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Il muro

In Anomalie on 9 novembre 2014 at 13:41

Muro

Era tempo di fare un bilancio. Aveva comperato quell’appartamento perché stava giusto tra il centro e la campagna, un posto splendido, quella che altri chiamavano tristemente suburbe. Il condominio era nuovo ed intonacato di fresco, il tetto di tegole e terrazze, come piaceva a lui. Ovvio che il prezzo era ragionevole e questo era la ragione che l’aveva convinto, certo che però non avrebbe mai immaginato che tutte le finestre che erano rivolte a sud, sui campi verdi e sul boschetto di pini, alla fine sarebbero diventate un problema.
Prima aveva dovuto approvare la costruzione di una rete che divideva la strada e il parcheggio per evitare le scorribande dei vandali che vivevano al di là della recinzione. Gente strana che aveva un’aria bellicosa e sufficientemente pericolosa, tanto da farti desistere dal voler capire chi fossero e cosa volessero.
Poi le grate alle finestre, ma anche questo non bastava, oltre alle grate l’infelice vista del campeggio di tende, capanni e auto sparse disordinatamente nel campo.
Inutile dire che a guardare verso sud si percepiva l’odore della povertà e dell’odio che si andava ad accumulare oltre la rete di separazione.
Ma la rete ogni notte veniva scavalcata o tagliata da quei loschi figuri, che scorrazzavano liberi come cani a lordare il loro giardinetto comune.
Altra assemblea condominiale e decisero per il muro. Un lavoro che sarebbe costato di più, ma almeno avrebbe eliminato le quotidiane riparazioni della rete. E muro fu. Poi fu la volta delle finestre che davano sui terreni incolti, certo le più luminose, ma le più pericolose. Erano diventate oggetto del tiro della spazzatura di quella marmaglia incivile. e pure quelle furono orbate.
Il suo appartamento divenne più buio, ma almeno si risparmiava di vedere il nemico appostato troppo vicino per poterlo dimenticare. Ero certo che quelli non fossero essere umani. Lo si vedeva dal colore della pelle, dai peli sul corpo, dagli stracci colorati che usavano per coprirsi, ma anche dai versi che emettevano, tanto animali da non potersi comprendere.
E il muro fu costruito alto, quanto il condominio e seppur avesse levato luce agli appartamenti, al parcheggio e al giardinetto comune, li faceva sentire più sicuri, più potenti e più uniti, tutti contro quel nemico comune, e ora invisibile, che li voleva contagiare con la sua povertà e quei comportamenti inutilmente rozzi e sprezzanti.
Quel muro era lo scudo dalla barbarie ed era giunta voce che tanti altri condomini avessero deciso di unire in una cinta tutti i muri condominiali della città.
Ora si che si poteva ragionare. La loro civiltà era protetta da un muro invalicabile. Qui avrebbero potuto, parlare con la loro lingua, mangiare i loro cibi, educare i loro figli nelle loro tradizioni, andare nella loro chiesa, pregare le loro preghiere, ascoltare la loro musica, un’unica squadra del cuore, mantenere l’ordine e la pulizia, senza paura che qualcuno mettesse in discussione le loro magnifiche certezze.
Una tribù di brava gente, che sa di essere nel giusto, che si dota di un esercito per tenere lontano gli intrusi, soldati molto forti e combattivi che garantiscono la vita dei cittadini. Perché loro dei condomini sapevano di aver diritto di vivere bene senza aver paura di quelli che  rubavano loro la casa e anche il lavoro, le loro donne e i loro bambini. “Noi abbiamo diritto a vivere in pace!” Così dicevano e così si comportavano.
Ma la gente era triste, arrabbiata, era stufa di ascoltare la stessa musica, di star a parlare solo con il vicino rincoglionito, di guardare la tv di predicatori da strapazzo, di non andare allo stadio, di non conoscere gente nuova, ma l’esercito presidiava il muro condominiale e le regole era queste: non uscire, non mischiarsi, non rischiare. Se a qualcuno non andava bene, il regolamento diceva: cacciare l’intruso. Ed era una cosa che dava il nervoso.
La sua tribù era noiosa e deprimente, ma non lo diceva mai ad alta voce, nessuno avrebbe capito e rischiava di essere escluso solo per la voglia di evadere un po’ dalla routine quotidiana.
Era rimasto solo il buco da cui spiava i campi verdi e dal quale respirava l’aria dei vicini.
E prima o dopo anche quel campo sarebbe diventato proprietà condominiale e gli invasori sarebbe stati schiacciati come vermi. D’altra parte dio era dalla loro, e nessuno avrebbe trovato, come sempre, nulla da eccepire.

