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La morte e l’aranciata (di VC)

In Anomalie, palestina on 20 ottobre 2017 at 8:28

E’ stato quando, parlando di Hebron con un’amica davanti a un campo di basket, spettatrici distratte di un torneo in un pomeriggio domenicale, le ho detto “Questo è forse l’episodio del viaggio che più mi ha segnata e che più mi preme raccontare”, che mi sono resa conto di quanto poco, e a pochi, io stia effettivamente raccontando la mia ultima esperienza in Palestina. Compreso quell’episodio. Questa consapevolezza mi ha colpita come uno schiaffo di vento sulla faccia, in quella giornata di sole tenue e foglie immobili.

Ad Al Khalil la quotidianità non esiste.

Questa sera siamo sorprendentemente lanciati su una prospettiva di spenseriatezza e divertimento. Shuhada Street si è riaffacciata sulla mia vita, il suo tunnel verde si è riaperto nel mio cuore dopo tre anni di ricordo sofferto, di rabbiosa e paziente attesa. Le vie della città vecchia sono tornate dentro ai miei occhi, con le loro pietre color ocra e le reti che tassellano il cielo in gabbie quadrate sporche di piscio, di immondizia, di uova marce. Sono di nuovo ad Al Khalil, l’anima in gabbia, la residenza del dolore in Cisgiordania. Ma questa sera, i miei cari amici di qui – visti solo una volta di passaggio, sentiti saltuariamente, e nonostante ciò ora disposti a trovarci una sistemazione, offrirci un pranzo, la loro compagnia – ci portano fuori, a cenare e poi a fumare shisha. A ridere, a goderci la città, H1, quella dei Palestinesi. Faccio una doccia mezza fredda, mezza gettandomi acqua riscaldata sul fornello da un catino, sperando che il bagno non serva a nessuno dei volontari e pensando che dovrò lavarmi di dosso questa vischiosa sensazione di agitazione e insofferenza e scacciare tutte le immagini tristi dalla testa, per questa notte. Non ho alternative, perché i miei bagagli sono ancora sotto il sequestro del Ben Gurion, ma lo indosso ugualmente con una punta di vanità, come il vestito buono della festa: l’abito tradizionale palestinese, nero, coi suoi ricami rossi – in verità, non proprio il “tradizionale”, ma una sorta di imitazione, di cotone di pessima qualità prodotto chissà dove, ma il più conveniente, comprato a Gerusalemme come unica possibilità di ricambio che non mi intrappoli le gambe in qualcosa di caldissimo – mi scivola sul corpo. Il rosso mi dona, mi dico, guardandomi nello specchietto del bagno. “Il rosso dà beltà anche a chi non ne ha”, osserva civettuola la voce di mia madre nella mia testa. D’accordo, hai ragione tu. Mi trucco, mi tiro su i capelli, lasciando qualche ciocca fuori. Stasera è una serata di festa, stasera ci si deve sentire freschi e belli.
Izzat arriva nella casa dello Yas, ci dice che Jawad viene a prenderci di sotto in macchina. La sede in cui ci troviamo si trova a Tel Rumeida, su una collinetta dalla quale si vede tutta Al Khalil – il suo corpo flagellato, illuminata distesa orizzontale, le sue colonie che lo trapassano, le luci verdi delle moschee che potrebbero muoversi su di lei come fuochi fatui. Scendiamo al buio sulle stradine ripide di terra rossa e pietre nascoste tra gli ulivi. Mi aggrappo a Matteo: mi chiedo come potrei muovermi se non ci fosse la sua mano a sostenermi lungo questo percorso in questi giorni. “Hai dato la buonanotte a tua madre?”, mi chiede. “Sì”, rispondo, e ridacchiamo: spieghiamo a Izzat la piccola bugia per non rendere fatale la sua preoccupazione per questo viaggio, “Lei non sa che dormiamo qui, o potrebbe morire di ansia: pensa che alloggeremo a Betlemme”.
Jawad ci aspetta ai piedi dell’altura. Saliamo in macchina, ha la radio accesa e sorride. Siamo elettrizzati, quando mette in moto, all’idea di un’uscita “normale” nella notte di Al Khalil. Percorriamo le strade di H1, guardiamo dal finestrino i suoi palazzi monotoni, le insegne al neon, le luci dei locali: il pensiero del buio di H2 e delle sue trappole per topi anche in questo chiasso artificiale è una botola oscura mezza aperta dentro al petto. Ma c’è la musica, e ci sono loro che sorridono. C’è lo shisha che ci aspetta, e lo stomaco che inizia a reclamare cibo.
Poi il cellulare di Jawad suona. La radio continua a suonare qualcosa per un po’, poi la mano di Izzat si allunga sulla manovella del volume, e la voce gracchiante lì dentro si attenua fino a spegnersi come il sorriso di Jawad. I nostri sguardi interrogativi in realtà non oserebbero chiedere niente, il tono della voce di Jawad ci basterebbe, ci basterebbe per ora tacere guardando dallo specchietto retrovisore il suo volto che si è fatto di pietra. Ma Izzat si gira verso di noi e ci traduce l’arabo della telefonata. “Dicono che suo fratello è stato arrestato… E’ la moglie del fratello al telefono…. Hanno appena arrestato il fratello, sotto casa. Yes. Era col figlio, ha tre anni il figlio. Dice che ha fatto un video, ha ripreso l’arresto, sì. Forse lo rilasciano se porta il video.”.
Ci congeliamo, anche i nostri corpi ora si pietrificano. Sento la gamba di Matteo contro la mia diventare di colpo pesante. L’allegria ci scivola dalla pelle e dai vestiti come una polverina d’oro di marca scadente, troppo superficiale per trattenersi su di noi per più di venti minuti. La leggerezza evapora, era così inconsistente da dileguarsi ora insinuandosi attraverso le feritoie degli sportelli chiusi. Mi sento ridicola, intrappolata, dentro al mio vestito della festa. E’ totalmente inopportuno, i suoi ricami rossi e le sue maniche larghe sono offensivi. Mi sembra di essermi vestita in maschera per un appuntamento di lavoro.
Jawad riaggancia. Izzat ci scambia qualche battuta, si guardano seri. Poi si volta verso di noi, e ci racconta cosa è successo. Io che accolgo tutto in questi giorni con una gratitudine stupefatta, mi chiedo perché mai si prenda la briga di tradurci tutto subito piuttosto che preoccuparsi insieme all’amico. “You see”, alza le spalle, “questa è la vita ad Hebron. Non possiamo uscire una sera che succede questo. E’ la nostra vita.”.
