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85) L’amico ritrovato

In Un libro al giorno on 31 agosto 2010 at 8:00

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.

Soluzione
Titolo: L’AMICO RITROVATO
Autore: FRED UHLMAN

Trama: Stoccarda, anni trenta. Hans Schwarz frequenta il locale liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda. Un giorno viene aggregato alla classe Könradin von Hohenfels, di famiglia nobile, dai modi e tratti assai diversi da quelli degli altri compagni di scuola di Hans. Il rango nobiliare di Könradin intimidisce gli altri ragazzi, pur provenienti da famiglie alto-borghesi, ma affascina Hans che desidera diventargli amico. Tuttavia Könradin si dimostra poco attratto anche dal “Caviale”, il gruppo di nobili della classe che non stimolano affatto il suo interesse.
Un giorno, l’attenzione di Könradin viene catturata da Hans che faceva mostra di alcune monete antiche in classe e così scoprirono di avere una passione in comune. Dopo, sulla strada di casa, Könradin rivolge la parola ad Hans ed entrambi iniziano a discutere; da lì inizia un’amicizia basata anche su interessi comuni: Hans invita Könradin a casa sua e gli fa conoscere i suoi genitori (e gli mostra la sua collezione di monete, della quale va molto orgoglioso). Anche Könradin invita Hans a casa propria: la casa di famiglia di Könradin è di gran lunga più grande e lussuosa di quella di Hans, ma la cosa cui questi fa quasi subito caso è che non viene mai presentato ai genitori del suo amico, e ne viene a scoprire la ragione in maniera piuttosto traumatica: una sera, a teatro con la sua famiglia, Könradin fa finta di non conoscere Hans e non lo saluta. L’indomani, richiesta una spiegazione, Könradin dice ad Hans che sua madre odia e teme gli ebrei e suo padre, per amore della moglie, ne sostiene le posizioni: entrambi i genitori, inoltre, non gradiscono che il figlio frequenti ebrei.
Le leggi razziali di Hitler, nel frattempo, modificano lo status degli ebrei e anche Hans non è esente da discriminazioni, sebbene Könradin, per quanto seguace del dittatore tedesco, continui a far di tutto per evitare problemi al suo amico ebreo, con il quale però i rapporti sono ormai irrimediabilmente compromessi a causa dell’ideologia. Le strade dei due ragazzi si separano alfine quando i genitori di Hans decidono di mandare il ragazzo da alcuni zii negli Stati Uniti a New York. Una volta messo in salvo il figlio, i genitori di Hans si suicidano con il gas.
Da quel momento, e per più di trent’anni, Hans non sa più nulla delle vicende di casa propria: studia a Harvard, diventa avvocato sebbene la sua aspirazione fosse diventare un poeta e si costruisce una carriera in America, quando un giorno riceve una lettera dalla Germania: è il suo liceo di Stoccarda, che chiede ai suoi ex alunni ancora viventi un contributo per costruire un monumento in memoria dei loro compagni di scuola che caddero nella Seconda guerra mondiale. Alla lettera è allegata una lista in ordine alfabetico e Hans la scorre, saltando volutamente, tuttavia, la lettera “H”. Quando sta per gettare via la lettera, spinto dalla curiosità, scorre anche la lettera mancante e legge, alla voce von Hohenfels, Könradin: «Implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato». Alla luce di questa scoperta, Hans si rende conto che i costumi del suo amico non erano corrotti come quelli della madre nazista e apprende di aver ritrovato l’amico Konradin postumo di un grandioso atto eroico. (da Wikipedia)

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83) Il Gattopardo

In Un libro al giorno on 30 agosto 2010 at 8:00

Maggio 1860
“Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.”
La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre.

Soluzione
Titolo: IL GATTOPARDO
Autore: GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

