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Nuovi contenitori per nuovi contenuti.

In Anima libera on 30 dicembre 2010 at 12:29

Barattolo elettrico in Grafica vettoriale (utilizzata nel sito del Forte Sirtori, ora chiuso, per il progetto COMITATO FORTE)Premessa alla parte settima.
C’è aria nuova in Italia. Lo chiamano “Boom economico”, lo chiamano anche il progresso del dopoguerra. Si producono più automobili e la gente le compra pagandole a rate. Si producono televisori, frigoriferi e lavatrici che diventano il sogno segreto delle massaie. Io sono incazzata. Sarà che non sono una massaia e forse non lo sarò mai. Sarà che il tempo ha un valore preciso e che mi pesa addosso. Gli anni durano anni e sono lunghi da passare. I mesi sono dodici e i giorni sono composti da 24 ore, messe in fila una sull’altra. Tutto ha un valore. E io sono ancora una bambina.

Ma chi l’ha detto che l’anno appena lasciato è un anno inutile? Se mai ci sono anni inutili, anni da dimenticare. Come dicevo, di questi tempi, gli anni sono anni e valgono un casino, Addirittura le stagioni durano a lungo e sono precise. D’inverno fa freddo davvero e a poco serve la nostra nuova cucina economica che riesce a scaldare solo una stanza. L’estate è estate. Fa caldo e ci batte pure il solleone. A volte si portano i materassi sui pianerottoli delle scale e si dorme in compagnia degli altri del caseggiato. La primavera è mite e in autunno arrivano le “acque alte”, a novembre, quando tira vento di scirocco. Insomma gli anni hanno il loro valore e lasciano il loro segno. Il 1954 era sembrato uno dei tanti, invece mi è rimasto sulla pelle. E’ un anno particolare, i preti vanno forte e pretendono di decidere delle nostre vite sia spirituali che temporali. Ma, per fortuna, resta nell’aria ancora il turbinio della Resistenza. Ed io sono nata per resistere, e resisto e mi organizzo a resistere ancora di più. Sono dura nel 1955 e di roccia pura nel 1956.
Il nuovo quartiere è tutto nuovo. Tutto una sorpresa. Non tutte belle, anzi quasi nessuna. Che ci faccio qua? Un quartiere pieno di cravatte al collo. Tutti gli uomini hanno la stessa faccia di mio padre. Tutte le donne la stessa rassegnazione di mamma. Tante madonne addolorate. Lo dite a me che già sulla madonna ho i miei dubbi? E nemmeno tanto una buona opinione. Sarà colpa del marito falegname che ci fa la figura del becco, oppure del fatto che per lei di parto non se ne parla proprio. Mi sa che è colpa delle solite dicerie, leggende metropolitane. Meglio che certi ragionamenti li tenga per me, non si sa mai. Tornando al quartiere non credo che mi piacerà. I ragazzini sembrano sempre sotto tiro degli occhi delle madri, che ripetono come un mantra: “attento a non sporcarti”. E tutti così pettinati e frustrati. Rilassatevi accidenti. “Ca… cioè cavolo, sono impettiti come se gli avessero infilato il manico nel culo”. Hanno paura persino a cacarsi sotto. E tutti pieni di “Io” su cose completamente stupide. “Io ho”. “Io sono”. Ma che cavolo hai, chi cavolo sei! No! non sei nulla. Meno di uno sputo. Tutto sommato credo che ci giocherò poco. La vedo brutta in futuro. Più che altro li osservo. Mi sembrano animali da collezione. Altro che averlo più duro, glielo devono aver tagliato proprio.
Ma è difficile resistere quando si è piccoli, nessuno capisce da che parte vuoi stare. Per i miei sono ancora bambina, e per giunta femmina, ultimo stadio del creato, proprio per questo a loro viene la pensata di farmi bucare i lobi per montarci due orecchini d’oro che fanno tanto “provincia”. Come si dice qui fanno tanto “campagna”. Perché tutto è campagna al di là di questo Ponte che congiunge le nostre isole alla terraferma. Il ponte Littorio che per fortuna oggi si chiama della Libertà. Questa è la mia città. Fatta di gente presuntuosa e supponente che si pensa al centro del mondo. Quando viene la nebbia, ed è tosta, la chiamano “caigo” e dicono che la terraferma, ossia il resto dell’Italia, è isolata. Piccoli nobili decaduti e con le pezze al culo. Gente di borgata con la puzza sotto il naso. E’ per questo che qui si dice che se non ci fosse il ponte l’Europa sarebbe un’isola.
Ernesto, la carogna se la ride sotto i baffi e io, con gli orecchini e il cipiglio di una iena, penso che il mondo è proprio tutto un paese. Poveri che si credono ricchi e ricchi che si fingono come gli altri. E ancora: proletari che hanno solo i figli come ricchezza, che si indebitano per acquistare l’auto e gli elettrodomestici, per dimenticare com’è dura la vita da scalare. Mentre i ricchi diventano ancora più ricchi proprio per il sogno di chi non ha niente. Le cose così non funzionano, bisogna metterci un freno. E’ nella testa che si deve cambiare non nelle comodità.
E intanto, come detto, mio padre aveva acquistato la televisione. Uno scatolone grande con un nome americano: Philco. Gli americani sono dappertutto, quasi come i napoletani. Ovviamente il mondo si vede in bianco e nero. Perché il mondo è diviso a metà: Bianco o Nero; veramente c’è pure il Rosso, però si fa finta di non vederlo. Così America e Russia, Buoni e Cattivi, Vincenti e Perdenti. Insomma la solita dicotomia. Intanto la nostra televisore, diventa quella del caseggiato. Dieci famiglie, più gli amici di mio padre: i famosi Gigio Vespa e il Barbiere di Famiglia (ricordate? quello che mi taglia i capelli pettinandoli alla mascagna). Gente sempre del quartiere, ma un po’ diversa, perché nel mio caseggiato ci stanno solo proletari. Distribuiti in tanti in poche stanze e con l’aria un po’ dimessa di chi tira la carretta e fatica. Insomma questi del caseggiato non hanno ancora ingoiato la scopa degli altri residenti. Sai com’è? io esco da un quartiere malfamato e arrivo in questa zona di nuovi ricchi. Con loro non ci voglio avere a che fare, non voglio giocare con i loro bambini con la spocchia nelle mutande e la puzza sotto il naso. Li lascio tranquilli, per ora; fuori dai piedi. C’è tempo per fargli mangiare la polvere. Per fargli sputare rabbia e sudore.
Allora, come dicevo, la gente viene da noi a guardare la televisione, questo miracolo che fa spalancare la bocca ai piccoli fino ai più vecchi. Qualcuno bisbiglia che è opera del diavolo, ma alla prima partita di calcio si ricrede. La televisione è nell’ingresso, di fronte alla porta d’entrata. Chi arriva prima prende posto dentro. Sì! perché a casa mia non ci stanno tutti. Gli altri restano su ballatoio della scala. Arrivano in fila indiana, portandosi le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza. Qualcuno porta qualcosa da bere. Qualcuno qualche “cicchetto” fatto in casa. Compaiono semi di zucca salati. Si riempiono i bicchieri di vino rosso; a Venezia si beve solo rosso. Il fumo non è ancora vietato. Col caldo portano anche qualche fetta di anguria e poi sputano i semi nella tromba delle scale.
Va in onda Lascia o raddoppia con un Mike appena arrivato dall’America. Teniamo la porta aperta e il volume alto. La televisione è molto democratica, nessuno è escluso dall’ascolto e fa incontrare tutti. Invita al commento e allo scambio di opinioni. Rende la gente più generosa. Invoglia allo scambio. A me piace la televisione proprio per questa sua capacità, ma più la guardo e più mi rendo conto che è un abbaglio. Ha una potente magia. Se riesce ad entrarti dentro forse ti cambia, forse ti convince. Non è opera del diavolo, al diavolo non credo. Ma non è solo una buona cosa. Direi che assomiglia ad una droga. Si comincia e si pensa di poterne fare a meno come e quando si vuole, ma non è vero. E’ dalla televisione che si impara a vestire in modi diversi e a vivere anche al di là delle proprie possibilità. E’ potente la televisione ed io ne ho un po’ timore. Ma forse mi dovrei fermare; anche solo un minuto. Non ho molto tempo. Eppure dovrei fare il punto. Una sorta di dichiarazione d’intenti. Io non sono per le proiezioni teoretiche, ma mi accorgo che sto per perdere il filo.
Sono nata clandestina. E resistente. E’ autodifesa. E’ bisogno. Di resistenza umana. E in fondo ho un nome multiplo che è anche un atto estremo di sopravvivenza. E’ facile essere clandestina in un mondo che ti crede bambina. Ma il mio corpo cresce e mostra quell’istinto di diventare grande. Io devo continuare a nascondermi, fare la bambina, mimetizzarmi tra gli altri. Lo so. Loro non possono capire. Mi crederebbero pazza, se già non lo fanno. Mi guarderebbero sempre con gli occhi che qualche volta indossa mia madre. Ma io le cose le so. Devo nascondermi dentro di me, in quelle consuetudini e nel corpo che ho. Ma sembra tutta una minaccia. Anche se non faccio proclami. Ma la sovversione non è un grido. E’ un veleno. E’ qualcosa che si insinua lentamente, e in silenzio dentro di me.
Ho trovato cento lire. Insomma non li ho proprio trovati. E’ il primo esproprio della storia. Mi prenderò finalmente quella scatola di colori. E un libro. E un tepee che si dice tipì. Non so perché certe cose si dicano in un altro modo da come si scrivono. E sotto il tipì inviterò gli amici. Perché io ne avrò tanti di amici. E inviterò a mangiare anche l’uomo che vedo sempre sul ponte. Quello senza gambe e che sta là. E aspetta un soldo di ferro. Ho sempre avuto questa passione per i vinti, che ci devo fare? Andrò a Roma, al monumento di Giordano Bruno. Andrò per tutto il mondo. Non ho patria. Non ho religione. Il mio posto è il posto dove sono. La mia lotta è la lotta della gente. C’è una parte di me che appartiene ad un’Italia che non viene narrata. A quell’Italia di Malatesta. E Sante Caserio. Ma anche di Zamboni. Una parte di me forse è anarchica¹. Passerà, forse. Passerà? Non lo so. La rabbia mi fa sentire tanto Anna Kuliscioff. Ma di più mi sento una Dolores Ibárruri. O una Rosa Luxemburg senza leggenda. Ma anche e più semplicemente un Molotov.
Un sacco di grandi nomi, rumorosi e voluminosi, che non trovi nemmeno nell’enciclopedia, ma alla fine, poi,  non posso essere che io. Io con questo destino. Con questa missione che mi aspetta fuori della porta. Io arrabbiata. Io indomita. Io che non mi arrenderò mai. Io che non sopporto nessuna autorità. Forse potrei accettare quella del popolo. Ma anche no. Pure quella mi sta troppo stretta. Sono un’ingenua? Forse, ma un’ “ingenua rivoluzionaria”. E penso agli indiani. Ho sempre avuto simpatia per loro. Sono loro i veri americani. Non ne faccio una questione di cultura o di civiltà. Certo che se gli americani avessero avuto la nostra civiltà non avrebbero avuto bisogno di essere scoperti; si sarebbero scoperti da soli. Ma di loro, dei pellerossa, ormai nessuno più parla. Tranne che nei western. Ma là alla fine arrivano sempre i nostri. Prima dei titoli finali, di quel “The end”.
La folla, la platea applaude e li incita. A me sembrano più dei “loro”. Non mi sembrano tanto dei “nostri”. Mi sembra una favola raccontata male. Mi sento imbrogliata. Sono gli indiani che corrono su un destriero, simile al mio, liberi per praterie, simili alle mie. Loro: gli Arapaho, i Cheyenne, i Sioux, gli Irochesi; e tutti gli altri. Sono il Popolo degli uomini da sempre. Ed io un popolo non ce l’ho. Almeno non ancora. Alla tivù c’è un telefilm per ragazzi: Penna di Falco Capo Cheyenne. E l’unica informazione che ci danno è: anche gli indiani sono esseri umani. Troppo poco, non mi basta! Voglio sapere di più e lo saprò. Non ho bisogno di nessuna autorizzazione. Agli altri sembra solo un gioco, ma io invece ci credo.  Ed è per questo che mi dipingo il viso con i colori di guerra.