Il fratello di Jawad tornava quella sera dai campi, insieme al figlioletto, il piccolo Mohammed, di tre o quattro anni. Proprio sotto alla loro casa c’è un checkpoint, uno dei venti permanenti che costellano le strade e l’esistenza dei Palestinesi qui. Spingeva un carretto di frutta e verdura, pesante. I checkpoint hanno dei tornelli metallici attraverso i quali si passa uno alla volta, i Palestinesi dopo essersi svuotati le tasche, sfilati la cintura, e recitato un codice identificativo – ogni Palestinese di Hebron è diventato una serie di numeri: è un po’ come un tatuaggio, un pezzo di stoffa cucito addosso. Accanto ai checkpoints c’è una via di accesso agevolata per i coloni, invece, che possono attraversarli senza cifre, documenti, e con i loro bei mitra attaccati alla schiena. Nel checkpoint sotto alla casa del fratello di Jawad, Nour, c’è una barra di plastica sulla via privilegiata dei coloni. Si solleva solo per gli ebrei. Ma il piccolo Mohammed di apartheid è ancora inesperto, e allora per agevolare il papà che col carretto attraverso le sbarre metalliche non sarebbe riuscito a passare, ha fatto per toccare la plastica. La punta del mitra di un soldato israeliano gli si è subito appiccicato alla tempia.
Le urla e le lacrime dei genitori sono incontrollabili e fisiologiche come la fame, il sonno, la pipì dei loro bambini. Nour ha urlato di paura. La canna dell’arma sulla testa del figlio ha fatto esplodere nella sua gola la miccia della consapevolezza che ai Palestinesi tutto può succedere, anche essere ammazzati a tre anni per un mucchio di frutta. Quella miccia soffocata ogni giorno da segatura umida di pazienza, resistenza, autocontrollo, si è infiammata: un urlo.
Ma un urlo è un delitto, così come la paura: Nour si è ritrovato coi calzoni abbassati al posto di blocco, e poi caricato su una camionetta militare verso il carcere. Dalla sua finestra, la moglie riprendeva tutto tremante con la videocamera del suo cellulare.
La strada ci scorre accanto, improvvisamente meno luminosa e accogliente. Ho un martello nel cuore che lavora e non sa a che ritmo andare, ma io so che non vorrei essere in altro posto che qui. In nessun altro posto al mondo se non qui, all’interno di questa microstoria nella storia. “La racconterò”, mi dico. “E’ questa la vita che vuoi fare”, mi sussurra una voce, convinta.
Andiamo a cena – ma come andiamo a cena, c’è un arresto, è suo fratello: sì, ma dovremo pur cenare, you see, è la nostra vita, questo è vivere sotto occupazione.
Entriamo in un locale di una catena molto occidentale, molto capitalistica, molto fuori luogo in questo posto, in questo momento, e non solo. Ci si mangia pollo fritto, e patatine, fritte e rifritte. Il mio blocco di pietra nello stomaco mi chiede come potrò mai mangiare ora. “Dobbiamo mangiare”, ci fa Izzat, e il suo tono è irremovibile, come quello che ci si sente mormorare all’orecchio quando in una casa palestinese ti viene offerto il decimo caffè, l’ottavo tè, l’ennesimo frutto o dolce della giornata: “Lo devi accettare”. Dobbiamo cenare. Se non altro, per educazione nei confronti di Jawad, che non ha voluto annullare la serata insieme a noi, e si siede al nostro tavolo con l’orecchio incollato al cellulare.
Tra una telefonata e un’altra, Jawad produce in me quello stupore che renderà questo locale dozzinale, coi suoi avventori arabi che imitano gli americani dei Mc, e il ronzio della luce del bagno a pochi passi da noi che a stare attenti sovrasta la musica, un ricordo bellissimo. Non tocca cibo, lui. Ma scherza. Parla un sacco. Ci racconta barzellette. E io mi incanto ad osservarlo, mentre mi inzuppo le dita unte in una salsina anche lei con ambizioni occidentali: lo ammiro, mentre ci racconta quella di un cittadino di Nablus, uno di Ramallah e uno di Hebron, e ci propina i luoghi comuni sui Nablusi che sono gli stessi dei nostri sui baresi, e sfotte gli Hebronite e la loro inflessione, la lentezza della loro pronuncia, il loro modo comico di allungare pigramente tutte le parole. E’ anche questa, la resistenza? Questo ridere di nulla con degli sconosciuti quando ti hanno arrestato il fratello, ignorando o fingendo di ignorare il mostro di rabbia che ti sta divorando le viscere? Tiro lunghi, lunghissimi sospiri davanti allo specchio del bagno. Guardo come il fermaglio mi tiene ancora in alto i capelli in un’acconciatura che non poteva scegliere serata peggiore per riuscire così bene. Mi sento sempre ridicola, ma un po’ meno, perché gli altri non sembrano farci caso. Eravamo ad una festa e siamo stati interrotti. Israele ci ha interrotti. Non è ridicola la geometria palestinese sul colletto del mio vestito, non lei.
“Non andiamo a fumare shisha”, ci fa Izzat, gentilmente sottolineando una cosa ovvia. Ma quando siamo in macchina aggiunge: “Andiamo a casa di Nour per vedere il video fatto da sua moglie, per capire se è utilizzabile, volete venire con noi?”.
Chiaro che sì. Non altrove.
Parcheggiamo a pochi passi dal checkpoint. La mia borsa sul loro tavolo, la cintura di Matteo, i nostri passaporti tra le loro mani, “Di dove siete?”, osano accennare un sorriso e noi lì ad addomesticare l’odio nelle nostre pance, a dargli carezzine sulla testa e mormorargli “Non adesso”. Poi le cinture di Izzat e Jawad, le loro monetine, i loro codici imparati a memoria. L’odio ha un colore, ed è verde militare.
Davanti alla porta della casa di Nour ci sono due bambine. Ci salutano, poi ci guidano lungo le scale. Una di loro, la più grande, le percorre all’indietro, davanti a me, per guardarmi e sorridere, e fissare la mia pelle troppo bianca, i miei occhi stranieri, i miei capelli stranieri, il mio vestito di imitazione.
Ci portano in un salottino, subito a destra dopo l’ingresso, e ci invitano a sederci. Siamo nella casa dell’arrestato, del pericoloso sovversivo. Il suo grido è stato una violenta aggressione al soldato, al garante della sicurezza. Jawad va in un’altra stanza a parlare con la cognata, Izzat si siede accanto a noi e come noi inizia a scherzare e giocare coi figli di Nour. Le tende pesanti che corrono lungo le due pareti ci separano dalla insostenibile notte piombata su Al Khalil, nera o verde militare.
La bambina ci osserva, poi si scioglie, inizia a parlare in arabo, a fare le moine. La sorellina più piccola si aggira per il salone spingendo una macchinina e ogni tanto ripete “Babà? Babà?”. La grande, nove anni, spiega che lei non sa che il suo babà è stato arrestato, per questo lo cerca. Scompare, e poi rispunta fuori per servirci dell’acqua fresca. In caso gli ospiti abbiano sete, avrà pensato la madre che le ha dato l’ordine. Le nostre gole secche tra i pensieri di una donna col marito dietro alle sbarre per nulla. Bevi, bevi tutto. Hai sete ed è anche la regola dell’accoglienza che lo impone. Ci sarà di fatto un vero e proprio decalogo che a te è in buona parte sconosciuto, in realtà: lo realizzi quando la bambina allunga il braccio per aprire il congelatore, tira fuori una bottiglia colorata, e versa nei bicchieri di tutti aranciata fredda.
