Mario

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23) I muscoli del Capitano

In Una canzone al giorno on 30 giugno 2010 at 12:15

Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano.
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene.
Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero,
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un po’ alla vita.
E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni
e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa,
c’è sempre uno che gli risponde.
Ma capitano non te lo volevo dire,
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca,
così enorme, alla luce delle stelle,
che di guardarla uno non si stanca.

Questa nave fa duemila nodi, in mezzo ai ghiacci tropicali,
ed ha un motore di un milione di cavalli
che al posto degli zoccoli hanno le ali.
La nave è fulmine, torpedine, miccia,
scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio,
pistone, rabbia, guerra lampo e poesia.
In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento,
il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.
E il capitano disse al mozzo di bordo
“Giovanotto, io non vedo niente.
C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole.
Andiamo avanti tranquillamente”

Soluzione

titolo: I MUSCOLI DEL CAPITANO

cantaurote: FRANCESCO DE GREGORI

23) Le ultime lettere di Jacopo Ortis

In Un libro al giorno on 30 giugno 2010 at 12:00

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

Soluzione
Titolo: LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS
Autore: UGO FOSCOLO
tema: Jacopo Ortis, studente universitario veneto di passione repubblicana[1], il cui nome è nelle liste di proscrizione, dopo aver assistito al sacrificio della sua patria si ritira, triste e inconsolabile, sui colli Euganei dove vive in solitudine. Passa il tempo leggendo Plutarco, scrivendo al suo amico, trattenendosi a volte con il sacerdote curato, con il medico e con altre persone buone. Jacopo conosce il signor T. che è il padre di Teresa, Odoardo, che è il promesso sposo della figlia e poi Teresa e la sua piccola sorella Isabellina e comincia a frequentare la casa. È questa, per Jacopo, che è sempre tormentato dal pensiero della sua patria schiava e infelice, una delle poche consolazioni.
Un giorno di festa aiuta i contadini a trapiantare i pini sul monte, commosso e pieno di malinconia, un altro giorno con Teresa e i suoi visita la casa del Petrarca ad Arquà. I giorni trascorrono e Jacopo sente che il suo amore impossibile per Teresa diventa sempre più grande. Jacopo viene a sapere dalla stessa Teresa che essa è infelice perché non ama Odoardo al quale il padre l’ha promessa in sposa per calcolo, nonostante l’opposizione della madre che ha perciò abbandonato la famiglia.
Ai primi di dicembre Jacopo si reca a Padova, dove si è riaperta l’Università. Conosce le dame del bel mondo, trova i falsi amici, s’annoia, si tormenta e, dopo due mesi, ritorna da Teresa.
Odoardo è partito ed egli riprende i dolci colloqui con Teresa e sente che solo lei, se lo potesse sposare, potrebbe dargli la felicità. Ma il destino ha scritto: “l’uomo sarà infelice” e questo Jacopo ripete tracciando la storia di Lauretta, una fanciulla infelice, nelle cui braccia è morto il fidanzato ed i genitori della quale sono dovuti fuggire dalla patria.
I giorni passano nella contemplazione degli spettacoli della natura e nell’amore per Jacopo e Teresa, i quali si baceranno per la prima volta in tutto il romanzo. Egli sente che lontano da lei è come essere in una tomba ed invoca l’aiuto della divinità. Si ammala e, al padre di Teresa che lo va a trovare, rivela il suo amore per la figlia.
Appena può lasciare il letto scrive una lettera d’addio a Teresa e parte. Si reca a Ferrara, Bologna, Firenze e Milano,portandosi sempre dietro l’immagine di Teresa e sentendosi sempre più infelice e disperato. Vorrebbe fare qualcosa per la sua infelice patria ma il Giuseppe Parini con il quale ha un ardente colloquio, lo dissuade da inutili atti d’audacia.
Inquieto e senza pace decide di andare in Francia ma, arrivato a Nizza si pente e ritorna indietro.
Quando viene a sapere che Teresa si è sposata sente che per lui la vita non ha più senso. Ritorna ai colli Euganei per rivedere Teresa, va a Venezia per riabbracciare la madre, poi ancora ai colli e qui, dopo aver scritto una lettera a Teresa e l’ultima all’amico Lorenzo Alderani, si uccide, piantandosi un pugnale nel cuore.
La lettera di apertura del Romanzo. La lettera è indirizzata a Lorenzo Alderani, ed è stata scritta l’11 ottobre 1797. Jacopo fa riferimento a un sacrificio della patria, che può essere anche ricollegato al Sacrificio religioso. Jacopo fa subito intendere di aver perso ogni speranza per la patria e per se stesso, e dalla frase “aspetto tranquillamente la prigione e la morte” si conosce già l’esito del romanzo. Fin dalle prime pagine quindi, il destino del protagonista è segnato.