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Ah l’invidia… questo strano sentimento che…

In Anomalie, personale on 7 dicembre 2012 at 16:41

Bronzino_invidia

L’invidia è un sentimento latente che agisce di solito in maniera silenziosa e indiretta. Ciò non toglie che esso raggiunga livelli di intensità molto elevati, inducendo l’invidioso a soffrire profondamente. Essendo un sentimento non manifesto, non dichiarato, non definito e chiaro come possono esserlo la gioia o l’affetto, esso viene a volte confuso con altre emozioni. L’invidioso, dunque, non sempre è consapevole di esserlo. Va anche aggiunto che l’invidia può essere rivolta verso una persona, o un gruppo di persone in particolare, oppure essere generalizzata. Un’invidia generalizzata è devastante in quanto rende la persona perennemente insoddisfatta e sofferente, e continuamente alla ricerca di un che di indefinito che nella sua personale visione delle cose dovrebbe colmare il senso di bisogno che prova. L’invidia diviene manifesta quando il suo livello di intensità giunge a picchi talmente elevati da spingere la persona ad agire contro gli altri. L’invidioso più accanito, infatti, non si accontenta di ottenere ciò che appartiene ad altri, ma desidera al tempo stesso che le persone da esso invidiate perdano ciò che possiedono. A questo punto il termine “invidia” dovrebbe forse essere sostituito con un altro più appropriato, come ad esempio “malignità” o “perfidia”.  Tuttavia l’invidia, prima di colpire persone esterne, agisce sull’invidioso stesso generandogli grande tormento. Vivere in un costante bisogno di avere ciò che non si possiede fa soffrire intensamente. http://www.nienteansia.it/test/test-invidia.html

Cercando i sinonimi di invidia trovo anche: gelosia, livore, malevolenza, rivalità.

“Non invidio la persona che diventa a sua insaputa oggetto di invidia, come non invidio chi prova questo sentimento così potentemente usurante.”
Usare comunemente questo termine “non invidio” vuol dire che il suo contrario, ossia “invidio” è un sentimento molto più comune di quello che si pensa. Personalmente non ho mai pensato di conoscere persone invidiose, forse è proprio perchè, mi è difficile accettare che ci siano persone che si rovinino la vita per questa malattia senza cura, e poi perché, che senso ha?
Un giorno, però, ho dovuto ricredermi, per quanto mi sembrasse strano e senza senso il livore che quella persona ha manifestato per me, tutto quello che ha fatto e come lo ha fatto mi ha messo nelle condizioni di analizzare questo sentimento in tutte le sue sfumature peggiori.
L’invidia non consente requie, il tempo non serve a dimenticare, anzi l’odio e la repulsione, col passare del tempo, diventano sempre più forti ed esasperati anche se immotivatamente.
Difficilissimo è porre rimedio o fine a questo sentimento. Un tentativo può essere quello di cadere dalla considerazione del mondo intero ed essere cancellato anche dalla memoria di ogni essere umano, solo che l’invidioso avrà sempre la percezione della tua esistenza, anche se passata, e seppur godendo delle tue disgrazie, resterà insoddisfatto perchè in un qualsiasi momento della sua vita, qualcuno potrebbe mettere in pericolo, ancora una volta, la sua posizione. Tu rimani il simbolo delle sue ansie e cercherà sempre di screditarti e di farti il vuoto intorno, anche con sistemi poco ortodossi, come la calunnia e l’infamia.
Imparare a convivere con gli invidiosi è impossibile. Non verrà mai il giorno in cui l’invidioso si accorgerà di aver provato un sentimento inutile e deleterio, per la sua stessa vita, non ammetterà mai che aver odiato così tanto una persona qualsiasi, e solo per questo suo sentimento, l’ha resa più grande e più importante di quello che era. Non saprà accorgersi mai di aver perduto inutilmente tempo ed energie, di aver bruciato nel suo fuoco dell’odio con ogni probabilità anche la sua credibilità. Ma che ci possiamo fare??? Mica siamo invidiosi noi. Mica siamo nati per distruggere il mondo. Non abbiamo nè memoria così lunga nè così tanta malignità da tenere vivo simile ardore. Saremo persone piccole senza dignità, ma se la grandezza la devo misurare attraverso la perfidia che genera, che ne so… preferisco vivere 🙂

