Mario

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Fuori dal mondo, dentro ad un muro

In Amici, amore, Informazione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 29 dicembre 2011 at 14:36


Ho colto su Facebook il diario di quella giornata di una ragazzina di 17 anni. Ovviamente una ragazzina talmente non comune, che è riuscita a cogliere da una giornata che pure io ho vissuto con gioia e condivisione, quel lato umano che noi adulti non siamo riusciti a cogliere.
Io c’ero ed avevo altri occhi e provavo altre emozioni, forse non meno forti, ma, sicuramente, mediate dalle esperienze che hanno riempito la mia vita, forse fuorvianti, forse desensibilizzanti o forse solamente diverse.
Rivedendo quella giornata con i tuoi occhi cara Sha Den, ho rivissuto quelle emozioni con gli occhi perduti della mia gioventù. Gli occhi che mi facevano vedere i sogni e possibile anche l’impossibile, che mi consentivano di vedere le lacrime interiori di un essere umano ferito, e credere a quelle esteriori fino in fondo.
Grazie per tutto amica mia e malgrado tutto RESTIAMO UMANI con Vik nel cuore.

“Domenica sera. Monotonia. Il silenzio. I biscotti nel latte. Il freddo. Le coperte. I compiti non fatti di matematica. Qualche misero pensiero che gironzola ancora per poco nella mia testolina. La stanchezza partorita da un’intera giornata di dolce far niente. Un’altra domenica oggi. Oggi… Ma ieri?

Da ieri ho un’immagine fissa in mente, è costante, e ritorna.. ritorna e si ferma, resta.

Sono gli occhi di un ragazzo: Mohammad, 26 anni, palestinese. L’ho incontrato ieri mattina al convegno “Assetati di giustizia“, evento al quale ho voluto partecipare ad ogni costo, e non solo per saltare l’odiata ultima ora di latino.

Bulciago (Lecco), città natale di Vittorio Arrigoni, ha ospitato così tante persone ieri: eravamo in tanti a voler prender parte a quell’incontro incentrato sulla terrificante realtà di Gaza city e di tutta la West Bank. Alla vista di tutta quella gente, la maggior parte italianissima,non ho pututo far altro che abbandonarmi ad una mega risata di gioia, che non sono ruscita a contenere perchè, per la prima volta, ho capito che sono in tanti a volere la libertà per il popolo Palestinese.

“Sei nata in Italia tu, cosa te ne frega Shaden, pensa a star bene qui, non puoi fare assolutamente nulla per la Palestina, il mondo va così, e tu non sei nessuno per fare qualcosa di reale e concreto!” Ecco, ecco le parole mescolate all’interno di frasi che tanto odio, e che mi vengono costantemente ripetute. Mi sento abbattuta, in me prevale un senso di frustrazione dopo aver udito la solita persona che se la sghigna ripetendomi cose che non vorrei sentire. Il sabato di ieri e Bulciago però, mi hanno sollevata da quel senso di “nessuno mi capisce, oh no sono persa”, perchè ho capito che se si guarda dall’altra parte della medaglia, c’è un lato bello, limpido, e non superficiale, c’è un gran bel gruppone di persone che ha riposto la parola “INDIFFERENZA” nel cassetto più sicuro dell’armadio che porta a Narnia. I miei occhi gridavano felicità ieri, e con i miei anche quelli di centinaia di persone… e la felicità si raddoppia quando è condivisa, è totale.. o quasi… Si, perchè tra quella folla c’era Mohammad e i suoi due occhioni scuri, freddi, indifferenti, sembravano aver perso tutto il calore che emanano gli occhi del deserto. Se ne stava fuori a fissare il vuoto mentre fumava una delle sue malboro; faceva freddo ieri a Bulciago, ma lui era lì immobile e la temperatura che sapeva d’inverno sembrava essere l’ultimo dei suoi problemi. Perchè era li, solo, zitto? Perchè non era stato colto anche lui da quell’ ondata perfetta di gioia e felicità? Perchè continuava a starsene da solo, perchè? Che arabo strano, non lasciava trasparire nulla. “Apatia portami via” pensavo tra me e me.. Sembrava fuori dal mondo, e a me, che per natura ho pregiudizi verso quasi tutti, iniziava già a stare antipatico. Sparisce, non lo vedo più, e io sinceramente ero stanca di improvvisarmi agente segreto/psicologa, così decido di rientrare per continuare ad ascoltare tutte le testimonianze che mostravano un popolo sofferente, sotto occupazione da anni, che resiste perchè nelle sue vene scorre sangue di Palestina, sangue forte.