La Zona “del silenzio e della solitudine”

In Donne, uomini on 30 giugno 2010 at 7:42

Non sono brava nei sunti, ma l’argomento lo avevo lanciato qualche tempo fa con il post “Fingere” dove asserivo a mezzo raccontino che le donne si confessano tra di loro, parlando anche liberamente della loro sessualità. Non solo, molte asseriscono (e i dati li avevo ricavati da una inchiesta web) che le donne molto spesso fingono il piacere per non deludere e creare problemi al compagno.
La discussione sull’argomento non era stata esaustiva e proprio per questo avevo proposto un altro raccontino fantastico dove immaginavo degli uomini che si ponevano la domanda: “Ma le donne fingono?” e se sì “Perchè?”. Un altro post “l’altra metà del cielo si confida” apriva un nuovo scenario. “Ma gli uomini si pongono queste domande?” e se sì, “lo fanno parlando fra di loro?” Ancora una volta la risposta non era chiara. Gli uomini tra di loro si dipingono come “amatori indefessi” e il problema è solo degli “altri”.
La provocazione la raccoglie Bruno del blog “Ponterosso con il commento post “il piacere e la finzione, una lettura sociale al maschile“.
Oggi, come promesso, Bruno invia un altro approfondimento sulla funzione della comunicazione relativamente alla sessualità e all’isolamento fra generi diversi.
Riporto qui di seguito l’intervento.

“Dobbiamo ragionare proprio su questa ovvietà, cioè sull’esistenza di un non detto che ci parla proprio dei motivi per cui la finzione ha ragione di esistere”.
“Tutto questo a me fa pensare che esista una specie di zona “del silenzio e della solitudine” all’interno dei rapporti uomo/donna , donna/uomo, in cui ognuna delle parti si accontenta di parlare… con sé stessa, oppure in cui la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci induce a mantenere ognuno nella convinzione che il problema sia …dell’altro”.