Trama:Il libro inizia con questa frase: “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen” (Adesso e nell’ora della nostra morte. Amen).
Come detto il Gattopardo si ispira alla vita dell’antenato dello stesso autore, che nel romanzo diventa il Principe Fabrizio Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e nel feudo agrigentino di Donnafugata, che altro non è che il paese di Palma di Montechiaro).
Don Fabrizio è padre di sette figli ed è esponente di un casato che per secoli “non aveva mai saputo fare neppure l’addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti”. Il principe possedeva forti inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all’astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Ma un’altra passione erano anche le donne: di fatti la moglie, Maria Stella, era solita subire crisi isteriche quando sapeva del marito e delle amanti che frequentava. I pensieri di Don Fabrizio oscilleranno sempre tra eros e thanatos, amore e morte, pensieri sensuali e pensieri fortemente negativi e disillusi. All’inizio del primo capitolo si parla di un cadavere rinvenuto nel giardino di Casa Salina “il cadavere di un giovane soldato del quinto battaglione cacciatori, che ferito nella zuffa di san Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghie confitte nella terra, coperto di formiconi; e di sotto le bandoliere gl’intestini violacei avevano formato pozzanghera”.
Nel maggio 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che ormai è prossima la fine della sua supremazia: infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, la nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio.
Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Calogero Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, si innamora di Angelica, figlia di don Calogero, “bocca di fragole e anfora colma di monete” che infine sposerà, abbagliato sicuramente dalla sua bellezza, ma attratto anche dal suo patrimonio.
È Tancredi, nel comunicare al Principe la decisione di unirsi alle truppe piemontesi, che dice la famosa frase: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!” A questo punto Don Fabrizio comprende che non bisogna opporsi al cambiamento imminente.
Un episodio molto importante riguarda il plebiscito a Donnafugata, nel quale si domanda al popolo di votare in favore o meno all’annessione della Sicilia al Regno Italico. Molti cittadini chiedono a Don Fabrizio un parere, egli risponde di essere favorevole e perciò suggerisce di votare “sì”. Questa indicazione, coerente con le convinzioni maturatesi in Don Fabrizio sull’opportunità di non opporsi al nuovo regime, viene però interpretata da alcuni come un gesto machiavellico: sarebbe sciocco da parte del principe votare in favore, perderebbe il potere. Altri invece, delusi dal pensiero di Don Fabrizio, non vogliono passare sotto un altro regime, preferendo, secondo l’antico proverbio, “un male già noto a un bene non sperimentato”. Tuttavia ogni tentativo di opporsi è vano: i voti negativi vengono annullati da Don Calogero Sedara.
Un altro episodio significativo è l’arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d’Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano. E cercando di raccontare al suo ospite la capacità di adattamento che i siciliani, sottoposti nel corso della storia all’amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto giocoforza sviluppare. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: “…E dopo sarà diverso, ma peggiore.”
La vita del principe da allora prosegue in modo monotono e sconsolato, fino alla sua morte che lo coglie in un’anonima stanza di albergo nel 1883, mentre tornava da Napoli, viaggio intrapreso per sottoporsi a visite mediche. Nella sua casa rimarranno le tre figlie nubili, inacidite da una vita chiusa e solitaria.
Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì in una modesta camera d’albergo, lontano da casa, in un viaggio intrapreso per cure mediche.

82) Signor Malausséne

In Un libro al giorno on 29 agosto 2010 at 8:00

Il bambino era inchiodato alla porta come un uccello del malaugurio. I suoi occhi plenilunio erano quelli di una civetta.
Loro erano sette e salivano le scale quattro a quattro. Naturalmente ignoravano che questa volta gli avevano inchiodato un moccioso alla porta. Pensavano di aver già visto tutto e quindi correvano verso la sorpresa. Ancora due piani e un piccoli Gesù di sei o sette anni avrebbe sbarrato loro la strada. Un bimbo-dio inchiodato vivo a una porta. Chi può immaginare una cosa simile?

Soluzione
Titolo: SIGNOR MALAUSSENE
Autore: DANIEL PENNAC

Trama: Come nei libri precedenti, il protagonista è Benjamin Malaussène assieme alla sua numerosa famiglia. Nel romanzo, a metà tra il giallo psicologico ed il grottesco, la drammaticità delle storie di vita quotidiana del clan Malaussene si intreccia con quella di meretrici pentite, riportate sulla retta via da una suora iperattiva che si trasforma in un poliziotto instancabile e determinato per far luce sulla misteriosa scomparsa di alcune delle sue pecorelle smarrite. Il romanzo è un viaggio doloroso all’interno dell’animo umano, fatto attraverso i ricordi personali e collettivi dei personaggi che lo compongono, attraverso la loro umanità e compassione reciproca.

81) I viaggi di Gulliver

In Un libro al giorno on 28 agosto 2010 at 12:34

Mio padre possedeva un modesto fondo nella contea di Nottingham, e io sono il terzo di cinque figli. All’età di anni quattordici egli m’inviò al Collegio Emanuele di Cambridge, ove rimasi per tre anni, dedicandomi strettamente agli studi: ma essendo il costo della retta troppo oneroso per le nostre povere sostanze (sebbene vivessi piuttosto magramente), fui destinato quale apprendista presso il dottor Giacomo Bates, eminente chirurgo di Londra, col quale rimasi per quattro anni; e inviandomi talora mia padre piccole somme di danaro, le investii per apprendere l’arte di navigare e altre cognizioni matematiche, utili a chi voglia darsi ai viaggi: come sempre ritenni sarebbe stata un giorno la mia sorte. Lasciato il dottor Bates, me ne tornai alla casa paterna; ove, con l’aiuto di mio padre e di mio zio Giovanni e d’altri parenti, raccolsi la somma di quaranta sterline e una promessa di trenta sterline annue per mantenermi a Leida: ivi studiai la medicina per due anni e sette mesi, ben sapendo che ciò sarebbe stato utile nei lunghi viaggi.