1] Dal link: http://www.gennarocarotenuto.it/12493-su-il-sipario-donne-amore-e-anarchia/
p.s. Monica, una delle autrici dei 2 video, invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica… di Giorgio Gaber: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it

La lunga marcia

In Nuove e vecchie Resistenze on 28 dicembre 2010 at 18:56

Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRiporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
www. einaudi. it
88-06-16559-3

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Quel Natale del ’44

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 26 dicembre 2010 at 12:36

Quel Natale del ’44 (60 anni dopo, bellissima lettera di un Partigiano alla sua figlia)

Lettera scritta dal partigiano Vladimiro Diodati, “Paolo”, alla figlia Milena
In questa notte di Natale voglio scriverti questa lettera, figlia mia, perché avverto il peso del tempo, e sento che i miei giorni volgono ormai al tramonto.
Sono trascorsi sessant’anni dalla fine della guerra e tante cose ho serbato nel cuore. Ma in questa notte sento il desiderio di offrirti que­sta semplice testimonianza. Te la dono con il mio affetto, con tutto il mio bene, affinché sappia che tuo padre ha vissuto la sua vita con la coerenza degli ideali.
In quel periodo accadde tutto così in fretta, figlia mia. Allora c’era poco tempo per pensare… le scelte si facevano sulla nostra pelle. A volte bastava un attimo: stare di qua o di là della barricata poteva essere anche una questione di emozioni: la libertà oppure l’onore? Il desiderio di un’Italia migliore o l’orgoglio di non venir meno a una pa­rola data? Questo, sia chiaro, per chi le scelte le operò in buona fede. Gli altri, non so… Non c’era tempo, allora, per approfondire…
Sicuramente ci saranno stati errori anche dalla nostra parte. Forse degli eccessi… Ma noi sognavamo la libertà, non dimenticarlo, figlia mia… Altri stavano dalla parte della dittatura, del terrore, della morte.
Io scelsi di stare dalla parte della vita…
C’è un episodio, però, che oggi voglio consegnare ai posteri. Una storia che, sino ad ora, è appartenuta alla sfera del mio privato, delle mie emozioni, di quei profondi sentimenti che hanno albergato nel mio cuore. Non l’ho mai raccontata prima; ma, a sessant’anni dalla fine della guerra, voglio fissarla sulla carta per te, affinché possa ri­cordarti del tuo papà…
Accadde nell’autunno-inverno del 1944.
Dal settembre 1943 avevo scelto la via dei monti, quella della li­bertà.
Nella valle in cui operavo iniziava il primo freddo di quel secondo autunno di lotta. Era la fine di ottobre e, dopo lungo girovagare, una sera, verso le 10, arrivammo nel paesino di…, che già allora era chia­mata la “piccola Svizzera della Liguria”.
Eravamo una decina in tutto: tre o quattro del Comando, con sei o sette partigiani sfiniti dalla stanchezza e dalla paura.
Il grosso della nostra Brigata era rimasto nell’altra vallata, quella a ridosso del Piacentino. Ci avrebbero raggiunti la mattina seguente, in prossimità del Passo.
Bussammo a una Colonia che ci avevano segnalato: una bellissima costruzione moderna che si affaccia in alto, a sinistra del paese, tutta luccicante per le vetrate che ne fasciano l’intera perimetria.
Mi avevano informato ch’era abitata da alcune suore con molti bambini.
Nel buio pesto ci aprì una sorella. Madre Ignazia, questo il suo nome, sussultò sbigottita di fronte alla luce fioca di una lampada che lasciava trasparire i nostri volti. Uomini stanchi, con fazzoletti rossi al collo, con le barbe e i capelli lunghi, i caricatori sul petto, le bombe alla cintura e le armi a tracolla non avrebbero offerto tranquillità ad alcuno, in quel periodo…
Ci presentammo a nome del CLN: “Abbiamo bisogno di far ripo­sare i nostri uomini. Siamo stanchi, sfiniti…”.
Dapprima Madre Ignazia cercò di dissuaderci: “Siamo completi, ci dispiace, non un solo letto è libero. Non possiamo proprio ospitarvi”.
Poi, impietosita, ci fece accomodare.
La suora aveva una cinquantina d’anni suonati, un bel volto largo, aperto, simpatico, incorniciato da un velo bianco inamidato che glielo ricopriva sino alle gote. Ed una voce chiara, musicale.
Mi presentò alle altre suore, una ventina, in buona parte giovani che, spaventate, erano scese una ad una dalle loro camere. Appartenevano all’Ordine di Santa Marta ed erano sfollate dal loro convento con duecento bambini in tenera età, abbandonati dalle au­torità fasciste al loro destino.
Il quadro che mi si presentò, man mano che osservavo, era pietoso e desolante. La Colonia era gelida, le suore avevano freddo e sicura­mente i bambini, già a dormire nei loro lettini, saranno stati più inti­rizziti che mai.
“Non abbiamo di che riscaldare l’edificio”, mi disse la Madre. Poi proseguì narrandomi di come erano state costrette a girare le frazioni della Valle per elemosinare un po’ di pane per aggiungerlo alle poche scorte alimentari che avevano per sfamare i bambini e loro stesse.
Alla fine trovammo riparo, per quella sera, negli scantinati, con qualche materasso recuperato alla bell’e meglio in soffitta.
L’indomani mattina, mi recai nell’ampio refettorio e constatai che le razioni di cibo erano alquanto misere.
“Quando le autorità ci condussero qui – mi raccontò Madre Ignazia – ci avevano promesso che non avremmo dovuto preoccuparci di nulla. Avrebbero pensato loro a non farci mancare niente. Questa è una colonia estiva per i figli dei lavoratori di una grande azienda e vi doveva essere tutta l’attrezzatura per il suo buon funzionamento. Invece non abbiamo trovato neppure le pentole e le posate. Ora ec­coci qui, con duecento figlioli di povera gente, alcuni senza genitori, a cui pensare, da sfamare e da vestire”.
Me ne andai con il cuore stretto, pensando a come poter interve­nire in quella pietosa situazione.
Intanto la nostra Brigata, attraversata la catena che divide il paese dal Piacentino, si ricongiunse a noi.
I nostri uomini avevano catturato due camion tedeschi lungo la Via Emilia, liberando gli autisti, trattenendo i mezzi e le scorte, soprat­tutto scatolame di salsa di pomodoro, oltre a quattro-cinque quintali di marmellata.
La visione di quei bambini affamati non ammetteva esitazioni. La decisione fu istantanea e non trovò alcuna resistenza. Tutti i riforni­menti furono trasportati con un carro alla colonia, mentre le suore, meravigliate, ringraziarono la “Provvidenza”.
Fra me e Madre Ignazia si instaurò così un rapporto di simpatia e fiducia.