Dunque rientro in quella stanza enorme, illuminata solo dal videoproiettore con l’immagine di Vittorio, e non sento altro che un suono perfetto: il silenzio. Sono bassa, mi rimpicciolisco ogni anno di qualche centimetro, ero troppo in fondo e decido di avvicinarmi per vedere meglio, e lo rivedo. Mohammad con il microfono in mano, gli occhi lucidi, pieni di lacrime di rabbia e tristezza, occhi nostalgici. Stringeva tra le mani una kufiah consumata, e continuava a piangere e a masticare qualche parola un po’ in inglese, un po’ in arabo. Vedevo quell’uomo così triste, e lo vedevo così fragile sebbene la sua corporatura fosse robusta. Solo dopo ho capito. Lui era una testimonianza, LA testimonianza. Dopo essermi trovata davanti all’immagine di Mohammad che consegna la kufiah consumata alla mamma di Vittorio, mentre continua a piangere e a chiedere scusa, ho cercato di ricostruire la sua figura.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, arrivato a Bulciago per l’occasione, per la prima volta in tutta la sua vita ha messo piede fuori da quel muro che sembra così imbattibile. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, uno dei migliori amici di Vittorio, uno degli ultimi ad averlo visto, l’unico ad essere in possesso della sua kufiah.

Solo dopo ho capito, solo dopo. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, amico di ViK, si ritrova in un mondo completamente diverso in cui tutto sembra dovuto, in cui tutto sembra così bello e libero rispetto alla sua realtà. Un mondo in cui le persone non vengono colte da getti di acqua e merda se vanno a fare la spesa, che non vengono colpiti da mitragliatrici se decidono di andare a pescare. Un mondo che lui deve abbandonare per ritornare a casa, lì dove i diritti dell’uomo non esistono, dove l’odore della morte e della sofferenza non abbandona nessuno.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, fuori dal mondo, dentro ad un muro.”

Aria di Natale

In amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale on 25 dicembre 2011 at 20:59