Soluzione
Titolo: I VIAGGI DI GULLIVER
Autore: JONATHAN SWIFT

Trama: Il libro si apre con un breve preambolo nel quale Gulliver si presenta, come d’uso nei libri dell’epoca, e fornisce un breve sunto della sua vita e degli avvenimenti precedenti ai suoi viaggi. Sappiamo dunque che si tratta di una persona di mezza età, di classe borghese, versato nella medicina e nella conoscenza delle lingue, con una grande passione per i viaggi, il che capita decisamente a proposito. Il primo viaggio viene intrapreso dal protagonista poiché egli non riesce a supportare la sua famiglia con la sua carriera di medico e dunque decide di imbarcarsi su una nave come chirurgo di bordo. Salpato da Bristol il 4 maggio 1699, naufraga su una terra sconosciuta, dopo 6 mesi di navigazione, a causa di una tempesta. Al suo risveglio si trova prigioniero di una razza di uomini alti 6 pollici (circa 15 centimetri) , abitanti le isole vicine di Lilliput e Blefuscu (che l’analisi critica identifica, rispettivamente, come allegorie dell’Inghilterra e della Francia del tempo), divise sino al fratricidio da un’annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (allegoria delle dispute religiose tra cattolici e anglicani). Dopo aver dimostrato la propria disposizione pacifica e giurato fedeltà all’Imperatore, a Gulliver vengono offerti alloggio e sostentamento e viene accolto a Corte. Le sue osservazioni sulla corte di Lilliput (modellata su quella di Giorgio I) mettono in ridicolo le lotte tra le varie fazioni, rappresentate dalla rivalità tra ‘tacchi alti’ e ‘tacchi bassi’ (i partiti Whig e Tory), gli intrighi di corte, i metodi con cui viene conquistato il potere e la fiducia del sovrano, insistendo sulla corruzione dei tempi presenti rispetto a un luminoso passato. Pur avendo aiutato i Lillipuziani a sconfiggere Blefuscu trascinando in porto l’intera flotta nemica, Gulliver rifiuta di aiutarli a ridurre in schiavitù il popolo vicino. Questo episodio palesa l’ingratitudine dei sovrani e particolarmente dell’Imperatrice, sua nemica giurata dal momento in cui Gulliver ha salvato il Palazzo da un incendio con la propria urina. Lo scatenarsi di congiure di palazzo (nelle quali si continuano a ritrovare paralleli con la storia personale di Swift) fa sì che Gulliver venga dichiarato un traditore e condannato all’accecamento, che nelle intenzioni dei suoi rivali dovrà essere seguito da una lenta agonia per fame. Avvertito da un cortigiano fedele, Gulliver anticipa una visita presso i sovrani di Blefuscu per sfuggire alla sentenza prima che venga ufficialmente annunciata. Mentre la notizia giunge a Blefuscu, la fortuna vuole che una scialuppa di dimensioni adatte a Gulliver arrivi sulle coste dell’isola e gli consenta di fare ritorno a casa. (da Wikipedia)

80) Cecità

In Un libro al giorno on 27 agosto 2010 at 12:31

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano cosi. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentono arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti per la città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o degli imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Soluzione
Titolo: CECITA’
Autore : JOSE’ SARAMAGO

Trama: In una città mai nominata, un automobilista fermo al semaforo si accorge di essere diventato improvvisamente cieco. La sua malattia, però, è peculiare: infatti egli vede tutto bianco. Tornato a casa con l’aiuto di un altro uomo (che ben presto si rivelerà un ladro) racconta l’accaduto a sua moglie. I due si recano da un medico specialista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna e una ragazza dagli occhiali scuri. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che, nel seguito della storia, sarà chiamato il primo cieco), si accorge di non avere spiegazioni per quella improvvisa cecità. Ben presto, però, la cecità comincia a diffondersi. Il ladro di automobili, il medico, la moglie del primo cieco, sono tutti colpiti dalla strana malattia. La moglie del medico sembra l’unica a non essere contagiata. L’epidemia si diffonde in tutta la città e il governo del paese decide, provvisoriamente, di rinchiudere i gruppi di ciechi in vari edifici, allo scopo di evitare il contagio. Ogni giorno le guardie avrebbero fornito il cibo agli internati.
Fra i ciechi c’era una donna che dava l’impressione di trovarsi contemporaneamente dappertutto, aiutando a caricare, comportandosi come se guidasse gli uomini, cosa evidentemente impossibile per una cieca, e più di una volta, o per caso o di proposito, si girò verso l’ala dei contagiati Il medico, la moglie del medico (l’unica dotata della vista), il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, ladro di automobili e il ragazzino strabico si ritrovano tutti nello stesso edificio, un ex manicomio. Inizialmente, la distribuzione degli alimenti avviene regolarmente, ma ben presto i ciechi si ritrovano abbandonati, perché la cecità si diffonde anche tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese (tranne la moglie del medico). All’interno del manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i “ciechi malvagi”) si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall’esterno per poter ricattare gli altri malati e ottenere potere e altri vantaggi, compresi rapporti sessuali con le donne. Proprio durante uno di questi stupri collettivi, la moglie del medico uccideil capo dei “ciechi malvagi”. Nel tentativo di rendere inoffensivi questi ultimi, un’altra donna dà fuoco ad un mucchio di coperte nella loro camerata, ma il fuoco si diffonde e finisce per avvolgere tutto l’edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra questi, il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all’aria aperta.All’esterno dell’ex manicomio, la moglie del medico vedrà i risultati dell’epidemia. Morti per le strade, la città in totale abbandono, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano l’uno contro l’altro per assicurarsi del cibo. Mentre il gruppo della moglie del medico cerca di organizzare la vita del gruppo, tutti i ciechi guariscono inspiegabilmente, senza alcuna ragione apparente, proprio come all’inizio della vicenda era sopraggiunta l’epidemia. (da Wikipedia)