Quell’aranciata. Non so ancora se sia stata la più dolce o la più amara della mia vita. La mando giù senza capire, senza spiegarmi perché nella casa di un arrestato io debba bere aranciata fredda e sedere come un’ospite serena. Come si possa avere la forza di versare dell’aranciata a uno sconosciuto quando hai la morte nel cuore. Qui, succede anche questo. C’è la morte e l’aranciata, insieme. Mescolate nel petto di questo popolo che, mentre uno stivale chiodato gli schiaccia la nuca, ti offre da bere una bevanda zuccherata.
Le barzellette e l’aranciata di quella sera. Come potrò raccontare a chi non c’era che la resistenza qui è anche questo? Che non si tratta di un gioco di potere, di una guerriglia, che non è il gingillo con cui gli “attivisti” a cui piacciono gli –ismi e gli intellettuali radical chic si solleticano, ma è diventata un apparato, una componente fisiologica di queste persone, l’essenza intima, la risposta subdermica sulla quale declinano la loro intera esistenza?
Poi si affaccia sull’uscio il musetto di un bimbo. Ha gli occhietti vispi e curiosi, un mezzo sorriso accennato e un po’ stirato dal sonno. “E’ lui Mohammed!”, esclama Izzat. Il terrorista. Il sedizioso ribelle che un’ora e mezza fa aveva un’arma puntata alla tempia. La sua tempia adesso è libera, piccola piccola, sotto ai capelli neri col taglio corto. Ci guarda con sospetto e si ferma di fronte a noi, mantenendo la dovuta distanza. In piedi così è forse meno alto del mitra con cui è stato minacciato. Lo saprà, che suo babà l’hanno portato in carcere. “You see, it’s our life”, dirà tra qualche anno anche lui. Ma per ora con noi non parla. E allora, per avvicinarlo, mi viene in mente di fare un tentativo, di chiamarlo con quel nomignolo che mi è stato detto appartenere solo ai bimbi che portano il suo nome. Non ne sono più tanto sicura, e soprattutto non so se voglio pronunciarlo qui, adesso. Magari non lo capirà, magari quel soprannome non esiste davvero, e mi guarderà perplesso più di ora mentre io arrossirò. Tiene le sferette nere degli occhi puntate nei miei, ha capito che voglio parlare. Snocciolo quel nome dai miei anfratti più nascosti, lo tiro fuori dal passato come una corda di piccoli secchi dall’abisso di un pozzo, e la dolcezza delle lettere mi sale lungo la gola, densa, confortevole, con il sapore dei fichi maturi, e le due consonanti vicine mi sigillano teneramente per un istante le labbra come la colla che stilla dalla buccia di quei frutti preziosi. “Hammoudi”, lo chiamo. “Mio piccolo Mohammed”. Il suo sguardo si illumina, il suo sorrisino si apre in una graziosa finestra, gli sboccia sul volto con la tenerezza di un giglio. Io mi godo quel bagliore – mentre lui finalmente si avvicina e decide di stare con noi – e la delicatezza che mi si adagia dentro lentamente alla scoperta di come una conoscenza così lontana, nel tempo e da me, depositata sotto cumuli di rancore, possa all’improvviso trovare il suo senso di esistere in un salotto ad Al Khalil, ed essere ravvivata inaspettatamente con amore per far sorridere un bambino. Tutto ha un motivo, è solo il tempo a separare le cause dai loro magici effetti, provo a formularmi nella testa un pensiero simile, che ancora oggi non riesco a replicare per la sua chiarezza di quella sera, mentre Izzat mi fa sorpreso: “Yes, yes, Hammoudi! It means my little Mohammed!”.
Hammoud – la i finale sta per mio, e per addolcire le parole quando stanno per finire – finisce presto per appiccicarsi a Matteo. Lo osserva con ammirazione per la sua altezza, in tutti i movimenti che fa noto che cerca con gli occhi la sua approvazione, anche quando spunta fuori da una dispensa in cui si era nascosto o si rifugia dietro a una tenda, in piedi sul divano.
Io intanto gioco con sua sorella, che mi mostra i suoi nuovi occhiali, poi me li infila sul naso, e io, ormai spavalda nel mio arabo di dieci parole, le domando “Helwa?”. Anche questo è giusto, “Helwa! Helwa!”, mi ripete lei.
Stiamo giocando al gioco di fingere che l’arresto non esista e che babà stia per tornare. Ma il video che Jawad ci mostra dal cellulare di sua cognata non sarà sufficiente come prova: se ti affacci alla finestra quando tuo marito torna a casa, non ti aspetti che gli punteranno delle armi addosso, lo bloccheranno, gli faranno abbassare i pantaloni e poi lo arresteranno. Tra la minaccia a tuo figlio, l’urlo e l’alt dei soldati, hai bisogno di afferrare il telefono e attivare la videocamera. Almeno qualche secondo, si suppone. Sicuramente non puoi documentare il gesto innocuo del tuo bambino di tre anni. Il video della moglie di Nour inizia quando Nour è già in stato di fermo con le braghe tirate giù. “Forse non sarà sufficiente”, commenta Jawad. E lo pensiamo anche noi, ma non osiamo dirlo. Qui la giustizia te la fai riprendendo tu stesso con i tuoi mezzi quello che subisci, altrimenti sei sbattuto in carcere arbitrariamente e nessuno testimonierà in tuo favore. Le prove esistono solo se a vantaggio dei coloni.
Nour infatti resterà in carcere per cinque giorni. Per non aver commesso nulla, assolutamente nulla. Ma cinque notti in una cella, cinque insignificanti notti in prigione, all’interno di una vita reputata insignificante, in un rosario di ingiustizie legate le une alle altre sul filo logoro della sopportazione, cosa potranno mai significare? Un grido sordo in mezzo al vuoto. Un colpo di tosse secca nella calura estiva.
Usciamo di nuovo accompagnati dai bambini. Mohammed resta fino alla fine avvinghiato alla mano di Matteo, lo guarda adorante e non vuole staccarsi da lui. Lasciamo Jawad biascicando dei mesti “Salam”, dire buonanotte al suo volto stanco, distrutto, sarebbe un ricamo fuori luogo in questa notte d’acciaio.
Risaliamo la stradina che ci porta a casa, muti. Il suono dei nostri passi sull’asfalto lo ricordo ancora, come la forma delle nostre ombre lunghe e deboli abbattute dalla furia dei lampioni. La torcia per orientarci in mezzo agli ulivi tra le tenebre, di nuovo la mano essenziale di Matteo che mi tiene su. Quando Izzat ci dà la buonanotte, scrollando ripetutamente le spalle, gli vado incontro e lo abbraccio forte. Assolutamente non convenzionale e forse irrispettosa dei suoi costumi. Ma lui ricambia l’abbraccio, sa che non potremmo parlarci altrimenti questa notte.
A luci spente sulla branda non ho pensato solo a Nour, ma a tutti i Nour distesi come me, come lui, in Palestina in quel momento. Non solo al suo Hammoudi, ma a tutti gli Hammoudi dei loro papà. Il buio di quella notte mi ha bruciato il cuore.

