Mario

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Da donna a donna

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, Istruzione, personale, Religione, uomini, Vaticano on 17 marzo 2013 at 11:32

sessantotto1“Comizi d’amore” di P.P. Pasolini
Era L’Italia del dopoguerra, il 1963, musiche disimpegnate di sottofondo e vacanze al mare. Un’Italia che benchè non fosse ricca, almeno era una democrazia basata sul lavoro e non importava se il lavoro era sfruttamente, ci avremmo pensato dopo, per quel momento, il lavoro (sfruttato o no) era foriero di sicurezze e di voglia di esplorare il futuro, di godere della vita, anche delle semplici cose che prima erano negate.
Certo cara amica, guardo quel tempo con molta nostalgia: era il mio tempo. Allora camminare per strada, in mezzo alla gente, senza paura e sospetto, formavo la mia filosofia di vita, cercando di rendere coerente il pubblico con il privato, desiderando sintonia col mondo che mi circondava.
Dal mondo imparavo e mi forgiavo a sua immagine e somiglianza. Ingenuamente mi sentivo parte di un tutto unico che non richiedeva critica, non contemplava distinguo. Era bello allora, almeno fino a che era durato.
E in “Comizi d’amore” di P.P.Pasolini si capisce bene perchè questa comunione di intenti non poteva durare, si capisce quanto il coesistere fianco a fianco se non addirittura avendo come cuore pulsante, geograficamente lo Stato del Vaticano, ma ideologicamente la religione cattolica più che come concetto come forte condizionamento da establishment, stava condizionando la nostra crescita.
Non erano certo sufficienti tutte le domande che mi ero posta, sull’esistenza razionale di dio e sulla giustizia globale che questa presenza avrebbe dovuto garantire, che mi avevano già portato in quell’anno, a cercare certezze dove non ne avrei potuto trovare se non con la fede. Ma io ne sono nata sprovvista, almeno di quel tipo di fede, credevo nei diritti dell’uomo e non mi affidavo a nessun dio distratto. Questo mi aiutava a capire più cose del mondo, ma mi abituava anche a credere che se lo facevo io a dodici anni, chiunque di più grande e colto di me, l’avrebbe sicuramente fatto meglio e in scala più grande.
Ora ti sarai chiesta perché mi rivolgo a te da “donna a donna”. La questione è che in tutto quel fervore entusiastico dell’Italia e penso anche del mondo, era nella donna che sembrava definitivamente sparso il seme della modernità. Donne di diversa cultura, lontane fisicamente tra di loro, in contesti sociali ed economici assolutamente differenti percepivano il grande valore del cambiamento come qualità necessaria alla vita propria e del paese.
Donne spezzate dal lavoro dei campi e ragazzine adolescenti con le trecce infiocchettate, signorine di città e figlie di operai della periferia, in mezzo a tanta quiescenza maschile e femminile, alzavano la testa e affermavano che il sesso è importante, che la libertà è necessaria, che il divorzio è un segno di miglioramento per la vita della coppia e che il matrimonio non è l’unico percorso per una vita felice.
Tu sai cara amica quanto costava questo uscire dai binari “morali” di un paese? Molto, anche se ben più pesante sarebbe stato rimanerci.
Ricordo come il ragazzo (studente universitario), che avevo avuto per lungo tempo, il giorno che lo lasciai perché non avrei mai potuto adattarmi a sposarlo (forse molto per come era lui, ma anche moltissimo per come la vedevo io sull’adattarmi alla cosa) finì col raccontare ai comuni amici e a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo che era stato lui, il grande viveur a scappare alle mie voglie di essere doverosamente impalmata. Ricordo che lo lasciai credere, poco mi importava di quello che pensavano gli altri, provavo solo il gran sollievo di essermene liberata e di poter cominciare una nuova era di me stessa: essere una donna single e senza nessun senso di colpa o paura di solitudine eterna. Difatti sono sempre stata capace di stare sola e di non soffrire per questo, e contemporaneamente proprio per questa qualità, aver sempre trovato uomini disposti a riempire la mia solitudine non sofferta.
La vita matrimoniale come valore non era fatta per me, come non lo era per una buona parte della mia generazione. Ci avremmo messo pochi anni, noi donne, a capire che non era quello stato una predestinazione naturale, ma solo un limite nell’essere donne a tutto giro.
Se solo il matrimonio dava diritto ad accedere alle soddisfazioni, di sesso, libertà e affermazione, allora la gabbia ce la stavamo chiudendo dietro le spalle proprio noi donne.
In questo discorso evito le valutazioni sull’altra parte del cielo. In effetti gli uomini potevano godere ancora di più gli effetti della modernità, potevano rimanere dentro i canoni della possibilità di fare i padri di famiglia, e allo stesso tempo potevano prendersi la libertà di accedere a quello che la società permetteva loro: l’evasione sessuale e la condiscendenza, a molte sfumature, di una parte consistente delle donne.