Più guardo intorno e più mi accorgo che in questi giorni la tristezza invade la nostra vita. Ci sono troppe persone che hanno perso il gusto infantile del Natale. D’altra parte cosa può sopravvivere alle feste consumistiche che hanno reso  assurde e performanti gli ultimi giorni dell’anno. Tradizioni, alberi di Natale, lucine, regali, fiocchi e carta da pacchi luccicosa… e poi un’occhiata alle vetrine per il tubino nero in svendita, buono giusto per la notte di capodanno, ma dove andare a folleggiare???
Folleggiare? Ma chi ci pensa più. Non è cosa per questi periodi di crisi. Anche il Natale stenta. Gli abeti veri non vanno bene è uno sfregio alla natura. E poi le luci e gli addobbi colorati roba da americani. I jingle annoiano perchè troppo ripetitivi e il portafoglio piange.
Pesonalmente ho un po’ di rimpianto per i primi Natali di mio figlio. In lui vedevo lo stupore e la gioia di trovare sotto l’albero i suoi regalini, magari non grandi cose, ma tante e tutte bene incartate e piene di colori, a lui non interessava quello che trovava dentro, ma la gioia di scartare quella sorpresa. Insomma la gioia del gesto superava di gran lunga il contenuto del pacchetto. Lui amava l’odore dell’albero e la tradizione di addobbarlo insieme, comprando sempre nuovi addobbi e lucine vivaci. E poi adorava il giorno del Natale, la sorpresa dei molteplici pacchetti sotto l’albero e l’arrivo dei nonni, degli zii e delle cuginette preferite. I tortellini in brodo, la carne e il purè, mangiarne solo un pochino perché troppo eccitato nel sapere che a fine pasto si aprivano i regali. E con lui la cuginetta adorata, quella che fin da piccola veniva presa in giro e tormentata e che lei non si offendeva nemmeno, tanto aveva piacere di condividere con lui la festa.
Il nonno, che oggi non c’è più, che raccontava i tempi di guerra e il nipotino già maniaco di storia che lo stava ad ascoltare e gli chiedeva spiegazioni. E i miei fratelli rossi che puntavano il mio fratello dai capelli neri, sempre unica attrazione dei nostri strali, e bambini piccoli che venivano coccolati e addormentati e quelli più grandi che si rincorrevano e che finivano a giocare sotto la tavola…
Ecco quello era il vero Natale e non finiva lì, alla sera la tombola con i fagioli. come segna punti. e i bambini che volevano vincere per forza e imbrogliavano inventando numeri: “io ho il ventimille…” ” e io l’ottantanovanta” e tutti che li lasciavano vincere ridendo.
Ora l’albero non lo faccio, perchè sono ecologista e quello di plastica mi fa tristezza e poi non sa più di abete, non sa di Natale. Tutti chiamano e dicono: “facciamo da te come l’anno scorso?” Ormai ogni anno per 27 anni a sta parte. Qualcuno dice: “ma si potrebbe stare a casa propria…” e allora gli ex bambini che ormai sono irriconoscibili sotto la barba e i baffi o con il nuovo bambino attaccato al seno, si adombrano…: “Eh no non è Natale se non si va da zia!” “Insomma c’è confusione, ma se sei stanca ti aiuto io…” Insomma qualsiasi cosa per continuare la tradizione: tortellini in brodo, bollito e purè e altri bambini che finiscono a giocare sotto la tavola.
Insomma tutto quasi come sempre. Anche se ora il mio regalo che dedico a tutti non entra più in un pacchettino colorato, ma è il volto e il nome di una nuova bambina: Jessica, adottata a distanza. E quest’anno ne arriverà un altro e sarà un bambino palestinese. Queste sono le cose migliore del Natale. Poi la fine anno, di un periodo piuttosto difficile non può essere che felice, senza falsi buoni sentimenti e tubini neri con le pajettes. E il 2012 arriverà col suo carico di cose, un po’ belle e un po’ brutte, come tutti gli anni che si rispettino, verrà è porterà sicuramente qualcosa di nuovo e non mi servirà niente di rosso da indossare, la fortuna ce l’ho già nelle mani ed è questa vita piena e amata, un uomo dolcissimo compagno vicino ed un figlio ancora più dolce. Niente ostriche e champagne, ma solo il caminetto acceso e un po’ di amore per tutti, così mi evito pure, a fine feste, l’aggravio della dieta mancata.
E con questi presupposti: buone feste a tutti.

Se questa è l’Italia…

In Amici, Anomalie, Antifascismo, Cultura, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Informazione, Ironia, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 dicembre 2011 at 19:55

