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Due o tre appunti di buonsenso

In Anomalie, Guerra, Informazione on 29 novembre 2012 at 15:22

Oggi è il 29 novembre 2012, giornata mondiale ONU per la Palestina, e proprio oggi Mahmoud Abbas, presenterà la richiesta a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina come membro osservatore all’assemblea ONU. Questo malgrado tutti i ricatti e ricattini per bloccare la volontà di autodeterminazione dei palestinesi.
Le mie perplessità, non si riferiscono a questo, perché ritengo che sia ora che la Palestina venga in qualche modo riconosciuta, essendo realmente un’entità politica e sociale col diritto di autonomia e autodeterminazione, ma sono realmente strabiliata dalle posizioni di alcuni paesi dell’Europea.
Mi chiedo come può la Gran Bretagna, tralasciando la sua gravissima e determinante responsabilità nel conflitto Israelo-palestinese dire: “Io ti riconosco come Stato osservatore, solo se ti impegni a non denunciare Israele per crimini di guerra…” .
A parte il fatto che è un ricatto bello e buono e anche dei più meschini, ma non è che dicendo così affermi che Israele questi crimini di guerra li ha fatti davvero e che preferisci non vengano giudicati?
E’ la richiesta di un paese civile, moderno e democratico?
Direi che come molte altre dichiarazioni, quella dell’Inghilterra dovrebbe essere considerata alla stregua di un ricatto politco ingiusto e vessatorio.
Di seguito c’è il problema dell’Italia: è giusto che un governo non eletto dagli italiani si pronunci su un affare di politica estera, in rappresentanza del popolo italiano e per suo nome e conto?
Ultimo appunto: non è che la Germania che vota no lo faccia solo per la sua lunga coda di paglia nei confronti degli ebrei, che si sa non è che alla fine siano tutti israeliani, e soprattutto sionisti.
Ovviamente si capisce da che parte sto, e anche che non amo i calcoli che vengono fatti in base ad interessi e a presunti utili di ritorno. Io che sono ancora idealista, non posso accettare la realtà di poltiche internazionali che non tengano conto dei diritti umani e soprattutto del diritto all’autodeterminazione di un territorio che figura da troppi anni sotto occupazione armata e sotto assedio di un altro paese che si autodefinisce democratico, e su questa definizione ho sempre più dei dubbi se non certezze.
Ma, è chiaro che sembrerò spovveduta e qualcuno dirà che non capisco niente di politica, però, d’altra parte,  io cerco l’Utopia… mica mi dò delle arie di sapere come si governa il mondo, ma almeno, al problema, ne ho un approccio umanitario ed è questo che mi importa.

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Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

Una grandissima carota per i “choosy”

In Anomalie, Cultura, Disoccupazione, Giovani, Informazione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt on 13 novembre 2012 at 17:50