Il giorno seguente convocai i paesani, con i muli e le slitte. Avevo notato, in un certo punto della strada che dal paese scende verso la vallata, un deposito di alcune tonnellate di legna da ardere, pronta per essere trasportata e venduta nelle città della costa. Indicai il da farsi e, per tutta la giornata, fu un via vai di slitte trainate da muli, stracariche di quella legna, che si trasferirono alla colonia.
Le suore accesero le stufe e tutto, all’interno, si riscaldò. Come per incanto, i bimbi sentirono il tepore e giocarono felici. Per loro era ini­ziata una nuova vita.
Nei giorni successivi, anche i montanari, seguendo il nostro esem­pio, fecero a gara per rendersi utili.
Si mobilitarono ancora, con i loro muli, in una cinquantina, supe­rando fatiche e difficoltà, valicando il passo e raggiungendo, accom­pagnati da una nostra staffetta, la colonia, stanchi ma felici, con 50 quintali di farina di grano.
Madre Ignazia mi confidò le prime impressioni ricevute allor­quando ci accolse la prima volta. Con quei fazzoletti rossi al collo e quelle barbe lunghe cosa poteva pensare di noi? Eravamo quelli della guerra di Spagna, quelli che bruciavano le Chiese e violentavano le re­ligiose. Questo, almeno, scriveva la stampa fascista. Questo avevano raccontato di noi.
Ora si trovava davanti degli uomini, soprattutto giovani, che si erano accorti di loro. In mezzo alla guerra che infuriava, col nemico alle calcagna e fra un rastrellamento e un’azione di guerriglia, per set­timane ci preoccupammo di far rivivere quella Comunità abbando­nata negli stenti.
Un giorno, via radio, ricevemmo l’ordine di predisporre l’arrivo di alcuni lanci di aerei, comunicandoci le coordinate del luogo prescelto.
La vigilia della data stabilita ascoltammo da radio Londra il mes­saggio in codice: “Paolo e Francesca”, che preannunciava l’arrivo. Il prato riservato al lancio era in una conca non lontana dalla colonia.
All’ora fissata arrivarono gli aerei. Fecero alcune evoluzioni at­torno alla zona; quindi, riconosciuto il segnale convenuto disegnato sul prato, iniziarono a passare e ripassare a bassa quota seminando nel cielo tanti piccoli puntini, variopinti ombrelloni che scesero don­dolando dolcemente.
A quel punto, dalla terrazza della colonia, si levò un allegro cin­guettio di voci: erano i bimbi e le suore radunatisi per salutare la pioggia dal cielo, quasi fosse una festa.
Raccolto il materiale, feci caricare i paracadute di seta, una ses­santina, e li inviai alla colonia. Le suore, con tutto quel ben di Dio, cominciarono pazientemente a scucire le tele, recuperando persino il filo con cui erano composte le corde.
Una sera, una staffetta del Comando di Zona giunse in paese con un messaggio di poche righe, col quale mi si informava che era ini­ziato un rastrellamento di grandi proporzioni nella valle del Piacentino e che un centinaio di partigiani feriti, dell’ospedale di zona, doveva essere evacuato. Sarebbero arrivati con ogni mezzo: a dorso di mulo, con le slitte, a piedi, durante la notte. La nostra Brigata avrebbe provveduto a riceverli.
Che fare? Sembrava impossibile trovare una soluzione così su due piedi. Alla fine pensai di fare un tentativo.
Mi diressi alla colonia, in quella gelida serata. Bussai alla porta e, alla Madre che mi venne ad aprire, porsi il biglietto ricevuto poco prima: “Legga”, le dissi, attendendo in silenzio come se avessi posto una domanda.
“Faremo così. – rispose subito la Madre – Ci sono duecento letti; metteremo due bimbi per ogni letto: uno alla testa e uno ai piedi. In tal modo avremo cento letti per i partigiani feriti che arriveranno sta­notte”.
L’avrei abbracciata.
Fu così la colonia diventò anche un ospedale partigiano.
Per tutta la notte ci furono arrivi di feriti, alcuni mutilati, intirizziti dal freddo, stremati dal lungo, estenuante viaggio.
Man mano che giungevano, venivano accolti dalle suore, dissetati e sistemati nei letti messi a disposizione. Le Sorelle divennero tutte in­fermiere che provvidero ad ogni cosa, dalla cucina alle cure mediche.
Arrivarono le feste di Natale e Madre Ignazia mi pose, con tatto e cautela, il problema della Comunione per i partigiani ammalati.
“Non si preoccupi, Madre – le dissi. – Interroghi ogni partigiano ed esaudisca ogni singolo desiderio. Vedrà che troverà giovani deside­rosi di essere comunicati”.
Quindi venne il mio turno.
“Sorella – risposi – potrei benissimo comunicarmi. Per me non si­gnificherebbe niente e Lei sarebbe felice. Ma non posso carpire così la sua buona fede”.
Madre Ignazia non si scompose, ma cominciò a pregare: “Ave Maria, gratia plena…”.
Fu allora che, commosso e quasi trascinato da una forza miste­riosa, cominciai a ripetere la preghiera che mia madre mi insegnò quand’ero fanciullo: “Ave Maria, gratia plena, Dòminus tècum…”.
La vigilia di Natale una staffetta ci informò dal Comando che il giorno dopo avremmo dovuto lasciare il paese, perché tedeschi e fa­scisti stavano organizzando un rastrellamento di vaste proporzioni.
Durante la messa di mezzanotte, molti partigiani parteciparono alla funzione religiosa e si comunicarono.
La mattina di Natale salutammo le suore con grande commozione e Madre Ignazia ci benedisse.
Ma prima della nostra partenza, trovammo nel refettorio duecento figlioli tutti vestiti con fiammanti grembiulini: rossi, bianchi e celesti. Erano le stoffe dei paracaduti.
Le sorprese, però, non erano finite. Madre Ignazia ci consegnò uno scatolone con dentro decine e decine di fazzoletti rossi, di quella stoffa setificata da addobbi religiosi. Sulle due punte dei triangoli, ri­camate in seta, due stelle a cinque punte con il tricolore d’Italia.
Piansi di gioia… Poi ci separammo.
Ecco, figlia mia, perché ho voluto raccontarti questo episodio.
Quel fazzoletto, che ho sempre conservato da allora e che tu ben conosci, fu confezionato dalle Suore di Santa Marta che avevano la­vorato in segreto per chissà quanto tempo!
Quando entrai a Genova liberata, io e tutti gli uomini della mia Brigata portammo al collo un fiammante fazzoletto rosso: quello con la stella a cinque punte e il tricolore ricamati.
Ancora oggi, in questa notte di Natale, mentre lo osservo appeso al muro della mia stanza, mi commuovo al ricordo.
Vedi, figlia mia, in tutti questi anni non sono riuscito a ritrovare la Fede, ma ogni volta che guardo il fazzoletto, il mio pensiero corre a quel Natale del ‘44. E, ogni volta, quasi trascinato da una forza mi­steriosa, torno a ripetere la preghiera che mi insegnò mia madre: “Ave Maria, gratia plena. Dòminus tècum. Benedicta tu in mulièribus et be­nedictus fructus ventris tui, Jesus…”.
Ritrovo così la mia giovinezza e i miei sogni, mentre rivivo le spe­ranze di quei giorni.
http://www.arsnews.org/tigulliobac/libri.htm