Cara Ross , caro Mario,
rileggendo quanto avevo scritto mi sono soffermato su queste due frasi, che mi permettono di ripartire con il ragionamento. Alludevo qui all’esistenza di un “non detto” e a “la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci” per riferirmi alla presenza nelle nostre vite di quel pianeta chiamato inconscio, che opera ed agisce sui nostri comportamenti quotidiani e che continuamente ingaggia il confronto e lo scambio con la nostra parte razionale, cosciente. Volevo con questo cercare di attirare l’attenzione di chi legge sul fatto che, forse, proprio in quello che consideriamo l’aspetto più intimo del nostro relazionarci al mondo (il rapporto d’amore), si manifesta in modo più pregnante e decisivo (per le nostre scelte) quella parte “ereditata” di cui il nostro cervello e le nostre emozioni sono pervase, ma di cui non riusciamo a darci ragione, e che però tendiamo spesso a “spiegare” con motivazioni puramente ideologiche, cioè non pertinenti ai fatti specifici, e che hanno sovente funzione soltanto rassicurante.
Non voglio qui appesantire il discorso con citazioni, ma è per me pacifico che su questo tema ci sono (in psicanalisi e psichiatria, oltre che nella letteratura) pagine e pagine di tentativi di interpretazione, ognuna con più o meno buone ragioni. Preferisco invece discorrere come se fossimo all’anno zero in materia, e provare a trovare le parole più “elementari” per dirlo. La domanda che mi sono posto , entrando in questo dibattito, riguarda i motivi per cui due “sessantottini” maturi abbiano pensato (ognuno seguendo strade diverse) di cimentarsi con temi come la finzione e la gelosia ritenendoli significativi per il presente che stiamo vivendo, e quindi possibili oggetti di incontro e comunicazione con altri nel mare infido della rete… La prima risposta (banale) che mi sono dato è che questi temi fanno parte del loro vissuto. La seconda è che, sicuramente, il tema è trasversale nella vita di tante generazioni di “giovani” che il ‘68 l’hanno solo conosciuto dai libri o dalla musica, e di conseguenza sembra naturale pensare che debba poter coinvolgere. Ed anche che l’uso del racconto potrebbe facilitare questa possibilità di incontro.
Ma a quale scopo ?
Forse la domanda potrebbe essere: perché, ed in quale senso, questi temi sono tanto “attuali” , proprio nell’ottica di quanto gli anni Sessanta avevano fatto intravvedere come possibilità di “liberazione” dal peso della tradizione? E perché riguardano molto da vicino i comportamenti sociali di ognuno di noi, ed influenzano gli stereotipi attuali nella relazione tra i sessi, nel giudizio sociale diffuso sulle “donne” e sugli “uomini”? E soprattutto: come vanno letti e presentati nel contesto sociale attuale per renderli significativi agli occhi dei più ?
Una breve digressione prima di entrare in materia su queste domande.
Una decina di anni fa ero rimasto colpito da una dichiarazione di Gustave Flaubert “qui” il quale, di fronte allo scalpore pubblico suscitato dal suo Madame Bovary, ed al processo che ne era seguito, ad un certo punto aveva esclamato “mais Madame Bovary c’est moi!”, quasi a voler allontanare il sospetto che egli avesse voluto descrivere un fenomeno sociale diffuso, un ritratto della piccola borghesia che ne metteva in luce miserie e preconcetti. Flaubert tuttavia centrava (forse per la prima volta in modo così esplicito) una descrizione letteraria sui desideri “segreti” di una donna che, reclusa in un matrimonio che le nega il valore dei propri desideri erotici e sentimentali, cerca una illusoria via di uscita negli “amanti” che idealizza, finendone travolta.
Quella frase però mi aveva incuriosito, tanto da divenire il motivo che mi ha portato, (dopo aver per tanto tempo letto soltanto quanto si diceva su questo romanzo), a leggermi per intero quest’opera, scoprendovi altro. Dopo aver letto il libro, quella frase l’ho interpretata poi come una “confessione”: Flaubert parlava realmente di sé stesso descrivendo la signora Bovary. Ma come? Può un uomo entrare nella psicologia di una donna e descriverne minuziosamente i pensieri reconditi senza travisarne la natura, facendo riferimento alle proprie esperienze? È questa la grande obiezione del femminismo “radicale” che coglie un aspetto importante, ma a mio avviso non decisivo, del problema, nel contempo occultandone un altro. E cioè che la “differenza” non è solo di natura biologica ma culturale (sociale in senso lato), anche se si costruisce man mano sopra una differenza che riguarda il biologico, oltre che su una diversa sensibilità all’uso dei linguaggi (verbali e non) nella comunicazione interpersonale, anch’essa però ereditata dalla storia dentro le società patriarcali. Ma non è questo il punto che qui interessa (su quella frase del resto ci sono in rete mille interpretazioni diverse possibili).
Voglio invece portare l’attenzione sul fatto che Madame Bovary è stato forse il romanzo “sociale” che più ha fatto discutere la società della seconda metà dell’Ottocento e oltre, proprio perché metteva al centro la storia di una donna e dei suoi desideri di trasgressione delle regole, entro il contesto reale della società borghese dell’Ottocento, inserita in quella “piccola borghesia” che sarà poi la base di massa del nazionalismo, che ad inizio ‘900 sarà condotta in massa al massacro del Iª guerra mondiale, in nome dei valori Dio, patria, famiglia (così come in altre società europee cosiddette “cristiane”).
Quindi non una descrizione delle “condizioni della donna in generale”, ma al contrario quella di una “donna calata in un contesto relazionale concreto di una determinata società, le cui scelte “al femminile” non potevano che essere condizionate dai valori di quella società”.
Perché ho voluto fare questa citazione su quella prima opera di Flaubert (scritta tra il 1855 ed il 1857)? Non tanto per il contenuto in sé della storia, quanto piuttosto per evidenziarne il metodo descrittivo utilizzato dall’autore. E di questo preferirei parlare nel mio prossimo intervento (il presente essendo già troppo lungo…) A questa motivazione vorrei però aggiungere anche un altro fatto cui tengo molto. Alla fine degli anni ‘50 frequentavo il Magistero a Torino ed un professore (modesto quanto capace) che insegnava storia della pedagogia ci parlava di una cosa che allora appariva lontana dai miei orizzonti, ma che poi mi è rimasta: la grande letteratura europea come fonte di conoscenza, la capacità di un grande romanziere di dire e mostrare cose che nessuna “scienza esatta” è in grado di esprimere. Questa corrente di pensiero era stata sviluppata in quegli anni da Enzo Paci, il filosofo che attraverso la sua rivista Aut Aut ed i continui colloqui con i suoi allievi all’università di Milano aveva valorizzato proprio la letteratura come strumento di approfondimento per la conoscenza tout court, e questo nell’ambito di una personale rilettura della fenomenologia e del marxismo. E siccome sono arrivato qui, al punto più critico di questo mio intervento, qui mi fermo aspettando di poter leggere le vostre prime considerazioni.
Un caro saluto.
Bruno