In effetti vivevo in un mondo che vedeva i maschi cercare l’accoppiamento e assieme un gran desiderio di sistemarsi e poi continuare a cercare l’accopiamento in un cerchio vizioso che non dava pace e che non era scelta.
Ma avevo già i miei problemi per pensare a quelli dell’altro sesso.
Dovevo liberarmi dai legami assurdi che mi venivano imposti e dai pregiudizi che il mio comportamento provocava negli altri. Dovevo trovare il giusto equilibrio tra autonomia, libertà personale e vivere sociale e le due cose non andavano pari passo.
Ormai alla fine degli anni 60 e i primi anni 70 ero l’unica tra le mie amiche che non si era sposata e che non voleva un legame fisso. Portavo prevalentemente i pantaloni, salvo qualche minigonna liberatoria, e avevo deciso di studiare (a mie spese), di lavorare, ma già lo facevo da anni e di andare a vivere da sola. Grande rivoluzione personale, che avevo pianificato per anni.
Io posso confermare che l’autonomia non porta forzatamente ad un libertinaggio dei costumi, come molti allora volevano far credere. Io continuavo a non volere un legame fisso e quindi ad evitare i legami tout cour, mentre vedevo nelle famiglie da poco costituite le mie amiche impegnate con i primi figli e i mariti disimpegnati nelle loro, naturalmente e socialmente giustificate scappatelle maschili.
Sinceramente non ne capivo il gusto. A me pareva esagerato desiderare a 20 anni e poco più di fare figli e di convivere con mariti che non condividevano nemmeno uno dei tuoi impegni e interessi. Allora affermavo che “io di figli mai” e che il matrimonio era “la tomba dell’amore” anche se questo lo ritenevo un luogo comune. Ho sempre dato molta importanza alle parole e agli atti. Per me “sempre” era una parola ed un atto definitivi, quindi mi guardavo bene dal prendere un simile impegno, considerandomi forse del tutto incapace di farmene carico, almeno in quel momento.
Ma finalmente non mi sentivo più sola. C’erano altri focolai nella società, che vedevano donne liberarsi dalle “catene” del già deciso e del dovuto. Vedevo le donne del 68 cercare di uscire dalle pastoie e soprattutto cercare di non ricadere nel già visto. Poi come si fa a dire, non era che un uomo per il fatto di appartenere al suo genere doveva per forza ripetere qualla metalità ottusa che lo vedeva al centro del mondo, privilegiato nei rapporti di coppia, incapace di una sana e proficua autocritica?
E a quel tempo di autocritica se ne faceva in quantità industriale. Era nato allora l’outing, che non si chiamava così e le donne si riunivano in assemblee strettamente di genere che i maschi erano costretti a disdegnare più per paura che per vero dileggio: era arrivato il movimento femminista, quello delle mani giunte a forma di vulva e degli slogan autocompiacenti.
Sai cara amica, anche da questo polpettone autoprodotto è passata la tua libertà. Ogni cambiamento viene da lontano e costa sudore e sangue. Come i diritti umani e quelli dei lavoratori, anche il diritto di essere donne libere ci stava costando un prezzo molto più alto di quello che avremmo mai pensato di pagare.
Non era ancora possibile vincere la battaglia della libertà sessuale, del controllo delle nascite, della parità dei diritti all’interno della famiglia e dell’autonomia di pensiero. Avremmo dovuto aspettare ancora troppo tempo per cambiare anche le leggi di questa società. Leggi che tu, oggi, puoi tranquillamente utilizzare, cambiamenti rivoluzionari di pensiero e di comportamento che si dovrebbero tenere a mente. Troppo pericoloso pensare che quello che hai oggi potrai averlo ancora e per sempre. I diritti non sono una cosa scontata, che hai acquisito per diritto di nascita, non funziona così, e questi ultimi anni lo hanno dimostrato: coi lavoratori, con gli immigrati, con i vecchi, le donne e i bambini, coi giovani che oggi stanno più in silenzio di ieri.
Da donna a donna, cara amica, dovremo riprovarci ancora, e tornare indietro davvero non si può. Io so per dove siamo passati e so da dove è difficile tornare. So che non possiamo dividerci in genere e che anche il maschio deve stare dalla nostra parte. Che è troppo forte il sistema che sta stritolando le nostre vite, non c’è più spazio di azione, non c’è più un modo nascosto di agire, come avevamo potuto fare allora, che scardina profondamente le fondamenta della società. Allora era possibile, oggi non più. Posso solo darti un consiglio da donna a donna: svegliati, non lasciati comperare dai beni che credi ti siano indispensabili. Non farti fregare dall’amore dei baci perugina. Trova anche tu la strada per consentirti di rimanere viva. I tempi sono maturi per una nuova rivolta generazionale, per un nuovo mondo possibile, un nuovo modo di essere e di vivere, anche se dovesse portare lontano dalle comodità di cui probabilmente non puoi più farne a meno. Non venderti l’anima, perchè ormai il tuo corpo è già stato venduto e quella è l’unica cosa che ti resta. Io sono qui, seconda fila di una prima fila che non vedo compattarsi. Il tempo corre e tu, tienilo a mente, non sarai giovane per sempre.