(V.C.)

Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

La lista…

In Ironia, personale on 25 ottobre 2012 at 14:44


Avete anche voi una lista simile?
La mia amica Martina http://lavitamarina.wordpress.com/2012/10/20/le-venti-cose ne ha trovata una, in un vecchio libro scovato nel bidone delle immondizie.
Sarebbe bello sapere quel è la nostra lista di cose assolutamente necessarie per poter dire sinceramente, alla fine: “confesso che ho vissuto”.

1 – Fare una vacanza di almeno due settimane assolutamente soli a leggere libri, ascoltare musica e guardare il mare
2 – Arrivare in una limpida notte invernale a New York dal Queensboro Bridge
3 – Avere un incontro ravvicinato del terzo tipo sugli allineamenti di Karnac
4 – Vedere realizzato in un bel film il libro che hai amato tanto
5 – Saper tornare bambini ogni volta che è necessario
6 – Provare sempre stupore di fronte alla bellezza della natura e alla solidarietà umana
7 – Riuscire a dipingere un quadro enorme, anche se soffri della fobia di sporcare i fogli bianchi
8 – Avere una stanza tutta per sè
9 – Poter comperare quel quadro che ti piace tanto senza chiederti se lo potrai mai pagare
10- Regalare un sogno ad un bambino
11- Regalare un sogno ad una persona anziana
12- Avere un appuntamento col destino e non arrivare tardi
13- Avere un amico per compagno di vita
14- Riuscire a rispondere per le rime in alcuni momenti topici della vita
15- Ricevere la risposta giusta ad una domanda importante
16- Non avere paura della morte
17- Non avere paura della vita
18- Avere un luogo tuo dove tornare
19- Fare per tuo figlio quello che avresti voluto che i tuoi genitori avessero fatto per te
20- Andare all’avventura in un coast to coast dell’America a suon di musica anni ’60.

Certo che se continuavo, ne avrei trovati altre cento cose assolutamente da fare, ma mi accontento di queste, tutto sommato per la mia vita non ho, come ben potete vedere, esagerate pretese 🙂