Tra anime sporche, carte geografiche e formicai.

In Anima libera on 24 dicembre 2010 at 10:42

Grafica vettoriale di un biberon che va alle fiamme

Premessa alla parte sesta.
Una casa nuova e un quartiere diverso non cambiano la vita. Nemmeno la televisione e la nuova scuola. Ciò che ti cambia la vita è la trasformazione fisica che subisce un essere umano da quando nasce in poi. Io sto diventando femmina e non lo ho ancora deciso. Niente valgono le mie corse per superare i maschi. Le mie prove di coraggio da “cazzo! io ce l’ho più duro”. Il taglio di capelli con la mascagna che mi fa il “Barbiere di famiglia”. Niente riesce a cancellare quell’aria da sbarazzina puntigliosa con il naso tempestato di lentiggini. Sto diventando una donna contro la mia volontà e mi dispera.

Che fare! Spiegava Lenin. Che fare? Penso io. Mi vengono in mente mille cose. Mi passa per la mente che potrei scegliere la strada di Oskar e del suo tamburo di latta. Basterebbe una caduta da una scala e non crescere più. Ma sinceramente mi pare una cazzata. Che lotta puoi fare con un semplice tamburo di latta? Puoi forse cambiare il mondo? Macché, puoi solo ritardare le tue battaglie e prendere tempo, ma io tempo non ne ho. Ho troppo da fare, troppe cose a cui pensare. E infine so io dove le infilerei quelle bacchette. E a chi scaglierei addosso quel tamburo. Che la vita è lotta e allora se lotta deve essere lotta sia.
Per il momento continuo a frequentare una scuola privata, sempre suore, non le stesse, ma con lo stesso andazzo delle altre. Mani conserte, mani dietro la schiena. Occhi piegati e imploranti e per me esercizi di schiavitù. Grembiulini bianchi perfetti e fiocchi rosa. E ai maschietti fiocchi azzurri. Mi guardo il fiocco. Ma che c’entra? Perché due colori diversi? Comincio a scassare le palle. Voglio anche io il fiocco azzurro, mi fa meno bomboniera. Mi sembra meno imbecille. La suora mi guarda con il sopracciglio inarcato come fossi una puzzola nell’atto di odorare. “Tu mi prendi in giro!” Questo è da sempre uno dei primi problemi: la gente sembra fare fatica a credermi. Sei solo una bambina, pensano.
Mi manda da sorella Modesta che è la portinaia e anche quella che pulisce i cessi. A modo suo è una proletaria e si vede dalle mani, e a me è simpatica. E’ una sensazione del tutto naturale. Diffido ma non riesco a farmela diventare antipatica. Mi guarda burbera nascondendo un sorriso e mi sgancia un pizzicotto sulla guancia che mi resta il segno per due giorni. Questa è tortura bella e buona, chiamerò il telefono azzurro, azzurro come il fiocco che voglio portare, anche se quel numero non esiste ancora. In fin dei conti le grandi conquiste iniziano da piccole vittorie. Non so ancora se il suo gesto è un gesto di simpatia, tutto sommato credo di sì. Non lo fa con tutti, questo l’ho notato. Sceglie le sue “vittime” tra i figli del popolo, è come se fosse una preferenza. La pizzicata fa male , ma per lei è come se mi avesse fatto una carezza speciale. Certo che un calcio sullo stinco… Anch’io vorrei mostrarle la mia preferenza, ma desisto. La guardo incavolata nera e lei non mi bada e mi porta nella stanzetta della portineria. “Stai buona qui che io ho un sacco di cose da sbrigare!” Che noia fare i buoni e quella stanza della portineria che ha la puzza persistente di cavolo.
In quella portineria, che frequento ormai d’abitudine anche se involontaria, faccio le mie prime, altre, opere d’artista. A parte l’anima che disegno sempre meno brillante e sempre più macchiata delle colpe di noi poveri peccatori. Anima che so essere la metafora della  mia prigionia e che col tempo diventa sempre più opaca di tristezza. Continuo col disegnare le mie prime carte geografiche. Carte di un mondo che non c’è. Che nasce nella mia fantasia. Che mi invento. Il mondo lo devo ancora scoprire ma so già che lo scoprirò. E’ lì fuori che mi aspetta. Le coste sono le più frastagliate che si possano creare. La mia nave da “corsa” segue i contorni di terre inospitali. Sono Ulisse e qualche volta il Corsaro Nero, con tanto di banda nera nell’occhio guercio. Qualche volta non disdegno nemmeno la gamba di legno. Ulisse però è più fine, non bestemmia mai come il vecchio Corsaro, nemmeno come nonno Carlo. Quando io racconto le sue storie incanto tutte le sirene del mare e pure i pinguini. Però non ci voglio avere nulla a che fare con quella cozza di Penelope. Fare e disfare non è certo l’immagine dell’avventura. Non m’incontra per niente.
Quando sono Ulisse,  a casa non ci torno mai, vado avanti verso lo stretto di Gibilterra che poi se casco giù mica mi preoccupo. Almeno su questo io i dati ce li ho. La terra mica è piatta. S’è pur scornato Galileo, per anni, a convincere Papa e preti che sarebbe stato meglio lasciassero fare a lui che di comprendonio ne aveva certo di più. Ma tanto ancora mica gli credono. Ma come sempre chi non sa comanda. Nel frattempo le mie carte geografiche prendono sempre più forma. Prediligo più il mare che la terra; è naturale. Che poi si sa che la terra porta guai. Anche qui in Italia, al sud, i braccianti si fanno ammazzare proprio per un pezzo di quella terra. Ancora non capisco bene, ma deve essere importante. So che dovrò capire. Mi dovrò informare. E al governo c’è un altro nano che comanda. Che già con quello prima, con quel mezzo re, le cose mica erano andate bene. Lui se ne è scappato mentre gli altri ci lasciavano la ghirba. Sono proprio tutti uguali questi “grandi” condottieri. E fanno almeno due, di nani; avanti il prossimo. E’ proprio vero che i tempi non cambiano mai. I nani sono una genia resistente, forse troppo. Ma almeno questo qualcosa di politica la sa. Purtroppo. Purtroppo perché sa bene la sua parte, mica quella di tutti. E questo proprio non mi piace. Arte da nani; comunque.
E poi c’è quel canale, di Suez lo chiamano, e si parla di guerra atomica. Non ne avessimo altri di mali. Mica l’ho capito. Gli egiziani hanno un canale nel loro deserto e gli inglesi e i francesi lo vogliono loro, per non parlare poi di tutto quello che succede intorno. Per un pezzo di deserto. Per una distesa di sabbia che sembra un’enorme spiaggia senza mare. Ci dev’essere qualcosa sotto. Mi sa che i guai sono solo all’inizio. Che poi c’è anche l’affare dell’Ungheria. I carri armati che passano davanti alle vetrine dei negozi. Per quelle strade senza colore. Sarà per quello che le foto sono in bianco e nero. Il che rende tutto ancora più drammatico. Il dramma esposto in  televisione. La verità che ci raccontano è un’altra verità. Cominciano presto a prenderci per il naso. Meglio che taccia i commenti di mio padre. Penso che lui sia solo in grado di capire le cose del calcio o del pugilato. Dello sport sì ne parla con competenza. D’altra parte è lo sport che accomuna tutti gli italiani. Su quello ci passano delle ore. Su quello potrebbero fare la rivoluzione. Già penso che questo paese mi sta stretto. Non bazzico ancora la politica. Però sono curiosa, in qualche modo mi affascina. Poi a me piacciono tutte le cose che per assunto sono definite “sporche”. Comunque guardo il mondo dal mare perché sulla terra c’è tanto casino. Cerco di starmene alla larga, ma prima o poi dovrò farci i conti.
E i conti arrivano presto, proprio sotto terra succede la cosa peggiore: un sacco di minatori ci restano sotto a Marcinelle. E io faccio carte geografiche, piccola amanuense dell’avventura. E disegno più mare che terra ed è dal mare che giudico tutti quei piccoli uomini che vogliono diventare importanti e potenti. Tutta quella presunzione. Nessuna corsa al potere spirituale ma una precisa lotta per quello temporale. E per la bistecca. Anche quando hanno la pancia già piena. Egoismo e voracità. Chi più ha più vorrebbe. E i tuoni intronano e i fulmini cadono qua è là. Li maledico. Questo è il mio potere temporale. Il solo e l’unico che voglio avere.
A suon di carte geografiche ho disegnato il mondo intero. Anche di più. Non mi piace ancora il lavoro che ho fatto, troppe discordie e troppe guerre da tutte le parti. So che ci devo tornare. Poi lascio pure la sicurezza del mare. L’Andrea Doria, speronata, affonda. Disperati che arrancano in cerca d’aria. 46 morti annegati e ci è andata ancora bene. Allora torno alla terra e torno a pensare ai minatori di Marcinelle. La cosa mi tocca. Mi sembra di averli sempre davanti agli occhi. Quei poveri cristi. 262 morti di cui 136 italiani, e solo 13 minatori sopravvissuti. E’ un conto che non mi piace. E’ fatto di grida di agonia soffocate da polvere e da gas. Con gli occhi sbarrati e le bocche piene di terra e di sassi. E’ per loro che disegno gallerie infinite, alcove regali e mense comuni, infermerie e nursery sotto terra. Ecco finalmente i miei primi formicai. Regni di democrazia e collaborazione, di sicurezza e organizzazione. Non lascio niente al caso. Precisi e perfetti. Forse non sono politicamente corretti, ma almeno le gallerie non crollano. E non si muore.
Sorella Modesta ogni tanto passa dentro la mia prigione, in portineria, e guarda le mie opere. Scuote la testa e profetizza: “Tu diventerai qualcuno!” Bella forza, che dovrei diventare: nessuno? E poi io… beh! la verità è che sono già qualcuno. Intanto l’America mi parla; arrivano gli americani dispensatori di democrazia. E arrivano da lì un sacco di novità. Da di là del mare. A sentir loro, le mie suorette, le mie guardiane perfide, non sono tutte belle. Per esempio la musica e i balli. Già! perché intanto Elvis the Pelvis si sloga il bacino a suon di rock and roll. E le suore gridano, spaventate: “vade retro Sa(r)tana!” E’ la musica del corpo. Non si ascolta solo con le orecchie. Si sente con la pelle. E’ un urlo. Certo che anche a loro fa muovere le gambe, e pure il loro bacino antropomorfo. Lo so non può essere diverso. Deve essere questo a spaventarle. Quella sorta di grande voglia. Quel calore dentro. Per questo gridano alla possessione. Pensano che non posso capire. Loro mi considerano un po’ figlia del diavolo. Già s’impegnano tanto per la mia sottomissione, povere cocche.  Scoppio a ridere. In realtà la risata mi esplode dentro. Io lo so: Anche voi siete nate donne. E siete passate di lì.