79) Gomorra

In Un libro al giorno on 26 agosto 2010 at 8:00

Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini.

Soluzione
Titolo: GOMORRA
Autore: ROBERTO SAVIANO

trama: Il libro è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Mondragone, Giugliano, luoghi dove l’autore è cresciuto e dei quali fa conoscere al lettore un’inedita realtà. Una realtà fatta di ville sfarzose di boss malavitosi create a copia di quelle di Hollywood, fatta di una popolazione che non solo è connivente con questa criminalità organizzata, ma addirittura la protegge e ne approva l’operato; l’autore racconta di un Sistema (questo il vero nome usato per riferirsi alla camorra) che adesca nuove reclute non ancora adolescenti, facendogli credere che la loro sia l’unica scelta di vita possibile, di boss-bambini convinti che l’unico modo di morire come un uomo vero sia quello di morire ammazzati[4] e di un fenomeno criminale influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, in cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze ai divi del cinema. Saviano descrive una realtà fatta di terre dove finiscono quasi tutti i rifiuti sfuggiti ai controlli illegali, pari ad una massa grande il doppio del Monte Everest (ogni anno, secondo una stima di Legambiente, sono quattordici milioni le tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente), di una terra infetta, quella della Campania, dove i morti di tumore sono cresciuti del 21% rispetto al resto dell’Italia. Ci parla di montagne gravide di rifiuti tossici, campagne pregne di sostanze mortali che individui senza alcuna morale hanno sparso vendendo fertilizzanti misti a rifiuti tossici. Tutto questo con il benestare di funzionari pubblici compiacenti e delle aziende stesse che, facendo finta o non volendo sapere dove i propri rifiuti andassero a finire, hanno affidato alla camorra quella che ormai è diventata merce di un traffico di centinaia di miliardi di euro ogni anno, valore inferiore solo a quello del traffico della cocaina. (da Wikipedia)

78) Il mago di Lublino

In Un libro al giorno on 25 agosto 2010 at 8:00

Quel mattino Yasha Mazur, o il Mago di Lublino, com’egli era conosciuto ovunque tranne che nella sua città natale, si destò di buon ora. Rimaneva sempre a letto per uno o due giorni, dopo aver fatto ritorno da un viaggio; lo sfinimento imponeva che indulgesse a un sonno ininterrotto. Sua moglie Ester gli portava dolciumi, latte, un piatto di minestra d’avena; lui mangiava e tornava ad appisolarsi. Il pappagallo strillava; Yokatan, la scimmia, batteva i denti; i canarini fischiavano e trillavano, ma Yasha, ignorandoli, si limitava a rammentare ad Ester di abbeverare le cavalle. Avrebbe potuto fare a meno di impartirle tali istruzioni; ella ricordava sempre di attingere acqua al pozzo per Kara e Shiva, le loro due giumente grigie, o, come Yasha le aveva soprannominate, Polvere e Ceneri.

Soluzione
Titolo: IL MAGO DI LUBLINO
Autore: ISAAC SINGER

Trama: Funambolo, prestigiatore, illusionista, maestro, come Houdini, nell’aprire serrature e lucchetti anche bendato o ammanettato. Questo è Yasha, il mago di Lublino. Sul punto di abbandonare la fedele moglie Esther per fuggire in Italia con un’amante, sul punto di usare le sue prestigiose abilità per scopi criminali, come gli consigliano da tempo amici ruffiani e ladri, questo «zingaro della lussuria» d’un tratto si ferma e si fa murare in una stanza della casa per scontare i suoi peccati. Diventando così, suo malgrado, un saggio venerato da ebrei vicini e lontani.
Personaggi come il mago di Lublino se ne incontrano raramente nella narrativa di tutti i tempi: l’irrequietezza, la sensualità, i dubbi tormentosi, gli abbandoni al piacere e al pentimento ne fanno un carattere paragonabile ad alcuni personaggi di Leskov, Gogol’, Cěchov. Dalla prima all’ultima pagina seguiamo la parabola di Yasha, che viene condotto dal suo egoistico e onnivoro desiderio a ogni sorta di eccesso. Ma ne rimarrà insoddisfatto finché non giungerà alla consumazione dell’eccesso supremo: la rinuncia al desiderio, la perdita di sé in Dio. (da Casa Editrice Longanesi)