Per governare un paese oppure per poter giustificare le inadeguatezze di una classe politica e dirigente di un paese, bisogna avere il naso lungo e/o una grande faccia di bronzo.
Parlando, i nostri politici, gustificano l’incapacità loro di uscire dal pantano di una crisi economica che è crisi di sistema, quello liberista per intenderci (sistema che non abbiamo creato noi e al quale ci siamo adattati in tantissimi a malincuore) le nostre pretese e i nostri diritti di lavoratori, che ci siamo guadagnati in tanti anni di lotte. Non si tratta di una nostra gravissima responsabilità: non ce la siamo spassata, non abbiamo voluto un reddito che andava al dilà di quello che ci meritavamo, e se abbiamo comprato un sacco di merci che a seconda di chi ci parla o avrebbero fatto girare l’economia oppure sarebbero stati nostri capricci relizzati. Insomma se alla fine  siamo ridotti così dite che è colpa nostra e per nostra e noi,  intendo la classe dei lavoratori. Una volta si chiamavano proletari, ossia quelli che avevano prole, ma col tempo sono diventati solo consumatori accaniti di tv a colori, auto, telefonini e amennicoli elettronici vari. Per la vostra grande gioia, comunque e per i vostri guadagni. Comprare quelle merci che si poteva semplicemente firmando cambiali ed ottenendo finanziamenti generosi  e mutui dalle banche. Ecco, noi siamo gli ex proletari spreconi, che hanno ridotto al lastrico questo paese e che hanno dato i natali a questa razza di “schizzinosi” che vogliono lavorare senza sporcarsi le mani ed essere valorizzati per quello che hanno studiato. Ecchecazzo no! Bisogna prendere quello che arriva ed è davvero da schizzinosi non raccogliere le cassette da 500 kg. di pomodori al lauto rimborso in nero di 3,00 euro alla cassa per poter arrivare a fine giornata con il guadagno di ben 30,00 giornalieri. Ebbeh, con le vostre manine da studentelli cosa sperate, forse che la cultura vi dia da mangiare?
Vi hanno raccontato che i vostri genitori hanno scialato e adesso aspetta a voi tirare la cinghia. Vi hanno detto che sono stati questi genitori insensati a mangiarsi il vostro futuro eppure voi li avete visti alzarsi presto al mattino, imbucarsi nei loro laboratori, case, fabbriche, negozi, uffici e tornare a casa a volte stravolti di stanchezza, con nemmeno la voglia di consumare se non di preparare la cena. E siete stati voi ad essere consegnati alle mani amorevoli dei nonni, per chi era fortunato, oppure a qualche ragazza alla pari, alla baby sitter oppure al nido (che anche quello pubblico si portava via più della metà dello stipendio di vostra madre). Eppure avete visto che si cercava di risparmiare su tutto: il supermercato più economico, i discount, le luci spente dietro le spalle, le finte-griffe e così via per illudersi che pure noi si poteva… e invece no non si poteva e non si sarebbe dovuto potere.
I soldi per il mutuo della casa, perchè era l’unico modo per poter vivere tranquilli e sicuri in un posto senza esserne cacciti. I soldi per la scuola dei bambini (due al massimo, uno meglio e zero ancora meglio). Già, allora c’era la scuola pubblica, adesso è un po’ diverso, ma non è che costava meno, Ogni anno tra i 500,00 e i 600,00 euro solo di libri, senza contare tutto il materiale didattico necessario, persino la carta igienica e quella delle fotocopie perchè la scuola è un’azienda ed è proprio per questo che non deve sborsare una lira. E la salute, che se ce l’hai è un gran bene, perchè se ti manca sei proprio rovinato in tutti i sensi. Anche l’ospedale è un’azienda privata che funziona meglio se sei tu a pagarla due volte.
Insomma volete un futuro cari schizzinosi di oggi? Chiedetelo a quella massa di festaioli invertebrati dei vostri genitori che se nel tempo non ci hanno pensato, oggi a voi non possono che presentare delle sentite scuse.
Eh no, cari signori dell’economia e del governo globale, gli uomini e le donne che hanno cresciuto i loro figli non ci stanno più. Non hanno sensi di colpa e sono incazzati neri, perchè non solo hanno dovuto sottostare alle vostre leggi di mercato e del lavoro, ma oggi devono svendere se stessi, il loro futuro e puranco quello dei loro figli.
Perchè noi abbiamo lavorato come dei muli. Abbiamo pagato le tasse. Abbiamo costruito uno stato sociale che se era per voi ce lo saremmo sognato. Abbiamo prodotto quel surplus di merci e di profitti che vi hanno ingrassato ben bene. Abbiamo consumato come dei forsennati perchè era solo così che si permetteva alla vostra economia di girare. Abbiamo passato notti insonni a cercare di risolvere i nostri problemi e quelli dei nostri figli. Li abbiamo fatti studiare in una scuola che voi avete reso superficiale ed ignorante. Abbiamo difeso con gli scioperi i nostri diritti altrimenti ci avreste reso schiavi delle vostre macchine. Abbiamo pagato la nostra cultura e quella dei giovani per non dover ancora subire nell’ignoranza e nell’incapacità di tenervi testa. E oggi che fate? Ci sputtanate con i nostri figli e sputtanate i nostri figli ai nostri occhi?
Senta cara ministra “choosy” ci sarà lei e tutti quelli come lei che non hanno mai tirato la carretta. Senta caro presidente non è colpa del costo del lavoro e del sistema pensionistico se l’Italia fa acqua da tutte le parti, ma delle sue aziende preferite che si chiamano banche e anche e non se lo dimentichi che il lavoro ci aspetta di diritto, visto che questa Italia è basata davvero solo sul lavoro e per fortuna noi sappiamo lavorare.
Se avevate bisogno di schiavi potevate nascere all’ombra delle palme prima che venissero costruite le piramidi, che forse era l’unico tempo che avreste gradito, sempre che foste voi e solo voi il faraone di turno.
Ai nostri figli infilate la carota dove va bene e pretendete che la sopportino con il sorriso sulle labbra. Le uniche promesse per i giovani che vengono mantenute sono le nostre, quelle di pensare a loro fino alla fine dei nostri giorni. Finchè un futuro venga dato loro e quel futuro, purtroppo, è fatto dei nostri piccoli risparmi e della nostra inconsulta abitudine a risparmiare per i tempi di carestia, non dalla vostra lungimirante previsione economica e dai vostri sacrifici personali o di classe.
Se qualcuno non è mai stato toccato questi siete voi e i vostri capitali ben nascosti. Se è il bastone e la carota il vostro mezzo di comunicazione, temo proprio che un giorno potreste pentirvene. Non certo per un’ Italia mandata in bancarotta, o perchè il bene per il vostro paese non è nelle vostre note , ma unicamente per il fatto che se mai troveremo il modo di tornare in possesso di quel bastone e di quella carota, magari prima o dopo potremmo farvelo assaggiare solo per il gusto di restituirvi il piacere.
Potreste dover assaggiare una grandissima carota e questa volta destinata solo a voi cari choosy di Stato.