Le persone che mi conoscono da tempo sanno già di questa “storiella”.
Sento da più parti vocine ingenue (o ingenuamente false) ribadire che gli omicidi di Firenze siano stati gli atti finali di una mente malata.
IO FREMO DI RABBIA A SENTIRE QUESTE SCUSE ASSURDE. Io sono convinta che l’assassino di Firenze sia stato un nazi-fascista razzista e convinto del suo razzismo. Io credo che il razzismo abbia spinto la sedicenne di Torino a incolpare ingiustamente due immaginari ragazzi rom (perchè non ha immaginato due ragazzi torinesi?); il razzismo ha spinto un gruppo di persone, sempre di Torino, a reagire al finto stupro con un POGROM contro i rom del quartiere.
Il razzismo è anche la scelta del poliziotto romano che, fingendosi straniero, sequestra l’amico del figlio per chiedere un riscatto e pagarsi i debiti da gioco. Il razzismo anima i talk show, siede nei salotti televisivi dove, subito dopo gravi fatti di cronaca, si grida e si lascia gridare che “FORSE” l’assassino è straniero (ci sono casi irrisolti in cui all’inizio hanno seguito la pista dell’immigrato). Ci sono italiani ben pensanti che si ricordano dei delitti e degli stupri commessi da stranieri, ma non ricordano mai di citare le statistiche secondo le quali sono gli italiani a commettere più omicidi e stupri.
Poi c’è questa “storiella” che mi riguarda tanto da vicino. Nel nvoembre 2007 Obama si candidava per la casa Bianca col suo nome arabo, “BARAK”. Nello stesso mese mia figlia, con nome e cognome arabo (palestinese), si recò nel liceo-ginnasio che aveva scelto di frequentare l’anno successivo. Dopo la terza media si sarebbe iscritta in quel liceo! A novembre gli studenti delle terze medie vennero invitati per le giornate di orientamento. Mia figlia si recò insieme ad altri compagni della sua scuola. Avevo chiesto al docente, referente di orientamento, di inserire mia figlia in classe per farle vivere qualche momento al ginnasio. Quando fu in classe, mia figlia si presentò e a quel punto si sentì dire dalla professoressa: ” Ecco un’altra straniera al classico! Ma perchè si ostinano a venire al classico gli stranieri?”. Shaden rimase lì a guardarla. Non parlò e non rispose. Non le disse che lei di “strano” aveva solo il nome e il cognome e non era straniera. Ma anche se fosse stata straniera, quella prof non doveva parlare in quel modo! Disgustata da quell’esperienza, mia figlia è ritornata in quella scuola solo per dire “qualcosina” alla prof. Io ho provveduto a contattare il docente referente del progetto Accoglienza (bell’accoglienza), ho scritto al Preside (poichè non ha “avuto il tempo” di ricevermi) e nella lettera gli ricordavo che in quei giorni un nero americano (vabbè poi sappiamo che di nero ha solo la coscienza, come afferma l’amico Francesco Giordano :-)) correva alle presidenziali per la Casa Bianca con un nome arabo, mentre mia figlia, con un nome arabo, era stata “consigliata” di non frequentare il suo liceo, ritenuto un corso di studi troppo difficile per gli “stranieri”. Oggi Shaden frequenta un altro liceo con altri studenti dal cognome “straniero” :-).
Questo è accaduto un po’ prima che i leghisti vincessero le elezioni nel 2008.
Un leghista doc come Tosi è stato assessore alla sanità per il Veneto qualche anno fa. Tra le prime direttive impartì l’ordine che gli ospedali veneti non dovevano erogare in pronto soccorso tutta una serie di servizi sanitari, soprattutto agli stranieri (radiografie, eco..) perchè, secondo lui, era un modo per non pagare il ticket ..Sta di fatto che in quel periodo (2006) se capitavi in un pronto soccorso ed eri straniero, ci rimanevi ore e ore.
Ho depositato il libretto sanitario di mia figlia undicenne al desk del pronto soccorso, dove ci eravamo recate perchè lei sie era rotta la tibia. Ho aspettato 7 ore prima che qualcuno la visitasse. E l’hanno visitata quando io sono scoppiata in un moto di rabbia, quando mi sono accorta che al desk l’avevano scambiata per straniera…c’erano due pile di libretti. Noi eravamo in attesa da ore insieme a chi stava peggio di mia figlia..eravamo tutti stranieri….tutti la stessa pila.
Da denuncia, vero? Io ho fatto una scenata, accusandoli di razzismo.
QUESTO E’ UN PAESE RAZZISTA, PERCHE’ E’ UN PAESE IGNORANTE! Ancora oggi, dopo 30 anni quasi, se dico che sono sposata ad un arabo pensano sempre sia un marocchino. Non sanno nemmeno che l’inquilino polacco parla il polacco e non il rumeno….QUESTO E’ UN PAESE CHE NON SA DISTINGUERE MA SI SPRECA NELLE CLASSIFICAZIONI! E’ una brutta fotografia dell’Italia. Ma se non la guardiamo bene rischiamo di lasciarla così…senza nemmeno tentare di ritoccarla nel reale.
Pina

Questo è uno sfogo in Facebook di una mia cara amica, simpatica e molto coraggiosa. Proprio ieri le dicevo che mi sarebbe piaciuto raccontare o meglio scrivere la storia della sua vita e davvero ci sarebbe molto da scrivere. Spero di convincerla, un giorno, e di poter raccogliere tutte le sue memorie, che allo stato attuale sono moltissime, anche se lei è ancora molto giovane. Un giorno raccontò che …, ma no, dai, questa è troppo bella, ve la racconto un’altra volta 😉