Metti una sera…

In amore, personale on 24 ottobre 2012 at 6:01

Erano arrivati a raggiungere il faro. Un cartello annunciava che era la fine della terra, il punto più a nord della Scozia, lo diceva in inglese e sembrava un monito: “lasciate ogni speranza o voi che uscite…”. Lei ci avrebbe pure riso sopra, ma era stata una vacanza difficile. Lei quella vacanza l’aveva sognata, e l’avevano rinviata per tante ragioni. La pioggia era solo una scusa e il lavoro, ma lei temeva che pure quella fosse una scusa. Era troppo tempo che non prendevano una vacanza per loro.
Ormai non c’era più la giustificazione che il bambino era piccolo, non era comunque mai stato un problema, era cresciuto ed era un bambino tranquillo, che amava stare per conto suo e che non aveva problemi a viaggiare.
Finalmente erano partiti e pure questa volta era lei ad aver organizzato tutto, e si era portata la famiglia appresso come un pacco postale. Bella fortuna, direbbe qualcuno, tutti i giorni un sole mediterraneo e un calore che solo in Italia si può trovare, altro che pioggia, altro che plumbeo e freddo nord. Il sole non calava mai e quando lo faceva era solo per un’ora o due, poi tornava bello e brillante nel cielo. Che strana cosa il sole a nord, le giornate non finivano mai, e languivano in un crepuscolo luminoso fino a mezzanotte.
Fra loro c’era il silenzio, quella era una novità, non bella, non gradita. Sull’auto, nei posti davanti stava il padre e il figlio, a condividere le decisioni sulle strade da prendere e sui luoghi da visitare. Lei era tagliata fuori, trasportata ora sì, a sua volta come una cosa inutile dimenticata nei posti dietro.
Quanti brutti pensieri, quante supposizioni, che tristezza mentre attraversavano le distese di erica delle Highlands. Eppure quel viaggio era stato il suo sogno, aveva studiato quel percorso mettendoci tutta la sua inventiva e il suo istinto per i luoghi speciali. Era riuscita pure a trovare da dormire sulle rive di Loch Ness e aveva sperato che tornasse in tutti e tre l’allegria per quella storia di un mostro bonario che appare e scompare nelle acque di un lago. Ma era rimasta sola, a guardare l’acqua scura e nessun mostro era salito a galla a farle compagnia. Aveva trovato lungo le rive sassose pure un pezzo di ferro arrugginito che a guardarlo bene sembrava un pezzo di armatura e lui aveva riso liquidando la sua scoperta come il pezzo di un bidone arrugginito.
Era difficile viaggiare in compagnia e sentirsi soli. La faccenda era che lui non aveva mai voluto viaggiare da solo con lei, preferiva invitare amici o parenti, come se un viaggio fra loro fosse proibito oppure noioso, era questo a farle male e a renderla così malinconica. Era come se avesse paura di stare solo con lei.
E adesso che erano arrivati in quell’angolo di terra battuta dal vento tra arbusti bassi striati di ciuffi di lana di pecora lei finalmente si decise: “Dobbiamo parlare…”
Il bambino aveva capito che non era aria e si era allontanato per cercare le tane delle talpe e per guardare i terrorizzati piccoli dei gabbiani che venivano spinti dalle madri, seppur recalcitranti, a prendere il volo.
Lei, decisa, si era seduta sull’erba sotto l’ultimo sole caldo della sera, che durava in un tramonto senza fine. “Secondo logica dovrei chiederti che cos’hai? ma non lo farò, sarebbe solo una perdita di tempo. Quindi evitiamo il solito gioco dei “niente” e dei “perché?”, sarebbero come sempre un massacro. Quindi, senza darti ancora il diritto di replica, visto che in genere con le parole ci sai fare anche troppo, intendo chiarire alcuni punti e lasciare a te la libertà di rispondere o di incassare a seconda di quello che ritieni più giusto. Non intendo fare il sunto del nostro rapporto, che sarebbe lunghissimo e almeno per me piuttosto doloroso, intendo solo chiarirti che se tu non hai la forza o il coraggio di stare con me e di amarmi come sarebbe giusto che fosse, ti ritengo fin da ora totalmente libero dalla mia presenza e dalla responsabilità del bambino. Ho una sola e unica pretesa da sempre: essere per te una scelta e non un’imposizione.”
Fra di loro era sceso il silenzio, strano davvero visto che lui odiava tacere e ascoltarla. Guardava con aria incerta le scogliere consumate dal vento e scavate dal mare.
Lei tremava. Cosa avrebbe fatto adesso? L’avrebbe presa in giro, ridicolizzandola per le sue emozioni esagerate? Le avrebbe detto che amava un’altra e che avrebbero potuto trovare una soluzione da persone civili? Oppure avrebbe gridato di rabbia, come spesso succedeva per cose meno importanti e meno significative? Lei non voleva lasciargli lo spazio per farle del male. “Spero che questo silenzio significhi che stai considerando quello che ti dico. Troppo spesso mi liquidi con la frase “stai dicendo cazzate da donna”. sarebbe ridicolo perchè io sono una donna e dire quello che penso è parlare da donna, ho le esigenze di una donna che non vuole essere accudita, ma accompagnata, con affetto e partecipazione. Io non pretendo niente di più che la tua considerazione e possibilmente la tua voglia di prendere parte a questo nostro rapporto. Se così tu non sentissi, io sono in grado di decidere la nostra separazione e non ci sarà niente da pretendere uno dall’altro. Puoi riprenderti la libertà che comunque non ti ho mai tolto.”
Adesso sì che la guardava. Sapeva molto bene che lei non parlava così per dire. Sapeva anche che entro poco lei si sarebbe alzata, avrebbe preso per mano suo figlio e se ne sarebbe andata. Se era per quello, non sarebbe stata nemmeno la prima volta, e se quella volta era ritornata indietro l’aveva fatto solo perchè l’aveva pregata quasi in ginocchio, ma era tanto tempo fa. Sentiva che assieme al rumore del vento e al frangere del mare sugli scogli, avrebbe sentito il fruscio dei suoi passi allontanarsi e sapeva, sapeva che non si sarebbe voltata indietro e, aveva la percezione che, questa volta, sarebbe stata per sempre.
E provava angoscia e paura. Proprio lui che non aveva mai avuto bisogno di chiedere. Proprio lui che non aveva mai dovuto pregare una donna… strana cosa sentirsi abbandonato nell’angolo più a nord della Scozia, come un bambino che ha perso la mamma, come una nave che ha perso la bussola, come un cane che ha perso il padrone… e non era solo per quel bambino biondo che avrebbe preso con fiducia la mano della madre. Lei per quel bambino era lo scoglio, era la certezza… lei era tutto, ed era per questo che lui provava quella sorda gelosia, perchè fra lei e quel bambino non c’era bisogno di parole, tutto era amore, tutto era naturale e non costava fatica.
La guardava stupito e in qualche modo ammirato, solo lei aveva quell’alchimia a cui lui non aveva mai voluto cedere. Perché non lasciarsi andare a quell’amore? Perché lottare contro quell’oceano di emozioni che solo lei riusciva a muovere? Perché l’aveva sempre tenuta sulle spine, distante e non l’aveva sostenuta quando avrebbe dovuto farlo? Si sentiva in colpa, eppure sapeva che quello era il solo modo che conosceva di voler bene.
Lei lo guardava seria, nei suoi occhi c’era decisione e forza, una forza che lui non sarebbe mai riuscito ad avere, non aveva mai saputo trovare in se stesso. A lui l’amore degli altri era sempre venuto facile, ma il suo di amore?.. ma poi lui aveva mai saputo amare? E se fosse tornato solo e libero non sarebbe stato più facile e soddisfacente? Donne senza impegno… l’aveva sempre fatto… vita facile senza responsabilità. Voleva questo?
Lei si stava alzando… Dove andava quella pazza? Senza auto o mezzo di trasporto, non una stazione dei treni… ma siamo in culo al mondo, dove pensava di andare? Ma perché mi lascia solo? Perché non capisce che quello che io do è il massimo?
Lei si era guardata attorno, quel posto era selvaggio e bellissimo, era senza dubbio degno della fine di un amore. Era stanca di amare per due. Voleva… ma cosa voleva? Lui poteva essere diverso, ma non voleva essere diverso, tutto qui. Accettare la realtà… ecco quello che doveva fare. Riprendersi la sua vita e pensare al bambino, era la sola possibilità che aveva.
Possibile che quel silenzio avesse un prezzo così alto?
Ad un tratto lui l’aveva presa per un braccio e l’aveva fatta sedere sull’erba, l’aveva guardata con uno sguardo strano che non gli aveva mai visto. “Ma perché invece di andartene non mi insegni ad amare?”
Ecchecazzo fosse stato facile!

