rossaurashani

Tornano i Katanga?

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 gennaio 2011 at 20:58


A volte la Storia va letta anche nei piccoli particolari, perché proprio per le dimensioni, riescono a sfuggirci.
Inutile tergiversare questa è la vera storia dei Katanga raccontataci da Jacopo Fo o almeno questa è la storia senza la bellezza della leggenda.

Il Servizio d’Ordine e’ criminale?
“Cosa succede quando gli studenti si organizzano militarmente? E’ un bene?
Troppi dei commenti ai miei articoli dei giorni scorsi sono intrisi di parole gravi. E’ indiscutibile che una grande fetta di giovani non ne può più di questa Italia corrotta che ruba il loro futuro. Hanno ragione. Hanno tutte le ragioni. Ed è ovvio che di fronte a una polizia che picchia ci sia qualcuno che si stanchi di porgere l’altra guancia.
Siamo di fronte a un bivio storico per il movimento studentesco: bisogna scegliere se e come intraprendere la via violenta.
Io credo che a volte non bisogna solo decidere se un’azione sia giusta; bisogna anche valutare se con quell’azione si possono ottenere i risultati desiderati.
L’Anc di Nelson Mandela ad un certo punto della sua lotta contro il fascismo razzista sudafricano intraprese azioni violente ma ad un certo punto decise di interromperle perché sarebbero state controproducenti e grazie a questa elasticità di pensiero ottenne la parità dei diritti per i neri.
In questo momento molti sostengono la necessità di costruire un servizio d’ordine efficiente, che impedisca ai provocatori e alle frange violente di usare i cortei come palcoscenico e come protezione per le loro scorrerie a sfasciar vetrine.
Vorrei qui raccontare cosa successe nel 1969 quando il Movimento Studentesco di Milano si trovò di fronte allo stesso problema.
Credo che la nostra storia possa offrire informazioni interessanti, utili per i giovani che oggi devono decidere che fare e come farlo.
E questo anche perché pochi hanno raccontato cosa successe veramente.
Leggo ad esempio, con raccapriccio, sul Corriere, l’intervista a Mario Martucci, che era tra i capi dei Katanga, il servizio d’ordine del movimento studentesco.
In questa intervista Martucci, oggi passato a posizioni politiche centriste dopo un transito alla corte di Craxi, magnifica le capacità dei Katanga nell’evitare sfasci di vetrine. Vero.
Ma Martucci tace su tutto il resto.
Per una serie di casi, mi trovai alla Statale di Milano quando venne annunciata la fondazione dei Katanga, che ancora non si chiamavano così.
I fasci avevano compiuto una serie di assalti e imboscate mandando all’ospedale molti compagni. Tramite il passaparola un centinaio di “compagni fidati” erano stati convocati in un’aula dell’Università Statale (Lettere). Un ragazzone fece un discorso molto breve. Disse grossomodo: i nostri compagni sono all’ospedale, uno e’ gravissimo, qui non parleremo di questo, siamo qui perché dobbiamo vendicare i nostri compagni. E’ ora che il movimento risponda alla violenza e per inciso abbiamo deciso di strutturare un servizio d’ordine permanente, dobbiamo sapere su chi possiamo contare. Ora discutiamo di come farla pagare ai fascisti. Usciamo di qui e andiamo a fargli visita. Chi non se la sente esca subito.
Io avevo 14 anni e non me la sentivo proprio. Così mentre un compagno distribuiva spranghe a tutti i presenti, una sessantina, io e qualche altro e quasi tutte le ragazze ce ne uscimmo. Mi vergognavo tremendamente… Ma non avevo mai dato neppure uno schiaffo a qualcuno e non me la sentivo proprio di partecipare a un raid a bastonate.
Nella mia testa non passò neanche il minimo dubbio sul fatto che comunque quei compagni stessero agendo giustamente. Avevamo subito pestaggi e assassinii e ad eccezione di qualche reazione spontanea durante le cariche della polizia non avevamo mai dato una risposta organizzata alla violenza del potere.
In effetti poi qualche perplessità la sentii, nella mia coscienza, quando una compagna, con qualche anno più di me, che aveva partecipato al raid mi raccontò cos’era successo.