Ecco che c’è…

In amore, auguri, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 12 dicembre 2011 at 19:35

Stasera, dopo una giornata impegnativa, trascorsa come al mio solito, con uomini vari che ormai da anni fanno parte della mia vita, ho scoperto che è il 12 dicembre 2011, sarebbe a dire che sono passati 44 anni da quel giorno…
Facciamo un po’ d’ordine come la situazione lo esige. Gli uomini vari che ormai da anni fanno parte della mia vita, sono sempre diversi per forme e nomi, ma appartengono sempre alla stessa categoria: operai. Insomma niente di strano che io passi le giornate parlando con muratori, piastrellisti, impiantisti, falegnami e pittori, è il mio lavoro e a volte è pure pesante perchè ho sempre a che fare con scadenze e piccole discussioni di percorso. Lavorare con gli uomini non mi dispiace. In genere non amano molto prendere ordini da una donna, questo lo so, devo però anche dire che c’è modo e modo per farsi ascoltare, per chiedere e per far eseguire quello che vuoi. Lavorare con loro è un esercizio di equilibrio, tra il rispettare e farsi rispettare. Per me non è difficile, rarissimamente trovo la persona maleducata che vuole fare di testa propria, allora ci vado a nozze e finisce sempre che uno dei due deve lasciare il cantiere, e sinceramente non lo faccio io per principio, a meno che non ci sia una ragione precisa per farlo.
Insomma così sono le mie giornate, poi torno a casa e cerco di lasciare, dietro alle spalle, la fatica della giornata e intreccio con il mio compagno ritrovato, i soliti cicalecci. Impegni, discussioni, novità, precisazioni. Forse un po’ faticoso pure questo, ma ormai lo giudico il sale della vita. Con lui cerco di non farmi accompagnare le serate dal lavoro, ricordando tutti gli anni che ho passato a provvedere da sola a tutto, anche se accompagnata da un uomo decisionista che non aveva mai tempo per la sua famiglia. Ho imparato da sempre ad arrangiarmi da sola e a capire che per le cose che non potevo fare io direttamente, c’erano gli “operai” e rispettavo il loro lavoro, proprio perchè capivo che era qualcosa che non potevo o sapevo fare io da sola.
Insomma stasera ero stanca e stavo lì a raccogliere in casa la polvere che i falegnami avevano sparpagliato con grazia sui pavimenti ed i mobili. Lavori in casa. I cantieri peggiori e più faticosi.
Ormai avevo perso un po’ l’orientamento della giornata e avevo trascurato il mio amore proprio perchè ho lavorato poco distante da lui senza avere l’intimità delle nostre ciaccole abituali.
Ad un certo punto, già faceva buio e i falegnami stavano in chiusura della giornata, il mio vecchio ragazzo mi si è avvicinato e mi ha detto: “Lo sai che giorno è oggi?” sinceramente ho fatto fatica anche a ricordarmi che mese è oggi, e così sono risalita alla superficie e ho avuto una illuminazione: oggi è il 12 dicembre!!! Oggi sono 44 anni dal nostro primo e molto combattuto bacio. Avevo 16 anni e lui 19, eravamo alla fine dell’anno che preannunciava il 1968. Un anno che sarebbe passato inosservato se non era per quel ragazzo dagli occhi verdi, che mi avrebbe rubato l’anima e anche questo non lo sapevo. Furono due mesi soltanto. Stavamo insieme a molti amici e quasi mai da soli. Abbiamo fatto l’inverosimile, malgrado i divieti dei miei genitori che mi facevano tornare a casa prima di “Carosello”, come se quello fosse un limite invalicabile, o almeno il confine tra una ragazza seria e una perduta.
