevo, e lo facevano proprio, e cominciavano a chiedersi come mai fino ad allora non ci avevano pensato, cosa gli aveva fatto credere che non c’era niente da sapere e niente da difendere in quella terra non troppo lontana? Perché la sventura di un popolo é la sventura di tutti. I diritti umani negati sono un affare che riguarda tutti, perché oggi li hai questi diritti e domani chissà.
Ed io ero tornata a scuola, ormai fuori tempo e fuori età, percorrendo quei momenti come fossero i miei ultimi vittoriosi giorni di scuola e non ero sola, ero in mezzo ad altri giovani virtuosi, sia che si tratti di giovani oppressi o di  involontari oppressori. Perchè la cultura della PACE non si trova per strada, si costruisce giorno per giorno con impegno e con volontà. Sono più le cose  che accomunano, di quelle che dividono. Musica, poesia ed arte sono un messaggio comune che trascende la razza e la religione di chi lo espime. In effetti quei ragazzi sembravano ai miei occhi mai più studenti e tutti incredibilmente studiosi. Io credo abbiano applaudito alla fine, ma credo anche che ho imparato molto più io da loro che loro da me.

P.S. Il Gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) è stato invitato assieme a Don Nandino Capovilla di Pax Christi a parlare di impegno e solidarietà in Palestina. Il Ginnasio Liceo “Marco Polo” è la più grossa realtà scolastica tra i licei classici di Venezia. La nostra futura tappa sarà il Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Mestre.

Per il nostro gruppo hanno parlato anche:

Francesca Magro, studentessa universitaria, sulla sua esperienza personale e sul suo personale percorso alla comprensione e all’impegno.

Luca Pillon, attivista e “storico” su Vittorio Arrigoni, ha raccontato chi era Vittorio, che testimonianza ci ha lasciato e quali sono le ragioni per un impegno verso la Pace e la collaborazione pacifica in Palestina.

e presenti 300 splendidi ragazzi di tutti gli anni di ginnasio e liceo che hanno risposto con vero entusiasmo e disponibilità, i quali hanno la nostra gratitudine per quello che ci hanno insegnato e per la loro disponibilità di condividere i loro sogni e i loro progetti per il futuro.

Malgrado tutto, ragazzi: Restiamo Umani con Vik nel cuore 🙂

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

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