Una povera fortuna

In Anomalie, Donne, uomini on 29 giugno 2010 at 15:40

Qualche volta ci pensava. Mica che rimpiangesse davvero qualche cosa. In effetti lo ammetteva che, almeno fino ad un certo punto, era stata semplicemente fortunata. Ma era un’idea assurda, visto quello che era successo dopo, lei lo ricordava bene che spesso allora le veniva rinfacciato di essere troppo bella. Non che lei fosse una vanitosa, però quello che la natura le aveva dato le sembrava davvero un dono straordinario. I ragazzi, magari, non glielo dicevano mai apertamente. D’altra parte qualche mese prima era più o meno come un sacco di patate, una cosa informe, o almeno non sembrava per niente la stessa di quella che era diventata dopo. Insomma tutti quelli che la vedevano per la prima volta restavano immagati. Qualcuno, tra i più coraggiosi, tentava di mettersi assieme: “Vuoi uscire con me?” “Vuoi diventare la mia ragazza?”. Aveva imparato a rispondere “No!” con tanta leggerezza, però di solito non aveva un’aria che invitava alla confidenza.
Invece quelli che erano meno sfrontati si mettevano in fila, facevano gli amici, che poi era l’unico modo per stare con lei. A volte l’amicizia è più importante dell’amore. Insomma era chiaro che la vedevano bella, molto bella. Era chiaro che quello era la cosa che saltava all’occhio, ma dopo, quando la conoscevano meglio e capivano che era timidezza quel modo tutto particolare di mantenere le distanze, trovavano che oltre a bella era anche una ragazza molto desiderabile. Di per sé questo non faceva danni, essere bella era una qualità apprezzabile, lei la riteneva qualità utile, ma non necessaria. Anzi odiava di essere facilitata solo per questo. In particolar modo odiava che le amiche, capito come funzionava con i maschi, finissero o col tenerla distante o con lo starci assieme, almeno fino a che non si accoppiavano. Ma era inutile criticarle, lei aveva la fortuna che niente mai le mancava, sia che si trattasse di complimenti che di compagnia.
Poi, finalmente, aveva incontrato pure lei quel ragazzo che le altre le avevano invidiato subito. Non perché fosse il più bello, quello no, ma era ricco e con quell’aria da “grande” che faceva loro girare la testa. Glielo avevano detto che aveva una fortuna sfacciata e che si era preso il meglio della piazza. Lui aveva quel modo volitivo e allo stesso tempo carismatico di trattare gli altri. Lui aveva mosso la gelosia dei maschi che s’ erano accorti di averla persa, allo stesso modo le sue amiche avevano tirato un sospiro di sollievo. A dirla tutta sembravano la coppia ideale, anzi probabilmente sembravano la coppia esemplare, quella che niente e nessuno avrebbe potuto dividere. Erano troppo belli per essere veri.
Piano piano lui si era fatto troppo attento, non aveva occhi che per lei, si era fatto prendere dal timore di perderla e non sopportava che gli altri le girassero intorno. Le permetteva di uscire solo se accompagnata, le controllava il modo di vestire, le proibiva di truccarsi e di trovarsi con gli amici di prima. Lei non si capacitava, ma come? cos’era cambiato da quando si erano conosciuti?
Lui era diventato aggressivo ed esigente, voleva tutte le attenzioni su di sé. La sgridava per un nonnulla e la incolpava se qualcuno la guardava con insistenza. Ad un certo punto la convinse di non lasciare sciolti i suoi bei capelli biondi perché la rendevano troppo appariscente e allontanò anche quelle poche amiche che le erano rimaste. La sua gelosia era ad un tale parossismo che la convinse a lasciare gli studi, in modo da poterla controllare meglio. Era giunto a manovrare e manipolare la sua vita e a controllarne ogni momento senza lasciarle mai un varco per respirare.
Lei non era una donna di grandi pretese, ma quell’amore le stava stretto e la faceva sentire continuamente inadeguata e in colpa. Così un giorno, dopo una lite furibonda, in cui lui le aveva intimato di non uscire da sola per andare al mare, lei per ripicca c’era andata e aveva pure flirtato con un ragazzo che aveva conosciuto sul spiaggia. Era stata una giornata eccitante, il sole, il mare, la libertà e un ragazzo che le diceva tutte quelle cose che era da una vita che non si sentiva dire. Si era proprio lasciata andare, tanto che alla sera aveva fatto persino tardi abbandonandosi alle carezze dello sconosciuto.
Era davvero una fortuna essere così bella tanto che nessun ragazzo le poteva resistere. Forse davvero avevano ragione le sue amiche quando le dicevano che lei non riusciva a capire quante prerogative le concedesse il suo bel viso e quel suo corpo perfetto.
Tornando a casa però si sentiva anche molto agitata, inutile negarlo, temeva le reazioni di lui. D’altra parte lui non era il suo padrone e lei non era la sua schiava. Ma ogni passo le diventava più difficile credere che lui avrebbe accettato quello che lei aveva fatto durante il giorno, salvo che non gli avesse raccontato una balla. Ma la cosa che temeva di più era quella insostenibilità del rapporto, lei lo sapeva di volerlo lasciare, ma come avrebbe fatto? Era certa che le avrebbe sicuramente fatto pagare se lei lo avesse lasciato. L’aveva già minacciata e lei non lo aveva scordato.
Quando arrivò all’angolo di strada che portava verso casa sua, lui era lì, appoggiato al muro che l’aspettava. Per un momento lei sperò che fosse lì per chiederle scusa del litigio che avevano avuto la sera precedente, ma era solo un’illusione, una mera storia che si raccontava per non affrontare la dura realtà. Lui appena l’ebbe davanti la colpì con un manrovescio che le fece sanguinare la bocca, poi la trascinò prendendola per i capelli e facendole sbattere la testa sul muro. La sua rabbia era cieca e muta, solo una volta o due le uscì quasi incomprensibile la parola “puttana!”.
Forse anche lei gridò le solite inutili cose: “Lasciami, mi fai male… vigliacco!” ma forse erano solo parole che pensava nella sua testa. In fondo si stava dando la colpa lei per tanta violenza. Lui continuava a picchiarla in silenzio ringhiando come un cane alla catena. Lei si difendeva sempre meno, intontita dai colpi terribile che lui le sferrava. Poi lui la prese con la sinistra per il collo cominciando a stringere fino a farle mancare il respiro, le avvicinò le labbra all’orecchio e le ringhiò la sua sentenza: “O solo mia o di nessuno…” non aveva quasi più coscienza quando la lama le attraversò in un guizzo, in un folle zig zag, il viso e il collo.
L’ultimo pensiero prima di cadere a terra fu che lei di quella fortuna non voleva saperne più. Quando riaprì gli occhi sul letto d’ospedale senza chiedere niente, aveva già visto sui visi dei suoi parenti che la bellezza, quella fortuna che le aveva invaso la vita, quella no, non sarebbe più stato un suo problema. E si sentì leggera come non lo era stata più da tanto tempo.