Era restata un pò sconvolta anche lei… Erano arrivati da varie direzioni in San Babila, erano entrati contemporaneamente in due bar ritrovo dei fascisti, massacrando tutti gli avventori giovani, in sei o sette erano finiti in ospedale con varie fratture e commozioni craniche. Era un’azione di giustizia sommaria e non c’era modo di sapere che livello di responsabilità avessero quei ragazzi presi a bastonate. Essere in quel bar era una prova sufficiente della loro colpevolezza?
La mia amica era restata scioccata anche dalle istruzioni che un pazzo dava in macchina mentre andavano in San Babila (percorrendo un lungo giro per arrivare dal lato opposto). I consigli vertevano sui punti da colpire per provocare danni permanenti senza uccidere: gomiti e ginocchia.
Mi chiesi se non fosse una cosa orribile. E decisi che quel modo di ragionare era mostruoso ma in fondo non lo condannai completamente… Erano “compagni che sbagliano” ma comunque erano compagni.
Non partecipai alla prima assemblea del servizio d’ordine al completo. Ma ne ebbi un racconto dettagliato. Si trovarono circa trecento compagni scelti tra i più validi e fidati. Erano presenti anche una ventina di ragazze tra le quali una mia amica che era veramente imponente. Il primo intervento lo fece Luca Cafiero, che era professore, eletto anni dopo al parlamento come indipendente nelle liste del PCI e ora filosofo. Iniziò dicendo: “Fin dai tempi delle rivolte degli Iloti contro l’aristocrazia ateniese, il sasso e’ stata l’arma principale dei ribelli”.
Le prime azioni dei Katanga furono in effetti improntate sulla tradizione della falange greca.
Storico fu il primo assalto frontale contro la polizia qualche settimana dopo.
I Katanga attaccarono frontalmente le forze dell’ordine in ranghi serrati. Le scariche di pietre venivano lanciate contemporaneamente da ogni fila che ubbidiva alle grida del capocordone.
La polizia non era preparata a reggere la carica e il corpo a corpo con un quadrato compatto di uomini che permetteva a quelli della seconda e terza fila di lanciare pietre a distanza ravvicinata mentre già la prima fila iniziava a colpire con le spranghe. E mentre le spranghe delle seconda fila venivano a dar man forte a quelle della prima fila, la terza fila e la quarta continuavano a scagliare pietre.
Notevole fu poi la capacità dei Katanga di ritirarsi subito dopo l’assalto devastante e disporsi dietro ai “Giornalisti Democratici”. In questo modo i poliziotti inferociti massacrarono i giornalisti. Il giorno dopo il Corriere della Sera uscì con articoli di fuoco contro le Forze dell’Ordine che scavalcarono a sinistra i volantini del movimento.
I Katanga si allenavano in palestra, avevano una disciplina impressionante, marciavano in formazione e difendevano i cortei in modo estremamente efficiente.
Le cose iniziarono a migliorare.
Salvo per il fatto che avevamo alzato il livello dello scontro e qualche compagno ci rimise la pelle.
Fui sconvolto vedendo Santarelli rantolare dopo che un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo lo colpì in pieno petto. Morì di lì a poco. Ma l’orrore che provai non mi fece venir dubbi sul percorso che stavamo seguendo: la polizia e i fascisti ci attaccavano quotidianamente e noi dovevamo difenderci. I Katanga erano quello che ci serviva. Ogni compagno che moriva ci rendeva più determinati a combattere.
Ma ben presto iniziarono le scissioni. E ogni gruppo che nasceva si costruiva il suo servizio d’ordine. Io entrai nel Gruppo Gramsci che aveva il servizio d’ordine più minuscolo e sfigato della città. Eravamo una ventina.
Poi successe che il Movimento Studentesco, che era diventato anch’esso un “partito”, diretto da Capanna, perse alcune assemblee di facoltà, cosa gravissima perché permetteva ai vincitori di chiamarsi Movimento Studentesco di quella facoltà. Mentre quelli restati con Capanna rivendicavano l’esclusiva della sigla MS.
Dalla sconfitta in assemblea scaturirono accuse di brogli e cammellaggi e iniziarono le botte. Decine di feriti in tutta la città. Poi iniziarono i pestaggi nei licei. Al Berchet, dove studiavo, arrivarono in 4, all’ora di uscita, uno aveva una lista di nomi in mano. Chiesero: “Chi è Minervini?” Minervini li guardò perplesso: “Sono io.” Gli saltarono addosso con le chiavi inglesi e lo lasciarono per terra sanguinante. Non facemmo in tempo a reagire che erano già scappati a bordo di un maggiolino.