Il muretto

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, poesia, Venezia on 8 novembre 2012 at 17:15

Se lo ricordava bene, ma per tanto tempo aveva fatto finta di non vederlo.
Era li sotto ai suoi occhi ogni volta che usciva dal lavoro, non era proprio facile far finta di non vederlo, ma solo raramente, quando era molto stanca e faticava a tornarsene a casa, lo sfiorava con lo sguardo e sentiva un vago calore dentro allo stomaco. Che poi non era lo stomaco a scaldarsi, ma un altro organo del corpo, che si trovava in quella zona lì, ma al quale lei non dava da tanto tempo più valore.
Difficile credere che un muretto avesse questo potere, però quell’angolo della sua città aveva per lei un senso speciale. Era solo un muretto basso di mattoni con il suo solito sovrapiano in pietra d’Istria che finiva perpendicolare ad un grande portale della stessa pietra, chiuso, e ricoperto come da un tettuccio creato da una grande pianta di vite americana. Era un angolo poco illuminato, costeggiato da un canale secondario, silenzioso e poco frequentato. Lì sotto la vite seduti sul muretto avevano passato tutto il loro tempo, quello che si erano riservati per stare da soli. Poco a dir la verità, ma diciamo intenso per parole e anche silenzi.
Ma era roba passata, talmente passata che lei, a volte, dubitava e pensava di essersela solo immaginata. Una piccola storia, fatta di parole e di silenzi, tutto platonico s’intende. ma d’altra parte…
Poi era ridicolo tornare sui propri passi, pensando a uno dei suoi amori, così indietro nel tempo e propabilmente troppo idealizzato. Lei era cambiata e tanto, chi avrebbe mai detto che una volta era quella ragazzina lì e, poi suo padre non c’era più, non aveva più nessuno che la controllava, ormai aveva una età che le consentiva qualsiasi cosa… e poi chissà… lui, quel ragazzino, che faceva? dov’era finito?
Il muretto era il posto dove si fermavano a parlare e a baciarsi, pensava che ci avevano provato lo stesso gusto, erano primariamente grandi amici e poi uscivano insieme, e la cosa non guastava. Avevano scelto quel posto perchè suo padre non avrebbe mai potuto vederla e forse nemmeno i vicini di casa, e non c’era il rischio che glielo racontassero. Quella era una stradina davvero buia e quasi nessuno passava di lì. Il bello era che al suono di Carosello lei poteva correre e in due minuti suonare il campanello di casa. Carosello era il suo limite invalicabile. D’altra parte aveva solo 16 anni e i suoi non la lasciavano libera mai. Suo padre l’avrebbe menata se l’avesse vista a manina o a baciarsi con un ragazzo e poi… quel ragazzo lì. Insomma niente di tragico, ma aveva i capelli lunghi e vestiva strano, una mezza via tra un figlio dei fiori e uno studente squattrinato. Sapeva come la vedeva suo padre e quanti pregiudizi avesse.
Lui era… non proprio bello, ma aveva un sorriso scanzonato e a lei piacevano i suoi occhi verdi… aveva i capelli lunghi con un ciuffo che ravviava spesso. Probabile che a lei piacessero gli occhi verdi, anche suo figlio aveva gli occhi verdi e pure il padre di suo figlio, ma questo non c’entrava niente col suo sogno, anche questo era cosa passato. Troppe cose erano passate per lei, ed era proprio assurdo incantarsi davanti a quel muretto e poi non capiva la ragione che la spingeva, qualche volta, a passare di li. Ma lo sapeva che indietro non si torna?
Forse rimpiangeva i sogni di quando era giovane, forse era perchè s’illudeva che non tutto fosse così… effimero, ecco la parola giusta: effimero. Anche se molte cose di quel tempo era stata lei a volerle buttare, come se ne avesse troppe o non fossero importanti.