22) Luglio, agosto, settembre (nero)

In Una canzone al giorno on 29 giugno 2010 at 12:15

Giocare col mondo facendolo a pezzi
Bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse così sapremo quello che vuol dire
Affogare nel sangue tutta l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta eguale
La mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Leggi nella storia tutto il mio dolore
Vedi la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
Cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare GUERRA ALL’UMANITA’

Soluzione

Titolo: LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO)

Gruppo: AREA  – DEMETRIO STRATOS

22) Va’ dove ti porta il cuore

In Un libro al giorno on 29 giugno 2010 at 12:00

Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. Ti ricordi quando l’abbiamo piantata?
Avevi dieci anni e da poco avevi letto il Piccolo Principe. Te l’avevo regalato io come premio per la tua promozione. Eri rimasta incantata dalla storia. Tra tutti i personaggi, i tuoi preferiti erano la rosa e la volpe; non ti piacevano invece i baobab, il serpente, l’aviatore, né tutti gli uomini vuoti e presuntuosi che vagavano seduti sui loro minuscoli pianeti. Così una mattina, mentre facevamo colazione, hai detto: «Voglio una rosa». Davanti alla mia obiezione che ne avevamo già tante hai risposto: «Ne voglio una che sia mia soltanto, voglio curarla, farla diventare grande».