Londra per dimenticare

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 3 giugno 2012 at 0:27

Avevamo deciso di partire per dimenticare. Le nostre ragioni erano diverse, ma tutto sommato anche piuttosto simili: eccesso di amore.
Vincenzo si era lasciato con Angela, Sandro aveva dovuto lasciar partire la sua piccola per un paese lontano e io…. beh io volevo lasciare un uomo troppo… troppo e basta. Quindi Londra con quel suo bagaglio di musica e moda che ormai non ha più. Glocester Road, ricordo pure il numero… una vecchia pensione con poche stanze e giovani di tutte le nazionalità, noi in più avevamo la chitarra… quella che non avevamo permesso che fosse imbarcata con i bagagli. Sandro si era opposto sgranando i suoi occhioni più fascinosi e quel sorriso disarmante: “No, non posso farne senza…” e l’hostess capitolò. Lui sapeva come fare a convincere, per lui non era mai stato un problema. Soldi pochi… anche meno, ricordi tanti, sempre più faticosi.
Vincenzo parlava di Angela, era finita da troppo poco, non riusciva ancora a non parlarne… e ci raccontava cosa avevano fatto e cosa avevano detto e come le cose erano cambiate… io e Sandro già più sfiancati stavamo zitti… Londra per dimenticare e quindi facciamolo.
La stanza era per tre, come stare separati? Un letto doppio e uno singolo da giocarsi con una conta e alla fine democraticamente suddiviso in parti uguali sia il doppio che il singolo, tre notti con Vincenzo, tre notti con Sandro e tre notti da sola, ci era sembrata la soluzione migliore e forse lo era. Un sandwich a mezzogiorno e una scappata al ristorantino greco alla sera, economico, ma la migliore tarama che avrei mai mangiato nel mio futuro. Nel tempo libero a suonare la chitarra per le scale della pensione, tutti i ragazzi seduti sui gradini, nessuna necessità di parlare una lingua comune, bastava la musica.
Ed era la sua voce a dominare tutto, le sue canzoni, quell’inglese di assoluta invenzione, si andava ad orecchio, si bluffava in buona fede, nessuno aveva da ridire, era bello così, era assolutamente perfetto.
Già lo sapevamo che nessuno ci avrebbe allontanato, lo facevamo anche a casa, seduti sui gradini di un ponte a suonare lungo tutta la notte, nemmeno chi doveva dormire si lagnava e poi il padrone della pizzeria che cucinava tutto le palle della pasta di pizza avanzate e ce le offriva assieme ad una birra fresca. Poi a chiaccherare fino alle prime luci dell’alba: “ti accompagno” e adesso “ti accompagno io” avanti e indietro come ubriachi che non vogliono rincasare. A quel tempo ce la facevo, tornavo per farmi una doccia e per cambiarmi e poi andavo a lavorare, come se niente fosse… quando si è giovani anche dormire è una perdita di tempo.
E Londra ci sembrava un buon posto per dimenticare, con i suoi pubs e tutti quei giovani alla ricerca di sé stessi e di un luogo dove appoggiarsi e parlare. La voce di Rod Stewart su tutto, e quella di Sandro, l’ultimo colpo basso anche al suo funerale. Troppo… troppo da sopportare.
Probabilmente neanche allora eravamo facili a dimenticare, come non lo siamo nemmeno oggi. Ricordo come avevi ringraziato l’hostess che ti aveva versato addosso il caffè bollente, forse era più carina delle altre o forse era solo che ti veniva meglio fare il flemmatico uomo inglese. Ma quel viaggio erano stato un viaggio strano pieno di fughe improvvise e di passeggiate solitarie nei parchi cittadini, dovevamo fare i conti con le nostre storie, mentre in un freddo ferragosto cercavamo di ricomporre le nostre vite.
“Sandro… dormi?” “Sì” rispondevi e io mi giravo dall’altra parte. Vincenzo dal suo letto rispondeva: “Non credergli, racconta balle…” ed eravamo certi… sicuri di non essere soli al mondo nel buoio della notte londinese. La mattina Sandro mi diceva che io di notte piangevo come un gattino abbandonato, ma io non gli ho mai creduto e se era vero io non lo saprò mai. Vincenzo invece ronfava un po’, ma delicatamente, lui sì sembrava un gatto in procinto di fare le fusa. Osservazioni delicate e tenere per gente in convalescenza.
No non abbiamo dimenticato nulla, nemmeno i nostri problemi, nemmeno la musica o le parole, o i giardini stranamente coronati di fiori e le vecchie signore a passeggio e le ragazzine con le minigonne, i nomi dei pubs e delle strade e il termosifone acceso e tutti i vestiti a cipolla per ripararci dal clima inclemente e Baker Street e Rigent’s Park e il Pink Pork… e il Silver Jubilee e le foto della regina su tutte le tazze e sui biscottini… inutile, malgrado tutti gli sforzi che avevamo fatto, la prima volta a Londra non si poteva e non si può dimenticare.
Me l’hai ripetuto pure qualche anno fa cosa aveva significato per te quel viaggio, ma io non ti credevo allora e non ti ho creduto nemmeno ora, tanto tra amici si può fare ed è più semplice così, solo in questo modo si può sopportare la distanza e l’abbandono ed io intanto ho imparato a piangere come un gattino, ma in silenzio.

129) La crociera

In Un libro al giorno on 13 ottobre 2010 at 8:00

Siccome le vie che vanno dallo Strand al Lungo Tamigi sono strettissime, è meglio camminare a braccetto. Se ci si ostina, i giovani di studio saranno costretti a spiccare grandi balzi nella mota; le dattilografe dovranno scalpitare di impazienza alle nostre spalle. Nelle vie di Londra, dove la bellezza passa inosservata, l’eccentricità deve pagare lo scotto; ed è meglio non essere molto alti, non portare un lungo mantello azzurro, o trinciare l’aria con la mano sinistra.

Soluzione
Titolo: LA CROCIERA
Autore: VIRGINIA WOOLF

trama: Si narrano le prime esperienze amorose di una sedicenne rimasta a lungo estranea all’amore. Tuttavia il suo primo approccio è del tutto negativo, lei ne rimane a dir poco disgustata, causandole anche un brutto incubo nella notte, proponendo il topos dell’incubo nel tunnel, e dunque chiaro riferimento alle idee freudiane. (da wikipedia)

98) Seta

In Un libro al giorno on 12 settembre 2010 at 8:00

Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell’esercito, Hervé Joncour aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile.
Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta.
Era il 1861. Flaubert stava scrivendo Salammbò, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.
Hervé Joncour aveva 32 anni.
Comprava e vendeva.
Bachi da seta.

Soluzione
Titolo: SETA
Autore: ALESSANDRO BARICCO

Trama: Questo romanzo, ambientato nel 1860 circa, narra delle della vita di Hervé Joncour, commerciante francese di bachi da seta, che, a causa di un’epidemia che ha colpito i bachi da seta di tutti i paesi europei e africani, è costretto a recarsi in Giappone per comprarne le uova. In questo paese, per lui nuovo e surreale, è accolto alla corte di Hara Kei, un uomo enigmatico, che è sempre in compagnia di una giovane ragazza, “i suoi occhi – come descrive Baricco – non avevano un taglio orientale, il suo volto era il volto di una ragazzina”.
Tra i due nasce un’intensa attrazione, costituita da una triste, segreta e imponente danza di sguardi. Nonostante il suo ritorno a casa, dove l’aspetta la moglie, Helen, non riesce a dimenticare quella ragazza che con il suo volto, il suo sguardo, e il mistero che in esso è avvolto, lo aveva stregato. Passa il tempo, e, dopo un anno, a rianimare la passione di Hervé, arriva una lettera, composta da poche parole, scritte dalla giovane, che lo sollecitano a ripartire per il Giappone. Compie altri viaggi, animati dalla speranza di incrociare, anche solo per un momento, lo sguardo profondo della ragazza.
Nell’ultimo di questi trova un paese distrutto dalla guerra civile. Dopo molte peripezie riesce a trovare la carovana di Hara Kei, che sfugge alla distruzione. Egli lo incita a non far più ritorno. Così Hervé torna in Francia, dove lo attende la moglie gravemente malata, che muore qualche mese dopo. Solo allora Hervé si accorge che la cosa a cui veramente teneva di più, era sempre stata lì accanto a lui, ma, cieco era andato a inseguire una giovane, impalpabile come la seta, di cui non conosceva nemmeno il nome, con cui non aveva mai scambiato nemmeno una parola.

81) I viaggi di Gulliver

In Un libro al giorno on 28 agosto 2010 at 12:34

Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per quattro anni; e inviandomi talora mia padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi.