Erano così imbranati, così carini, così stupidi… e lui si atteggiava a uomo vissuto, con l’eterna sigaretta in bocca, ma aveva solo 19 anni, che ridicolaggine, un uomo vissuto di 19 anni… Si sedeva sul muretto con il libro in mano, quanti libri si erano passati, e quante storie le aveva raccontato, lui scriveva storie e poesie bellissime che non parlavano mai d’amore, e lei continuava a leggerle cercando un accenno, una sola parola che fosse dedicata a lei. Sciocca davvero, l’arte non segue le rime delle poesie d’amore; è davvero un’altra cosa.
Qualche volta era lei a trovarsi al posto del libro e allora era bello perchè potevano baciarsi. Era l’unica volta che si era sentita fantastica e che era certa di saper baciare benissimo… con gli altri, successivamente si era sempre sentita inadeguata e poi non ci provava lo stesso gusto… o almeno così le pareva.
Era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva dato un bacio, di quelli che si ricordano e che mettono le farfalle allo stomaco.
Ma che andava a pensare? Erano passati talmente tanti anni che lui, il ragazzino del muretto, poteva essere diventato una persona qualsiasi, uno che non scriveva più poesie e che non ricordava più i tempi passati, uno in poltrona con le pantofole, magari era diventato nonno, nel frattempo. Però chissà perchè quel ricordo la scaldava dentro.
Adesso, però quel posto era solo un muretto e non c’erano più due ragazzi a fermarsi a parlare e a raccontarsi storie, avevano pure messo una luce forte che si accendeva quando ci si avvicinava… chissà a chi davano fastidio i baci sotto quel tetto di vite americana, certamente gente che non aveva cuore.
Se pensava a lui, ne aveva di ricordi eppure l’ultimo, il più nitido, si fermava lì, a quella volta che si erano incontrati per la strada e che lui le aveva detto che lei gli sembrava davvero invecchiata e stanca, in effetti erano passati parecchi anni e molta acqua sotto i ponti, ma no.. non era stato proprio un complimento… no davvero. Lui le aveva raccontato, con allegria, che aveva conosciuto una brava ragazza e che si era sposato, che avevano una figlia fantastica, che era la cosa più bella che avesse avuto dalla vita. Lei invece era sola, no, anzi aveva il suo bel bambino e ormai in mezzo c’era stato più di un uragano e l’amore non era amore o almeno così le sembrava, ma tanto che contava quella storia adesso non c’era più. Le dispiaceva di essere invecchiata e anche di non essere più la ragazza di un tempo, ma d’altra parte non poteva farci niente, le cose erano andate come dovevano andare ed era giusto che fosse lei quella a cui erano rimaste meno cose se non altro per la carognata che gli aveva fatto.
Fece un sospiro e riprese la sua strada, doveva tornare a casa anche se non c’era nessuno ad aspettarla. Chissà lui cosa stava facendo in quel momento? Ma lei aveva diritto poi di chiederselo? Era come fare la guardona nella vita di un altro. Era come invadere l’intimità di una coppia o…. insomma che ci pensava a fare? Chissà se le sue poesie adesso contenevano l’immagine della moglie o della sua bambina? Sarebbe stato giusto no? Magari non sarebbe state poesie famose, ma almeno sarebbero state poesie d’amore.
Ma non era che stava diventando gelosa di un ricordo? Aveva rabbrividito a quel pensiero, come, proprio lei che non era stata gelosa mai. Allora si era trovata a sorridere di se stessa, mentre fantasticava di un uomo immaginario, che nel ricordo era fin troppo giovane, con un ciuffo anacronistico sulla fronte. Già i capelli così non si usano più e nemmeno le camicie a fiori… e poi non c’è niente che possa far sorridere ancora in quel modo. Nel suo sogno ad occhi aperti c’era pure un bambino piccolo, biondo, con gli occhi verdi, che teneva quel ragazzo per mano, e lo guardava con tanta ammirazione e che con una vocetta tutta allegra lo pregava: “Dai… dai nonno raccontamene un’altra, raccontami un’altra storia…”