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

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Se la tua punizione sarà la morte…

In amore, Anomalie, Cinema, Donne, uomini on 26 febbraio 2012 at 0:55

 Non so che dire di fronte a certa barbarie rimango davvero senza parole. Savannah è morta solo per la punizione che le è stata inflitta dalla nonna paterna e dalla matrigna a seguito di una banale bugia. Il fatto è questo. Fatto abbastanza orribile e difficilmente giustificabile. Non si può provocare la morte di una bambina solo perchè non confessa di essersi mangiata la cioccolata.
Ci sono tanti modi di insegnare ai figli a non dire bugie, anche perchè le bugie sarebbero inutili se tu come genitore fossi comprensivo e con una mentalità aperta. Se proprio vuoi dare la tua dimostrazione di forza puoi sempre levargli qualche ora di televisione, ammesso che questo serva a non far più mentire tua figlia, ma certamente mai a farla morire di sfinimento.
Il fatto arriva secondo ad un film, piuttosto “forte” che ho visto ieri sera in televisione: “Precious”. Un’altra storia di umana follia o disumana umanità. Forse è proprio per questo che il fatto, di cui vi parlo oggi, mi ha fatto girare ad elica “i cabasisi”, come direbbe elegantemente Montalbano.
I figli dovrebbero andare a chi se li merita non a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.
Ovviamente mi chiedo quanto bisogna sapere e anche quanta strada bisogna fare per poter diventare dei genitori adeguati. Non credo proprio che basti avere la maturità fisica per concepire o far concepire un figlio, perchè tutto il resto venga da sè. Ci vuole molto di più e in quel di più io vedrei delle qualità tali che se proprio dovessimo richiederle come qualità “sine qua non”, al mondo di figli ne vedremmo davvero pochi.
Non sto facendo un discorso che preveda, da parte di uno o tutti e due i genitori, il completo sacrificio di sè e della propria vita, anche questo farebbe parte, secondo me, degli “abusi” da evitare, ma almeno ritengo indispensabile sapere cosa significa un figlio o almeno sapere che cosa non è sicuramente.
Genitori che fanno i figli perchè “capitano” o perchè vogliono realizzare le loro aspettative, genitori frustrati che vorrebbero vivere la loro vita attraverso quella dei loro figli o anche genitori che sono ancora figli e che non supereranno mai questo scoglio, genitori egoisti, gretti, ipocriti, vendicativi, ricattatori, rigidi puritani, maneggioni, privi di scrupoli, disinformati, stupidi, violenti, indifferenti… beh secondo me dovrebbero essere “sterilizzati”. Non si può maturare sulla pelle dei propri figli. Non si può usare i propri figli per dimostrare di esistere.
Dopo aver letto la notizia mi sono chiesta qual è stata la punizione più brutta che ho comminato a mio figlio. Ci ho pensato a lungo, ma mi è venuto a mente solo una misera mezza giornata nella quale, dopo una discussione, volutamente non gli ho rivolto la parola. Cosa che ha risolto lui, velocemente, venendo a chiedermi scusa con i suoi grandi occhioni azzurri spalancati e a dirmi che mi voleva tanto bene. Ditemi voi come si fa ad essere rigidi con un bambino così che anche se poi non fosse stato così dolce, nulla sarebbe stato diverso, avrei ricominciato a parlarci come se niente fosse stato o perchè me n’ero dimenticata io per prima oppure perchè la cosa mi faceva star troppo male.
Insomma sia chiaro: l’amore non prevede crudeltà e tanto meno cattiveria e se prevede per caso la privazione come metodo educativo, questo non può essere di certo, una punizione che preveda di perdere la vita.

Il bosco degli uomini-libro

In Cinema, Libri, poesia, Senza Categoria on 25 maggio 2011 at 22:50

Stasera zappinando di canale in canale mi sono trovata a rivedere con uno stupore tutto nuovo un vecchio film: “Fahrenheit 451” di François Truffaut. Vecchio film del 1966 tratto dal romanzo fantascientifico e distopico di Ray Bradbury. Per chi non conosce la storia si tratta di una società futuribile (o forse no) che per consentire alla gente di essere felice proibisce di leggere i libri che per questo vengono bruciati in grandi falò. I libri insomma rendono la vita triste e vengono eliminati come strumenti di contaminazione. Montag, che fa il pompiere, viene avvicinato alla lettura da una donna che, come molti altri, nasconde i libri nella propria casa per salvarli dallo sterminio. Montag si appassiona alla lettura finché un giorno, tradito dalla moglie, viene costretto a bruciare i suoi libri pur salvandone uno. Proprio per questo libro uccide il suo Comandante e si dà alla fuga. Raggiunge nel suo pellegrinare un bosco, alla fine di una strada ferrata. In questo bosco vivono gli uomini-libro che conservano i libri nella loro memoria. Non importa che il libro di carta vada perduto l’importante è conservarlo nella memoria e tramandarlo ad un altro che si prenderà la cura di salvarlo per il resto della sua vita. Non ricordo Montag che libro avesse salvato, ma mi è venuto subito in mente il libro che vorrei essere e che vorrei salvare. E’ un libro corto che lessi in due ore durante un viaggio in macchina verso il sud. In effetti più che un libro è un monologo, non un romanzo, ma la sceneggiatura di un film. L’autore non è nemmeno uno di quelli che preferisco, anche se il primo libro che lessi di lui “Seta” mi aveva oltremodo toccato. Il libro è “Novecento” di Alessandro Baricco e mi piace l’idea di passeggiare dentro al bosco raccontandomi e ripetendo agli altri la storia di quel bambino dal nome strano che nacque su una nave da crociera e da lì non scese più.