Soluzione
Titolo: I VIAGGI DI GULLIVER
Autore: JONATHAN SWIFT

Trama: Il libro si apre con un breve preambolo nel quale Gulliver si presenta, come d’uso nei libri dell’epoca, e fornisce un breve sunto della sua vita e degli avvenimenti precedenti ai suoi viaggi. Sappiamo dunque che si tratta di una persona di mezza età, di classe borghese, versato nella medicina e nella conoscenza delle lingue, con una grande passione per i viaggi, il che capita decisamente a proposito. Il primo viaggio viene intrapreso dal protagonista poiché egli non riesce a supportare la sua famiglia con la sua carriera di medico e dunque decide di imbarcarsi su una nave come chirurgo di bordo. Salpato da Bristol il 4 maggio 1699, naufraga su una terra sconosciuta, dopo 6 mesi di navigazione, a causa di una tempesta. Al suo risveglio si trova prigioniero di una razza di uomini alti 6 pollici (circa 15 centimetri) , abitanti le isole vicine di Lilliput e Blefuscu (che l’analisi critica identifica, rispettivamente, come allegorie dell’Inghilterra e della Francia del tempo), divise sino al fratricidio da un’annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (allegoria delle dispute religiose tra cattolici e anglicani). Dopo aver dimostrato la propria disposizione pacifica e giurato fedeltà all’Imperatore, a Gulliver vengono offerti alloggio e sostentamento e viene accolto a Corte. Le sue osservazioni sulla corte di Lilliput (modellata su quella di Giorgio I) mettono in ridicolo le lotte tra le varie fazioni, rappresentate dalla rivalità tra ‘tacchi alti’ e ‘tacchi bassi’ (i partiti Whig e Tory), gli intrighi di corte, i metodi con cui viene conquistato il potere e la fiducia del sovrano, insistendo sulla corruzione dei tempi presenti rispetto a un luminoso passato. Pur avendo aiutato i Lillipuziani a sconfiggere Blefuscu trascinando in porto l’intera flotta nemica, Gulliver rifiuta di aiutarli a ridurre in schiavitù il popolo vicino. Questo episodio palesa l’ingratitudine dei sovrani e particolarmente dell’Imperatrice, sua nemica giurata dal momento in cui Gulliver ha salvato il Palazzo da un incendio con la propria urina. Lo scatenarsi di congiure di palazzo (nelle quali si continuano a ritrovare paralleli con la storia personale di Swift) fa sì che Gulliver venga dichiarato un traditore e condannato all’accecamento, che nelle intenzioni dei suoi rivali dovrà essere seguito da una lenta agonia per fame. Avvertito da un cortigiano fedele, Gulliver anticipa una visita presso i sovrani di Blefuscu per sfuggire alla sentenza prima che venga ufficialmente annunciata. Mentre la notizia giunge a Blefuscu, la fortuna vuole che una scialuppa di dimensioni adatte a Gulliver arrivi sulle coste dell’isola e gli consenta di fare ritorno a casa. (da Wikipedia)

78) Il mago di Lublino

In Un libro al giorno on 25 agosto 2010 at 8:00

Quel mattino Yasha Mazur, o il Mago di Lublino, com’egli era conosciuto ovunque tranne che nella sua città natale, si destò di buon ora. Rimaneva sempre a letto per uno o due giorni, dopo aver fatto ritorno da un viaggio; lo sfinimento imponeva che indulgesse a un sonno ininterrotto. Sua moglie Ester gli portava dolciumi, latte, un piatto di minestra d’avena; lui mangiava e tornava ad appisolarsi. Il pappagallo strillava; Yokatan, la scimmia, batteva i denti; i canarini fischiavano e trillavano, ma Yasha, ignorandoli, si limitava a rammentare ad Ester di abbeverare le cavalle. Avrebbe potuto fare a meno di impartirle tali istruzioni; ella ricordava sempre di attingere acqua al pozzo per Kara e Shiva, le loro due giumente grigie, o, come Yasha le aveva soprannominate, Polvere e Ceneri.

Soluzione
Titolo: IL MAGO DI LUBLINO
Autore: ISAAC SINGER

Trama: Funambolo, prestigiatore, illusionista, maestro, come Houdini, nell’aprire serrature e lucchetti anche bendato o ammanettato. Questo è Yasha, il mago di Lublino. Sul punto di abbandonare la fedele moglie Esther per fuggire in Italia con un’amante, sul punto di usare le sue prestigiose abilità per scopi criminali, come gli consigliano da tempo amici ruffiani e ladri, questo «zingaro della lussuria» d’un tratto si ferma e si fa murare in una stanza della casa per scontare i suoi peccati. Diventando così, suo malgrado, un saggio venerato da ebrei vicini e lontani.
Personaggi come il mago di Lublino se ne incontrano raramente nella narrativa di tutti i tempi: l’irrequietezza, la sensualità, i dubbi tormentosi, gli abbandoni al piacere e al pentimento ne fanno un carattere paragonabile ad alcuni personaggi di Leskov, Gogol’, Cěchov. Dalla prima all’ultima pagina seguiamo la parabola di Yasha, che viene condotto dal suo egoistico e onnivoro desiderio a ogni sorta di eccesso. Ma ne rimarrà insoddisfatto finché non giungerà alla consumazione dell’eccesso supremo: la rinuncia al desiderio, la perdita di sé in Dio. (da Casa Editrice Longanesi)