Soluzione

Titolo : VA’ DOVE TI PORTA IL CUORE

Autore: SUSANNA TAMARO

tema: Nonna e nipote sono vissute in due per parecchi anni. Diventata oramai quasi adulta, la ragazza decide di partire per l’America. Tra le due, che si sono separate in seguito ad un periodo di crisi, vige il patto di non contattarsi per un periodo più o meno lungo. Oramai malata, l’anziana (Olga) ritiene di non avere più abbastanza da vivere per rivedere sua nipote. D’altro canto, ella sente l’assoluto bisogno di confidare a sua nipote le sue sensazioni ed alcuni suoi segreti (vedi trama). Si pone dunque il dilemma se rompere il patto e cercare di contattare la giovane, oppure tacere, rischiando di fare un grave torto a sua nipote (la quale, al suo ritorno a casa, potrebbe chiedersi come mai nessuno l’abbia mai informata della malattia della nonna). Dato che entrambe le soluzioni sono assai insoddisfacenti, Olga decide di lasciare alla nipote per iscritto quanto ha da dire.Scrive così una lettera-diario indirizzata alla giovane. Anche ritornando dall’America dopo la morte di Olga, la ragazza sarà senz’altro in grado di trovare il diario e leggere il messaggio. Durante l’esposizione dei fatti viene tra l’altro descritta in maniera approfondita la figura di Ilaria figlia di Olga e madre della ragazza.

Lucy, non doveva essere un addio

In personale, Pietas on 28 giugno 2010 at 17:16

Cara Lucy,
ci siamo viste poco prima delle feste di Natale. Erano anni ormai che non ci sentivamo, non per dimenticanza, solo perché la vita aveva voluto così e noi ci siamo adeguate. Lo sapevamo tutte e due, comunque, che alla prima occasione, sarebbe stato come sempre, quasi come se ci fossimo salutate ieri. E così ci siamo ritrovate, solita ottima cena da te, tu sempre con il tuo compagno di una vita, io con il mio compagno di oggi. Sempre lo stesso piacere di stare assieme. Sempre gli stessi ricordi belli e brutti. Certo, come sempre, rimaneva tra noi quel ricordo struggente. Il lutto che ci colpì senza pietà. Tu hai perduto tua sorella, io ho perduto la mia migliore amica. E così abbiamo continuato, dopo tutto, sui nostri passi. Tu che eri diventata, ancora prima del dolore, la mia sorella maggiore io che ammiravo il tuo modo di fare dolce e disponibile.
Ricordi quegli anni? perché te lo chiedo proprio ora che te ne sei andata così, in silenzio, senza pretendere l’attenzione di nessuno?
Te lo chiesi a dicembre, a quella cena, così speciale. Ti ricordi quei tempi: io, te, Marina e Roberta. Le quattro sorelle Materazzi, così ci chiamavamo tanto per fare il paio con il vostro cognome che ci somigliava. Io la sorella in più. Quante avventure vissute insieme. Quante risate, quanti complotti. Nessuno avrebbe creduto che tu, che di noi avresti potuto esserci madre, sembravi una coetanea. Eri troppo divertente e disimpegnata per non avere la nostra età. Cosa strana, tua figlia non riusciva ad essere dei nostri. Proprio lei che l’età invece ce l’aveva. Ricordo che ti incolpava di essere poco madre e a lui di non essere padre. Pensare che io avrei sognato di avere una madre come te e già mi andava di lusso esserti sorella. Ma la vita è così. Io ti diventai sorella e lei diventò la figlia che si era allontanata da voi per fastidio e rifiuto. Ti ricordi tutti i posti che si andavano a scoprire nelle scorribande fatte assieme. Tuo marito, ridotto ad autista e angariato da un gineceo divertito. La montagna e le sciate. Tutto l’armamentario prestato da te. Poi la prima volta sull’isola e fu lì che caddi innamorata di un luogo e che questo luogo diventò la mia altra casa.