Da Soldato Blu a Piccolo Grande Uomo passando per Un Uomo chiamato Cavallo

In Amici, Cinema, Cultura, Miti ed eroi on 17 dicembre 2010 at 13:42

Ancora un commento di  Cavaliere errante unito da due film “Soldato Blu” e “Piccolo Grande Uomo”  film di Arthur Penn con Dustin  Offman, che descrive il personaggio trattato in questo commento. Ho aggiunto un altro film sempre del 1970 che resta una pietra miliare e che appartiene alla stessa trilogia:  “Un uomo chiamato cavallo” di Elliot Silverstein con Richard Harris.

Il 25 giugno del 1876, sui pendii del ‘Little Big Horn’, mentre l’allora Colonnello George Armstrong Custer (che era stato circa 10 anni prima, nella Guerra di Secessione, il più giovane e fortunato Generale di Divisione di tutta la Storia Militare USA, essendolo divenuto a soli 25 anni!) scendeva col suo Rgt. del ’7° Cavalleggeri’ deciso all’atto di sterminio finale, su quella polvere orrenda che gli Indiani videro dalle sottostanti rive del fatale fiume, volse gli occhi sbigottiti Tashunka Uitko, e gli si strinse il cuore!!! Ma non si smarrì, afferrò un nugolo di Guerrieri Lakota Oglala e Cheyenne e li strappò alla paura che “Lunghi Capelli”, figlio dagli occhi azzurri di un temporale e della morte, incuteva a tutti loro e gli urlò: “Animo Guerrieri, tutti con me, oggi è un gran giorno per morire!” Poi, quell’Eroe tragico e indomito, mai vinto in una battaglia in campo aperto, con una manovra assurda di aggiramento, possibile solo risalendo un canalone distante chilometri dalla collina da cui scendeva Custer, riuscì portarsi alle spalle, e in posizione dall’ alto, dello stesso Custer! Era una manovra di impensabile audacia, quasi impossibile da attuare, ma Cavallo Pazzo ed il suo cuore ci riuscirono e per Custer ed i suoi Soldati blù fu la fine!
Poco più di un anno dopo, a Fort Robinson dove l’invincibile Tashunka si era arreso con circa novecento tra Donne, Vecchi e Bambini, tutti stremati dalla fame e dagli stenti patiti, fu proditoriamente ucciso con una baionettata che gli squarciò i reni ‘mentre altri soldati’ lo trattenevano vigliaccamente (tra loro, il più infame di tutti: il suo ex Compagno di mille battaglie e di storie di struggente amicizia, Piccolo Grande Uomo, in divisa di caporale ausiliario dell’Esercito USA, che gli teneva ferme le braccia!!!). Morente e dilaniato dal dolore lancinante, Tahunka Uitko, al Padre che lo rincuorava disse le sue ultime parole su questa Terra (ma non le ultime, sulla terra perennemente verde di Wakan Tanka, dove continua a vivere ed a cacciare i bufali): “Padre è finita, dì al mio Popolo che non potrà più contare su di me!” E spirò!
Era la fine del settembre del 1877, e quell’Eroe aveva, si presume, “trentatre anni”!

Sul fiume Sand Creek

In Cinema, Cultura, Guerra, Miti ed eroi, musica, Pietas on 16 dicembre 2010 at 11:09

Riporto senza modifiche il commento del caro Cavaliereerrante sulla strage perpetrate a Sand Creek da parte dell’esercito a stelle e strisce. Senza aggiungere ulteriori commenti da parte mia. Grazie Ser@Bruno.