Non fu un bacio facile perchè lui non aveva voluto baciarmi il giorno prima e chissà perchè io non mi ero arrabbiata, ma l’avevo provocato tanto, fino a farmelo dare il giorno dopo. Sapevo che con lui avrei dovuto prendere sempre l’iniziativa, perchè era terribilmente timido e poi si faceva bloccare da un senso di rispetto che era sucuramente mal interpretato. Era troppo buono e troppo sensibile e proprio per questo teneva l’atteggiamento di un uomo che aveva vissuto a lungo e che conosceva il mondo. Solo quando rideva, ti faceva capire che per lui c’era ancora tutto da scoprire e che si poteva farlo assieme. Quanto parlare, quanto discutere e quanto provocare. Ed io non sapevo farne a meno, non riuscivo a smetterla, e lui non riusciva a resistere e finiva sempre nel mio ingenuo gioco di parole, o di argomenti. Furono due mesi pieni di tutto: di amicizia, di sogni, di condivisioni, di letture, di scambi di opinioni, di baci che faticavano a non diventare troppo appassionati. Il capodanno del 1968 a casa sua, con tutti gli amici e mio fratello grande a farmi da guardiano, alla prima festa che superavo la mezzanotte. Che nevicata quella notte… Mio fratello, sempre un po’ fuori dal gruppo, si era messo sul poggiolo a pensare ai fatti suoi e almeno a fingere di non vedere la mia piccola storia d’amore.
Fu quel ragazzo ormai invecchiato a dirmi: “Non una piccola storia, ma una breve storia…” Solo io potevo sapere che cosa significassero quelle parole. Solo io potevo sapere quanto fosse stata dura la sua partenza e come mi ero sentita nei mesi che seguirono. Troppi mesi per una ragazza di 16 anni, che si è lasciata convincere che quello non poteva essere l’amore per sempre e che c’era tutto un mondo davanti che l’aspettava a braccia aperte. La realtà non era proprio come mi sembrava. Il suo migliore amico non era proprio un suo amico e dopo quasi un anno da quel 12 dicembre io buttai la spugna.
Non ci vedemmo molto dopo. Io lo evitavo per molte ragioni, una tra tutte: i miei sensi di colpa. Lui mi evitava. Non era piacevole vedermi tra le braccia del suo “migliore amico”, che amico poi non era e che, solo dopo una barca di anni e di vita, siamo riusciti a vedere per quello che era: un vero stronzo.
Lui, so che non approva il mio turpiloquio. So che è un uomo dai mille pudori e so anche che è troppo buono per chiamare “stronzo” un vigliacco che non ha mai avuto il coraggio di prendersi le sue responsabilità e di chiedere scusa dove era necessario e per capire che non era un grande uomo, ma solo un piccolo manovratore, che ha avuto vita facile con una che di fiducia ne dà sempre anche troppa.
Che poi non ci è voluto molto per capire che non era la mia scelta migliore e per decidere che era meglio stare sola piuttosto che in sua compagnia. Ma questa è un’altra storia e non merita di trovarsi tra queste pagine. Ciò che invece merita è parlare di un uomo che in qualche modo mi ha tenuto con sé per tutti questi anni. Un uomo con grandi sogni e altrettanto grandi qualità, ma che si è ritirato nel suo guscio per la sua timidezza ed insicurezza.
Ancora oggi trasecola quando racconto, per l’ennesima volta, del suo enorme disegno a china che avrà contenuto almeno mille nudi di donna ai quali, mia madre, per celarli a una mia Zia suora li ha “mutandati” tutti, uno ad uno, con un pennarello nero. Era un quadro bellissimo e lui non ci crede, non ricorda, non sa. Ed è questo che io quotidianamente devo dirgli e ripertergli: i suoi tanti talenti e la sua modestia, le sue rinuncie e la sua incapacità di odiare, la sua testardaggine e la sua volontà di non dimenticarmi.
Avere la pazienza di farmi ricordare che quella piccola storia era stata breve, ma per niente piccola. Che io avevo amato ed ero stata incapace di conservarmi quell’amore. Che mi ero sempre portata nel cuore il suo ricordo e il segno della colpa di averlo fatto soffrire, per un nessuno. Perchè a 16 anni io mi ero innamorata di lui e non lo avevo capito, perchè era l’uomo che non avrei più ritrovato negli altri uomini, quello che avrebbe saputo crescere con me senza pretendere di cambiarmi, quello che avrebbe brontolato e col quale avrei trovato sempre da discutere, ma che alla fine mi avrebbe zittito con un bacio. Quel primo bacio che poi spero si rinnoverà ogni giorno della mia vita.
Ecco che c’è… è da una vita che sono innamorata di te!