Quel sentimento di collera

In Nuove e vecchie Resistenze on 22 dicembre 2010 at 10:08

Tratto dal blog di Roberto Ferrucci “Il taccuino di uno scrittore” che nel Corriere del Veneto del 16 dicembre pubblica questo articolo “Quel sentimento di collera”.
Riporto tra virgolette il passo che mi ha colpito e che propongo a voi miei cari amici con l’intento di aprire una discussione sull’argomento che trovo di importanza vitale in questi giorni.

“Ci sono momenti, nel corso di un’esistenza, in cui senti di doverla prendere in mano, la tua vita, e farne l’uso migliore possibile. Succede quando capisci che attorno c’è il vuoto. Succede quando ti rendi conto che tocca a te e c’è poco altro da fare. E, soprattutto, questo momento capita quando sei giovane, quando sei studente. Quando scegli di investire la tua vita nel miglior modo – forse – possibile, che è quello di mettere alla prova il tuo cervello, di arricchirlo più che puoi, per metterlo, in futuro, a disposizione degli altri. Quando fai questa scelta, non pensi mai che lo metterai a disposizione di altri e altrove, il tuo cervello. All’estero. Per questo all’alba di martedì, molti studenti veneti sono partiti per Roma. Per rivendicare un diritto che, per uno studente, è al contempo un dovere: mettere il proprio cervello, il proprio sapere, a disposizione del paese in cui vivi. Sono andati lì per rivendicare questo, gli studenti veneti e del resto d’Italia. Lì, gli studenti del movimento Books bloc (e non Black bloc, sia ben chiaro) si sono uniti a ricercatori, a precari, a cassintegrati, a disoccupati. A tutta quella parte di società border line, che si trova a un passo dall’essere esclusa dalla vita. Lì, a Roma, è scoppiata la violenza. È curioso come, in Italia, non appena un movimento di sacrosanta protesta prende piede, non appena inizia a essere guardato con comprensione e simpatia dalla società civile, arrivino a frantumarlo e a criminalizzarlo, puntuali, i Black bloc. È successo a Genova nel 2001, è successo ieri a Roma. Curioso e strano. Perché chi ha avuto la voglia di approfondire il tema Black bloc, non pago delle superficiali note di servizio della tv, avrà scoperto che apparizioni e provenienze sono a dir poco sospette. E anche questa volta, come a Genova, ci sono immagini inequivocabili a confermarlo. Per cui, oggi, il movimento studentesco è subito stato bollato come violento, se non addirittura criminale. È una dinamica tipica del nostro paese in questi anni. Quel naturale e per certi versi nobile sentimento che porta il nome di collera, non viene preso in considerazione. Viene subito mistificato come violenza gratuita e inaccettabile, punto. Altrove non è così. In altri paesi, di fronte alla collera ci si interroga. Prima di tutti lo fa la politica. Ci si domanda, saggiamente, altrove, che cosa abbia spinto in piazza migliaia di persone in collera. Cosa è stato fatto, forse di sbagliato, per spingere la gente a questo. Si aprono dibattiti seri. Qui no. Qui da noi si predente che atti – quelli sì – di una violenza inaudita quali la certezza della precarietà, lo smantellamento dell’istruzione e della cultura, vengano assorbiti con dolcezza, seduti al calduccio del salotto di casa. Davanti alla tv, ovviamente. Oggi hanno sempre ragione solo quelli che accettano tutto con rassegnazione (o, peggio, con catatonia). Che accettano nuovi contratti di lavoro spogli dei diritti più elementari, che vanno a lezione dentro a edifici barcollanti, che con un sospiro passano davanti al teatro chiuso per sempre. Guai contestare, alzar la voce, ribellarsi. È antidemocratico e criminale. Inaccettabile nel paese “perfetto” che è l’Italia di oggi, dove un Calearo o uno Scilipoti qualunque diventano arbitri definitivi delle nostre precarissime esistenze. E dovremmo pure ringraziarli, col sorriso.”