  • Sul Fiume Sand Creek (‘ruscello della sabbia’ lo chiamavano gli Cheyenne), si accampò, per tenersi lontano da chi, anche dalla sua stessa etnìa, voleva scatenare una ‘guerra persa in partenza’, Pentola Nera, Grande Capo dei Cheyenne pacifici .Questo saggio Cheyenne, cui era stata assegnata una Medaglia del Congresso per il riconoscimento della sua azione di pace tra Bianchi e Pellerossa, aveva fatto accampare la sua Gente, circa un migliaio di Cheyenne prevalentemente anziani, per lo più donne e bambini, e pochissimi guerrieri in grado di combattere . Era nelle sue previsioni, un posto tranquillo, fuori mano, non avaro di pesca e cacciagione, e rigoglioso d’ erba grassa per i cavalli . Un posto sicuro, un posto incantevole fatto per crescere Gente pacifica!
    Ma un bastardo di uomo (sic!), l’ ex Predicatore Battista Chivington, ex Colonnello non privo di oscure gesta militari, Uomo di accanita ed ipocrita vocazione religiosa, un intollerante, un avventuriero “privo d’ onore”, alla testa di una masnada di ex renitenti alla Leva per Soldati della Guerra di Secessione, cui si erano aggiunti ex galeotti appena usciti dalle più lercie galere, ed altri uomini senza scrupoli, “tutti attirati” dalle grosse taglie che pendevano sulle teste degli “Indiani ostili” (sic!), un’ eterogenea accozzaglia di delinquenti di ogni risma che si fregiava del titolo di “Rangers del Colorado” e che sventolava la bandiera USA, attaccò questo accampamento pressoché inerme, ritenendolo – ahimé giustamente! – una delle prede più facili a portata dei loro artigli. Erano le ore 20 circa del 28 Novembre 1865, una serata gelida, un cielo privo di stelle e di humana pìetas! Gli Cheyenne dormivano tranquilli, non avevano neanche appostato sentinelle nelle vicinanze, tanto erano consapevoli di non costituire pericolo per nessuno. A colpi di sciabola, cariche di fucilerie appoggiate da 4 Obici da montagna, in grado di sparare proiettili di circa 12 libbre ciascuno, questi “eroi dell’ infamia” massacrarono letteralmente, e con un sadismo mai eguagliato, la maggior parte di quegli indifesi Cheyenne, torturando, stuprando le donne prima (anche in cinta) e sventrandole poi, spaccando a metà con la sciabola bambini in fasce, ovunque spargendo la morte e il terrore, resuscitando l’ inferno. Ogni vittima pellerossa fu scotennata (anche le donne, cui fu scalpato anche il pube, anche i bambini appena adolescenti), costituendo questo ‘trofeo’ la prova da esibire per incassare le taglie e le prebende che lo stesso Governatore del Colorado aveva posto a premio di simili imprese, e furono infine massacrati anche i cavalli!
    Il bel Film “Soldato Blu”, e la sua struggente omonima ballata cantata con l’ anima dalla pellerossa Buffit Saint-Marie, mostrano solo in parte l’ orrore e le infamie di quel proditorio attacco notturno, rimasto agli atti della Storia degli Stati Uniti d’ America “come l’ azione più vile mai perpetrata contro una popolazione indifesa sotto la Bandiera ‘a stelle e strisce’ degli USA” . I pochi sopravvissuti di quella strage, raccontarono che Antilope Bianca, un vecchio guerriero di 75 anni, prima di cadere colpito a morte, dicesse : “Niente vive a lungo, solo la Terra e le Montagne”!!!
    Oggi, a circa 145 anni di distanza da quell’ orribile strage, nulla resta degli infami che la commisero, se non una condanna morale irredimibile ed un sentimento di repulsione per i nomi dei carnefici, cui nessun oblìo potrà mai porre termine .
    Ma sui Monti Rushmore, le mitiche Saha Paha (Le ‘Black Hills’), il luogo sacro a Wakan Tanka Paradiso dei Giusti dalla pelle rossa, dal 1948 un gruppo di Scultori, sostenuti economicamente con gli aiuti pervenuti da tutto il Mondo Civile, sta scolpendo “a colpi di tritolo” prima, improntando con i martelli pneumatici poi ed infine rifinendo il marmo a scalpello, una Montagna di circa 195 metri: il Monumento dedicato a Tashunka Uitko, il più alto Monumento che l’ Uomo nella sua Storia plurimillenaria abbia mai scolpito (‘Colosso di Rodi’ compreso) con le sue nude mani. Vi si intravede già il Volto malinconico di Tashunka che guarda verso la sottostante ‘grande prateria’, la testa del suo Cavallo ed il braccio che l’ Eroe Oglala Lakota protende, indicandolo con il dito indice disteso, quel paradiso perduto strappato dai bianchi alla sua Gente!
    Come previde, con l’ esattezza del saggio, il vecchio Cheyenne Antilope Bianca “vivono a lungo solo la Terra e le Montagne”!
    cavaliereerrante
  • Cari ed ospitali Ser @Mario e Lady @Ross, vi ringrazio per l’ ospitalità e l’ occasione di estrarre da me una insopprimibile malinconia, che mi fa vivere male, che tutt’ ora mi turba!
    Come Tu dici “con cognizione di causa”, carissima Lady @Ross : “perdenti si nasce”!
    Forse, è vero, se leggiamo la Storia! Ma se “perdere” significa andare a fecondare la terra all’ ombra di quei Giusti, se “perdere” significa stare per sempre dalla parte di Tashunka Uitko, di Ernesto ‘Che’ Guevara, di Salvador Allende, di Yuri Gagarin, di Enrico Berlinguer e di tutte le altre, infinite, anime perse nei sogni di libertà irrefrenabili, allora Amica mia penso da Cavaliere Errante che fu una meravigliosa sorte la nostra, se ci fece “nascere con quella fatale vocazione” nel cuore!


  • Quella volta che vinsero gli indiani

    In Cinema, Cultura, Guerra on 15 dicembre 2010 at 8:40

    Robbie Robertson – 1994 – Music for the native American: It Is a Good Day to Die
    [Audio “https://sites.google.com/site/semario2/ItIsaGoodDay.mp3”%5D