77) Il mio nome è Rosso

In Un libro al giorno on 24 agosto 2010 at 8:00

Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato nel pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l’aveva già spaccata a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo è andata in pezzi, la mia faccia, la fronte e le guance, è rimasta schiacciata, è scomparsa, le ossa si sono spezzate, la bocca si è riempita di sangue.
(Io sono il morto)

Soluzione
Titolo: IL MIO NOME E’ ROSSO
Autore: ORHAN PAMUK

trama : Il libro inizia nel 1591 con la voce di un artista assassinato, la testa rotta, il cui corpo giace in fondo a un pozzo. Il morto è un doratore, soprannominato Raffinato Effendi, uno dei miniaturisti che lavoravano nei laboratori del sultano ottomano Murad III (1574-1595). Il sultano aveva ordinato ad uno dei suoi maestri miniaturisti, detto Zio Effendi, un manoscritto celebrante il millenario dell’egira. Il sultano desiderava che in questo manoscritto vi fosse un suo ritratto e che le illustrazioni dovessero essere realizzate secondo le tecniche europee, vale a dire utilizzando la prospettiva, in luogo della maniera degli antichi maestri di Herat e Tabriz.
La trama si svolge come un’inchiesta poliziesca, quasi alla maniera de Il nome della rosa di Umberto Eco, inchiesta che si incrocia con l’intrigo amoroso fra Nero, nipote di Zio Effendi, ex miniaturista appena rientrato ad Istanbul dopo un’assenza di dodici anni, e la giovane e bellissima vedova Şeküre, figlia di Zio Effendi. Fa da sfondo al libro un’atmosfera di “scontro” tra la tradizione ottomana, il fanatismo del predicatore Nusret di Erzurum, e l’ammirazione che alcuni personaggi – Nero, Zio Effendi, il Sultano ed alcuni miniaturisti – provano per le opere della scuola veneziana, e quindi, di riflesso, per l’occidente cristiano.
Orhan Pamuk lascia l’epilogo del romanzo a Şeküre (il nome della propria madre), la quale conclude tutta la storia trasmettendola al proprio figlio Orhan che poi la metterà per iscritto. (Da Wikipedia)

76) La prosivendola

In Un libro al giorno on 23 agosto 2010 at 8:00

Era inverno a Belleville e c’erano cinque personaggi. Sei contando la lastra di ghiaccio. Sette, anzi, con il cane che aveva accompagnato il Piccolo dal panettiere. Un cane epilettico, con la lingua che gli penzolava da un lato.