Indiscutibilmente i Katanga erano molto abili.
Ma scatenarono una guerra che durò mesi e che arrivò a parossismi come l’assalto a Scienze presidiata da un migliaio di militanti armati di bastoni e pietre. I Katanga arrivarono in formazione da combattimento, disposti in quadrati composti da un centinaio di uomini ciascuno.
Solo l’intervento della polizia evitò una battaglia campale tra gli eserciti dell’estrema sinistra.
Poi ci fu il massacro dei militanti di Lotta Comunista, che diedero l’assalto alla Statale e furono picchiati selvaggiamente con scene di bassa macelleria.
Per un paio di anni i feriti a causa degli scontri tra compagni furono più del doppio di quelli causati da fascisti e polizia.
E molti episodi che vennero denunciati come aggressioni fasciste erano in realtà scontri tra compagni. E ci furono casi gravissimi che vennero nascosti. Ad esempio quando un dirigente trotschista si trovò sotto casa una squadra di Katanga e reagì sparando.
Ovviamente questa lotta fratricida disgustò molti e fu la causa principale di un allontanamento di massa dalla politica.
E fa un po’ senso che a distanza di 40 anni il Corriere della Sera pubblichi un’intervista nella quale l’ex comunista Marcucci si vanta sostanzialmente delle proprie gesta. E anzi racconta, con una punta di vanagloria, di quando fece mangiare a Gad Lerner una mozione che Gad aveva appena scritto. Martucci ricorda male, non eravamo al Berchet ma a Scienze, in aula magna, mi pare il giorno precedente alla marcia dei Katanga sulla facoltà.
E Gad non si rimangiò molto. Visto che c’eravamo anche noi a presidiare Scienze. E anzi le minacce di morte di Martucci furono tra le gocce che fecero traboccare il vaso e che portarono alla decisione di tutti i gruppi milanesi di coalizzarsi per fermare i Katanga. C’erano quelli di Architettura che avevano sbaragliato la polizia per un’intera notte, c’era Lotta Continua, che si portava dietro la Banda Bellini, duecento ragazzi delle periferie che si ritrovavano in una palestra di boxe, e c’erano Lotta Comunista e Avanguardia Operaia, più una decina di gruppi minori.
Io mi chiesi se sarei riuscito a picchiare un compagno.
Io facevo politica per cambiare il mondo ma mi rendevo conto che stavamo facendo ben altro.
Quel giorno ebbi la sensazione che fossimo arrivati alla fine del movimento.
Mi dissi che non avevo voglia di dare una sprangata a un compagno e mi ritirai nelle retrovie. Non sapevo che cosa avrei fatto se i Katanga avessero sfondato la prima linea e mi fossi trovato di fronte la carica delle falangi di Capanna.
Avevo una spranga in mano, nessuna voglia di usarla e una grande amarezza dentro. E benedissi la polizia quando arrivò e si mise tra noi e i Katanga. E lo fece anche in modo incredibilmente pacifico. Peraltro nessuno aveva intenzione di attaccare la polizia: eravamo lì per picchiarci tra di noi.
Pochi dei giovani di allora hanno raccontato questa parte meschina della rivolta degli anni settanta. Ed e’ un peccato. Se non si digerisce la propria storia si espongono i nostri figli al rischio di compiere gli stessi errori. Se i partigiani ci avessero raccontato anche la parte sporca della guerra di liberazione (ci fu anche questo) forse noi avremmo riflettuto un po’ di più prima di decidere che il migliore strumento a nostra disposizione per cambiare il mondo era un tondino di ferro lungo 50 centimetri.
Non dico che la rivolta studentesca fu solo una storia di servizi d’ordine. Dico che a un certo punto la logica della violenza riuscì a mettere in secondo piano, nei fatti, la nostra lotta per il cambiamento. Eravamo troppo impegnati a difenderci e contrattaccare militarmente per occuparci con energie sufficienti di costruire il nuovo.
La violenza non e’ solo orribile. Possiede anche una straordinaria forza di accentrare su di sé le energie. Se inizi a praticare la violenza essa finisce per monopolizzare le tue migliori capacità. E’ difficile combattere e pensare nello stesso momento.”