Se non posso ballare non è la mia rivoluzione

In Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, Parola di donne on 5 novembre 2012 at 1:11

L’hanno chiamata la rivolta dei gelsomini. Bel nome vero? Fa pensare al profumo dei fiori e a giovani donne sorridenti che vogliono cambiare il mondo. Ma non è così. La rivoluzione non è cosa da donne, non qui, non nella mia terra.
Perchè ribellarsi se poi non cambia niente? Io sono donna in un paese che vuole rinascere, ma un paese per soli uomini, per me non c’è cambiamento. Non c’è modo di cambiare la mia realtà.
A casa mia siamo due sorelle. Mia sorella ha 25 anni, due figli un altro in arrivo. Non lavora se non in casa. E’ cambiata, non è più lei. Non ha più tempo per le nostre chiacchere, per i sogni. Mia madre è un’ombra sul muro di casa.
Io ho studiato, faccio l’avvocato e lavoro in uno studio del centro. Il mio ragazzo fa la guida turistica e a febbraio ci sposeremo. Ma io ho paura. Lui mi dice che a febbraio io smetterò di lavorare, ci penserà lui a me. Mi dice che allora metterò il velo perchè diventerò una donna come sua madre: dignitosa. Ma io non posso pensarci. A che serve ribellarsi e andare in piazza, rischiare la vita e respirare i lacrimogeni se poi io non posso nemmeno andare a ballare. Sarà stupido, ma io voglio poter andare a ballare, voglio solo avere la libertà di andare a ballare senza nascondermi dietro ad un velo. Se non ho nemmeno questa libertà allora… avrà anche il profumo dei gelsomi, ma questa rivolta non è mia e mai lo sarà. Se per noi donne non cambia nulla, nessun cambiamento ci sarà nella società, non cambieranno i nostri mariti e i nostri figli rimarranno sempre uguali ai loro padri e ai loro nonni. Non fate la rivoluzione, non fatela in nostro nome, perchè niente cambierà, soprattutto il nostro destino.