Vecchia e nuova resistenza

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 22 dicembre 2010 at 9:56

Il mio primo contributo per un concetto di Resistenza sistematica
Ross

Nuove e vecchie Resistenze e le Giornate della Memoria

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 21 dicembre 2010 at 16:11

Non sono la regina assoluta del mio blog. Lo dico fin d’ora. Ho preferito per mia natura condividere il potere sui post con altre persone. Un’amica dei vecchi tempi: Marisa, e col mio compagno di vita: Mario. Questo per dire che credo di interpretare anche i loro desideri nell’istituire nel blog, due nuove categorie: Nuove e vecchie Resistenze e Le Giornate della Memoria. In queste due nuove sezioni verranno raccolti i post di autori vari ed interessati che riguardino gli argomenti esposti in grassetto.
Ritengo opportuno raccogliere le testimonianze e le idee dei miei lettori e amici sugli argomenti trattati, in quanto in tempi difficili come i nostri, mai come ora necessita operare per mantenere viva l’idea della democrazia e delle libertà e per confrontarci e prepararci ad altre nuove opportune Resistenze. Questo c’è nell’aria e quelli della generazione di transizione, che hanno visto più da vicino i risultati del Fascismo, oggi tremano di fronte alle avvisaglie di un nuovo modo di concepire la politica e la morale a cui oggi siamo spettatori e forse domani autori.
Il primo post, che aprirà la sezione Le Giornate della Memoria, mi è stato suggerito da Ser@Bruno nonchè Cavaliere errante ed è l’ultima lettera alla famiglia del giovane Ufficiale degli Alpini Antonio Ferrero prima di morire che è stata ritrovata dopo 41 anni dalla sua stesura.
Un grazie a tutti i collaboratori
Ross

Sentimentale (sacro e profano)

In Anima libera on 18 dicembre 2010 at 8:00

Foto BN con papà, mamma e i due figli
Premessa alla parte quinta
Non è facile tenere il mondo, sospeso, tra le proprie mani. Ciò che sconvolge di più un bambino è l’incapacità degli adulti di dare delle risposte. Pensa che loro sappiano tutto ed invece non è così. Per esempio io so molte più cose, ma nessuno mi chiede come la vedo. Per me il mondo è una gabbia di matti, tutti fanno il contrario di quello che si dovrebbe. A volte penso di mollare e lasciarli nella cacca. E poi mi dico, tu sei nata con una missione. Devi salvarli e devi salvarti. Non c’è scampo.