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  1. Lo sai che trovo fondamentale questa rilettura (ma anche la riscrittura) del nostro passato e del passato. Anche perché non torni, se possibile. Credo che la memoria venga uccisa da quella sorta di zuccheroso perbenismo che mostra le cose come uscite dalle pagine del libro cuore. Così come mi aveva un poco infastidico quella storia partigiana. Il conflitto non è mai etico e non risparmia nulla. Sconfina sempre nella confusione e nella barbarie. E da quel modo di narrare il passato che nasce la sorpresa se nella lotta scappa anche solo una parola di troppo. La verità è che lo scontro non è cercato e non è fine a se stesso. Ci hanno insegnato ad odiare e condotti all’odio. E nella piazza c’è la piazza e la rabbia, soprattutto davanti alla “provocazione”. Allora succede che una macchina vada a fuoco. Non si giustifica ma si capisce. Si condanna ma non accetto che quelle fiamme descrivano tutti come facinorosi e violenti. La violenza è quella di chi asserve e affama. Erano anni duri, ma ne son seguiti altri più duri ancora. E la mamma degli stupidi è sempre incinta.

    • In effetti il racconto partigiano del Natale 44 e la storia dei Katanga sono i due estremi di un medesimo discorso per cercare la rilettura di periodi storici passati e pur sempre, purtroppo ripetibili.
      Come per te, pure per me la rilettura sdolcinata del vecchio padre ex partigiano è troppo zuccherosa ed inverosimile, anche se nulla vieta che i fatti possano pure essere accaduti, come eccezione di una regola ben più dura. Quegli anni erano guerra e lotta senza quartiere, non erano film buonisti con una morale che accontenta tutti.
      Per i Katanga poi il discorso è abbastanza chiaro e Jacopo Fo lo riporta senza troppi veli ideologici. Anche per questo periodo si sono sprecati fiumi di inchiostro, ma l’analisi è ancora al di là da venire.
      Ma a chi tutto questo interessa?
      Non so a volte ho il dubbio che non sia nemmeno un percorso utile per sbagliare meno in futuro.
      Ross

  2. Mi ha fatto male leggere questo post, tanto.

    Non mi piacciono le guerre fratricide, non mi piace pensare a giovani assassinati o invalidati a sprangate, colpevoli di chissà cosa.

    Non mi piace la violenza cieca che non pensa, e la violenza non può pensare.

    Voi sapete che io sono persino favorevole a quella violenza che si chiama legittima difesa: che è violenza e mostruosa comunque, ma inevitabile quando si è aggrediti.

    Si dice che chi mena prima mena due volte, io penso invece che chi mena prima meni cento e mille volte.

    Inizio la giornata con le lacrime agli occhi.

    • Mi spiace averti turbata cara Ify, ma questo discroso che io e Mario abbiamo ripreso è una rilettura realistica della storia molto vicina a noi. Molto vicina per tempo anche se a volte non per luogo. E’ evidente che la violenza ci rende increduli, tanto più la volenza fratricida. Quella dei Katanga, una per tutte, ma non solo quella. L’altra sera io e Mario ci siamo avventurati a guardare un film di Ken Loach Terra e Libertà sulla guerra civile di Spagna. Dire avventurati è un eufemismo per dire che abbiamo affrontato un tema atroce anche più atroce di una già terribile guerra civile. In quella guerra che fu due volte fratricida oltre agli ideali che sono stati disattesi dalla stupidità umana, ci sono stati più morti causate non dalle avverse parti, ma dalla medesima parte.
      Questo fa male perchè uccide la giustizia e gli ideali che spingono l’uomo verso atti eroici anche a costo della sua vita, ma perchè morire per niente? O per futili motivi? Per l’egemonia di una idea “giusta” su un’altra altrettanto “giusta”?
      Benedico l’età che ho che mi permette di considerare anche questo lato della disillusione senza con questo cambiarmi il modo di vivere e di vedere la realtà.
      Ma è dura rendersi conto che non c’è scampo e che l’utopia è solo l’idea originaria, il resto è fallimento.
      Un saluto riflessivo
      Ross