La “Grande Acqua”

In Le Giornate della Memoria, personale, Venezia on 1 novembre 2012 at 8:42

Che notte stanotte. C’è chi non se la ricorda, quell’altra volta, ma io la ricordo bene e ne provo ancora un forte disagio, forse paura, non so.
Era il 1966, e la notte era stata simile a questa notte, era il 4 novembre e ora è il 1 novembre, solito periodo, perché è proprio di questo mese le sfuriate di scirocco e qui l’acqua monta quando tira scirocco e la marea non se ne va, resta in laguna, la differenza è poca tra il massimo e il minimo e poi la marea rimonta e allora…
C’era l’acqua alta al mattino, abbastanza alta, da bloccare la città. Mio padre era uscito presto con gli stivali alti fino alle cosce, era partito presto perchè si sapeva che, quel giorno, l’acqua non avrebbe perdonato. Doveva andare al negozio a sollevare dal magazzino tutto quello che stava negli scaffali più bassi, un lavoraccio infernale: le stecche di sigarette, la cancelleria, i detersivi, tutto da alzare di un piano almeno, sperando che bastasse, ma alla fine non bastò.
L’acqua era alta davvero e la gente affacciata alle finestre guardava, in giù, la strada allagata, e i negozianti al lavoro per tentare di salvare qualche cosa. Il nostro cortile sotto casa, malgrado fosse più alto di un gradino, era già pieno e l’acqua lambiva il primo gradino di casa. Però la gente alle finestre l’aveva presa a ridere, tanto si sa, noi veneziani con l’acqua ci conviviamo bene, non ci fa paura, sale e scende come la fortuna nella vita, basta saperla prendere e lasciarla andare quando va, tutto qua.
Ad un certo punto, non so a chi venne in mente che proprio sulla strada, vicino al canale ci stava una casetta che al piano terra, ospitava due vecchietti, e lì l’acqua entrava anche con le maree meno preoccupanti. Il mio vicino, un signore piuttosto prestante, era partito con i suoi stivali da pescatore e aveva bussato alla porta. I vecchietti avevano gridato che stavano bene e che per il momento stavano riparati sopra il tavolo di cucina ad aspettare che l’acqua defluisse… Il vicino se ne tornò rincuorato, d’altra parte non era la prima volta.
A casa mia, a parte il pensiero per mio padre, le preoccupazioni erano minime, stavamo all’ultimo piano e non c’era davvero di che preoccuparsi. Però mio fratello più grande si era svegliato con un forte febbrone, e una guancia gonfia segno che aveva un ascesso al dente davvero considerevole, e si lagnava del male come fosse sulla graticola. A quel tempo gli antibiotici non si tenevano in casa in previsioni di catastrofi e ad uscire per andare in farmacia non se ne parlava proprio, troppo lontana e poi nella strada più bassa della zona. Non ci restava che aspettare che la marea si ritirasse, ma non fu così. La sessa aveva cominciato timidamente a scendere quando un nuovo attacco dello scirocco l’aveva mantenuta a quel livello fino al momento della sessa successiva e a quel punto l’acqua rimontò, veloce e aggressiva come noi sapevamo essere quando il mare s’incazzava.
Dalla radiolina di casa arrivavano le notizie: Firenze era sotto con l’Arno che era straripato e stava imperversando per le strade della città provocando morte e distruzione. E noi invece avevamo l’acqua che cresceva e cresceva sembrava non finire più. Adesso in cortile l’acqua lambiva il secondo gradino di casa. Avevano tolto la luce, il gas e il telefono e la città andava alla deriva.
Il vicino ormai con gli stivali alti fino alle ascelle, era ripassato alla porta dei vecchietti che si erano rifugiati sopra l’armadio. Ormai l’acqua aveva invaso tutta la casa e aveva superato il tavolo in cucina. Ma come aprire la porta? Il vicino si era portato un po’ di arnesi e aveva scassinato il portoncino, per fortuna non troppo sicuro e aveva portato in salvo i due sfortunati. Ma cosa ne era della mia amica Marinella che stava pure lei in balia dell’acqua? E ora c’erano le 4 famiglie del primo piano di casa nostra, per il momento l’acqua era in casa, per qualche centimetro. Né luce in casa e nemmeno per le strade e al buio