Le migliori menti emigrano verso altri altrove….

In Amici, Miti ed eroi, uomini on 6 dicembre 2011 at 22:10

Ho visto le migliori menti della mia generazione..
perire….
Non ha senso.
Eppure i sensi partecipano attivamente, anche troppo
troppo sensibili, umidi, i miei occhi che sino a qualche ora fa prosciugavano dinnanzi ad un impavido sole.

Non ha senso questo ricambio ingiusto che annerisce la nostra epoca
Le migliori menti emigrano verso altri altrove
lasciando vuoti immensi e silenzio laddove saggezza e insegnamento ci indicavano la direzione.
lasciando a voci effimere e volgari il palcoscenico del giornalismo,
ma la platea è vuota, deserta,
evacuata
dopo l’eclissi del primo attore.

Le fallaci rimangono e i Terzani migrano, ma questo sa di cinismo.

Il suo ultimo libro mi fa da cuscino,
dei 4 libri che mi sono portato appresso in Palestina, due mesi fa,
nell’ingrato compito di fare da scudo contro i proiettili israeliani diretti ai visi dei civili palestinesi innocenti,
il suo ultimo, unico autore italiano, per me, il migliore, e gli ho consetito il posto d’onore, sebbene voluminoso,
sempre con me infilato nello zaino durante le nostre azioni pacifiste.
Come totem, come testo sacro, come parola di conforto e di vicinanza nell’alienazione generale che la disperazione di muoversi in paesaggi di guerra ti attacca addosso.
Mi è servito molto, son tornato ancora sano e salvo,
allora dciamo che è stato vitale.

Non ho mai avuto modo di comunicare a Tiziano del mio immenso rispetto,
della sua capacità di tirarmi fuori, tramite un’empatica scrittura, il meglio dei miei sentimenti di tolleranza ed armonia con il diverso. L’ Attrazione per le culture differenti e la capacità di immedesimazione nel dolore e nelle gioie altrui.
Questo quello che per primo ho appreso,
questo quel che in me si muove nella sua ombra,
nei miei gesti, intendimenti, velleità di giustizia e onore,
amore.
e lode infinita alla vita nelle sue molteplici sfumature.

non andrò a Palazzo Vecchio,
non perchè la distanza è notevole (per un vero amico non esistono sforzi in eccesso)
ma perchè quel che in me di lui dimora non muore, non pùo andarsene
e allora dirò addio alla sua forma fisica, corporea, carnale
col migliore dei riti che improvviserò in questa stanza oscura.
Immagino una fila di incensi, dei lumi i suoi volumi ed io che strapperò e darò fuoco ad alcune delle sue pagine,
auscultando il crepitio delle fiamme e la tua ultima lezione,
avendo cura di lasciare uno spiraglio aperto della mia finestra,
che un alito di vento dall’antico Himalaya possa venire ad augurarti buon viaggio,
dinnanzi al mio viso stupito e contaminato,
di tutta quell’esperienza che con noi hai condiviso e non immaginavi potesse muoversi in massa verso un comune sensibile sentire,
dopo il tuo ultimo respiro.

Ci vediamo infondo a quella strada che in solitudine accolse i tuoi primi passi,
ora rincorrono le tue orme generazioni di uomini fioriti, forti in ideali inossidabili
continua ti prego a guidarci laddove ora ci scrivi in sogni

Vik

Da Guerriglia Radio

Handala (erba amara)

In Amici, amore, Anomalie, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Libri, Nuove e vecchie Resistenze on 4 dicembre 2011 at 21:11