  3. Il percorso è lo stesso ma la conclusione è diversa. Non voglio più farmi sconti. Guardarsi indietro senza una traduzione ideologica, senza alcuna deformazione, permette di capire veramente. E di conoscere i rischi, anche se magari non serve a nessun emendarsi, ad alcuna difesa. Inutile negarsi che qualsiasi conflitto sprofonda in una logica di violenze. E’ una pura utopia la gestione “amorosa” del conflitto, anche se verbale, tranne che episodicamente e in alcuni casi rarissimi. E’ un limite umane che attraversa la storia quello che il peggior nemico è quello che ti sta a fianco. Diversamente non esisterebbe nessun regno dei pochi sui molti. Nonostante questo resto dell’opinione che “un altro mondo è possibile”. In verità credo che un altro mondo sia necessario se non indispensabile, per la stessa sopravvivenza dell’uomo. Anche in amore, e l’argomento è pertinente, alla faccia di qualsiasi delusione c’è sempre un altro amore o una speranza. Nessuna guerra o sommovimento è indolore. Lo scontro conduce alla barbarie. Una parte del pensiero marxista sostiene che la violenza è necessaria alla rivoluzione perché emenda e purifica. Non ne sono del tutto d’accordo. Persino la guerra al nazi-fascismo, per quanto assolutamente “giusta”, non è esente da episodi bui. Da immensi “sacrifici”. Raccontare la resistenza come un unico corpo sano e privo di macchie l’ha travisata e resa inverosimile. Questo permette oggi la sorpresa e la revisione come se quella violenza, vista con gli occhi odierni, fosse ingiustificata e evitabile. Certo anche quella lotta è stata fatta col sangue. I partigiani hanno ucciso. E persino partigiani hanno ucciso partigiani (ne ho piene le palle di sentir raccontare sempre e solo di Porzûs). E certamente come in ogni conflitto, c’è chi ne ha approfittato per sistemare vecchi conti e vecchie beghe che nulla avevano a che fare con la difesa della libertà e della dignità. Nascosti nell’anonimato della tragedia e del “disordine”. Resta una battaglia giusta e che si doveva combattere anche se la violenza dovrebbe essere sempre relegata dopo l’ultima ratio. Purtroppo è un problema dell’umanità e non ci possiamo nascondercelo: Per la pace dobbiamo essere d’accordo tutti ma per fare la guerra basta un unico pazzo. Tutto ciò predetto non può l’uomo non continuare a combattere per la libertà e la dignità.
    P.S. resta aperto il tema innescato anche dalla visione di “Terrà e libertà” tra la collettivizzazione e la distribuzione.

    • Che ogni rivoluzione fondamentale richieda uno sconvolgimento “violento” è purtroppo assodato. Non ci si nasconde dietro ad un dito. Può essere bastevole lo sconvolgimento pacifico che comunque diventa violenza verso chi la pensa differentemente oppure che preveda la violenza fisica come succede molto più spesso, anzi sempre.
      Inutile credere solo nel possibile beneficio di un’azione per arrivare ad un punto fermo ci vogliono dolore e sofferenza che non sono facili da accettare, come ci vuole pure un momento di non democrazia, che può essere anche lungo e che può mettere duramente alla prova il nostro naturale liberismo.
      Certamente vedendo Terra e libertà si comprende quanto sia difficile all’interno dello stesso ideale raggiungere una comune prassi. Chi non possiede terra chiede la collettivizzazione chi invece ce l’ha chiede la distribuzione. Questo significa che anche all’interno del popolo morto di fame si scontrano gli interessi, anche se piccolissimi o quasi minesistenti. Avere qualcosa è meglio che non avere niente. E poi c’è chi fatica davvero e chi pensa che tutto gli sia dovuto, c’è chi merita e chi no, c’è chi ha più ragione me chi leggermente meno, insomma è difficile prendere posizione.
      Se poi ci si ammazza tra tra trotskischi e stalinisti cosa c’è di strano? Se poi ancora queste beghe fanno vincere il nemico di cosa ci stupiamo?
      Ecco che l’amaro si trasforma in vero rifiuto… ma lasciamo stare.
      La violenza a volte è necessaria, ma quale sia il limite nessuno lo sa.
      Non era necessaria tra le fila dell’autonomia in quegli anni bui, anche se tutto insegna e soprattutto insegnano gli errori.