l’acqua faceva ancora più paura. Non funzionava il telefono e mio papà non tornava e nemmeno il dottore per gli antibiotici si poteva chiamare per quel maledetto dente di mio fratello. Allora mi era venuta un’idea, il dottore abitava nell’edificio di fronte, abbastanza distante, ma a tiro di voce, l’avevo chiamato gridando dalla finestra e si era affacciato e, dopo aver saputo il problema, si era detto disponibile a calare il cestino dalla finestra per fornirci l’antibiotico. Allora, per fortuna, ero una ragazza alta e agile, mi misi gli stivali alti, quelli che arrivavano alle ascelle e scesi in strada per raggiungere la casa del medico. E’ terribile trovarsi in mezzo all’acqua, al buio con detriti di tutti i tipi ed animali morti a galleggiare e anche qualche topo vivo alla ricerca di un posto dove rifugiarsi, perchè i topi nuotano, e pure bene, e in quella traversata non ero sola. Presi le medicine e tornai a casa da vera eroina, ma dentro mi era rimasta quella sensazione di sventura e abbandono che si prova quando puoi trovarti immersa nell’acqua, senza punti di riferimento e senza sapere se tutto questo sarebbe finito, ogni passo la sensazione che l’acqua poteva superare la tuta degli stivali e allora mi sarei trovata ancorata sul fondo della strada e non mi sarebbe rimasta che la possibilità di uscire dagli stivali e mettermi a nuotare. Ore 18,30 +194 cm. dal livello del mare il che voleva dire tutta la città allagata e chi stava ai piani terra era scappato come un profugo ai piani superiori; e i negozianti? Mio padre? Ormai c’era poco speranza per la merce del negozio, ma lui dove stava?
E si stava lì tutti seduti, sui gradini della scala di casa, a guardare l’acqua alla luce tremolante delle candele e con il terrore che anche la terza marea sarebbe montata sulle prime due. Allora la città era persa davvero, per la prima volta nella sua lunga vita vissuta nel mare, sarebbe andata sotto definitivamente. Allora si calcolava: come fa una marea salire sull’altra? Ed è possibile che non scenda? Non scenda più? Un rumore sulla porta e mio padre si affaccia: “Sono tornato!” Accidenti come ha fatto? Stava su una barchetta che andava alla deriva e lui ci era salito e spingendosi sui muri era riuscito ad arrivare a casa. Idea geniale, ma chi conosce la città sa che non era stato facile, certo aveva preso in barca la strada, ma c’erano dei punti in cui dovevi prendere per i canali bui e ritrovare la strada perché i ponti non ti consentivano di continuare. E l’acqua stava lì, minacciosa e nello stesso tempo amichevole, e noi stavamo a guardare ossessivamento il suo livello sul muro…
Dalla radiolina arrivavano le notizie di Firenze… a noi sembrava di essere fortunati, almeno l’acqua ci invadeva senza spazzarci via, ma comunque l’acqua non scendeva. Dalle case dei piani superiori arrivava da mangiare, per tutti quelli che stavano sulle scale. Quello che c’era a disposizione, un po’ di salame e un bicchiere di vino, tanto per scaldare gli animi e pure i corpi, infreddoliti da una giornata a bagno.
Poi un urlo: “Cala, sta calando!!!!!” Ed era vero, l’acqua si ritirava, lo si vedeva dal segno sul muro, scendeva lentamente ma scendeva… avevamo buttato un pezzo di carta e si vedeva che lentamente prendeva la strada della porta d’uscita.
Forse il vento era cambiato, forse si era calmato ed il mare stava ritrovando la strada. Non sapevamo ancora che quel mare incazzato aveva superato le difese a mare sul litorale. Aveva superato ed allagato il Lido ed era entrato con tutta la forza in laguna. Ora ritirandosi portava con sè tutto il suo carico di sporco, oggetti abbandonati e paura, lasciando una città che sembrava una discarica di cose da buttare, ma comunque viva, comunque pronta a ripartire.
E stanotte è così una marea di +140 cm sul livello del mare, una breve discesa e poi fra poco una nuova risalita… e tira vento e c’è la stessa pioggia uggiosa… speriamo davvero di non dover  raccontare di una grande acqua un’altra volta ancora.

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