Volete l’avventura? Beh! con me non manca mai. La mia vita è fatta di spazi, di sfide, di lotte, di praterie e di cavalli. La mia vita è una vita che non ha certezze. E odio il nome che mi hanno dato. E so già che i miti nascono per morire.¹ Nemmeno io, d’altronde, sto bene nei miei panni; che vi credete? E questa non è nemmeno l’america. Che la mia amerika deve ancora venire. Qui ci sono solo topi grandi come gatti e gatti che li osservano guardinghi, senza sapere cosa dovrebbero fare. Colombi che cagano su tutto e tutti e cani che la lasciano in ogni angolo. Che di turisti non se ne vedono e sono certa che si schiferebbero perfino di pisciare contro i nostri muri. Ma c’è sempre il momento in cui le cose bisogna farle e non si può farne a meno. La sacra famiglia se ne va. E sembra andare alla deriva.
Volete del gran sesso? Mio fratello insiste per giocare assieme, al dottore. L’idea non mi piace. Poi ci ripenso. Da una parte o dall’altra devo pur cominciare. Ma lui vuole fare il chirurgo. E io, come in ogni sua fantasia, devo fare la vittima. Secondo lui dovrei rimanermene lì buona immobile a farmi operare. E’ già pronto, bisturi in mano per tagliare e poi cucire. Si conferma che è e resta sempre un cretino. Ma forse sono i maschi ad essere tutti un po’ diciamo… immaturi. Diciamo… tonti. Dovrò tenerlo a mente. Comunque come prima esperienza, devo dire, è stata deludente. Mica mi aspettavo che il sesso fosse così. Se lo fosse, sarebbe da strapparsi i capelli per la frustrazione. Insomma meglio cancellare tutto e ripartire da zero. Ma c’è tempo per tutto, in fondo non ho che quattro anni. Ho ancora tutta una vita davanti. E già ho dovuto scalare anch’io faticosamente le mie vette.² Ci fosse qualcuno ad aiutarmi. Ma i tempi non sono maturi. Ho amaro in bocca. Che palle!
Vorrei solo ripetere che io non scappo. Fosse per me resterei. Fatte le valigie ed è poca cosa, non c’è nessuno che debbano salutare. Stiamo per lasciare il quartiere che chiamano ghetto, dove io ho preso le mie prime misure al mondo. Dove ho mosso i primi passi in mezzo agli altri. E vinto le prime battaglie. E mi sono sbucciata per la prima volta le ginocchia. Le mie prime eroiche cicatrici. Loro invece già liberano un sospiro. Ma io lascio la teppaglia, ma anche il cuore malato di questa città. Cuore malato sì, ma sempre cuore. Certo sono nata bastarda, ma mica senza sentimenti. Io a quei ragazzini voglio bene. Li ricordo tutti per nome. Alfio, Franchino, Roi e Rasmino… Sono tutti belli, fieri e cattivi, a parte Alfio che è, come già detto, diverso. E’ così che stiamo per partire verso questa nuova destinazione. E io fatico a buttare giù una lacrima che mi brucia dentro al naso. Sì che palle! Non devono vedermi piangere. E’ duro da ammetterlo, per una come me.
Partire è lasciarsi indietro anche la tristezza delle file grigie degli orfanelli. Con loro non sono mai riuscita a giocare. Passano mesti per la strada e vengono rinchiusi nell’Istituto. Loro sì che sono soli. Quando passano una nebbia scura offusca il sole. Mi fanno pensare a tanti Peter Pan senza favola. A tante finestre e porte chiuse davanti ai loro occhi. Alla felicità che non possono avere. Prima di andarmene voglio fare qualcosa per loro. Voglio aprire quel cancello che resta sempre chiuso. Voglio una bomba per farlo saltare. E bomba su bomba arriverò a Roma, malgrado voi… Così prima di andarcene prendo i colori dall’astuccio di Ernesto e mi cimento nella mia prima prova d’artista. L’idea è quella di disegnare l’anima, inconsistente ed eterea, sospesa dietro alle sbarre. La sua luce è opaca, perché non è libera. Il messaggio è chiaro: l’anima è inconsistente, leggera, evanescente. Le sbarre sono larghe, ma non abbastanza. Fatela uscire e fatela brillare. Liberatevi. Una madre e un padre non sono necessari per esistere, o forse sì, ma è solo un fatto secondario. Lascio il disegno tra le inferiate del cancello, è il mio ultimo addio, il lasciapassare per la vita.
Ripeto: bando alle ciance, nessun rimpianto. Chiamarla in modo ironico King’s bay le da un’ aria misteriosa che non ha. Ti aspetti tutto, pensi ai gialli americani, ai noir e ai polizieschi, pensi all’oceano rabbioso. Ti aspetti di incontrare Sam Spade o Philip Marlowe con le mani affondate nelle tasche del suo trench. Niente di tutto questo. Una sorta di isola del degrado, dove la guerra non può mai finire. Ti senti sporco tu stesso, come quei muri che non fanno altro che squamarsi e singhiozzare polvere. Vige la legge del taglione. Solitamente l’altra legge non entra qui, si limita ad alzare le barricate ai confini, ad isolare quelli che stanno dentro. E quando deve entrare, allora passa rapida senza alzare gli occhi, sotto sguardi di odio. E’ come un esercito di invasione, e loro, gli abitanti lo sanno. Le donne gridano tutte le parole rabbiose che conoscono, e se la prendono anche con le loro antiche genitrici. Siamo prigionieri, figli di madri nate qui ignare della loro colpa. Il nostro destino è nella nostra pelle. Ma la mia di pelle è troppo bianca per confondersi con la loro. E la barca è già pronta sulla riva.
Quando saliamo per me il mondo è ancora solo la “Baia del Re” ovvero la Sacca San Girolamo,³ come la chiamavano i vecchi. I vecchi hanno sempre un altro nome per le cose. Finisce alla Fondamenta Colletti, ai piedi del Ponte Moro. Un ponticello che ci separa dalla civiltà. E qui il freddo è freddo veramente. Proprio come quello nelle Isole Svalbard al Polo nord. Ci andrò un giorno. Non so quando e chi me ne ha parlato. O forse è la fantasia che non mi manca. Il vento passa attraverso i vestiti. Non mi spaventa quello che c’è dopo. Guardo diritto davanti come ho sempre fatto, oltre il mio naso. Lascio certo quel po’ di me: qualche amico, ma alla fine poche cose. Dovrebbe esserci apprensione quando si parte. Ma c’è pure curiosità e voglia di scrollarsi la pena da addosso. Ho molte speranze.
C’è un ultimo gesto da fare: annego la mia bambola spelacchiata nel canale, la prima bambola che sarà anche l’ultima. E’ l’immagine di una stupida donna che sa solo piangere. La affogo senza rimpianti in quel mare tanto basso che posso vederci il fondo. Mentre affonda già la dimentico. Mi affascina la scia del remo che accarezza delicatamente la superficie dell’acqua come fosse una sposa. L’ho già detto che voglio diventare marinaio? Credo di sì. Molte sono le storie che s’imparano andando per mare. Le voglio conoscere tutte. E poi mi piacciono i riflessi sulle onde. Mi piace quell’odore che sale. Mi piace tutto dell’acqua. Debbo essere un po’ pesce. L’aveva detto mio padre quando sono nata. Ma non voglio essere quel pesce lì. Vorrei essere una sirena, ma non sono abbastanza bella per esserlo. E poi ho questi capelli, che sotto il mare si vedono troppo. Sembrano rivoli di sangue, riflessi di rame. Devo lasciarmi portare dall’acqua, devo fidarmi dell’istinto. Il mare mi salverà.
Sia chiaro una volta di più: non mi piacciono i rimpianti e nemmeno i sentimentalismi, le sdolcinature e i romanticismi. Sempre tempo perso. Ma a volte ci sono cose di cui non puoi fare a meno. Freni e ostacoli sul corso della vita. Voglio un mondo esente da ricatti. Però lasciare le teppe e gli orfanelli mi fa male dentro. Mi arrabbio per questo. Non ci si può far fregare così. Nella casa nuova abbiamo più spazio e più luce. E una stanza tutta per noi, per me ed Ernesto. E nessuno che passa per andare al bagno. Mio padre compera anche la televisione per guardarsi lo sport. Ogni occasione è buona perché vengano i suoi amici a vedersi qualcosa. Tra loro c’è un omone che mi fa ridere perché è rimasto bambino. Non è che ridere sia cosa che faccio spesso. Però mi scoccia avere quell’aria da incazzata. Poi ci ripenso: si chiama Gigio e questo è un bene, ma di cognome fa Vespa e questo proprio non glielo perdono.
La tv cambia la vita. Non la mia s’intende. Io conosco il mondo fuori, non ho bisogno di farmi lustrare gli occhi e giocarmi il cervello, lì seduta davanti. Ernesto sembra un cretino, se non fosse che lo è in ogni caso, a bocca aperta davanti agli spettacoli che di spettacolare non hanno niente. Scappa solo quando arrivano le ballerine in calzamaglia nera. Povero cocco, le donne gli fanno paura. L’avevo detto io che era tutto scemo, e che con le donne non ci sa proprio fare. Magari mi ripeto, ma si sa che i grandi mi fanno questo brutto effetto. La cosa difficile da gestire è che mia madre comincia a star male. Non posso fare a meno di vederla. Devo preoccuparmi per lei. Mio padre non capisce una cippa e mio fratello guarda lo schermo anche quando c’è solo nebbia e le trasmissioni sono finite. I maschi quando c’è da fare sono sempre indisposti. Le donne soffrono in silenzio. Porca puttana non sarà mica che sono nata donna pure io?
Esaurimento nervoso. C’è ben poco da pensare. Qui non si usano strizzacervelli per risolvere i problemi, qui bisogna trovare una soluzione pratica e subito. Allora faccio uscire dal cappello la signora Lina. E’ una vicina impicciona e sguaiata, ma piena di cuore. Con la sua facciona lentigginosa, il seno prosperoso e i suoi monili d’oro tintinnanti, riempie la nostra casa di voci e allegria. Ci porta piatti pieni della sua cucina abbondantemente condita e risana mia madre in un battibaleno. Le guarisce il corpo e l’anima. Anche questa volta me la sono scampata. Come potevo reggere una madre malata? Non si può nascere già orfani in questo mondo, e quelli che lo sono non riescono ad essere felici.
Io voglio essere felice senza per questo ammazzare nessuno dei miei. Almeno ci provo. E poi voglio essere la nipote di mio nonno che di nome fa Sante, ma lo chiamano Carlo. Lui non mi fa vergognare di essere nata in questa famiglia. Io, da questo nonno, mi faccio affascinare. Bella forza, è operaio in fonderia, e in aggiunta l’artista di famiglia; un matto socialista della prim’ora. Mi parla di Nenni e di Lenin come se fossero la stessa persona. Di Stalin no, quello è uno stronzo e io concordo con lui.
E’ un gran giocatore di carte. E scappa sempre all’osteria per giocare e bersi il vino in santa pace. Gli piace la compagnia e piace alla compagnia. Bestemmia e fuma come due turchi messi insieme. Mi accorgo subito che a volte lo provocano apposta. I compagni di partite lo imbrogliano e si fanno scoprire. Si divertono bonariamente alle sue spalle. Lui ride e bestemmia. Ha una gran fantasia e sa inventare le bestemmie più assurde e più improbabili. Le più colorite. Bestemmiatore in grande con il copyright. Le più forti mica si possono riferire. Posso dire che ieri ce l’aveva con un “Gesùbono discolo di padre incerto!” e con “quella santa donna che l’ha raccontata proprio bella a tutti i falegnami!” e ancora con “quel mato fritoin de Betlemme che el slonga el vin!”.4 Me ne sto in disparte a guardarlo senza farmi vedere. E senza farlo sapere a mamma. Lei che è tutta casa, chiesa e obbedienza. A volte lui mi suona il violino e lo fa tenendo lo stuzzicadenti in bocca, che non lascia nemmeno quando mi bacia. Devo starci attenta perché rischia di cavarmi gli occhi. Però certi uomini ci sanno fare con le donne. E non gli so dire di no. Anche se io… beh! non ho ancora deciso se sarò una donna.

Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/G. Manfredi – 01. Dagli Appennini alle bande.mp3”]


1] E’ l’anno in cui muore Jeans Dean.
2] Non si parla d’altro che della conquista del K2.
3] Viene denominata così dagli operai che lavorano alla costruzione del Ponte Littorio, oggi della Libertà, proprio perché c’era un freddo che li faceva pensare alle Isole Svalbard al Polo nord dove si trova una baia omonima.
4] Il “Fritoin” è una tipica figura veneziana che vende pesce fritto.

Da Soldato Blu a Piccolo Grande Uomo passando per Un Uomo chiamato Cavallo

In Amici, Cinema, Cultura, Miti ed eroi on 17 dicembre 2010 at 13:42

Ancora un commento di  Cavaliere errante unito da due film “Soldato Blu” e “Piccolo Grande Uomo”  film di Arthur Penn con Dustin  Offman, che descrive il personaggio trattato in questo commento. Ho aggiunto un altro film sempre del 1970 che resta una pietra miliare e che appartiene alla stessa trilogia:  “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein con Richard Harris.