Il canone inverso

In Amici, amore, musica on 14 maggio 2012 at 0:32

Qualche volta succede che quello che fai e quello che dici, venga stravolto e travisato. Non succede spesso, ma quando succede è un brutto colpo, perché, comunque, ti accorgi che non te l’aspettavi e in più, ti chiedi come sia possibile che una cosa che per te ha un senso preciso e chiaro, per altri ha il senso inverso.
Se poi questo travisamento viene da persone che tu conosci bene e in cui tu credi e hai fiducia, alla fine non sai più se è semplicemente il dolore di un sentimento  mancato o se bruci di più la ferita del tradimento umano.
Di mio c’è che sono sempre molto sincera e diretta, ma questo ha un limite, non ferisco mai volutamente la persona a cui mi rivolgo. Ci metto quasi sempre una buona dose di diplomazia e di buon senso. A meno che non ci sia malafede, non mi scaglio quasi mai in un inconsulto attacco frontale e preferisco la discussione infinita ai colpi bassi.
E come reagisco di fronte a chi non bada a spese e da un’amicizia appassionata passa ad una critica acerrima?
Io questo lo vivo come una profonda delusione affettiva, che è la ferita più grave che quella persona mi fa. Resto basita perché non capisco quali siano i meccanismi che portino una persona, che lavora al mio finaco o condivide con me pensieri e progetti, a considerarmi improvvisamente un ostacolo o una essere umano che le suggerisce sospetto.
Perché in realtà a me personalmente non succede mai. Perché se mi fido di una persona difficilmente cambio la mia opinione. Perchè non sono diffidente. Perché credo nelle persone e nell’onestà delle loro azioni e delle loro idee. Perchè io sono così. La mia sinfonia, se posso usare una metafora, va solo in un senso e non si arrotola su se stessa e non torna indietro.
Credo nelle buone intenzioni degli esseri umani, anche se feriscono e mordono senza davvero nessuna ragione e soprattutto per motivi che travalicano i fatti contingenti.
Se io credo profondamente nelle persone, allo stesso tempo, di fronte a certe reazioni di critica e scontro rabbioso, mi trovo a prendere per un momento le distanze dalla situazione, e a guardare con un minimo di razionalità quelle che potrebbero essere le ragioni più profonde di tanto accanimento e nuovo risentimento. A volte leggo dietro ad azioni e parole, quello che non vorrei leggere mai. Anime ferite e profonde insoddisfazioni, di cui non si è mai noi la causa diretta. Una situazione triste che dovrebbe metterti in allerta e far sì che queste cose non abbiano da ferirti mai.
Nel canone inverso la musica si svolge e si riavvolge senza cambiare la sostanza della melodia, ma nei sentimenti non è mai così, il riavvolgimento di un sentimento d’amore può diventare odio o qualche volta rabbia o indifferenza e lascia dietro sé le scorie di emozioni e sentimenti che non potranno più ritornare gli stessi. E fa male, e quanto fa male 😦

La lunga marcia

In Nuove e vecchie Resistenze on 28 dicembre 2010 at 18:56

Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRiporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
www. einaudi. it
88-06-16559-3

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Io amo con la parte sinistra del cuore

In amore, politica on 10 settembre 2010 at 14:26

Stamattina mi sono svegliata con questa frase in testa: “Io amo con la parte sinista del cuore” . Se un senso logico non ce l’ha, almeno riesco a spiegarne il senso che gli attribuisco io. Il “cuore” è il luogo degli affetti e delle passioni, ma anche quello dei sentimenti che a volte portano alla gioia e a volte al dolore. E’, inoltre il luogo delle insofferenze e degli odi che comunque sempre passioni sono. Pertanto il mio è un cuore che è diviso tra parte destra e sinistra, come in politica e s’intende che la scelta della zona non è casuale. Non posso che amare con la sinistra ed odiare con la destra. Fa parte di me, della mia cultura, del mio impegno, è qualcosa che ho nel mio DNA. Perchè è indiscutibile che si nasce con una parte più sviluppata del cuore, e la mia parte è la sinistra.
Nel corso della mia vita ho amato e cercato di adattarmi agli altri, rispettando anche la diversità. Uomini che a differenza di me prendevano il mondo anche da altre parti del cuore. Non per giudicarli, ma non erano fatti per me. Certo, cose che si sanno dopo, che si capiscono solo quando ti chiedi veramente, quali sono le cose che ti accomunano a loro. Bisognerebbe non distrarsi mai, presto o tardi ti aspettano serie delusioni. Se io amo con la sinistra del cuore come faccio ad adattarmi a chi ama con la destra? Mi chiederete cos’è che fa la differenza. E capisco che è difficile spiegare i sentimenti e il calore delle passioni che sono di sinistra, che non hanno affinità con la razionalità e la capacità di valutare ogni tornaconto che è di destra. Eppure nella realtà questo lo senti sulla pelle. O la corrente elettrica c’è oppure non c’è. La lampadina si accende oppure rimane fredda ed inerte. Io l’ho capito sperimentandolo sulla mia pelle. Pagandone anche il prezzo quando fu necessario. Per questo ora so che non posso che amare chi ama con la mia stessa parte, chi condivide con me la stessa combattuta passione, magari dibattendo e scazzando per la stessa identica idea, per dire la stessa cosa, solo con parole diverse, per amare nella stessa misura e forse anche di più. E’ quel di più che fa la differenza. Inutile, la natura vince sempre. Anche mio figlio ama con la parte sinistra del cuore d’altro canto, come poteva essere diverso, è sangue del mio sangue e piume delle mie piume. Anche il mio uomo ama con la parte sinistra del cuore e questo l’ho sempre saputo e apprezzato. Oggi io so che non posso che amare così, che non esiste la democrazia dei sentimenti, si deve amare solo come si può amare, con tutta la partecipazione e la passione che si possiede. Con tutta la carne e lo spirito, con il sangue e i sogni di cui siamo capaci. Questo è scritto nel cuore e sarà sempre così perchè e nella nostra natura.

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