  4. Sì, il racconto di Jacopo Fo rende molto bene il clima di quegli anni. Io ero al Berchet nello stesso periodo e nella stessa sezione di Fo (ho due anni in meno) , me lo ricordo come “leaderino” del “Gruppo Gramsci” (a proposito, dopo 40 anni scopro da questo articolo che lui vi aderì : avevo sempre pensato che lo avesse fondato lui! ) , mi ricordo ,con rispetto parlando, dei discorsi sconclusionati che faceva, ma confermo che, nei 3 anni in cui eravamo insieme al liceo, non si rese responsabile di atti di violenza contro avversari vari (mentre appena fuori dal nostro liceo avvenne per esempio, in uno di quegli anni, un pestaggio selvaggio e totalmente gratuito ai danni di alcuni ciellini, in particolare ai danni dello studente Vismara ). Io militavo nella sinistra parlamentare (PSI) , quindi non ho vissuto l’esperienza dei servizi d’ordine di cui parla Fo, ed il nostro servizio d’ordine, alle manifestazioni, esisteva ma non in maniera organizzata, e soprattutto non si dedicava in altri momenti a quegli “scontri fra bande” di cui Fo parla. E’ vero, a Milano in quegli anni fra “i gruppi” (così venivano chiamate le organizzazioni della sinistra extraparlamentare) vi era una vera e propria “guerra” per dimostrare chi aveva il servizio d’ordine più efficiente, e per fare derivare da questo una specie di ulteriore “prestigio” politico. Per me lo spartiacque in senso ancora più deteriore fra il vecchio ed il nuovo modo di fare politica “di piazza” arriva nel 1977, con l’Autonomia Operaia, e l’aggressione a Luciano Lama: da lì la violenza di piazza di questi personaggi si configura a mio parere come una esplicita connivenza con il nascente terrorismo brigatista, verso il quale, non a caso , il cosiddetto professor Toni Negri non nascose mai la sua simpatia (cosiddetto perchè un “cattivo maestro” come lui non merita l’appellativo che pure una docenza gli attribuiva) . Ci sarebbero da dire ancora altre cose, ma mi fermo: mi ha colpito questo articolo perchè mi rinvia ad un passato che ho vissuto e che , come per la maggior parte di quelli nelle mie condizioni anagrafiche, difficilmente potrà scolorirsi col tempo.

    • Nulla da aggiungere a quello che dici. Io non ho vissuto quel periodo a Milano, ma in altra città con un movimento studentesco ed operaio altrettanto pieno di contrasti e contraddizioni. Odio le etichette sia che identifichino sigle politiche che persone o cose. Certo c’erano personalità di riferimento, ma i cattivi maestri come i leader politici di oggi sono per le persone che non sanno avere una capacità critica, ed intendo per quella capacità che consente ad una persona di farsi un’idea propria e di condividere con gli altri alcuni paradigmi di base. I tempi ci hanno resi autoreferenziali e critici nell’altro senso: niente è bene se non è quello che penso io.
      Tanti piccoli leader senza popolo.
      Ci penso spesso a quel tempo e mi pare di non capire mai a sufficienza…
      Un caro saluto