Poi il dolore della perdita di Marina. Lei la sorella più “straordinaria”, quella più estrema e più sfortunata. Quella con la quale ci scambiavo i libri, i vestiti e le confidenze. Quella che sapeva ridere di tutto e anche di sé. Quella che aveva perso un bimbo e ne aveva adottati quattro. Quella che nemmeno il matrimonio sfasciato l’aveva convinta a desistere. La mia cara anzi la nostra cara Marina. Ricordi tutti gli anni che ho coabitato con Roberta, quando o eravamo a cena da te o tu eri a cena da noi. Ti ricordi i menù pazzi e tutte le sperimentazioni in cucina e la tua mano sicura che tutto controllava. E lui, la povera vittima di tuo marito, che si adeguava e sottometteva divertito alle nostre intemperanze.
Ci sono anni che ricordi con tanto rimpianto perché fanno parte della gioventù passata, ma questi erano anni di amicizia e condivisione, di disinteressato affetto, di una dolce affermazione di femminilità. Troppo spesso eravamo serene e felici di essere solo tra noi o con Roberta, Alessandro e Gabri alla chitarra, a cantare l’impossibile, a vivere una gioventù senza flessioni.
A Natale non sapevo che sarebbe stato un addio. Non ce l’eravamo detto e nemmeno ne avevamo il minimo sospetto, anzi avevamo fatto progetti per l’estate, finalmente ritornavate nell’isola e questa volta ero io a creare l’occasione. Poi la tua telefonata i primi giorni dell’anno, dall’ospedale. Non potevo credere che stavi male, che non ti avrei più rivista. Ti avevo chiamato per sapere come andava e mi aveva risposto tua figlia che con una certa resistenza aveva lasciato che parlassimo assieme. La tua voce era un sussurro ed io tremai di paura, mi rendevo conto che forse la battaglia era persa. Però non doveva essere un addio, non lo accettavo punto e basta.
Ieri notte mi sono svegliata, come mi succede spesso, con la testa che andava a regime e mi sono detta: “Dai chiama Lucy, è da tanto che non lo fai. Di che hai paura? Le farà certamente piacere magari ti dirà che sta meglio…” E così, invece sono trasalita quando al mattino ha chiamato Roberta per dirmi: “Sai… Lucy non c’è più…” E’ certamente da Roberta essere laconica. Ancora più oggi che è rimasta orfana anche di questa sorella. Ora resto io? Non so, forse sì, ma Roberta non ti fa mai capire cosa prova, sembra che niente la tocchi, che nessuno la possa ferire. Lei, la più piccola, la più indifesa, quella che mi avevi consegnato per darci un occhio, a me che ero solo un anno più vecchia e che avevo preso quell’impegno come se fossi il suo angelo custode. Ecco il dagherrotipo delle sorelle Materazzi. Ci penso e mi viene da sorridere e poi ti penso e sento un vuoto profondo, in quella foto non siamo più in quattro siamo rimaste solo in due, le più giovani, ma con i capelli spruzzati di bianco ed un spaesato sorriso di circostanza.
Cazzo, Lucy, non dovevi farci uno scherzo simile. Non si fa così, le cose difficili si preparano, si dovrebbe lasciare la scena da signora, con un sorriso e l’incedere elegante, non si può lasciare senza una parola di addio. No non si può. Io fingerò che non sia successo niente, penserò di sentire ancora la tua voce, magari non subito, più avanti, mi dirai: “Dai vediamoci, dillo anche agli altri, venite da me, io metto la cena e voi la musica, come sempre.”
Sì come sempre. Con il mio fraterno affetto
Ross