    Con gli amici blogger e frequentatori di blog, abbiamo parlato molto attorno a “la cosa più bella del mondo” argomento che ha dato la stura a mille e mille piccole e grandi cose che sono le più belle del mondo, per ognuno di noi. Ad un certo punto, il mio compagno tra i commenti e in un post bellissimo se ne esce con questa frase che potrebbe sembrare sibillina ed invece non lo è: “Quella volta che vinsero gli indiani…” Che poi, ad essere sinceri, s’incomincia a ragionarci attorno ad una brutta sconfitta e un terribile massacro sulle rive del Sand Creek. Purtroppo io che sono cresciuta, come molti d’altra parte, a latte e John Wayne, non conoscevo così bene la storia americana.
    La spiegazione è semplice, noi ragazzi del ’68, che contestavamo la guerra in Vietnam e che senza mezzi termini ci schieravamo dalla parte della guerra di popolo, ossia dalla parte dei Vietcong, ci eravamo dimenticati che l’America aveva, anche, altre due grosse responsabilità: la segregazione razziale e l’espropriazione violenta delle terre agli indiani nativi.
    Nel ’68 c’erano molte cose a cui pensare, dovevamo cambiare il mondo e non ci bastavano le nostre mani e le nostre canzoni. La contestazione era globale, mica ci si limitava ad un solo problema, per quanto importante potesse sembrare. Poi è duro combattere contro i miti, anche quelli stupidi ed imposti. Da quando mi ricordo, i film cosiddetti western, parlavano del coraggio dei pionieri e dei pericoli insidiosi degli assalti degli indiani, mai si parlò delle vessazioni e del genocidio sistematico che questi popoli subirono.
    Ma arrivò il giorno in cui nella sale cinematografiche usci il film Soldato blu. Era il 1970 e sovvertì totalmente i giudizi che molta filmografia di parte ci avevano costruito. Ci rendemmo conto che la realtà poteva essere vista anche dall’altra parte e quello squarcio sui fatti di quel lontano novembre del 1864, ci dava la misura di quello che successe poi.
    E’ vero, gli indiani vinsero a Little Bighorn nel 1876 contro il Generale Custer. E fu una vittoria che vedeva Davide contro Golia. Toro Seduto riuscì a riunire le tribù dei Lakota, Sioux, Cheyenne e Arapaho che sterminarono il 7° cavalleggeri guidato da Custer. Ovviamente una vittoria che avrebbe segnato il passo molto presto, ma comunque sempre una vittoria, la prima. Poi ci penso l’uomo bianco a distruggere quei popoli con la prima vera guerra batteriologica moderna. Generosità fatta di coperte impestate di vaiolo. Genocidio per occupare le terre che da sempre appartenevano ai pellerossa. Quattro secoli di massacri dei popoli nativi d’America sono davvero uno dei crimini più odiosi e barbari della storia.
    Ricordo ancora che nel 1979 le autorità dello Stato di New York tentarono di sottrarre il territorio di riserva dei popoli irochesi, dopo aver scoperto un enorme giacimento di carbone nella zona. Usarono tutte le intimidazioni possibili e ancora una volta in parte riuscirono nell’intento.
    Tutto questo per dire che da Soldato blu in poi ci furono altri film a prendere le parti degli indiani. Film che hanno cambiato in gran parte il nostro modo di vedere. Proprio per questo, a prescindere dalla violenza di qualsiasi atto di guerra, fu un gran giorno quello, quando finalmente, senza ombra di dubbio, anche se per un periodo troppo breve, si poté dire: “io mi sento indiano ed ho vinto“.