  5. ma scusa io cero nel 76 77 78 ero del’mls ma perche’tirare fuori questo discorso se volevi creare scompiglio ottenere uno scopo dovevi dirlo alla polizia a quei tempi adesso che senso puo’ avere????????vuoi lavarti la coscienza perche’ non racconti di mamma rosa e di quei bravi ragazzi che bastava avere le clarck’s per essere presi a coltellate ti ricordi san babila ore venti un delitto inutile?????MA di che cavolo stiamo parlando e claudio varalli e il giorno dopo zibecchi se vuoi raccontare LA storia raccontala tutta !!!!!!non quella che ti fa piu’ comodo caro cosi e troppo comodo le cariche della polizia il 16 aprile1975 hanno fatto solo un morto proprio grazie al servizio d’ordine.e se ceri lo dovresti sapere!!!!cosi come altre volte il servizio d’ordine ha impedito all’autonomia operaia di fare espropi e cagate varie allora ti ripeto la storia la devi raccontare tutta e poi chi non c’era difficilmente puo’ capire cosa voleva dire girare in quegli anni a milano

  6. Ivan, mi pare che il tuo parlare sia molto avvelenato ed aggressivo. Forse Jacopo Fo può risponderti in merito, non io da questo blog, ma una cosa è certa: è proprio da questo modo di percepire la realtà che sono nati “movimenti” violenti che non sono mai stati utili per la causa. E, per essere chiara, mi riferisco anche a quello che fece la celere, la Digos e movimento cantando.
    Comprendo molto lo stato d’animo di un ragazzo o ragazza di quegli anni e come già detto non avendo vissuto a Milano, forse mi sono risparmiata tutte le estreme azioni che hanno punteggiato negativamente la lotta politica e sociale che si stava combattendo.
    I fascisti erano violenti per natura, quindi erano più giustificati? Non credo.
    La polizia sparava, poi l’abbiamo fatto pure noi.
    Su quello che succedeva tra compagni non si è mai parlato, forse è giunto il momento di sapere, anche se è un ulteriore peso sulle spalle di disillusione e senso di fallimento. Non so se serva per raggiungere una maggiore coscienza, in realtà oggi ci vorrebbe qualcosa di più forte. Comunque su una cosa dovremmo poter ragionare e ce la dice Fo alla fine:

    “La violenza non e’ solo orribile. Possiede anche una straordinaria forza di accentrare su di sé le energie. Se inizi a praticare la violenza essa finisce per monopolizzare le tue migliori capacità. E’ difficile combattere e pensare nello stesso momento.”

    Buona riflessione.

  7. Ciao Jacopo,
    hai fatto una disamina che trovo decisamente corretta e ben argomentata. Ho letto con interesse i vari passaggi e le esperienze comuni che abbiamo attraversato – io ne uscii subito dopo la prima scarica di legnate che ci demmo fra noi in interfacoltà alla statale, capii che qualcosa non funzionava o meglio, non corrispondeva più al mio modo di pensare e alle motivazioni per le quali mi trovavo li. Una cosa però non mi torna, ma probabilmente ci riferiamo a due episodi diversi, …quella mattina al Berchet…non andò proprio come hai scritto e quel Maggiolino “beige”, non si dileguò come descritto e non ci fu un pestaggio violento, solo una energica presa di posizione dei Katanga che erano fuori dal liceo – non erano quattro – a non farvi entrare e picchettare lo stesso istituto; alcuni già dentro vennero invitati decisamente con energica convinzione ad uscire, mi ricordo ” uno che stava al piano sopra di voi, diventato poi un noto scrittore 🙂 scendere gli scalini in modo abbastanza composto…, come ricordo una tua compagna di classe o di banco S.A. che accompagnai personalmente all’uscita dopo essermi preso una sonora ombrellata in testa e aver risposto con un sorriso. Divenne in seguito mia moglie! :). Ma forse, ripeto, parliamo di due episodi diversi, all’epoca eri alla fine del terzo anno.

  8. Questa ricostruzione è falsa di uno che non c’era San Babila è del 71la nascita del SdO ininizi 70 (Calvairate)

  9. Probabilmente in tutte le situazioni cruciali e in momenti storici così determinanti, ognuno di noi ha una percezione della realtà molto più vicina al proprio sentire che alla verità assoluta. In questo caso la cerità può essere solo parziale. Perchè non raccontate ognuno di voi la vostra versione storica? Io penso che nel ricordo si perda la visione storica globale e più persone ne parlano più facile è capire la complessità del momento.

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