Soluzione
Titolo: LA PROSIVENDOLA
Autore: DANIEL PENNAC

Trama: Il libro si apre con una frase: “La morte è un processo rettilineo”; questa frase ci seguirà per tutto il libro, rivelandoci, infine, la verità. Benjamin Malaussène, ancora alle prese con la convalescenza dell’amata Julie, dopo il brutto attentato subito ne La fata carabina, deve affrontare il matrimonio dell’adorata sorella Clara con un uomo molto più vecchio di lei, Clarence di Sant’Inverno, direttore di un carcere moderno, in cui è rinchiuso anche lo zio Stojilkovicz. Stanco di fare da capro espiatorio, decide di licenziarsi, ma dovrà tornare ben presto sui suoi passi: il giorno del matrimonio, infatti, non ci sarà alcun matrimonio, perché Clarence è stato brutalmente assassinato e poco dopo Clara rivelerà al fratello di essere incinta. Benjamin decide quindi di accettare da un lato il consiglio/minaccia di Rabdomant di stare lontano dalla vicenda Sant’Inverno, dall’altro la proposta della Regina Zabo di impersonare o meglio di diventare l’immagine pubblica di uno scrittore che vuole rimanere incognito: J.L.B., fonte primaria di tutti i guadagni della casa editrice. Ben accetta ma pone diverse condizioni: prima tra tutte di ricevere una cospicua percentuale su tutte le vendite, presenti passate e future, dei romanzi di JLB (così da assicurare una ricca eredità al figlio di Clara) e di conoscerne la vera identità. Poco dopo scoprirà che dietro J.L.B. si cela il ministro Teston. Accettare questo ruolo, però, gli costa Julie, che lo lascia seduta stante. Ben si prepara con cura ad impersonare JLB, ma la sua prima intervista segna un piccolo cedimento: sbagliando risposte non sa di aver commesso un grave errore. Ma ci sono tre brutti ceffi pronti a fargli sapere che non si accetteranno variazioni sul copione. Alla soglia della prima ed ufficialissima conferenza stampa di JLB, Ben è vittima di un attentato: tutti, Julie in primis, lo credono morto ed ognuno reagisce al dolore come meglio può. Julie è decisa a vendicarlo e a scoprire chi sia stato l’assassino e l’eventuale mandante, così risale al vero JLB: Teston. Lo rapisce, abilmente camuffata. Vengono ritrovati i corpi senza vita di Teston e di Gauthier, segretario (o meglio finto segretario) di Ben/JLB, e tutti i sospetti cadono su di lei. Il prossimo sulla lista di morte è Calignac, altro impiegato delle Edizioni Taglione, e la morte lo attende all’uscita del funerale di Gauthier. Ma la morte, che arriva dalla finestra di uno dei nascondigli parigini di Julie, lo manca e Van Thian è costretto a sparare verso l’amica, cercando (sperando) di ucciderla e di porre fine al suo dolore. Quando i poliziotti arrivano nell’appartamento da cui partono gli spari, trovano solo delle parrucche e due dita. Julie è viva. Intanto scopriamo che Ben non è morto, ma è in coma profondo: ridotto ad un vegetale è tenuto in vita da una macchina e Jerèmy deve combattere non poco col dottor Berthold per impedirgli di staccare la spina. Ma Berthold è solo in apparenza sconfitto ed approfitta del coma per espiantare, ad uno ad uno, tutti gli organi di Ben che, dal canto suo, pur in coma, vede e sente tutto ciò che gli accade intorno. Le sorprese però non sono finite perché Rabdomant, convocato Van Thian nel suo ufficio, gli fa una rivelazione: le dita non sono di Julie, ma sono dita di un uomo. O la giovane ha un complice, oppure il vero assassino non è lei. Scopriamo così che a sparare dalla finestra non era stata Julie, scopriamo che lei si trovava tra la folla al momento dello sparo e soprattutto, scopriamo che lei non ha ucciso nessuno: né Teston, né Gauthier. Qualcuno l’ha seguita, pedinata e alla fine l’ha incastrata. Qualcuno che conosce tutti i suoi nascondigli parigini e che dunque si trova in uno di questi. Julie arriva in rue du Four e lo incontra. Non sa chi sia, ma sa che le dovrà molte spiegazioni.Ben riceve la solita visita di Loussa, che gli racconta della sua ultima traduzione: la versione cinese di un romanzo di JLB. Una frase gli è risultata difficile: “La morte è un processo rettilineo”. Nel cervello vegetale di Ben si accende una lampadina. Capisce tutto. Teston non ha scritto un bel niente: ha rubato i romanzi e il vero autore è venuto a vendicarsi. E Ben sa chi è.Van Thian intanto va a casa di Teston per proseguire nelle indagini e interroga la madre di Teston. Ha pazienza, Van Thian, ed alla fine la donna parla. Non era muta, semplicemente rifiutava di parlare col figlio, grandissimo bugiardo. Anche Van Thian, così, scopre che Teston non ha scritto un solo rigo dei romanzi che ha pubblicato. Le dita mozzate faranno il resto e ci faranno scoprire Alexandre Krämer, detenuto modello della prigione modello del defunto Sant’Inverno. Scopriamo la storia di Alexandre e scopriamo che anche la Regina Zabo è scomparsa. Che sia morta? No, lei e Julie hanno portato Alexandre lontano da Parigi, la regina l’ha fatto confessare e gli ha fatto scrivere una confessione. È questione di tempo e tutti sapranno la verità. Alexandre aveva cominciato a scrivere dopo essere stato trasferito da Sant’Inverno, quindi 16 anni prima dei fatti. Scriveva pagine su pagine, senza alcun desiderio di pubblicazione. Un giorno il ministro Teston fa visita al carcere. Qualche tempo dopo vede la luce il primo romanzo di JLB. Alexandre è rimasto all’oscuro di tutto per sedici anni, finché Clara, qualche settimana prima delle nozze, non gli regala, di nascosto, un romanzo di JLB, appunto. Alexandre lo legge e, dopo non poca fatica, si riconosce. L’hanno derubato. Va da Sant’Inverno e lo uccide, la sera prima del matrimonio. Cercano di ucciderlo a sua volta, ma riesce a salvarsi e decide di evadere. Una volta a Parigi vede ovunque i manifesti con la faccia di Ben/JLB. Ucciderà anche lui e tutti quelli coinvolti nel furto dei suoi scritti, ma sulla sua strada vede Julie e se ne innamora. Folle, d’amore, decide che la incastrerà per poi scagionarla alla fine, come ultimo gesto d’amore. Ma qualcosa va diversamente da come aveva preventivato e si ritrova a scrivere le sue confessioni, in una prima persona che non aveva mai utilizzato. Mentre Julie e la Regina si recano da Rabdomant, Alexandre si rende conto di aver perso l’unica cosa che aveva: la scrittura. Non riesce più a scrivere ora che è diventato io narrante e così decide di mettere fine alla faccenda. Si dirige a Parigi, all’Ospedale dove si trova Ben e tutta la sua famiglia riunita per il compleanno del fratello. Clara ha le doglie e tutti la accompagnano. Nasce [È Un Angelo]. Solo Van Thian si allontana dalla stanza e si reca da Ben. Giusto in tempo per sparare a Alexandre che sta per uccidere il povero e comatoso Malaussène. Si uccidono a vicenda e Ben dà segni di vita cerebrale. Il dottor Marty, che ha scoperto gli espianti effettuati da Berthold, lo costringe a trapiantare a Ben gli organi di Alexandre. Incredibilmente sono istocompatibili. Ben è salvo e può tornare a casa, con tutta la sua tribù, ed al suo lavoro di capro espiatorio.