All’ombra del Big Ben

In amore, Cultura, Giovani, personale, Viaggi on 16 marzo 2010 at 18:48

Certo che quei due ne fanno di cose quest’anno. Inutile dire che, a mio modesto avviso, era giunto il loro momento e sarebbe stato stupido non farle. La vita riserva sorprese, ma anche consente priorità diverse in momenti diversi. Michele ne ha già parlato con entusiasmo. Ora tocca a me raccontare questa storia che non sarebbe diversa, ma solo vista da altri occhi, quelli di Rossana. E’ già stato detto che la partenza prometteva male: bufera di neve. All’aeroporto arrivano sconvolti, ma per fortuna si parte. Londra è sempre Londra si sa, ma a periodi è qualcosa di meno e altre volte è qualcosa di più. Rossana c’era stata tante volte, là aveva anche amici, che ormai si sono trasferiti in California. Là aveva studiato all’Università per un certo periodo anche suo figlio. Certo, comunque, Michele, che ci arrivava per la prima volta, glielo aveva fatto ricordare: Londra era un mito della loro epoca. Non solo perché era stata il luogo d’origine della colonna sonora di quei ragazzi, ma anche perché da lì venivano generati gli usi e i comportamenti di un’intera generazione, coinvolgendo anche quelli delle future.
Le gonne sono tornate corte, ma in modo esagerato, mica come ai tempi di chi le aveva inventate, quella Mary Quant che aveva reso famosa Carnaby Street. Oggi folleggiano anche dei mini pants che si indossano anche sotto giacche da donne in carriera o anche camicette da figlie dei fiori. La moda è sempre moda e i tempi sembrano ricorrersi in un giro vizioso. La musica poi se non è la stessa, poco ci manca. Rossana e Michele si sono svenati nei negozi di CD a ripescare tutto il loro passato, a vivere emozioni nel Tube di Londra, ad ascoltare musiche che non hanno dimenticato mai. E’ lì che un ragazzo suona quella vecchia canzone, con quella voce, quasi la stessa voce, scavando nella loro nostalgia. Rossana si ferma e sorride, il ragazzo la guarda e sorride. Un dialogo fatto di sguardi e sorrisi e di uguali parole cantate. A sentir lei si sono detti tacitamente molte cose, soprattutto che non c’era nessuna differenza d’età fra loro. Una bella canzone cancella tutto, spiana i ricordi e riesce ad accomunare l’universo mondo in un’unica esperienza: quella della musica universale. Lei, se non fosse stata così felice, avrebbe pianto per quella canzone e il ragazzo lo sapeva. Michele aspettava con la sua mano tesa di riprendere la strada, dopo che le monete erano cadute sulla custodia della chitarra. “Ciao ragazzo, gli assomigli pure a Jeff Buckley, spero solo che avrai più fortuna.”
I nostri due hanno corso verso altri luoghi, ma con in testa sempre una qualche musica, un qualche altro ricordo. Per Rossana girare Londra non è complicato, sarà per quel suo naturale senso di orientamento o per la sua memoria per i luoghi, ma niente era impossibile per loro. L’unico limite erano i loro piedi, che ad una certa età, perdono le ali. Un museo dietro l’altro, tutti troppo stupefacenti per non perdersi nelle sale, tutti tanto civili da non pretendere un biglietto d’ingresso. Rossana pensa che la civiltà si possa misurare proporzionalmente alla disponibilità di consentire a tutti l’accesso alla cultura. E la Gran Bretagna è un paese civile, almeno in questo. Classi di bimbi seduti per terra davanti ai quadri della National Gallery a discutere con l’insegnante dei minimi particolari di quella pittura. Cosa c’è di più civile? Rossana non aveva mai visto una familiarità così evidente verso la cultura. Non esiste questo approccio nel nostro paese. Da noi, davanti all’arte si parla a bassa voce come in chiesa. Si passa in silenzio come di fronte ad una sepoltura. Ma non è questo il rispetto. Rispetto è capire e amare, comprendere fino in fondo il messaggio universale della “bellezza”.
Poi la sera ad annusare l’aria a Leicester Square o lì attorno a China Town. Scovare un ristorantino, ma anche solo a vedere questa marea policroma di giovani che sciamano di pub in pub e che si incontrano con ragazze che sfidano con i loro corti abitini sbracciati, scollati e succinti, le gelide nottate londinesi. Rossana aveva pensato che se avesse avuto una figlia e fosse stata lì, vestita così, il giorno dopo l’avrebbe fatta visitare prima da uno psichiatra e poi da un pneumologo. Ma si sa che lei si comporta sempre come una mamma italiana che si frena solo per il senso del ridicolo. Per fortuna suo figlio è maschio e già adulto da un po’ e queste cose non le deve sopportare. Anche lui casualmente è a Londra e si incontrano, assieme ai suoi amici, a Portobello Road. Giusto il tempo per guardare le bancarelle e per mangiare, in piedi, delle vaschette di cibo ghanese, tra l’altro anche piuttosto buono. Poi di corsa alla Tate Modern. Rossana sa che Michele ci perderà gli occhi. Perché loro amano davvero tutta l’arte e tutto lo scibile umano però la loro preferenza va all’arte moderna e contemporanea. Lì c’è tutto, magari non il meglio, ma c’è una sintesi stupenda del 900 e anche di arte contemporanea. Lei c’era stata qualche anno prima, ma ora le acquisizioni erano molte ma molte di più. Lei resta comunque e sempre col naso all’insù ad analizzare i risultati del progetto di ristrutturazione dell’antica fornace. Come sono arditi gli anglosassoni, da noi sarebbe impensabile. Così analizza tutti i contenitori della sua città che potrebbero trasformarsi in una simile Galleria e forse anche in molto di più. Ci sono, lo sa, ma non esistono i mecenati lungimiranti di quel paese. Non esiste un governo che faciliti finanziamenti ed opere per favorire la cultura. Ecco perché esce con un po’ di rabbia nel cuore che si rinfocola subito davanti al Millennium Bridge. Lei e Michele mica sono d’accordo sulle opere che si possono e non possono fare nella loro città. Lei è più possibilista, lui invece è più conservatore. Il ponte di Calatrava diventa oggetto di discussione, anima la serata finché alla fine non terminano con il ridere di loro e delle inutili scaramucce, attorno a niente, che li ha sempre contraddistinti fin da quando erano ragazzi. Amore e guerra per poi capitolare in una resa senza condizioni. Sotto l’ombra del Big Ben, come sotto il campanile di S. Marco, perdono e spendono il loro tempo, senza avere più l’ansia di una volta. Col desiderio di assaporare tutto senza limiti e senza remore.
Avevano due festeggiamenti da fare, tutti e due molto importanti, almeno per loro, almeno per la loro storia. La festa si è mescolata ai festeggiamenti del giorno di S. Patrick tra le birre e i colori dell’Irlanda “irredentista”. Tutti sotto l’occhio discreto di chi ha subito la loro voglia di libertà, ma anche calpestato a lungo i loro diritti. Rossana ovviamente ama l’Irlanda che considera la sua seconda patria, forse anche per il colore dei capelli che ha portato, con orgoglio, in testa fin da neonata. Anche questa è l’Inghilterra civile. Una puntatina ad Hyde Park Corner. Michele guarda stupito gli oratori montati su qualsiasi oggetto li possa elevare, arringare un popolo divertito. A volte tutto si trasforma in battibecco. A volte in animata discussione. C’è anche un Imam che parla del Corano con poco lontano la moglie in burqa che gentilmente tiene a bada tre adorabili bambini e contemporaneamente parla con un giovane inglese che la ascolta rapito. Che mondo strano questo mondo. Inevitabile è il paragone con il nostro povero provinciale paese. Arriva velocemente l’ultima sera, decidono per una cenetta nella zona di Liverpool Station, proprio in mezzo a Bangla Town, insomma lì dove di giorno c’è il mercato di Brick Lane. Il figlio di Rossana c’era stato spesso ai tempi dell’Università. Effettivamente si mangiava bene, a poco prezzo e inoltre il posto era pulito. Tutto classicamente indiano, evidentemente. Ecco l’ultima notte di luci londinesi. Loro lo sanno che vorrebbero non partire, sanno quante altre cose vorrebbero ancora vedere, c’è per esempio quella galleria d’arte dove Michele ha visto le opere di pittura di Bob Dylan. A dir la verità sicuramente è più bravo a comporre canzoni che a dipingere. Oppure c’è quella splendida mostra di Van Gogh che hanno lasciato per ultima e che non sono riusciti a vedere. Si dicono: “Va bene dai, ritorneremo.” E non sanno se lo dicono per consolarsi oppure per darsi coraggio, che poi alla fine sarebbe la stessa cosa.
La valigia ora è molto più pesante, tra i maglioni che non erano serviti nel clima stranamente mite di una primavera che anche da loro stenta, sono infilati i libri d’arte e i cd da collezione. Rossana e Michele ripassano nella mente i ricordi delle loro giornate e intanto il volo attraversa nuvole cotonose e sorvola montagne innevate. Forse anche qui avrebbero trovato primavera. Forse anche qui avrebbero avuto ancora molto da ricordare.

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