21) R.I.P.

In Una canzone al giorno on 28 giugno 2010 at 12:15

Cavalli corpi e lance rotte
si tingono di rosso,
lamenti di persone che muoiono da sole
senza un Cristo che sia là.
Pupille enormi volte al sole
la polvere e la sete
l’affanno della morte lo senti sempre addosso
anche se non saprai perchè.

Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Sui sogni spenti di chi muore
hai eretto la tua gloria
ma il sangue che hai versato su te è ricaduto
la tua guerra è finita
vecchio soldato.

Ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c’è il sole
nel petto ti resta un pugnale
e tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l’orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa
ma di te resterà soltanto
il dolore, il pianto che tu hai regalato
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.

Per spingerti al di là,
per scoprire ciò che solo Iddio sa.

Soluzione
Titolo : R.I.P.
Gruppo : B.M.S. BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

21) It

In Un libro al giorno on 28 giugno 2010 at 12:00

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.
La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era stata ancora ripristinata.
Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando.

Soluzione
Titolo : IT
Autore : STEPHEN KING
trama:
Nel 1958 degli undicenni di Derry (città fittizia del Maine inventata dallo stesso King), auto-proclamatisi “Il gruppo dei Perdenti”, si trovano uniti nel tentativo di trovare rifugio dalla banda di bulli guidata da Henry Bowers. Scoprono a turno l’esistenza di un letale mostro che cambia il proprio aspetto a seconda delle paure della vittima e che uccide i bambini: ad esso daranno il nome di “It” (cioè “esso“, in inglese). La sua apparizione si verifica ogni 27-28 anni e consiste in una catena di omicidi che dura circa un anno, concludendosi sempre con una tragedia che mette momentaneamente fine al periodo di crisi: lo scoppio di una ferriera nel 1906, un incendio doloso per motivi razziali nel 1930. Nello stesso anno, la mutilazione e l’uccisione di George Denbrough, il fratello di sei anni di William (Bill) Denbrough, spinge quest’ultimo a dichiarare guerra a It ed a porsi come “capo” dei Perdenti.
“It” appare alle sue vittime nella forma da loro più temuta (vampiri, lupi mannari, lebbroso, o mummie), ma tutte le sue mutazioni hanno in comune qualche particolare che riporta alla mente un sadico pagliaccio, che maneggia un palloncino e che si fa chiamare Pennywise (o Robert Gray). Dopo una lunga caccia, i Perdenti trovano il rifugio di It nelle fogne cittadine e lo attaccano, ferendolo gravemente, ma erroneamente si ritirano prima di averlo ucciso. In seguito, ferendosi le mani con il coccio di una bottiglia di coca cola, stringono un giuramento che li obbliga a tornare a combattere il mostro in caso ritorni.
Col passare del tempo tutti i ragazzi, eccetto uno, se ne vanno da Derry, fanno carriera in diversi campi e dimenticano l’accaduto. Ventisette anni dopo, nel 1985, il bibliotecario Mike Hanlon (il ragazzo di colore rimasto a vegliare su It) richiama la banda per fronteggiare la nuova ondata di omicidi causati dal malefico mostro, risvegliatosi per tornare a chiedere il suo tributo di sangue e morte. Solo cinque degli altri Perdenti tornano a Derry per confrontarsi ancora una volta con il mostro: il sesto, Stanley Uris, preciso e razionale sin da piccolo, si suicida per non dover riaffrontare i suoi incubi, preferendo la morte ad un’esperienza in grado di scuotere così profondamente la sua visione della realtà.
Tutti tranne Mike hanno avuto successo e soldi: Hanlon spiega questo fenomeno come un effetto collaterale dell’incontro con It, poiché il mostro cerca di tenere lontano da sé i ragazzi regalandogli il successo, ciò nonostante il ricordo della loro infelicità infantile è evidente nel fatto che nessuno di loro ha avuto figli. Anche Henry Bowers, il bullo che li aveva tormentati da ragazzi, è riemerso dal passato: ricoverato in un manicomio criminale dopo la disfatta di It, per aver falsamente confessato gli omicidi dei bambini uccisi dal mostro (tra cui i suoi fidati sgherri), viene spronato a evadere da Pennywise, che lo sfrutta per tentare – infruttuosamente – di uccidere i sei amici.
Il romanzo naviga su di un’onda fantasy (e fantascientifica) verso la fine, quando si spiegano in modo dettagliato le origini di It (che viene descritto come una sinistra cometa atterrata sul nostro pianeta ai suoi albori) ed il suo sinistro legame con Derry. Entrambe le volte, i ragazzi si affidano ad un antico rituale magico (il rito di Chüd) per abbattere le difese psichiche del terribile mostro, ma è solo da adulti che i Perdenti lo affrontano infine anche sul piano fisico, strappandogli il cuore e causandone la morte definitiva ed il crollo dell’intera città di Derry. (da Wikipedia)

20) Marcia nunziale

In Una canzone al giorno on 27 giugno 2010 at 12:18

Matrimoni per amore, matrimoni per forza
ne ho visti di ogni tipo, di gente d’ogni sorta
di poveri straccioni e di grandi signori
di pretesi notai e di falsi professori
ma pure se vivrò fino alla fine del tempo
io sempre serberò il ricordo contento
delle povere nozze di mio padre e mia madre
decisi a regolare il loro amore sull’altare.

Fu su un carro da buoi se si vuole essere franchi
tirato dagli amici e spinto dai parenti
che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento
durato tanti anni da chiamarsi ormai d’argento.

Cerimonia originale, strano tipo di festa,
la folla ci guardava gli occhi fuori dalla testa
eravamo osservati dalla gente civile
che mai aveva visto matrimoni in quello stile.

Ed ecco soffia il vento e si porta lontano
il cappello che mio padre tormentava in una mano
ecco cade la pioggia da un cielo mal disposto
deciso ad impedire le nozze ad ogni costo.

Ed io non scorderò mai la sposa in pianto
cullava come un bimbo i suoi fiori di campo
ed io per consolarla, io con la gola tesa
suonavo la mia armonica come un organo da chiesa.

Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti”
per la gente bagnata, per gli dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi.

Soluzione
Titolo : MARCIA NUNZIALE
Cantautore : FABRIZIO DE ANDRE’

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