    AvreiPotutoAvere

    In Blog, Cinema, La leggerezza della gioventù on 8 settembre 2010 at 20:30

    foto di Ross con il pancioneDolorosamente, faticosamente lo devo ammettere: aveva ragione Lei. Ancora una volta. Come sempre. Alla faccia del “poeta di allora”, alla faccia del “perfettino senza arte”, alla faccia del “brontolone intemperante”, alla faccia dell’ “instabile iroso dagli umori frizzantini”, alla faccia di tutte le facce e della mia, ne è uscito, ancora una volta, un buon post. Alla fine. E io starei ancora lì a cercare l’uovo nel pelo. Il fatto che del film s’è fatto poco cenno. Ed è così che ci si sente scornati e senza parole.
    Allora, come s’usa dire, parliamo del tempo. Scroscia a dirotto, per dirla tutta. Cosa? Ma la pioggia, naturalmente. Cosa potrebbe scrosciare, e per giunta a dirotto. Viene giù che dio la manda. E chi altri la potrebbe mandare se non un tipo così assai bizzarro. A catinelle. A secchiate rovesce. Sono modi di dire e i modi di dire seguono ragioni proprie. Mica gli si può chiedere una logica. Verrebbe da dire: piove, son tutti ladri. Se non fosse che sarebbe qualunquismo. Non fosse che mi chiedo se me la si poteva, allora, chiedere. Io credo di aver sognato solo di uscire. Di scappare. Di sottrarmi al ruolo che mi era stato destinato. Ma sono stato da subito spettinato, a modo mio, ribelle. Comunista. Comunista in una famiglia comunista. Riuscivo ad essere lo stesso comunista a modo mio. E a contestare. Con già il 68 nelle vene.
    Eppure ero un bambino muto, con gli occhi che gli pesavano a terra. Disperatamente alla ricerca dei gesti dell’affetto. Forse nemmeno mi mancavano. Non mi erano mai abbastanza. Un bambino che giocava con la propria ombra. Proiettandola sul muro. Facendola ballare. Poi sono diventato un bambino con un fratello. E in seguito il figlio maggiore. Mai sopportato nemmeno questo ruolo. Ancora oggi lo rinnego. Me ne vado a raccontare che è lui il più vecchio. L’altro. Quello bello e fortunato. Quello che la vita la sfida. Mostra di sfidarla. In realtà ci passa attraverso. Pare sempre a suo agio. E si fa ragione alzando la voce. Lo lascio fare. Sono sempre e solo intervenuto quando quella sfida gli ha offerto prove troppo impegnative. Nei suoi momenti di sconforto. Bui.
    A parlarmi addosso mi sembro un altro. Ho sempre cercato malamente di non farmi notare. Con gli anni non è cambiato molto. Non sono mai corso dietro a nessuno. Mi meravigliavo solo quando erano gli altri, a seguirmi. Non ho mai amato gli eroi. Ho continuato ad amare gli umili, nonostante le rabbie. A evitare i miti. Mi affogavo di libri. Fino ad arrivare alla nausea. Ma mai stato ortodosso. E’ così che ti ritrovi ragazzo. A volte troppo presto. Senza nemmeno accorgertene. Ma me lo sono chiesto; anche se molto dopo. Non ho mai sognato di diventare pittore. Non ho mai sognato di diventare poeta (come mi chiamavano gli amici). Lo scrittore. Ho semplicemente provato a farlo. Mi bastava dimostrare a me che avrei anche, seppur malamente, potuto farlo. E lì finiva la sfida. Dimenticavo di dire che non ho mai amato le competizioni. Ho accettato sempre le sfide, mai le competizioni. Mai voluto essere migliore di nessuno. Mi bastava convincermi di non essere il peggiore. Ci doveva pur essere, in un qualche angolo, un valore inferiore.
    Le cose le devono fare chi ha imparato per farle. Dimenticavo anche di dire che allora ho deciso di non proseguire negli studi. L’ho deciso io; assieme alla vita e all’ambiente. Me ne sono pentito. Non me ne sono pentito. Non abbastanza. Non abbastanza per riprenderli, quegli studi. Qualsiasi. Invece Lei lo ha fatto. Per Lei era un sogno. La invidio. La stimo e la invidio. Volevo solo attraversare la vita. Com’è sempre stato. Come oggi. Parto amando solo il viaggiare. Non chiedo quasi mai cosa succederà domani. Mica me ne vanto di quanto sopra. Solo che fui e sono stato. Quello era quel bambino. Poi quel ragazzo. Oggi sogno ancora. E ogni notte sogno di risvegliami il mattino, vicino a Lei. Parrebbe strano. Mai sentito l’angoscia di non risvegliarmi. E’ che oggi c’è Lei. E’ tornata. Così come non era mai stata. Come non era potuto essere. Ma sono molte le cose che mi fanno sentire strano. E che mi paiono magiche. Soprattutto oggi. Pioggia o non pioggia.
    Insomma poi ho avuto la fortuna di incontrare Lei, Rossana, allora, ma qui comincia un’altra storia. Sprecarla in poche righe sarebbe uno spreco. Una banalità. Una bestemmia. Non è forse la favola? Lo è per me. Mi chiedo a chi può interessare. Cosa può destare interesse in questo parlare di me. Come di una cavia. Attempata. Forse per lenire. Forse in senso propedeutico. Il trovare qualcuno che è riuscito a fare di peggio. Sono riuscito quasi a convincerla che non ero adatto. Che non mi doveva né poteva amare. Aspettare. Che tutto vale maggiormente la pena. Naturalmente l’ultimo piccolo passettino se l’è dovuto fare da sola. Anche questo appartiene all’altra storia.
    Non fossi un tipo fortunato sarei solo una nullità.