Il 25 giugno del 1876, sui pendii del ‘Little Big Horn’, mentre l’allora Colonnello George Armstrong Custer (che era stato circa 10 anni prima, nella Guerra di Secessione, il più giovane e fortunato Generale di Divisione di tutta la Storia Militare USA, essendolo divenuto a soli 25 anni!) scendeva col suo Rgt. del ’7° Cavalleggeri’ deciso all’atto di sterminio finale, su quella polvere orrenda che gli Indiani videro dalle sottostanti rive del fatale fiume, volse gli occhi sbigottiti Tashunka Uitko, e gli si strinse il cuore!!! Ma non si smarrì, afferrò un nugolo di Guerrieri Lakota Oglala e Cheyenne e li strappò alla paura che “Lunghi Capelli”, figlio dagli occhi azzurri di un temporale e della morte, incuteva a tutti loro e gli urlò: “Animo Guerrieri, tutti con me, oggi è un gran giorno per morire!” Poi, quell’Eroe tragico e indomito, mai vinto in una battaglia in campo aperto, con una manovra assurda di aggiramento, possibile solo risalendo un canalone distante chilometri dalla collina da cui scendeva Custer, riuscì portarsi alle spalle, e in posizione dall’ alto, dello stesso Custer! Era una manovra di impensabile audacia, quasi impossibile da attuare, ma Cavallo Pazzo ed il suo cuore ci riuscirono e per Custer ed i suoi Soldati blù fu la fine!
Poco più di un anno dopo, a Fort Robinson dove l’invincibile Tashunka si era arreso con circa novecento tra Donne, Vecchi e Bambini, tutti stremati dalla fame e dagli stenti patiti, fu proditoriamente ucciso con una baionettata che gli squarciò i reni ‘mentre altri soldati’ lo trattenevano vigliaccamente (tra loro, il più infame di tutti: il suo ex Compagno di mille battaglie e di storie di struggente amicizia, Piccolo Grande Uomo, in divisa di caporale ausiliario dell’Esercito USA, che gli teneva ferme le braccia!!!). Morente e dilaniato dal dolore lancinante, Tahunka Uitko, al Padre che lo rincuorava disse le sue ultime parole su questa Terra (ma non le ultime, sulla terra perennemente verde di Wakan Tanka, dove continua a vivere ed a cacciare i bufali): “Padre è finita, dì al mio Popolo che non potrà più contare su di me!” E spirò!
Era la fine del settembre del 1877, e quell’Eroe aveva, si presume, “trentatre anni”!

Sul fiume Sand Creek

In Cinema, Cultura, Guerra, Miti ed eroi, musica, Pietas on 16 dicembre 2010 at 11:09

Riporto senza modifiche il commento del caro Cavaliereerrante sulla strage perpetrate a Sand Creek da parte dell’esercito a stelle e strisce. Senza aggiungere ulteriori commenti da parte mia. Grazie Ser@Bruno.

  • Sul Fiume Sand Creek (‘ruscello della sabbia’ lo chiamavano gli Cheyenne), si accampò, per tenersi lontano da chi, anche dalla sua stessa etnìa, voleva scatenare una ‘guerra persa in partenza’, Pentola Nera, Grande Capo dei Cheyenne pacifici .Questo saggio Cheyenne, cui era stata assegnata una Medaglia del Congresso per il riconoscimento della sua azione di pace tra Bianchi e Pellerossa, aveva fatto accampare la sua Gente, circa un migliaio di Cheyenne prevalentemente anziani, per lo più donne e bambini, e pochissimi guerrieri in grado di combattere . Era nelle sue previsioni, un posto tranquillo, fuori mano, non avaro di pesca e cacciagione, e rigoglioso d’ erba grassa per i cavalli . Un posto sicuro, un posto incantevole fatto per crescere Gente pacifica!
    Ma un bastardo di uomo (sic!), l’ ex Predicatore Battista Chivington, ex Colonnello non privo di oscure gesta militari, Uomo di accanita ed ipocrita vocazione religiosa, un intollerante, un avventuriero “privo d’ onore”, alla testa di una masnada di ex renitenti alla Leva per Soldati della Guerra di Secessione, cui si erano aggiunti ex galeotti appena usciti dalle più lercie galere, ed altri uomini senza scrupoli, “tutti attirati” dalle grosse taglie che pendevano sulle teste degli “Indiani ostili” (sic!), un’ eterogenea accozzaglia di delinquenti di ogni risma che si fregiava del titolo di “Rangers del Colorado” e che sventolava la bandiera USA, attaccò questo accampamento pressoché inerme, ritenendolo – ahimé giustamente! – una delle prede più facili a portata dei loro artigli. Erano le ore 20 circa del 28 Novembre 1865, una serata gelida, un cielo privo di stelle e di humana pìetas! Gli Cheyenne dormivano tranquilli, non avevano neanche appostato sentinelle nelle vicinanze, tanto erano consapevoli di non costituire pericolo per nessuno. A colpi di sciabola, cariche di fucilerie appoggiate da 4 Obici da montagna, in grado di sparare proiettili di circa 12 libbre ciascuno, questi “eroi dell’ infamia” massacrarono letteralmente, e con un sadismo mai eguagliato, la maggior parte di quegli indifesi Cheyenne, torturando, stuprando le donne prima (anche in cinta) e sventrandole poi, spaccando a metà con la sciabola bambini in fasce, ovunque spargendo la morte e il terrore, resuscitando l’ inferno. Ogni vittima pellerossa fu scotennata (anche le donne, cui fu scalpato anche il pube, anche i bambini appena adolescenti), costituendo questo ‘trofeo’ la prova da esibire per incassare le taglie e le prebende che lo stesso Governatore del Colorado aveva posto a premio di simili imprese, e furono infine massacrati anche i cavalli!
    Il bel Film “Soldato Blu”, e la sua struggente omonima ballata cantata con l’ anima dalla pellerossa Buffit Saint-Marie, mostrano solo in parte l’ orrore e le infamie di quel proditorio attacco notturno, rimasto agli atti della Storia degli Stati Uniti d’ America “come l’ azione più vile mai perpetrata contro una popolazione indifesa sotto la Bandiera ‘a stelle e strisce’ degli USA” . I pochi sopravvissuti di quella strage, raccontarono che Antilope Bianca, un vecchio guerriero di 75 anni, prima di cadere colpito a morte, dicesse : “Niente vive a lungo, solo la Terra e le Montagne”!!!
    Oggi, a circa 145 anni di distanza da quell’ orribile strage, nulla resta degli infami che la commisero, se non una condanna morale irredimibile ed un sentimento di repulsione per i nomi dei carnefici, cui nessun oblìo potrà mai porre termine .
    Ma sui Monti Rushmore, le mitiche Saha Paha (Le ‘Black Hills’), il luogo sacro a Wakan Tanka Paradiso dei Giusti dalla pelle rossa, dal 1948 un gruppo di Scultori, sostenuti economicamente con gli aiuti pervenuti da tutto il Mondo Civile, sta scolpendo “a colpi di tritolo” prima, improntando con i martelli pneumatici poi ed infine rifinendo il marmo a scalpello, una Montagna di circa 195 metri: il Monumento dedicato a Tashunka Uitko, il più alto Monumento che l’ Uomo nella sua Storia plurimillenaria abbia mai scolpito (‘Colosso di Rodi’ compreso) con le sue nude mani. Vi si intravede già il Volto malinconico di Tashunka che guarda verso la sottostante ‘grande prateria’, la testa del suo Cavallo ed il braccio che l’ Eroe Oglala Lakota protende, indicandolo con il dito indice disteso, quel paradiso perduto strappato dai bianchi alla sua Gente!
    Come previde, con l’ esattezza del saggio, il vecchio Cheyenne Antilope Bianca “vivono a lungo solo la Terra e le Montagne”!
    cavaliereerrante
  • Cari ed ospitali Ser @Mario e Lady @Ross, vi ringrazio per l’ ospitalità e l’ occasione di estrarre da me una insopprimibile malinconia, che mi fa vivere male, che tutt’ ora mi turba!
    Come Tu dici “con cognizione di causa”, carissima Lady @Ross : “perdenti si nasce”!
    Forse, è vero, se leggiamo la Storia! Ma se “perdere” significa andare a fecondare la terra all’ ombra di quei Giusti, se “perdere” significa stare per sempre dalla parte di Tashunka Uitko, di Ernesto ‘Che’ Guevara, di Salvador Allende, di Yuri Gagarin, di Enrico Berlinguer e di tutte le altre, infinite, anime perse nei sogni di libertà irrefrenabili, allora Amica mia penso da Cavaliere Errante che fu una meravigliosa sorte la nostra, se ci fece “nascere con quella fatale vocazione” nel cuore!


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