75) La compagnia dei Celestini

In Un libro al giorno on 22 agosto 2010 at 8:00

PROLOGO
“È stato calcolato che il peso delle formiche esistenti sulla terra è pari a venti milioni di volte quello di tutti i vertebrati.” Così lo scultore ottocentesco Amos Pelicorti detto Mirmidone rispondeva a coloro che gli chiedevano perché componesse le sue opere in mollica di pane. Da quando aveva letto la notizia su un giornale era rimasto a tal punto folgorato da lasciare le predilette sculture di marmo per il candore alternativo della farina. I suoi capolavori venivano sfornati caldi e dati in pasto alle formiche.

PARTE PRIMA
Nell’anno 1990 e rotti, nel fiorente stato di Gladonia, nella ricca città di Banessa, nell’elegante quartiere dei Palazzi Vecchi nel misero refettorio dei Padri Zopiloti, erano le sedici e trenta, ora di cena.
La grande statua del Cristo col Colbacco sormontava la fila di orfanelli affamati davanti al cisternone di zuppa fumante.
Il volto livido del Signore sembrava annusare con una certa ripulsa il particolare odore che fraudolenza gastronomica di Don Biffero e alcuni Vegetali Ignoti riuscivano a comporre oggi più nauseabonda che ieri. Era un aroma che gli orfanelli, dopo mesi di tentativi e approssimazioni, avevano così felicemente definito: cimitero di cavoli, peti di zoo, fiato di cagnone.