Handala (o Hanzala), dall’arabo حنظلة (“erba amara”) è un personaggio creato dall’artista palestinese Naji al-Ali (morto assassinato nel 1987).
È un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata.
Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non d’accordo con la situazione attuale (mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà); lo sguardo è rivolto ai villaggi, al mondo; è rimasto bambino, perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.
Su di lui, il suo autore ha scritto: «Inizialmente era un bambino palestinese, ma il suo significato si è sviluppato con un orizzonte prima nazionale, poi globale e umano. È un semplice bambino povero, e questa è la ragione per la quale le persone lo hanno adottato e lo sentono come simbolo della loro coscienza».
Questo è ciò che ci riporta wikipedia.
Questo personaggio mi è venuto in mente molte volte in questi giorni, sia perchè appariva come uno dei simboli nel manifesto della “giornata internazionale per la Palestina” che abbiamo organizzato in collaborazione con i Ragazzi di Ca’ Tron Città Aperta (giovani svegli ed attivi sul territorio, i quali si sono opposti alla vendita, a privati, di un palazzo sul Canal Grande sede della facoltà di Urbanistica dello IUAV di Venezia, occupandola) sia per la mostra “Post Traumatic Stress Disorder – I bambini disegnano il conflitto” che abbiamo ugualmente organizzato in una prestigiosa sede del centro storico.
Parlare dei disegni dei bambini di Gaza  e proprio di quei bambini che vivono nella situazione più difficile di tutte le zone del Medio Oriente, mi ha fatto davvero pensare ad Handala. Mi ha fatto fare un salto letterario anche  al piccolo Oskar che nel “Tamburo di latta” di Gunter Grass, si era rifiutato di crescere a causa dell’avvento del nazismo. Così Handala continuerà a guardare i villaggi, mostrandosi di spalle, proprio quella terra che è stato costretto ad abbandonare da piccino ed il suo rifiuto di crescere per diventare adulto è lo stesso che impose questa scelta  al piccolo Oskar durante gli anni bui del Terzo Reich.
Vorrei parlarvi della soddisfazione di vedere tanti giovani uniti e sorridenti, tutti partecipi e pronti a sostenere una causa e vorrei anche farvi apprezzare l’impegno di una mostra estremamente difficile e anche di grande impatto per la sua evidente denuncia sociale. Vorrei parlarvi di quei disegni incredibili di bambini che hanno perso la possibilità di vivere come tali. Di soli e case che piangono, di carri armati e buldozer che distruggono ulivi che nell’immaginario di quei bambini sono assimilati alla vita, di compagni di giochi lasciati nella polvere, di aerei ed elicotteri che bombardano case, scuole e ospedali, di donne che piangono la perdita dei loro cari, di muri alti e di corsi d’acqua proibiti, disegni di paura e di rabbia, ma mai rassegnandosi al proprio destino. Vorrei potervi trasmettere l’emozione che mi ha dato leggere i loro acerbi pensieri, le paure, la voglia di vivere, comunque, malgrado tutto e pure il sogno della rivalsa: “Quando sarò grande diventerò il Presidente della Spagna, sarò amato e benvoluto, tutti diranno che grande Presidente ha la Spagna. Poi metterò su il mio esercito e andrò a liberare la Palestina.”
Handala è un’erba amara e la mia speranza è che sia anche una pianta molto vitale e difficile da sradicare, solo questo può permettere ad un popolo di resistere al di là di ogni sventura e costrizione umana. Un giorno Handala mostrerà il suo volto di bambino e guarderà intono a sè, con occhi ridenti, la sua terra liberata e riconquistata, felice di essere tornato e anche di sentirsi finalmente libero di essere bambino e di poter diventare adulto, come è giusto che sia. Anche Oskar dopo tanto e forse troppo tempo aveva ricominciato a crescere ed era diventato uomo, dopo tanta sofferenza e puntigliosa resistenza aveva deciso che un nuovo mondo gli veniva promesso e che non gli serviva più il rullo del suo tamburino di latta per  fermare il tempo. Il tempo gli era stato riconsegnato di nuovo intatto e così  Oskar  ha potuto dimenticare. Riuscirà Handala a fare lo stesso? Avrà vita a sufficienza per attraversare la diaspora del suo popolo? Avrà forza sufficiente per non soccombere perdendo la sua identità?
Io non posso che dire queste parole, che spero diventino una realtà molto presto: Handala vive in una Palestina libera.

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