    ottimo post rubato a E’ solo un blog – prove di comunicazione di Mario

    Altri percorsi

    In amore, Cinema on 28 luglio 2010 at 11:29

    La mia vita è andata come doveva andare. Certo che a pensarci bene avrebbe anche potuto andare diversamente. Bastava poco. Un niente. Eppure come si fa a dirlo, ad esserne sicuri. Forse bastavano delle decisioni diverse qui e là. Forse bastava solo che quel giorno piovesse oppure che avessi ricevuto una telefonata o una lettera. Avrebbe potuto andare bene anche che fossi uscita ed avessi comperato un giornale oppure che fossi entrata in una libreria o che il mio fratellino più piccolo avesse un po’ di tosse. Qualsiasi occasionale “incidente” avrebbe potuto rendere diversa la mia vita. Ed invece la vita era stata quella e non me ne lagnavo. Certo che avrei potuto prendere un’altra strada, se solo fossi stata più attenta, oppure meno disponibile, magari più docile, oppure meno orgogliosa. Chissà quali percorsi avremmo praticato?…
    Se ne parlava l’altra sera con il mio compagno. Poi chiamarlo compagno a lui non piace: lo fa sentire provvisorio. Forse ha ragione, di compagni non ce ne sono più. Magari avrei potuto dire fidanzato, ma anche qui il termine è piuttosto anacronistico e poi c’è quel divenire che fra noi è già un divenuto. Beh insomma parlavo l’altra sera con Michele. Si parla sempre molto tra di noi e qualche volta si esce dal seminato. Anzi succede spesso. Qualche volta ci si abbandona a sogni che nascono dall’immaginare diverse opportunità nella propria vita. Il caso. Si diceva: “E se quella volta non fossi partito?… E se fra noi tutto fosse continuato, come era successo ad altri dei nostri amici? E se pur ci fossimo perduti allora. Se a quella festa io ti avessi parlato… oppure io ti avessi confessato o ancora se noi ci fossimo accorti?…” Che esercizio inutile. Ma siamo fatti così, io e Michele. Siamo dei sognatori incalliti. Ci piace inventare delle storie. Le nostre o anche quelle degli altri. Magari reinventarle.
    Così abbiamo percorso quell’esile sentiero senza se e senza ma. Due ragazzi giovanissimi che vivevano la loro storia nata proprio alle soglie di quel lontano e tanto agognato o vituperato 68. Che poi fosse il 68 noi non lo sapevamo mica. Queste cose si sanno solo dopo. Quello per noi era un anno come tanti. L’avremmo ricordato come il nostro anno d’amore.
    Era una storia tra due ragazzi che avevano molto, anzi troppo in comune. Eravamo ugualmente poveri, sognatori, generosi e disponibili. Coraggiosi, forse irresponsabili. Orgogliosi e testardi. Pronti a tutto. Forse no, questo è esagerato dirlo. Pronti a moltissimo, per una coerenza che ci avrebbe portato velocemente a sbagliare. Ma fino ad allora, gli errori erano stati lievi, marginali. Non era stato ancora il tempo delle “decisioni irrevocabili” quelle che avrebbero cambiato la nostra vita. Mettiamo che quelle decisioni non le avessimo prese. Che il destino ci avesse sorriso un po’ di più di quello che aveva già fatto nel metterci assieme. Mettiamo che io non avessi la paura di una sedicenne e lui l’insicurezza di un diciannovenne. Mettiamoci anche che non fossimo stati oggetto di proibizioni, costrizioni, invidia e quant’altro. Mettiamo che avessimo superato quello scoglio dei caratteri che s’incendiavano per ogni nonnulla. Che fossimo liberi di prendere le nostre decisioni e che fossimo stati supportati di un niente dalle nostre famiglie. Oggi dove saremmo arrivati?
    E’ bello sognare un’altra vita se qualche volta la tua è stata avara. Senza aver da recriminare troppo. E’ fantastico proiettarsi un nuovo film. Vedere le trasformazioni che il tempo produce sui nostri corpi e sul nostro modo di pensare. I migliori anni della nostra vita. Una lotta che sarebbe stata comune. Un sentiero percorso mano nella mano. Degli abbandoni di cui solo allora eravamo capaci, ma che non avevamo ancora conoscuto. Un film che neanche a Hollywood se n’è mai sentito parlare. Gli attori principali: solo noi. Interpretazioni da Oscar. Diventare adulti sarebbe stato più facile. Alcune particolari decisioni solo nostre. Molti figli di molti colori. Che film stupendo. Noi ancora gli sceneggiatori e i registi. Avremmo imparato la leggerezza che non sapevamo trovare. La libertà di essere noi stessi. La forza di vivere in due. Il più bel film della nostra vita.

    Le vite degli altri

    In Anomalie, Cinema on 1 dicembre 2009 at 20:47

    Le vite degli altri, ovvero Sonata per gli uomini buoni, come preferisco chiamarlo io, è un film tedesco che ha avuto il premio Oscar 2007 per il miglior film straniero. In genere la cinematografia tedesca non mi ha mai entusiasmato troppo, a parte Il tamburo di latta che però appartiene ai “film magici” e quindi lo ritengo un’altra cosa. Questo film comunque mi ha emozionato come da molto tempo nessuna opera cinematografica è riuscita a fare. Non che il mio gusto in fatto di cinema sia da considerarsi esemplare. Ho gusti che spaziano in generi diversi, solo raramente sono di nicchia. Comunque questo film è speciale, anche e non solo per l’interpretazione dei tre protagonisti, l’agente della Stasi, lo scrittore e l’attrice, la cui bellezza mette in pericolo la loro stessa esistenza. Ambientato nella Germania dell’Est, quando il muro si scriveva con la lettera maiuscola, descrive la crisi morale ed ideologica di un agente dei servizi segreti (Stasi) che, mentre viene incaricato di controllare lo scrittore di teatro amante dell’attrice, con l’intento di rovinarlo per far ottenere le “grazie” della donna al ministro della cultura che ne è invaghito, si ritrova a creare quasi involontariamente (all’inizio) una copertura ai due e ai loro amici oppositori al regime. I due amanti sono controllati, in tutti i loro atti, da microfoni che si trovano in casa, mentre all’altro capo un uomo, privo di affetti e sogni, cresciuto alle regole assurde di un regime, riesce ad intravvedere nella vita delle sue due vittime la bellezza e il calore che lui non ha. Vive le vite degli altri e di questo si nutre e si accontenta fino all’estrema conclusione del racconto. Solo alla fine lo scrittore, dopo alcuni anni dalla caduta del muro, riesce a capire chi lo aveva denunciato alla Stasi, comprende anche perché la sua compagna proprio quel giorno era morta e chi li aveva salvati da un destino ben più crudele. Lo scrittore raggiunto, il successo ora che la Germania è unificata e che la fortuna e la carriera non è più dovuta all’asservimento a quel potere, scrive la storia in un libro che dedica all’agente di cui è venuto a conoscenza dell’esistenza dalla documentazione dei servizi segreti ormai a disposizione di tutti. La poesia di questo film e difficile da spiegare, come sono difficili da spiegare le emozioni che si provano di fronte ad un bel quadro o ad un bel libro. Posso solo dire che esistono degli uomini buoni la cui storia non fa storia, mai nessuno la racconta perché nessuno la conosce ed è tanto più bella quanto più umile e nascosta.

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