Soluzione
Titolo: LA COMPAGNIA DEI CELESTINI
Autore: STEFANO BENNI

tema: Fine del XX secolo: la misteriosa profezia di Santa Celestina, una bambina di dieci anni beatificata in seguito ad un’ascensione fulminea e con il botto, incombe sulla corrotta e decadente nazione di Gladonia, nella città di Banessa.
In un piccolo e sudicio orfanotrofio di città (dedicato a Santa Celestina) tre ragazzi, Memorino Messolì, Luciano Diotallevi detto Lucifero, Bruno Viendalmare detto Alì, hanno fondato la banda di orfani più ribelle e scaltra dell’orfanotrofio, la Compagnia dei Celestini (inizialmente formata da 7 membri, poi ridottasi a 3 a causa del depennamento degli altri 4 per “decaduta orfanità” o “deceduto orfano”).
La vita nell’orfanotrofio è aspra e dura, ed i ragazzi hanno come unici svaghi la pallastrada e la speranza di trovare due genitori pronti ad accogliere tra le loro braccia poveri orfanelli.
L’aguzzino di turno è Don Biffero, strambo prete appartenente all’ancor più strampalato ordine degli Zopiloti, consacrati alla figura di San Zopilo e devoti appunto a Santa Celestina.
La vita degli orfani scorre noiosa e deprimente finché una sera alla Compagnia dei Celestini non giunge un’inattesa lettera dal Grande Bastardo in persona: i giocatori di pallastrada dell’orfanotrofio gladoniano sono convocati come rappresentanti della suddetta nazione a prender parte ai segretissimi campionati di pallastrada da giocarsi in luogo sconosciuto in data da destinarsi.
Comincia così il rocambolesco viaggio dei tre orfanelli: prima attraverso le segrete stanze di palazzo Bumerlo, la sede dell’orfanotrofio poi attraverso i meandri della città di Banessa e verso le più rinomate mete turistiche di Gladonia, sulle tracce dei leggendari gemelli Finezza ed alla volta del luogo segreto in cui si disputeranno i mondiali del gioco prediletto dagli orfanelli. Durante il loro viaggio verranno narrati gli incontri di personaggi straordinari, interrotti di volta in volta da brani dal Libro del Grande Bastardo.
Nel frattempo, sulle tracce degli orfani si mettono Don Biffero e Don Bracco, espertissimo cacciatore di orfani dell’ordine dei Sanmenoniti, i “mastini” di Dio. A completare gli inseguitori vi sono anche il leggendario cacciatore di scoop Fimicoli e il fotografo Rosalino, inviati dall’egoarca Mussolardi in persona che non vede l’ora di dare in pasto all’audience televisiva gladoniana le dirette dei campionati mondiali di pallastrada.
Intanto, nella segretezza più assoluta, da ogni parte del mondo cominciano a giungere strane bande di orfani, diretti verso un’unica meta: la massima competizione mondiale della pallastrada, appunto.
Ma quando i protagonisti arrivano sul luogo dell’evento, l’uomo più ricco di Gladonia, Mussolardi, e un generale passato alla mafia di nome Buonommo attaccano l’area di gioco per cercare di guadagnare soldi in interviste, gadget, squadre, ecc.
Durante l’attacco alcuni bambini vengono uccisi dalle truppe di Buonommo e quindi si decide di sterminare tutti quanti.
La finale tra i Celestini e i Diavoli si svolge in un antico palazzo che viene attaccato dalle truppe ma inspiegabilmente il palazzo sembra difendersi da solo. Alla fine, quando quasi tutta la zona è stata ripulita da qualunque anima con gas nervini e bombe incendiarie, un fantasma appare e Don Biffero capisce che è arrivata la fine. Infatti il fantasma spiega che è grazie a loro che Gladonia brucerà per sempre,avendo ucciso tutte le anime del campionato.
Il libro finisce con la totale distruzione dello stato di Gladonia da parte delle fiamme e l’entrata in paradiso di tutte le anime. In poche parole, muoiono tutti, anche Memorino, che mentre muore scopre chi è sua madre.
La trama principale è inframezzata da un’altra storia, a cui si ricongiunge nel finale. Si sviluppa tra un paragrafo e l’altro e parte con testi ripresi dal misterioso “Libro del Grande Bastardo”. Due soli sono i punti di contatto con la trama principale. Il primo è il personaggio Occhio-di-gatto, che nella trama principale compare unicamente all’inizio, quando vengono riepilogati gli iscritti alla Compagnia dei Celestini – “Occhio-di-gatto – tessera 2, cancellato in quanto fuggito, acciuffato e rinchiuso in riformatorio. Si ignora dove si trovi attualmente”. Il secondo punto di contatto è il gruppo musicale dei Mamma Mettimi Giù (MMG), band composta da bambini tra i 6 e i 12 anni, probabilmente estinto in quanto ad ogni uscita di un nuovo disco, a Capodanno, un componente si suicidava (ed erano usciti 6 dischi). Gli MMG sono citati in ambedue le storie, e Memorino prima di morire nomina, tra molte altre cose, la leggendaria cantante Million Kiss. La storia di Occhio-di-gatto è da ritenersi essenziale per comprendere in pieno i significati del romanzo, tanto che è qui che si incontrano le parole “Nel cibo diviso si siede l’angelo”, citazione posta in epigrafe. L’ultima locazione fisica che conosciamo di Occhio-di-gatto è il riformatorio, quelle successive parlano di luoghi distrutti, sepolti dalla neve. Luoghi indefiniti sotto un profilo spaziale e temporale, che sembrano invece appartenere ad un paesaggio “psicologico”, dove il freddo rappresenta l’insensibilità e il calore la fratellanza. Vi sono perlomeno tre passi che sembrano dimostrare come l’intera storia de “La compagnia dei Celestini” non sia altro che il frutto dell’immaginazione del bambino Occhio-di-Gatto. Il primo è al termine della parte seconda, nel brano “Dal Libro del Grande Bastardo, Capitolo 16” dove vengono esposte le modalità in cui il Grande Bastardo può apparire: “…altre volte come il dio ridente Anuman, o come verbljud, occhio-di-gatto, domovoj.” Occhio-di-Gatto è quindi uno degli avatar del Grande Bastardo, entità immanente che da vita e morte in tutto il romanzo (“Poiché il Grande Bastardo ricorda sempre: la vostra fine è la mia”) Il secondo è al termine della parte settima, quando dice: “I bambini dormivano, meno Occhio-di-Gatto, un bambino con un occhio nero ed un occhio azzurro, che dormiva di giorno”. Sembra esattamente la situazione di un bambino chiuso in un riformatorio, che di giorno vive passivamente, e di notte nei sogni si “risveglia” trasferendosi in mondi immaginari, in cui anche lui è libero. Il terzo lo si trova nell’ultima pagina, dove il “drago” con cui sono fuggite le anime (i bambini) della pallastrada, arriva nel mondo di Occhio-di-Gatto: “Occhio-di-gatto” si svegliò di colpo nella notte e non ricordò in quale letto, in quale casa, in quale parte del mondo. Per un attimo pensò di trovarsi nella camerata dell’orfanotrofio, ma non sentì vicino il respiro dei compagni. Allora pensò di essere nella stretta cella del riformatorio: ma agitò le mani nel buio e non c’erano muri intorno”. L’orfanotrofio e il riformatorio sono i due soli luoghi reali a cui pensa, prima di rendersi conto di essere invece nella “casa grande” dove sta per giungere il drago con le anime. Si può quindi ragionevolmente ipotizzare come “La compagnia dei Celestini” rappresenti la vita immaginaria che scorre nei pensieri del bambino Occhio-di-gatto, creata per fuggire, per essere libero, in un mondo in cui questo non è consentito. Un finale che lo rende vicinissimo ad un altro grande romanzo italiano, Castelli di rabbia di Alessandro Baricco, uscito quasi contestualmente (1991).

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